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Neil Young & Crazy Horse - Colorado

Il ritorno del Cavallo tra le nevi del Colorado. L'ultimo album mescola il grunge di protesta alle ballad intimistiche, regalando momenti di puro incanto.

Neil Young & Stray Gators - Tuscaloosa 1973

Il nuovo live d'archivio è tratto dal tour 1973 con la formazione originale di Harvest. 11 canzoni acustiche ed elettriche, solari e oscure, a cavallo tra il successo e il dolore.

Neil Young Archives

Il sito web ufficiale dove potete rivivere l'intera carriera di Neil Young: canzoni, album, film, inediti, foto, manoscritti, memorabilia, video, radio clips e tanto altro.

martedì 3 marzo 2020

Rassegna stampa d'epoca: After The Gold Rush / Harvest


AFTER THE GOLD RUSH - 1970

I critici scrivevano quattro anni fa che Neil Young era il messia della musica rock. Scrivevano della sua anima ritmica, della sua calibrata chitarra, della sua strana, altissima ed emozionante voce, e della sua abilità di cantautore. Non si sbagliavano allora, non si sbagliano oggi. After The Gold Rush (Reprise) è di sicuro uno dei migliori album dell'anno, forse dell'intero decennio, e deriva interamente dal genio unico di Neil Young.
Non sono in molti ad avere la versatilità di Young. […] In After The Gold Rush Young si unisce nuovamente a Stills (che canta) e ai Crazy Horse. Ma è Young che tira le redini, ed è lui a fare dell'album un successo senza mezzi termini. Dalla sua hit del momento, “Only Love Can Break Your Heart” alla brillante “Southern Man”, la forza e l'astuzia musicale di Young dominano il disco, fornendogli una presenza melodica e testuale che non è possibile ignorare.
Le note alle canzoni rivelano che molte di esse – tutte scritte da Young – sono state ispirate da una sceneggiatura di Dean Stockwell e Herb Berman. “After The Gold Rush” e queste canzoni dovrebbero diventar parte della colonna sonora del film.
Non c'è una canzone che non apprezzerete. Quella che dà il titolo è una splendida, enigmatica odissea di arcieri e navi spaziali. “Only Love Can Break Your Heart” dipinge un quadro doloroso di solitudine (“Ho un amico che non ho mai visto. Nasconde la sua testa in un sogno”). “Cripple Creek Ferry” si libra leggera, “Oh Lonesome Me” è una versione melancolica del classico di Don Gibson.
Ma per la sua potenza, niente può stare alla feroce e drammatica “Southern Man”, canzone che riflette tutto ciò che c'è di buono nella musica rock. Ci vuole un po' per trovare un testo che possa competere con questo: “Ho visto il cotone, ho visto il nero, alti magioni bianche e piccole baracche. Uomo del Sud quando li risarcirai? Ho sentito le urla e gli schiocchi della frusta...” E poi arriva la domanda, che richiede una risposta in un crescendo musicale: “Per quanto ancora? Per quanto ancora?”
Un album dal fascino genuino come questo non si è visto da mesi. Se qualcuno può far rivivere i dolenti marchi del rock, questo è Neil Young. Solo la forza di questo disco renderà il 1971 in grado di competere con l'anno di Sg. Pepper. 
Tom Gearhart, Toledo Blade 1970


