Featured Posts

Neil Young & Crazy Horse - Colorado

Il ritorno del Cavallo tra le nevi del Colorado. L'ultimo album mescola il grunge di protesta alle ballad intimistiche, regalando momenti di puro incanto.

Neil Young & Stray Gators - Tuscaloosa 1973

Il nuovo live d'archivio è tratto dal tour 1973 con la formazione originale di Harvest. 11 canzoni acustiche ed elettriche, solari e oscure, a cavallo tra il successo e il dolore.

Neil Young Archives

Il sito web ufficiale dove potete rivivere l'intera carriera di Neil Young: canzoni, album, film, inediti, foto, manoscritti, memorabilia, video, radio clips e tanto altro.

domenica 10 novembre 2019

Colorado: rassegna stampa italiana


Il risultato non è un tipico disco di Neil Young con i Crazy Horse. Se da un lato non mancano le cavalcate rock e le improvvisazioni, le canzoni migliori di Colorado sono le ballate [...]. Colorado è un disco dai due volti, rozzo e imperfetto, che non regge minimamente il confronto con i capolavori scritti tra gli anni ’60 e ‘70. Allo stesso tempo, però, è il disco più diretto e urgente dell’ultimo decennio della carriera di Neil Young che, come un vecchio artigiano nascosto nel suo rifugio tra le montagne, non sa fare altro che scolpire una canzone dopo l’altra.
Voto ***1/2

Le cose migliori di un disco che rischia di suonare un po’ troppo classico (anche se è comprensibile, visto che l’autore ha 73 anni e in carriera non si è certo adagiato), però, si trovano nelle delicatezze di "Green Is Blue" (di nuovo l’allarme ecologico, su un altro giro di piano efficacemente irregolare), del bel singolo "Milky Way" (ancora sull’amore per la Hannah [...]) e della sommessa ballata conclusiva "I Do" (che su un andamento da highway percorsa con andatura da pensieri e riflessioni chiude il disco chiedendosi «Why do I believe in you?»); brani che magari non hanno la bellezza classica, palese ed essenziale dei classici younghiani, ma la cercano per strade più oblique, crescendo con gli ascolti e salvando l’album dalla prima, non piacevole impressione di essere uno di quei dischi né brutti né belli.
rece positiva

Si respira aria di casa sin dall’inizio, tra le caratteristiche imperfezioni della registrazione dal vivo, le punte di armonica e le spruzzate di elettricità a rendere cremoso e mantecato un disco dai riverberi seventies. Le distorsioni delle chitarre accompagnano con rinnovata sincerità temi sempre cari al settantatreenne canadese. C’è urgenza di raccontare, di affrontare e di risolvere: dai cambiamenti climatici alle imprudenti condotte politiche, senza perdere le speranze, perché “c’è un arcobaleno di colori nei vecchi Stati Uniti”.
Loudd
Voto 7

[...] pur impolverato è sempre un piacere ascoltarlo, il vecchio Neil, lamentarsi e gemere ("Milky Way") come se questo vecchio bistrattato pianeta dovesse fargli da casa ancora per molto. E comunque: repetita iuvant in questi tempi dissennati e fuori controllo. Manca di qualche acuto, del puro genio che sbucava qui e lì in "Psychedelic Pill" (leggi, ad esempio, il fischiettare mefistofelico della gigantesca "Walk Like A Giant"), ma "Colorado" è un disco, anche se conosciuto in ogni suo aspetto, pienamente piacevole.
Voto 6.5

Esplorare Colorado, disco numero trentanove per l’artista canadese e primo con la sua band da Psychedelic Pill del 2012, può rivelarsi un processo di una difficoltà estrema e, al contempo, un’esperienza totalizzante dominata dalla sensazione di permanenza in una dimensione intima e privata. Prodotto dallo stesso Young e da John Hanlon, Colorado è frutto di undici giorni di incisioni, rigorosamente in presa diretta, senza l’utilizzo delle cuffie e rappresenta l’ennesima dimostrazione di come Young non abbia minimamente perso passione e sdegno. Si potrebbe dire che è un album atipico, non catalogabile né all’interno dello stile da solista del cantautore canadese né definibile 100% Neil Young & Crazy Horse.
Voto: ***

Va detto che il buon vecchio Loner non si risparmia affatto; con le settanta primavere passate da un po’, continua a sfornare più o meno un disco all’anno. Di una cosa gli va reso pieno merito: pur tra qualche ingenuità e un po’ di retorica di troppo, Neil è uno dei pochi ad avere ancora il coraggio di prendere posizioni nette, più di certi colleghi che hanno da poco dismesso il biberon ma che sono già reazionari quanto un vecchio sceriffo texano. E se ultimamente l’oggetto delle sue tirate era sempre Trump, qui il presidente dalla bizzarra chioma non è l’unico bersaglio. Young cavalca i tempi e si scaglia contro il riscaldamento globale, contro il suprematismo bianco e a favore dei diritti LGBT. Niente male per un ultrasettantenne che si è ritirato tra le montagne del Colorado, ma capace anche – non dimentichiamolo – di sposare l’icona di Hollywood Daryl Hannah appena un anno fa.
Rece positiva

Dieci nuovi brani che sanno di greatest hits, anche se si tratta di soli inediti. Il leone canadese in questo ennesimo lavoro in studio sembra ripercorrere il meglio della sua variegata carriera, il tutto con una scrittura ancora cristallina nonché un’invidiabile grinta. [...] Non credo di esagerare nel definire Colorado il miglior album di Neil Young da venticinque anni a questa parte (e ciò che c’è stato in questo lasso di tempo non è comunque affatto da buttare).
Rece positiva

Colorado mantiene in auge tutti gli stilemi classici del canzoniere: dieci tracce in cui ballad acustiche e schitarrate rock cariche di epicità si uniscono magistralmente donando all’intero lavoro un suono, quasi difficile da ascoltare, sul quale pesa la scelta di aver registrato in analogico. Sebbene si percepisca l’assenza di brani capolavoro, il disco strizza l’occhio a lavori del passato.
Rece positiva

Sarebbe semplice dire che il mondo ha ancora bisogno di Neil Young, come per ogni tentativo di rendere etereo un artista. Ma ciò che andrebbe davvero ringraziato invece è quella sensazione che ancora lo anima, che ancora lo spinge a condividere quella tristezza e nostalgia. Quella sensazione atavica di insoddisfazione, ben più astratta delle generazioni, che avvolge la società. Quella malattia dell’anima di un mondo che cammina senza raggiungere nessun posto, che grida senza dire nulla, che piange senza avere lacrime. Alla continua ricerca di avere qualcosa da cercare.
Voto 7.9

Come è successo per parecchi dei suoi ultimi dischi, arrivati al termine capisci che nessuna di queste canzoni insidierà mai il suo consolidato greatest hits, nonostante sia un disco dignitosissimo (per me un 6/7 per gli amanti dei voti). Neil Young ne è conscio perché ancora una volta il suo messaggio è chiaro: l'importante è il fine non il mezzo. E così sarà, coerentemente, fino alla fine dei suoi giorni. Statene certi.
Rece positiva

Voto 7: nessun brano epocale anzi è più una scorribanda di artisti che non sanno il significato della parola “catene”. Astenersi perditempo.
Voto 7

Quando Neil Young è accompagnato dai soliti Crazy Horse c’è da dire che le cose non vanno mai o quasi in modo negativo, come se le ultime stille di sudore e briciole di creatività venissero convogliate in quella sicura direzione. Colorado dura ben 50 minuti, oltre 13 occupati dalla solita long track, "She Showed Me", forse la più monotona e inutile mai incisa dal canadese, con quel refrain ripetuto all’infinito che inficia la qualità del disco, già di suo non proprio eccelsa. [...] Ma il canadese, si sa, è una cavallo pazzo duro a morire e riesce a rialzarsi in piedi per la seconda parte del disco, [...] dove troviamo un poker di songs davvero niente male. I sei minuti di "Milky Way", decisamente il vertice dell’album. [...] Il piano di Nils Lofgren in "Eternity", quasi una outtake dei seventies, la corale e solare "Rainbow Of Colours" ed il finale in punta di piedi di "I Do" che ci rallegrano il cuore e ci spiegano che a 73 anni si può ancora comporre bella musica
Voto 6.5

Paradossalmente sono proprio le stazioni acustiche, quando la collera lascia il posto all’intimità, a sostenere le ragioni di Colorado: l’apertura folk sghangherata e dylaniana con "Think of Me", le docili melodie pianistiche di "Green is Blue" ed "Eternity", quasi fanciullesche nella loro armonia (e con falsetto younghiano d’ordinanza), il finale con "I Do", canzone che riflette tutta la delicatezza e lo spleen esistenzialista del Neil Young ombroso, che canta sussurrando a cuore aperto.
Voto: :-|

Questo ennesimo album è un po’ un ritorno alla zona di comfort assicurata dai Crazy Horse, a cui periodicamente il Nostro fa ritorno, dettata dalla proverbiale e massiccia presenza del muro di chitarre e da lunghe divagazioni strumentali, inframezzate però dalle consuete e intime ballad tipicamente younghiane. Sono proprio queste ultime (“Think of Me”, “Eternity”, “I Do”), impreziosite spesso dal piano oltre che la consueta armonica a bocca, ad essere gli episodi più riusciti, osservazione che stona con il disco che segna proprio il ritorno dei Crazy Horse.
Voto 5

mercoledì 6 novembre 2019

Colorado: recensioni internazionali


Colorado dimostra che Young, 73 anni, non ha perso neanche un briciolo della sua grinta e della sua passione... Colorado dice così tanto, e in modo così bello, che è valsa l'attesa.
The Indipendent
Voto 10