HARVEST - 1972

Dopo una notevole attesa questo mese è uscito il quarto album di Neil Young. C’era il dubbio di cosa aspettarsi dalle canzoni, se del tipo “registrazioni da salotto” come After The Gold Rush o un ritorno al feel del gruppo Neil Young & Crazy Horse.
Dopo aver registrato il Johnny Cash Show a Nashville, Neil Young e l’amico Jack Nitzsche sono fuggiti dalla pressione degli studios televisivi con una jam a tarda notte insieme ad alcuni musicisti locali: Ben Keith (chitarra steel), Kenny Buttrey (batteria), Tim Drummond (basso), Neil alla chitarra e Nitzsche al piano. Sono andati subito d’accordo e hanno suonato per ore, e il problema di Harvest è stato risolto quando è nato questo gruppo momentaneo – gli Stray Gators.
C’è sempre stata una forte influenza country ad impreziosire gli album di Neil Young, ma questa è la prima volta che sono stati usati musicisti country o la chitarra steel. Le canzoni sono le seguenti.
“Out On The Weekend” (4.35). Un’introduzione di armonica alla Dylan sopra un lento ma incisivo ritmo creano un tono triste per la disillusione del testo: “Penso che farò su i bagagli e comprerò un pick up / me ne andrò a L.A.”. La voce di Neil Young non può essere definita “bella” in senso tecnico ma possiede un’identità. C’è un’intensità nel suo canto che ti richiede non solo di ascoltare, ma di percepire. La voce è sottolineata dai suoi testi addolorati – lui è l’archetipico solitario. “Guarda il ragazzo solitario / fuori nel weekend / che cerca di ricavarne qualcosa / non riesce ad essere felice / cerca di parlare e / non riesce ad iniziare”.
Una chitarra steel d’effetto completa il mood.
“Harvest” (3.03). Ha un pigro feeling country ed è cantata ad una donna che si è appena svegliata. “Ti ha forse svegliato / per dirti che / era solo un cambio di programma?” Tipica è l’astinenza dal diventare troppo coinvolti: “Be’ vedo che dai più di quanto io possa prendere / raccoglierò soltanto qualcosa”
“A Man Needs A Maid” (4.00). Questa è la prima delle due canzoni con la London Symphony Orchestra, registrate a Londra lo scorso anno. La voce solitaria e il piano reggono il testo meditativo: “La mia vita sta cambiando in tanti modi / Non so più a chi credere”. Il ritornello si costruisce con il grandioso contributo dell’orchestra intera. Il testo implica il non-coinvolgimento: “Solo qualcuno che tenga la mia casa pulita / mi faccia da mangiare e se ne vada”. Anche se termina quasi nella disperazione della realtà: “Quando ti rivedrò ancora?”.
“Heart Of Gold” (3.05). L’attuale singolo di Young (nel lato B c’è “Sugar Mountain” che non esiste su album). Di nuovo l’armonica e un riempimento semplice ma d’effetto, con il testo che parla della non-realizzazione. “Sono stato in cerca di un cuore d’oro / e sto invecchiando”. Al ritornello finale si aggiungono James Taylor e Linda Ronstadt, anch’essi presenti agli studios di Nashville.
“Are You Ready For The Country” (3.21). Suona come, e potrebbe esserlo, una jam dal vivo tra amici. Jack Nitzsche scivola sulla slide per questa canzone simile a “Rollin’ And Tumblin”. Il motivo familiare è in qualche modo rivitalizzato dai superbi “non-testi” di Young: “Scivolando e slittando / e giocando a domino / andando a destra e a manca / non è un crimine, lo sai”. Ai cori del ritornello ci pensano David Crosby e Graham Nash.
Lato due.
“Old Man” (3.22). Una delle canzoni più riuscite, con un banjo brillante e la chitarra steel. La canzone è ispirata a un vecchio che vive nel ranch di Young: “Vecchio uomo guarda la mia vita / sono molto com’eri tu”. Sono presenti anche temi familiari sulla solitudine e sull’amor perduto: “amore perduto / quale costo / mi dà cose che non vanno perse”. Ancora sta cercando un cuore d’oro: “ho bisogno di qualcuno che mi ami per tutto il giorno / oh, uno sguardo nei miei occhi e puoi vedere che è vero”. James Taylor e Linda Ronstadt sono le seconde voci.
There’s A World (3.00). La seconda traccia con la London Symphony Orchestra, davvero drammatica. Archi, arpe, timpani, è usato tutto, e non posso evitare di pensare che il risultato finale sia un po’ troppo sovraccarico. La canzone di per sé esprime la posizione dell’individuo: “C’è un mondo in cui vivi / nessun altro fa la tua parte”. La sensazione generale è quella di un film e quindi può darsi che questa sia un’anticipazione dello stile del prossimo album, il soundtrack di Journey Through The Past.
“Alabama” (4.02). Il ritorno del Neil Young elettrico, con le familiari chitarre elettriche e sequenze d’accordi tipiche. Con tempo regolare, la canzone impersonifica lo stato del sud: “Alabama / hai un carico sulla spalla / che ti sta spezzando la schiena”. Con le voci ai cori di David Crosby e Stephen Stills, è uno dei pezzi migliori. Dove “Southern Man” su Gold Rush era una canzone di rabbia per gli stati del sud, il sentimento di “Alabama” è più di una tragedia compresa: “Vengo da una nuova terra / vengo da te e / vedo tutte queste rovine / cosa stai facendo / Alabama / hai il resto dell’Unione che ti soccorre / cosa sta andando male?”.
“The Needle And The Damage Done” (2.00). Registrata live alla Royce Hall e accompagnata solamente dalla chitarra acustica, è una riflessione dolorosa sulle droghe pesanti. Queste emozioni, la sua voce e il testo comunicano magistralmente: “Sono arrivato in città e ho perso la mia band / ho visto l’ago prendersi un altro uomo”. Ovviamente si tratta di un soggetto che sente molto vicino. “Canto questa canzone perché amo l’uomo / so che qualcuno di voi non capirà”. La frase finale della canzone riassume il concetto in un’immagine tragica: “Ogni tossico è come un sole al tramonto”.
“Words (Between The Lines Of Age)” (6.42). Young di nuovo sulla chitarra elettrica, ma sfortunatamente non ci sono quegli assoli tra le strofe di “Cowgirl In The Sand” – solo accenni, il che è deludente dato che c’è certamente spazio per uno di essi. Comunque, la canzone in sé è all’altezza con un testo che può solo essere descritto dal titolo – Parole: “Vivendo in castelli un poco alla volta / il re cominciò a ridere e a parlare per rime”. Gli amici Stills e Nash contribuiscono alle seconde voci.
L’album è stato prodotto a Nashville da Elliot Mazer e Neil Young e a Londra da Jack Nitzsche. Ha ripagato l’attesa? Penso di sì. Lo troverete lodevole.
Rob Drysdale, New Musical Express 1972