Colorado ribadisce la promessa di Young che la ruggine non dorme mai, anzi pare che migliori invecchiando.
Exclaim
Voto 9

Neil Young & Crazy Horse hanno rinnovato il loro legame musicale durante una manciata di spettacoli improvvisati nel 2018 e poi si sono ritirati sulle Montagne Rocciose per registrare Colorado. È un lavoro altrettanto spontaneo, anche se troppo informale in certi punti, che tuttavia cattura tutta la chimica che c'è tra questi bravi musicisti.
Glide Magazine
Voto 8

Oltre 50 anni dopo, i riff sporchi e le morbide armonie sono intatti e i testi ancora sentiti.
Rolling Stone
Voto 8

Il leggendario songwriter potrebbe facilmente riproporre vecchie canzoni e suonarle su strade sicure, invece ha scritto un album pieno di canzoni accattivanti, con graffianti riff che parlano della speranza per il futuro anziché soffermarsi sul passato.
Clash Music
Voto 8

Non più in fuga, Madre Natura sta "spingendo la Terra in una carrozzina". Questo tema, che ricorre spesso nell'opera di Young, riecheggia nel feroce guaito di "Shut It Down" e nella più cupa "Green Is Blue".
Classic Rock Magazine
Voto 8

Se Psychedelic Pill era tra i suoi viaggi più lunghi e più strani, Colorado ha un fascino più rustico, alla Prairie Wind o Harvest Moon, ma potenziato dalle chitarre.
Uncut
Voto 8

Young offre canzoni ruvide e dirette sullo stato dell'ambiente, leggermente edulcorate dalle ballad sognanti per la sua terza moglie, Daryl Hannah (la star di Splash è descritta come "una sirena nella via Lattea"), cantate in un tenero e tremolante falsetto.
The Telegraph
Voto 8

Questa volta c'è sicuramente più attenzione: solo l'ecologica "She Showed Me Love" si dilunga oltre i minuti crogiolandosi nello spazio che ha a disposizione.
The Observer
Voto 8

Colorado è più concentrato rispetto a Psychedelic Pill, e lo si sente soprattutto nelle armonizzazioni vocali.
Mojo
Voto 8

Certo non è implacabile come The Monsanto Years del 2015 [...] ma il suo impegno per trovare un modo migliore di fare le cose impregna ognuna delle dieci canzoni dell'album.
New Musical Express
Voto 8

Su pezzi come "Olden Days" e "Rainbow of Colors", le melodie folk di base di Young sono rese più grintose e pesanti dalla band.
Pitchfork
Voto 7.4

In un momento in cui un grande album di Neil Young sarebbe stato più che benvenuto, Colorado è un album buono, ma si dimostra il lavoro di un grande artista e questo è più di quanto si possa dire delle ultime proposte che Young ci ha fatto.
Allmusic
Voto 7

Il risultato finale è un altro album di Neil Young da aggiungere alla pila dei "passabili" e dei "non male" che ha accumulato nell'ultimo decennio, mentre il flusso costante di pubblicazioni d'archivio evidenzia le potenzialità che Neil Young è in grado di raggiungere quando è al suo meglio: bravo quanto qualunque altro artista nella storia del rock, e sicuramente meglio di così.
The Guardian
Voto 6

I suoi apici - gli assoli vintage dei Crazy Horse, una manciata di ballad deliziosamente intime - vengono guastati dagli stessi problemi che caratterizzano il recente lavoro solista di Young, in particolare voci stonate e la tendenza a un goffo lamento ambientalista, simile a quello di un vecchio zio brontolone.
Slant Magazine
Voto 6

Non si può accusare Young di non indossare tutti i distintivi, le bandiere e gli emblemi appropriati, ma il messaggio si è fin troppo logorato nel corso degli anni. Fortunatamente, i Crazy Horse sono affidabili come sempre, anche se non dimostrano nessuna nuova idea.
Under The Radar
Voto 6

Più che i classici del passato di Neil Young & Crazy Horse, Colorado ricorda l'ultimo album di Young, The Visitor del 2017. Come quello, Colorado è un'opera politicamente carica e disomogenea che nei suoi momenti migliori si avvicina abbastanza alle glorie passate di Young per soddisfare i suoi fan irriducibili. E se non vi piace? Beh, probabilmente ce ne sarà un altro l'anno prossimo.
Boston Globe
Voto 6