giovedì 6 febbraio 2020

NEIL YOUNG ITALIA BLOCCATO SU FACEBOOK... HELP(LESS)!!

Se vi chiedete che fine a fatto la pagina Facebook di Neil Young Italia, la risposta è che è stata bloccata da Facebook senza alcuna ragione da lunedì 27 gennaio. Abbiamo già fatto "ricorso" tramite l'apposita funzione offerta dalla pagina, ma dopo due settimane non si è ancora risolto nulla e non abbiamo ricevuto alcuna risposta.
Helpless, è il proprio caso di dirlo... Siamo completamente inermi, oltre che amareggiati e incazzati per un lavoro amorevole di anni e anni che rischia di svanire così, di punto in bianco, senza motivo. 
Impossibile trovare altre strade per rivolgersi all'assistenza di Facebook (se provate questo link, ad esempio, che trovate anche nel menù Aiuto del vostro account Facebook, scoprirete che vi porta a una pagina vuota... davvero utile, complimenti mr. Zuckerberg). Se trovate qualche modalità per comunicare con l'assistenza Facebook, vi preghiamo di sostenere la nostra causa e chiedere a gran voce la riattivazione della pagina Neil Young Italia.


Dispiaciuti e intristiti, ci auguriamo che Facebook decida di correggere l'errore e torni sui suoi passi... prima di dover rinunciare completamente a una pagina che negli anni ha permesso alla comunità italiana di fan di Neil Young (eravamo a quota 3.500 follower) di essere aggiornati su novità e curiosità.
Se questo non accadesse, non possiamo ricominciare il lavoro dall'inizio ed eventualmente ci appoggeremo al gruppo Facebook Neil Young Italia (il gruppo) per continuare a divulgare le news. Sempre che anche questo non subisca un simile destino.
Naturalmente l'attività di www.neilyoungitalia.com, così come www.rockinfreeworld.com e www.neilyoungtradotto.com, continueranno regolarmente. Dovrete solo ricordarvi un po' più spesso di passare "volontariamente" sulle nostre pagine per sapere cosa c'è di nuovo. Un passo indietro che non volevamo, certo, ma attualmente non ci sono mezzi per contrastarlo.