Fonte: Metacritic

mercoledì 30 ottobre 2019

Neil Young & Crazy Horse: Colorado (Reprise Records, 2019)


 1. Think of Me 
 2. She Showed Me Love 
 3. Olden Days 
 4. Help Me Lose My Mind 
 5. Green Is Blue 
 6. Shut It Down 
 7. Milky Way 
 8. Eternity 
 9. Rainbow of Colors 
 10. I Do

 Single 45"
 1. Truth Kills
 2. Rainbow of Colors (live debut)

Crazy Horse:
Neil Young, Billy Talbot, Nils Lofgren, Ralph Molina
Prodotto da Neil Young e John Hanlon


Dobbiamo essere grati a quest’uomo, che pur avvicinandosi alla soglia dei tre quarti di secolo continua a regalarci ogni anno due/tre dischi di ottima fattura, sia nel caso di raccolte di canzoni nuove, sia nel caso di reperti del passato, più o meno recente. Certo, non bisogna chiedergli del progetto antologico Archives Vol. 2; o meglio, chiedere si può, lui risponde anche dando date di uscita, poi puntualmente pospone. A dispetto delle vendite calanti, la sua fama non va certo scemando. Anzi, mai come in questi ultimi anni aumentano le cover che altri artisti fanno delle sue canzoni, anche quelle più oscure e meno famose. E poi, diciamolo, Rockin’ In The Free World è da trent’anni nel repertorio di tutte le garage-band, di quelle che fanno uso di chitarre (le altre non ci interessano), e anche in quello di molti colleghi affermati, dai Pearl Jam ai Bon Jovi e ai Krokus, da Lucinda Williams a Suzi Quatro.
Colorado è l’ultima uscita discografica di Neil Young. Per l’occasione ha riunito i Crazy Horse a distanza di sette anni dall’ultima volta (sebbene Nils Lofgren qui sostituisca Frank Sampedro). Non solo, ma con questo lavoro Neil Young & Crazy Horse festeggiano i 50 anni di carriera: non male, per un manipolo di musicisti sempre considerati assai “poco bravi”. Al nostro adorato canadese (tra poco finalmente cittadino americano) non verrà mai assegnato il Nobel per la letteratura, ma i testi di Colorado trasudano onestà, passione e amore, sbattendoti in faccia la verità in modo crudo e schietto mentre si parla di sentimenti personali, di ecologia e di politica, nel tipico mix younghiano dell’ultimo decennio.
In apertura “Think Of Me”, che sembra uscire da Silver & Gold o Prairie Wind (e deve certamente qualcosa ai pezzi di quegli album, come “Good To See You” e “Here For You”), ma l’attitudine sgangherata dello stile dei Crazy Horse si fa subito notare. “She Showed Me Love” è una lunga cavalcata elettrica dove il titolo, ripetuto più volte, diventa un mantra ossessivo; purtroppo però non riesce a sviluppare veri assoli interessanti e si ha l’impressione che si trascini troppo a lungo, inutilmente, senza una direzione precisa (e pure che, nella parte iniziale, sia un po’ troppo debitrice a “Down By The River”).
“Help Me Lose My Mind” (con un coro fantastico e basata su un’atmosfera tipicamente horsiana), “Milky Way” (con un riff suadente, peccato sfumarla così dopo 5:59) e “Shut It Down” (incazzata quasi quanto “Piece Of Crap”) formano la parte più rock e probabilmente sono le cose migliori dell’album. Le ballads sono quattro, due delle quali veramente meritevoli: “Olden Days” (dedicata ai bei tempi andati, ben strutturata con un ritornello che spicca) e “Green Is Blue” (tra le più toccanti composizioni al pianoforte di Young, senza esagerare). Un po’ più sempliciotte “Eternity” (che poggia su un piano da saloon e sulla batteria) e “I Do”, comunque piacevoli. “Rainbow Of Colors”, dopo un primo ascolto nel quale la si liquida facilmente come l’ennesimo inno ambiental-umanistico musicalmente trito,  ha il merito di crescere ascolto dopo ascolto, forse perché ben assorbita nel resto.
Siamo lontani dal capolavoro, ma c’è dell’ottima musica qui dentro. Il sound, sebbene a tratti fin troppo claudicante stile “buona la prima”, è quello del Cavallo. “Questo non è un disco, questa è una band!” strilla Young durante le sessions filmate nel documentario Mountaintop (di prossima uscita in una special edition dell’album, oltre che naturalmente su www.neilyoungarchives.com).
Ovviamente ci sarà chi farà i paragoni con i Promise Of The Real, che hanno accompagnato in tempi recenti Young in svariati tour, tre dischi e un film con relativa colonna sonora, oppure con l’ultimo capitolo Crazy Horse, Psychedelic Pill, considerato dai fans uno dei suoi album migliori del nuovo millennio, oppure ancora con il catalogo younghiano dei ‘70.
Il chitarrista Frank Sampedro, dal 1975 a fianco di Young nei Crazy Horse e in altri progetti musicali, ora fa il pensionato alle Hawaii. Al suo posto è tornato Nils Lofgren, già in studio più volte con il canadese (l’ultima nel 1982, ma in seguito è stato nella band che accompagnava Neil nell’Unplugged del 1993). Resiste fin dal 1969 la sezione ritmica formata da Billy Talbot e Ralph Molina. Insieme al primo chitarrista Danny Whitten, scomparso nel 1972, sono musicisti che hanno fatto la storia del rock creando un suono che è diventato un marchio: direi che questo chiude la questione Promise Of The Real.
La differenza che potremmo trovare con Psychedelic Pill è che, mentre là si sono costruite le canzoni (o almeno una parte di esse) intorno al sound Crazy Horse, qui Young ha portato allo Studio In The Clouds (Telluride, Colorado, ben oltre i 2700 metri di altitudine) i suoi pezzi già presentati in concerto, per poi farli diventare brani del Cavallo Pazzo con l’aiuto del co-produttore John Hanlon e con il ricordo dell’amico manager Elliot Roberts (a lui è dedicato Colorado) nella mente e nel cuore.
È vero, la creatività non potrà (no, ovvio che non può) essere quella di quaranta o cinquanta anni fa, ma mai si potrà imputare a Neil Young di fare dischi senza sentimento e senza sincerità. Ha senso, quindi, rivangare ogni volta Everybody Knows This Is Nowhere, Zuma o Rust Never Sleeps?
Le vere noti dolenti riguardano la confezione. Colorado esce nella versione compact disc con 10 brani; nella versione in vinile è doppio, ma una facciata è vuota, anche se viene aggiunto un singolo con due pezzi (la versione solista dal vivo di “Raimbow Of Colors” e “Truth Kills”, questa in studio con i Crazy Horse), non disponibili sul cd e non disponibili per il download (se non dal sito di Young): che senso ha tutto ciò? Inoltre nello striminzito booklet non sono inclusi i testi. A cosa serve ripetere per dieci volte i credits praticamente uguali delle canzoni? Dal supporto “fisico” si pretende qualcosa in più, che giustifichi anche la spesa maggiore rispetto al download o allo streaming.
Ascoltiamoci con calma Colorado, più e più volte, e lasciamolo fluire e crescere dentro di noi, magari mentre ci facciamo “una corsa su una vecchia macchina, lungo la costa, sotto le stelle”.
Click clack clickety-clack… whooo 
Click clack clickety-clack…  whooo 
Click clack clickety-clack…  whooo 
Click clack clickety-clack…  whooo