domenica 19 gennaio 2020

A Heart of Tube: numeri e considerazioni su Neil Young e Youtube


La parodia di Neil Young in un episodio di I Griffin
(https://www.youtube.com/watch?v=W4QcXygj0b8)
“Heart Of Gold” è il singolo di maggior successo di Neil Young. Nel 1972 arrivò al numero 1 negli U.S.A. e in Canada e raggiunse la Top Ten in vari paesi un po’ in tutti i continenti. Il 26 gennaio 2020 questa canzone festeggerà i 49 anni dalla sua prima apparizione live; il caso vuole che fu in Colorado, esattamente dove ora Neil ha casa. Da allora è stata suonata in concerto ben 850 volte, ed è la canzone più  proposta da Young on stage. Possiamo quindi dire senza tema di smentite che è la canzone più rappresentativa del catalogo younghiano? O almeno che la è stata? La è ancora?
Nell’era in cui per stilare le classifiche di vendita ci si basa anche su streaming e video, cerchiamo di rispondere affidandoci soprattutto a YouTube e al numero di visualizzazioni. Prendiamo in considerazione i dati degli ultimi 12 mesi.
L’unica canzone a insidiare il primato di “Heart Of Gold” pare essere “Harvest Moon”, in odore di sorpasso. La tendenza è confermata anche dai dati Spotify relativi allo streaming: nel 2019 “Heart Of Gold” è stata ascoltata circa 45.000.000 di volte contro i circa 39.000.000 di “Harvest Moon”, portando i rispettivi totali a circa 129 e 86 milioni. Insomma, in un anno “Harvest Moon” ha quasi raddoppiato.
Piccola digressione riguardante gli album: nel 2019, in tutto il mondo, Harvest ha collezionato streams per l’equivalente di circa 85.000 copie vendute, mentre Harvest Moon e Rust Never Sleeps, rispettivamente secondo e terzo in classifica, si sono fermati a circa 40.000 e circa 28.000.
Su YouTube, nell’ultimo anno Neil Young ha totalizzato oltre 98.000.000 riproduzioni, 17 dei quali solo di “Heart Of Gold” e quasi 16 di “Harvest Moon”. Seguono “Old Man”, la versione live della stessa “Heart Of Gold”, “Four Strong Winds” (siete sorpresi?), “The Needle And The Damage Done”, “Rockin’ In The Free World”, “Down By The River”, “Out On The Weekend” e “Sugar Mountain”.
New York, Chicago e Los Angeles sono le città con più visualizzatori, seguite da Londra, Parigi, Quezon City, Sidney, Bangkok, Dallas e Melbourne, mentre Milano è dodicesima. I paesi principali sono Stati Uniti (41,5 milioni), Canada, Inghilterra, Germania, Francia, Italia, Filippine, Australia, Brasile e Spagna. In Italia vince Milano (quasi 590.000, sui 3.550.000 totali), poi abbiamo Roma al secondo posto (440.000), quindi Torino, Bologna, Napoli, Firenze, Genova, Venezia, Verona e Catania.
Ecco, in Italia “Heart Of Gold” ha goduto esattamente del doppio delle visualizzazioni rispetto ad “Harvest Moon”. Però, ad esempio, negli States e in Canada è proprio “Harvest Moon” a vincere il duello.
Nelle classifiche di alcune nazioni abbiamo scovato alcune sorprese. Nelle Filippine (ma anche a Hong Kong e Singapore) la canzone più vista è di gran lunga “Four Strong Winds” (1,5 milioni) seguita da “I Believe In You” (550.000) e, solo al terzo posto, “Heart Of Gold” (260.000). Addirittura, in alcuni paesi dell’Est europeo compare tra le prime dieci “Guitar Solo #5” dalla colonna sonora di Dead Man. “Are There Anymore Real Cowboys?” è in classifica in Brasile, in Argentina, in Messico, insomma un po’ in tutta l’America Latina, e anche in Sud Africa. In Tailandia c’è la recentissima “A Rock Star Bucks A Coffee Shop” (da The Monsanto Years). In India c’è “It’s A Dream” (da Prairie Wind). Qua e là appare “Long May You Run”, che nella classifica generale è l’undicesima, mentre “Cinnamon Girl” è solo la diciottesima. Poche menzioni per le canzoni di Colorado, disponibili però solamente dalla fine dello scorso ottobre. Purtroppo non è possibile avere dati riguardanti un mercato enorme come potrebbe essere quello della Cina, essendo laggiù YouTube, come altri siti web,  bloccato dal governo.
Per fare paragoni nello stesso arco temporale, le canzoni di Bob Dylan hanno totalizzato 108.000.000 riproduzioni. “Like A Rolling Stone” (quasi 12 milioni, quindi meno sia di “Heart Of Gold” che di “Harvest Moon”) è davanti a “Hurricane” e a “Mr. Tambourine Man”. Stati Uniti e Inghilterra, seguiti da Brasile e Italia, sono i paesi principali. Tra le città, Londra sopravanza New York (bella sorpresa!), Milano è ottava, Roma decima.
Bruce Springsteen ha totalizzato, nel corso del 2019, 351.000.000 di visualizzazioni. I brani più visti sono stati “Dancing In The Dark” (oltre 57 milioni), “Streets Of Philadelphia” (31 milioni) e “Tougher Than The Rest” (appena al di sotto dei 18 milioni). L’Italia (25,8 milioni) è seconda solo agli Stati Uniti (74 milioni) tra i paesi principali, ma Milano è la prima città (4,3 milioni), seguita da Londra, Lima, Roma e New York.
Tornando a Neil Young, la risposta ai quesiti posti all’inizio è sì: vince ancora e sempre “Heart Of Gold”, dunque. Ma qualcosa sta lentamente cambiando. Rimanendo in ambito YouTube, “Harvest Moon” nella versione di Reina del Cid risulta essere la cover con più visualizzazioni nel corso dell’anno appena finito: 1.225.000, addirittura in soli sei mesi, essendo stata pubblicata ad inizio luglio. Lo sterminato canzoniere di Young viene rivisitato incessantemente dai suoi colleghi, che ripescano anche le canzoni più oscure e meno famose.
E nell’attesa che dalle varie uscite discografiche (nuove o d’archivio, effettive, annunciate, rimandate, promesse, cancellate, sperate, o solo sognate) arrivi un capolavoro che ci possa accompagnare per anni come è stato per “Ohio” o “Hey Hey My My”, ci sarà comunque sempre almeno una garage band pronta a mettere in repertorio, magari massacrandola,  ma comunque sempre cantandone a squarciagola il ritornello, quell’inno arrabbiato, straccione e indispensabile che è “Rockin’ In the Free World”.

Luca Borderwolf Vitali, Rockinfreeworld

martedì 7 gennaio 2020

Voyage: la lunga odissea di David Crosby


Oltre alla superba resa audio e al libro con note e fotografie, il grande pregio di Voyage – analogamente a quelle di Stephen Stills e Graham Nash di cui abbiamo già parlato – è di raccogliere sotto lo stesso tetto la produzione di David Crosby, spaiata lungo quattro decenni di Crosby Stills & Nash, Crosby/Nash, Crosby Pevar Raymond e dischi solisti. Una vera odissea, quella di Crosby... Una vita lunga e travagliata che a grandi momenti musicali ha affiancato difficili periodi di isolamento, tossicodipendenza e problemi di salute. Tuttavia, o forse proprio per questa sua anima indomabile, la sua ricercatezza chitarristica e compositiva e il suo timbro stilistico sono subito evidenti a qualunque orecchio, e hanno segnato la storia del rock. Basti pensare alla fama del primo disco solista If I Could Only Remember My Name (persino l'Osservatore Romano lo considera tra i 10 dischi imperdibili, simbolo di una generazione), o ai titoli più rappresentativi di CSN(&Y), come “Wooden Ships”, “Dejà Vu” e “Long Time Gone”. In anni recenti Crosby è tornato in forma e ha prodotto quattro nuovi album in pochi anni, successivi a questa antologia.
Voyage parte con i Byrds, band in cui David Crosby militava in gioventù (nello stesso momento in cui Stills e Young avevano i Buffalo Springfield a Los Angeles, e Nash gli Hollies in UK): dai Byrds ritroviamo la monumentale “Eight Miles High”, “Renaissance Fair” e “Everybody's Been Burned”, quest'ultima la prima canzone – dice Crosby nelle note del bellissimo libretto in allegato – “scritta da me con cambi relativamente sofisticati, la prima di cui sentirsi orgoglioso”.
Arrivano poi i successi di Crosby, Stills, Nash (& Young) nel biennio 1969-70. “Wooden Ships la scrissi nella cabina della mia nave, la Mayan. Avevo già la musica. Paul Kantner scrisse due versi, Stephen un altro, e io aggiunsi quelli in chiusura. […] Presi in prestito la prima frase da un canto di una chiesa Battista […]. Immaginammo noi stessi come i pochi sopravvissuti, fuggiti su una barca, che potessero ricostruire la civiltà”.
“Guinnevere si riferisce a tre donne. Ve ne posso rivelare due. Una era Joni [Mitchell], nel terzo verso […]. Christine in quello centrale. Quella degli 'occhi verdi' non ve la posso dire”.
“Long Time Gone”: “avevamo perduto JFK, poi Martin Luther King, quindi Bobby Kennedy. […] Ero infuriato”.
“Dejà Vu”: “quando avevo 10 o 11 anni, qualcuno mi fece salire in barca e io sapevo come guidarla. Ho pensato, 'devo averlo già fatto'. Poi qualcuno mi ha messo in testa l'idea della reincarnazione e... boing!”
Nash racconta che Christine, la ragazza di Crosby a quel tempo, “venne uccisa tre giorni prima della registrazione di “Almost Cut My Hair” […], brano che significò molto per noi come insieme musicale”.
Nel 1970 iniziano le sessions di If I Could Only Remember My Name, nelle quali Crosby lavora con Jerry Garcia, Jorma Kaukonen e altri musicisti della scena. Voyage contiene ben cinque estratti dell'album, fondamentale non solo per lui ma per la storia della musica.
“Tamalpais High”: “Tutti credono che si riferisca al monte Tamalpais. È buffo perché invece, parla della Tamalpais High School alle 3 del pomeriggio quando le ragazze scappano via […]. Ma Mt. Tamalpais fu molto importante per me. […] Trascorsi molto tempo lassù dopo che Christine morì”.
““Laughing” nacque mentre guardavo George Harrison andare dal Maharishi. Volevo dirgli, 'guarda che nessuno ha la risposta. Nessuno'. […] Non sempre riesci a ottenere pezzi come “Laughing”. In quel periodo Stephen Bancard registrava le chitarre acustiche come nessun altro”.