Luca “Borderwolf” Vitali & MPB, Rockinfreeworld


giovedì 18 luglio 2019

Yin... & Young: excursions into Asian territory


Tempo di lettura: 1 birra media

Sul finire degli anni ’80 era divenuto celebre il filmato di un giovane universitario cinese che non lasciava passare un carro armato durante gli scontri di Piazza Tienanmen. A quell’episodio Neil Young dedicava la sua “Ohio” durante il tour del 1989. Sulla copertina di Freedom, uscito nell’ottobre di quello stesso anno, Young indossava un cappello cinese con la stella.
Sono le uniche connessioni che io riesca a ricordare tra Neil Young e la Cina, salvo una versione in cinese di Heart Of Gold ascoltata tanti anni fa in un ristorante in Francia (giuro!), la citazione in China Disco Bar di Elio e le Storie Tese contenuta in Figgatta de Blanc del 2016 e forse qualche maglietta…
In questo articolo cercheremo di capire quale sia il livello di popolarità del canadese all’ombra della muraglia cinese.
Che io sappia, nessun album è uscito ufficialmente da quelle parti, al contrario di Taiwan e Hong Kong, ma per ora ci limitiamo a parlare della Repubblica Popolare Cinese.
Non potendo usufruire di cifre di vendita vere e proprie, ci affidiamo al mercato dello streaming.
Mercato in espansione, tra i cinesi, con un boom clamoroso negli ultimissimi anni. La Cina rivaleggia con i maggiori concorrenti europei (Inghilterra, Germania e Francia) e si prepara a sbaragliare anche il Giappone, dopodichè verrà gettata la sfida agli Stati Uniti, con previsioni di sorpasso che si aggirano in circa 10 anni, proseguendo con questo trend. La sua forza sta nell’avere una popolazione di quasi 1.500.000.000 di persone.
Attenzione alle cifre perché cambiano anche sensibilmente a seconda delle fonti ma, rimanendo strettamente in ambito streaming, la maggiore piattaforma è Tencent Music Entertainment Group, che (dopo la fusione del 2016 tra Tencent Music, la quale possedeva QQ Music, e China Music Corp, che possedeva KuGou e Kuwo) detiene il 76% del mercato e i diritti, tra gli altri, sulle canzoni di Sony Entertainment, Warner Music/Time Warner e Universal Music/Comcast. 76% del mercato significa avere 800 milioni di utenti, la metà attiva mensilmente. Per fare un paragone, Spotify ha globalmente 217 milioni di utenti attivi mensilmente, 100 dei quali abbonati (pare più o meno come Tencent), mentre Apple dovrebbe essere intorno ai 50 milioni di abbonati.
Tornando alla Cina, il restante 16% è controllato da NetEase Cloud Music, e l’ultimo 4% da Baidu Music.
Per quantificare il livello di popolarità degli artisti occidentali in Cina, e per saggiare l’importanza o meno di Neil Young, ci baseremo sul numero di followers nella maggior piattaforma del paese.
Lontano, lontanissimo, dalle cifre delle pop stars più affermate (Taylor Swift tra le donne e Justin Bieber tra gli uomini, entrambi vicini ai 7.000.000 di followers) o da quelle delle band più cool (Maroon 5, 4.242.000), Young vanta 14.000 fans. Per fare paragoni più consoni, i Beatles ne hanno 413.000, Bob Dylan 185.000 (ma lui in Cina ci ha suonato), gli Eagles 151.000, Leonard Cohen 143.000, Bowie 85.000, Presley 78.000, John Lennon 64.000, i Led Zeppelin 62.000, Clapton 57.000, gli Stones 48.000, Elton John 37.000, Cash 31.000, McCartney 26.000. Con meno followers del nostro canadese troviamo Doors e Paul Simon (12.000), Hendrix, Springsteen, Willie Nelson, Waits e Santana (tutti 11.000), Lou Reed e Patti Smith (8.000), Deep Purple e Who (7.000), Creedence, Lynyrd Skynrd e Joni Mitchell (6.000); Buffalo Springfield, CSNY, Nash, Stills e Crosby sono tutti sotto i 1.000.
Harvest sul mercato Giapponese
Gli appassionati younghiani (un’amica mia e della community Rockinfreeworld direbbe neilyoungici, bellissimo neologismo), tra i 106 album disponibili su y.qq.com, possono ascoltarsi After The Gold Rush che in realtà è un live del 1986, Change Your Mind (un broadcast radiofonico) e un Live in Concert con i Ducks.
Altro mercato in espansione e dalle potenzialità enormi è quello indiano, ormai entrato nella Top 20. La Repubblica dell’India può partire da una base di oltre 1.300.000.000 abitanti che ovviamente ingolosiscono l’industria musicale. La piattaforma maggiore è Gaana, 100 milioni di utenti attivi mensilmente, che detiene il 25% del mercato indiano, superando il 20% di Apple, il 20% di YouTube e il 14% di Wynk.
Utilizzando appunto i dati Gaana, abbiamo One Direction con 59.000 followers al primo posto tra le band, e anche qui primi Justin Bieber tra gli uomini (con 167.000, ad esempio Michael Jackson ne ha un quarto) e Taylor Swift tra le donne (60.000, in lotta con Shakira). Segnalerei Bob Marley con 13.000, i Beatles con 7.600, Elvis con 3.200, Dylan con 2.700, Lennon con 2.400, Rolling Stones con 1.500, Elton John con 1.400, Springsteen con 625, Creedence Clearwater Revival con 332, McCartney con 286… e Neil Young con 251 (l’1 sono io…).
In India almeno Old Ways e Unplugged sono stati pubblicati ufficialmente; altre notizie non sono riuscito a reperirle.
E dopo essermi fatto gli affari di quasi 3 miliardi di persone, risolvo un dilemma lasciato in sospeso. Ho controllato: nessuna delle mie t-shirt di Neil Young è “made in China”! E le vostre?

Luca “Borderwolf” Vitali, Rockinfreeworld

sabato 29 giugno 2019

Tuscaloosa 1973: rassegna stampa



Quello di Tuscaloosa è un concerto che non è mai girato molto nel circuito dei fan e, seppure nel disco non sia stato riportato l’intero set, c’è davvero poco di cui rammaricarsi, è un ascolto davvero di grande qualità.
Voto **** (su 5)

Tuscaloosa non è certo il miglior live uscito dagli immensi archivi di Young, eppure, nonostante le esecuzioni abbiamo una messa a fuoco non sempre centrata, le undici canzoni in scaletta vibrano di un’intensità spigolosa, pungente, quasi selvaggia.
Voto 7 (su 10)