“Music Is Love” nasce da un'improvvisazione di Crosby, Nash e Neil Young: “dissero che dovevo metterla nel mio disco”.
“Song With No Words”: “Si era creata questa gigantesca, fantastica alchimia. […] Lo scopo dell'arte musicale è farti provare emozioni. Non servono per forza le parole”.
“What Are Their Names?” “è stato un gran colpo di fortuna. Andai in studio e iniziai a suonare qualcosa alla chitarra, e Garcia cominciò a suonare con me. Poi [Phil] Lesh ci ascoltò e si unì, quindi si unì anche Neil. Puoi quasi sentirci camminare per la stanza […] e iniziare a suonare”.
“I'd Swear There Was Somebody Here”: “Stephen Bancard mise a punto questa favolosa eco perché io potessi creare qualcosa. […] Mi sembrava che Christine fosse lì. La potevo avvertire”.
L'anno dopo è la volta del primo disco insieme a Graham Nash. “La vita non mi aveva ancora tradito prima della vicenda di Christine. Tutto d'un tratto passai dall'esser parte del più grande gruppo del mondo, dal successo più totale, al non avere più nulla. “Where Will I Be?” è una triste canzone di un periodo della mia vita in cui ero perduto. È la domanda alla risposta di “Page 43”. […] Scrissi “Page 43” nella cabina della mia barca a Sausalito. Ero musicalmente influenzato da James Taylor”. Alla domanda se la “pagina 43” si riferisce a un libro specifico, Crosby dice di no.
“Critical Mass” viene registrata in quel periodo, ma utilizzata nel 1975 come introduzione a “Wind On The Water”, title-track del secondo disco di Crosby & Nash.
Da quest'album provengono i brani che seguono: “Carry Me” (“Il terzo verso parla di mia madre”), “Bittersweet” (“Mi sono svegliato una mattina – Nash non era ancora alzato – e ho cominciato a buttarla giù […]. Per l'ora di cena era registrata”) e “Naked In The Rain” (“Ho avuto un'allucinazione che avevo già tentato di descrivere. […] Hai presente il verso che dice fluttering pages of faces, no two alike? Parla di quello”).
Il primo disco si chiude con un brano dal terzo album di Crosby & Nash, Whistling Down The Wire (1976). “Ero decisamente contento di “Dancer”. L'avevo scritta sulla 12 corde molto tempo prima di registrarla. E' un pezzo strano, ma vivace, con parti vocali interessanti […]”.
“Quando vado a dormire la mente affollata – il livello della mente dove queste parole prendono forma – comincia ad appisolarsi. E i livelli dell'immaginazione e dell'intuizione […] hanno per un secondo la possibilità di emergere, prima di scendere nell'incoscienza. E in quella piccola finestra qualcosa balza fuori, io mi tiro su cercando la lampada e scrivo pagine di testi, freneticamente. Ed è successo un sacco di volte. La prima volta, ricordo, fu “Shadow Captain” molti anni fa. Ero a duemila miglia nell'oceano sulla mia barca, erano le tre di notte, e mi sono alzato e ho scritto l'intero testo, parola per parola, poi sono tornato a dormire. Non avevo mai pensato, prima, niente di quella canzone, nessun immagine o concetto.”
Dopo i fasti di inizio decennio, poi sfociati nel devastante Doom Tour di CSNY del 1974, e dopo le suddette collaborazioni con il fidato Nash, David Crosby si sta isolando e sta per essere sopraffatto dall'abuso di droghe, cercando ancora di “spiegare a me stesso e a chiunque mi ascoltasse questo bisogno di comunicare le mie esperienze, che in me è fortissimo, quasi disperato. Ecco il nucleo della canzone”, ovvero “In My Dreams”, la seconda tratta dal disco capolavoro CSN (1977, quello con la barca in copertina).