"È affilato, come quelle canzoni dolci con un lato tagliente. È un trip essere di nuovo a Tuscaloosa, Alabama, e cantare quelle canzoni da Harvest e da Time Fades Away" ha raccontato recentemente Young dopo aver riascoltato i nastri di quel concerto.
Rece positiva

11 brani mai pubblicati prima, con Neil Young che si esibisce live insieme agli Stray Gators all’Università dell’Alabama, Tuscaloosa, il 5 febbraio 1973. La stessa line-up di musicisti – Tim Drummond (basso), Kenny Buttrey (batteria), Jack Nitzsche (piano) e Ben Keith (steel guitar) – la ritroviamo anche in Harvest e Time Fades Away.
Rece positiva

in aggiornamento

lunedì 17 giugno 2019

Tuscaloosa 1973: recensioni internazionali


Sebbene il suo Harvest del 1972 fosse l'album più venduto in America quell'anno, Young non era dell'umore giusto per festeggiare. Era scosso dalla recente morte dell'amico ed ex-compagno di band Danny Whitten, che ebbe una overdose fatale la stessa notte in cui Young lo allontanò dalle prove per il tour di Harvest, già teso di per sé. In seguito Young lamentò "problemi di denaro" e a un certo punto i concerti diventarono così traballanti che chiese a David Crosby e Graham Nash di unirsi a lui per aiutarlo sulle armonie vocali. Young era anche turbato dal suo crescente successo da solista, al punto che cercò di svalutarlo riempiendo i concerti di nuovo materiale che il pubblico non aveva mai sentito, anziché muoversi tra le canzoni familiari che definivano già la sua carriera. Forse questo spiega l'arrivo, nell'ottobre del 1973, di Time Fades Away, un frammento del tour costituito dalle canzoni inedite, invece della ricca scaletta del suo concerto del 5 febbraio alla University of Alabama.
Young ha tenuto bloccata quella registrazione per 46 anni prima di selezionarla per la sua serie di Archivi. Meglio tardi che mai. Anche se non presenta la serata completa, questo disco fotografa Young e gli Stray Gators, la sua band tra il 1971 e il 1973, in piena forma. La qualità del suono è sorprendentemente chiara e la band regala una sequenza di brani che include 5 delle 10 canzoni di Harvest, un paio da album precedenti e una manciata di canzoni nuove. I musicisti - Tim Drummond al basso, Kenny Buttrey alla batteria, Jack Nitzsche al piano e Ben Keith alla steel guitar - dimostrano una disinvoltura che ci fa ricredere sul leggendario contesto turbolento del tour. Sembrano rilassati e comodi mentre scivolano pacatamente dietro a Young in modo da consentirgli di portare avanti il concerto senza fargli fare tutto il lavoro pesante. Buttrey crea una struttura senza fronzoli nel semplice ritmo di "Old Man" mentre Keith aggiunge ornamenti alla steel guitar che brillano congiunte al caratteristico tono acuto di Young. Anche se la sua voce è una parte del coro, fa un lavoro ammirevole considerando anche che il campo sportivo in cui suonarono non fu costruito pensando alla fedeltà sonora. (Ma non tutto è andato così bene: Young ha detto che "The Loner" era troppo stonata per includerla.)
Young è altrettanto bravo da solo in "After The Gold Rush", il secondo dei due pezzi solisti che aprono Tuscaloosa. Accompagnata dal pianoforte, la sua voce sembra desolata e piena di desiderio mentre si spinge fino all'apice della sua estensione. Senza i fiati che adornavano la versione in studio, Young alimenta la parte centrale con un assolo di piano semplice e funzionale. Poi, con la band, alza il volume su una versione stridente di "Alabama", canzone forte sulla problematica razziale dello stato omonimo. Non è audace quanto "Southern Man", più tagliente, ma Young non si tira indietro. La chitarra è densa e acuminata su un riff muscoloso, mentre Nitzsche aggiunge sfumature con il pianoforte in chiave minore, il tutto completato da irregolari armonie vocali sul ritornello.
Anche se non è mai stato famoso per le sue battute sul palcoscenico, Young qui si dimostra (relativamente) estroverso e coinvolgente. Introduce "After the Gold Rush" dicendo che "riguarda un sogno che ho fatto una mattina" e dedica "Lookout Joe" alle truppe americane di ritorno dal Vietnam, dove gli Stati Uniti avevano sospeso le operazioni di combattimento poche settimane prima. "Heart Of Gold" inizia con un aneddoto sul rifiuto di concederla in licenza per una pubblicità, ma Young dice subito alla folla, "non battete le mani, me la sto inventando, non è una storia vera“.
Non male per un ragazzo con una vena misantropica piuttosto pronunciata. Eppure la sua figura scontrosa ha a lungo contrastato con gli elementi più teneri della sua musica, che riescono a essere intimi e commoventi, almeno quando non è a tutto volume. Tuscaloosa mette in mostra la gamma completa di Young, il che lo rende un raro scorcio di un artista ormai iconico in un momento in cui stava lavorando per trovare un equilibrio tra la sua soddisfazione e il piacere del pubblico.
Voto 8


C'è qualcosa di speciale in Tuscaloosa. È forse il set che si avvicina di più a fornire un esempio unico del suo dualismo acustico/elettrico e country/rock, quindi uno dei live album che potrebbe andar bene da portare sulla famosa isola deserta o su quell'astronave su cui l'umanità fugge in "After The Gold Rush". [...]
Tuscaloosa non è nemmeno un affresco completo della serata del 5 febbraio 1973; apparentemente il registratore non era acceso all'inizio e alla fine, in più Neil ha lasciato fuori un paio di pezzi nel mezzo perché, beh, lui è Neil. Ma le 11 canzoni qui presenti sono un esaustivo viaggio attraverso il potpourrì dei suoi stili classici: due canzoni acustiche soliste seguite da quattro ballad con tutta la band nello stile dell'epoca, fresco dell'uscita di Harvest. Infine cinque brani completamente elettrici. [...] Gli Stray Gators sono il gruppo che riesce a tirar fuori il meglio almeno dal suo lato più "rurale", ma che oltre a Harvest del 1972 (da cui provengono quattro di queste canzoni) hanno in seguito realizzato i più pesanti Time Fades Away e Tonight's The Night, di cui l'ignaro pubblico di Tuscaloosa ascolta quattro brani in anteprima, due per album. E' particolarmente bello sentire il tocco country di Ben Keith alla pedal steel o alla slide guitar, come su "Lookout Joe" dal sapore southern-rock.
I classici acustici che costituiscono la prima parte del disco sono già stati protagonisti di altre uscite, e questo porterebbe a sottovalutare la loro presenza qui. Nonostante il "fattore-comfort" di canzoni apparentemente rilassate come "Here We Are In The Years" e "Out On The Weekend", basta aumentare il volume e sentire la voce di Young al limite della sua elasticità per ricordarci quanto fossero tutt'altro che confortevoli le correnti sotterranee presenti nel suo materiale, una distopia hippy che è un tema ricorrente nella sua produzione dal 1969 al 2019. Ma sono le canzoni meno vivaci nella seconda metà del set che rendono Tuscaloosa un valido acquisto. L'assolo di "Lookout Joe", incentrata su un veterano del Vietnam con il suo ritornello "i vecchi tempi erano bei tempi", suona come una bevuta per tirarsi su. "Time Fades Away" è uno dei pezzi più veloci nel catalogo di Young e "New Mama", scritta per Carrie Snodgress dopo la nascita del loro figlio, è un raggio di sole piuttosto aggressivo. Il fatto che tutti questi live superino le loro controparti in studio è un valore aggiunto.
Ma se siete qui per Neil Young volete soprattutto le sue canzoni rumorosamente elegiache - vero? La chiusura dell'album, "Don't Be Denied", è un importante recupero di uno dei suoi brani più trascurati. Ascoltando questa versione di una canzone che raramente è apparsa dopo il 1973, vi renderete conto di quanto è autobiografica, rivelando la sublimazione dei traumi familiari del giovane Neil in arte, e dell'agrodolce sapore del diventare "commerciale". La canzone ha anche uno dei riff di chitarra più belli che abbia mai creato. [...]
Voto: 9


Altre recensioni in breve (da Metacritic)

Alcune uscite negli archivi di Neil Young sono state più formali, complete e soddisfacenti quanto Tuscaloosa. Anche se qui mancano due brani rispetto alla registrazione originale, nessun'altra ha la sua stessa importanza "sociale": persino un artista estremamente istintivo come Neil Young non poteva prevedere l'attualità nel 2019 di un album il cui titolo si riferisce allo stato meridionale degli USA. 
Glide Magazine
Voto: 8

Tuscaloosa presenta Neil e la sua band in uno stato d'animo caldo, a volte cupo, ma meno conflittuale, e l'atmosfera qui è nel complesso positiva.
Allmusic
Voto: 8

Tuscaloosa è un documento incredibilmente prezioso di Neil Young nel 1973, quando combatte i suoi demoni di fronte a migliaia di persone e ci consegna alcune delle sue creazioni più sentite.
Uncut
Voto: 8

Alcuni dei momenti migliori degli 11 brani sopravvissuti di questo spettacolo all'Università di Tuscaloosa [...] sono la dolce, elegiaca "After The Goldrush" e l'audace "Alabama".
Mojo
Voto: 6

...in aggiornamento...
Traduzioni: MPB, Rockinfreeworld