“Delta” è del 1980 (apparsa in Daylight Again, 1982) ed è stata “l'ultima canzone completa che ho scritto per anni. […] Senza Jackson [Browne] questa canzone non sarebbe mai nata”.
Tra i Settanta e gli Ottanta, la vita di Crosby è scandita da arresti, prolungate detenzioni in carcere e duri programmi di riabilitazione. Il suo secondo album solista, Might As Well Have A Good Time (1980), non viene pubblicato in quanto sopraggiungono altri problemi personali e una disputa con la casa discografica. La sua carriera riprende dapprima con un nuovo, poco felice album di Crosby Stills Nash & Young (American Dream, 1988), di cui fa parte la bella “Compass”, che Crosby inizia a scrivere proprio durante il suo periodo in carcere: “ho pensato, questo sono io – è il mio genere di cosa, è ancora viva in me […]”.
In seguito Crosby produce nuovo materiale per un album solista, Oh Yes I Can, che contiene “Tracks In The Dust”, “una di quelle storie che solo ogni tanto mi vengono in mente”. Segue Live It Up con CSN (1990), tra cui spicca la sua “Arrows” scritta in collaborazione con Michael Hedges: “Fare una severa introspezione e affrontare la realtà su se stessi ci rende persone migliori”, racconta Crosby. Nel 1992, ormai riabilitato e tornato in forma, Crosby produce un disco di canzoni scritte in collaborazione, Thousand Road: in Voyage sono incluse “Hero” con Phil Collins e “Yvette In English” con Joni Mitchell.
Ma le peripezie non sono finite: prima si deve sottoporre a un trapianto di fegato e poi si ricongiunge a un figlio sconosciuto, tale James Raymond, un musicista tutt'altro che alle prime armi. Nasce così, nel 1998, il progetto CPR insieme a Raymond e Jeff Pevar, che costituisce l'inizio di una nuova fase creativa molto felice per David. Il ritrovato equilibrio, personale e musicale, si apprezza già dalle prime note di “Rusty And Blue”: “E' parte del torrente musicale che ha iniziato a defluire in me con i CPR. Come gran parte delle mie canzoni, è nata dal legno e dall'acqua. L'ennesima dove puoi sentirci l'oceano”.
“Somone She Knew” nasce a seguito della visione del film La Leggenda del Re Pescatore, ed è intrisa ancora una volta dal ricordo di Christine. Si continua poi con “Breathless”, “Map To Buried Treasure” e “At The Edge”, tutti brani molto sentiti.
Conclusa la parentesi di CPR (“il progetto costava troppo per mantenerlo in vita” ha detto recentemente Crosby), nel 2004 Crosby e Nash tornano assieme per un bellissimo doppio album scritto ed eseguito in collaborazione con Raymond e Pevar (la loro collaborazione continua tutt'ora). “Through Here Quite Often”, secondo Graham Nash, è una “splendida, struggente canzone costruita sulle osservazioni di David in un coffee shop, guardando questa cameriera che era così gentile, in molti modi diversi”.
Il disco si chiude con la rivisitazione di Crosby e Hedges del tradizionale “My Country 'Tis Of Thee”.
Il terzo disco di Voyage si intitola Buried Treasure: è il vero “tesoro sepolto” che l'antologia ci regala, sedici estratti dagli archivi di David Crosby che vanno da versioni alternative di canzoni celebri a pezzi del tutto sconosciuti.
Si comincia con quattro demo risalenti al 1968. “Long Time Gone” e “Guinnevere” in sorprendenti esecuzioni a più chitarre e percussioni: “[...] deliziose. Pensavo di stare facendo un disco, allora, anche se non sapevo per chi. Quindi andavo in studio”, ricorda Crosby. Poi “Almost Cut My Hair” e “Games” in solitudine.
Dell'anno successivo sono “Triad” e “Dejà Vu”, quest'ultima nella base acustica di Crosby e Nash sulla quale fu poi “costruito” il resto della canzone insieme a Stills e Young.

mercoledì 1 gennaio 2020

Carry On: il meglio del poliedrico Stephen Stills


Il quadruplo box set di Stephen Stills ripercorre una prolifica carriera solista e come componente di CSN(&Y), Manassas e Buffalo Springfield, fornendoci un quadro dell'ecletticità di questo musicista, che ha sempre saputo spaziare abilmente fra rock, country-rock, folk, blues, latino e gospel. Come gli altri box, di cui abbiamo già parlato, Carry On è stato voluto e curato da Graham Nash e tutti i brani sono proposti in versione rimasterizzata.
Il primo disco si apre con un assaggio inedito dello Stills amatoriale: "Travelin" è una folk-song del 1962 registrata per la radio in Costa Rica, dove il giovane Stephen viveva in quegli anni. La sua famiglia infatti si sposta spesso tra Illinois, Costarica e Cuba, e questo dà a Stephen la possibilità di sviluppare influenze musicali assai diversificate, una musicalità e un talento poliedrico. Sin da bambino impara a suonare molti strumenti: pianoforte, chitarra, batteria e percussioni.
Con il secondo brano, "High Flyin’ Bird" (1964), un tradizionale folk, facciamo la conoscenza della sua band di epoca scolastica, gli Au Go-Go Singers, dove militava anche Richie Furay. Pochi anni dopo, come sappiamo, Stills e Furay incontrano Neil Young e Bruce Palmer e formano i Buffalo Springfield, uno dei gruppi più importanti del rock westcoastiano attivo tra il 1966 e il 68. I successivi brani del cd provengono dalle varie sessions dei Buffalo e ci danno un'ampia dimostrazione del talento compositivo, chitarristico e vocale di Stephen Stills. Non ci sono inediti da "Sit Down, I Think I Love You" a "For What It's Worth", "Special Care", "Uno Mundo" e "Four Days Gone", ed altri ancora, ma vale la pena ricordare quest'ultimo in quanto versione demo (inserito in precedenza nel box retrospettivo dei Buffalo del 2001).
Il 1968 segna l'incontro con David Crosby e Graham Nash. Di quell'anno possiamo ascoltare prima di tutto una versione acustica solista di "49 Reasons", ovvero la prima idea di quella che diventerà poi "49 Bye-Byes" sul primo album di CSN. Poi abbiamo un breve "best of" del lavoro di Stills tratto da CSN (1969) e Dejà Vu (CSNY, 1970, dove alle danze si unisce anche Young): tra i capolavori, "Helplessly Hoping", "Suite Judy Blue Eyes", "Carry On" e "4+20". Il materiale registrato inizia a essere molto, così troviamo anche qualche inedito: le demo di "So Begins The Task" e "The Lee Shore" (quest'ultimo scritto da Crosby ma eseguito da Stills, che sovraincide tutti gli strumenti tranne la batteria di Dallas Taylor), e un mix alternativo di "Carry On" (a cui segue un mix alternativo di "Woodstock" di Joni Mitchell già apparso nel box set CSN del 1991).
Come gli altri membri del supergruppo, anche Stills coltiva una propria identità come solista. Con il secondo disco abbiamo uno scorcio proprio di questa parte di carriera, che inizia nel 1970 con l'album omonimo (che ha subito molto successo arrivando nella Top 10 di Billboard), e prosegue con Stephen Stills 2 del 1971 (più meditato, meno spontaneo e "grezzo" del primo). Stills ama lavorare con altri musicisti e le sessions sono ricche di ospiti: su "Go Back Home" c'è Eric Clapton, su "Old Times Good Times" c'è Jimi Hendrix. Tra i vari brani menzioniamo "Love the One You're With", presentato con il mix inedito del 45"; "No-Name Jam", inedita jam di Stills e Hendrix; "The Treasure" nella sua prima versione studio inedita, al pianoforte; "Do for the Others" in versione live inedita del 1971.
Nel 1971, durante il tour del secondo album solista, da circostanze casuali nascono i Manassas: Stills unisce le forze con Chris Hillman, Dallas Taylor, Al Perkins e altri. Una band importantissima anche se dalla vita breve, destinata a lasciare un'impronta su molti gruppi successivi, di cui troviamo qui vari estratti fondamentali ("Johnny's Garden", "It Doesn't Matter", "Colorado") ma nessun inedito. Tra gli ultimi brani del secondo cd, "Find the Cost of Freedom" (CSNY) in versione live inedita del 1971, e un inedito in studio del 73, "Little Miss Bright Eyes".
Il terzo disco dell'antologia ci proietta dapprima nella seconda metà degli anni 70, poi nei primi anni 80, ancora un periodo produttivo per Stills, che pubblica altri album sia solisti (in particolare Stills e Thoroughfare Gap) che come membro di CSN (CSN 1977, Daylight Again, Allies). Nonostante l'evidente calo qualitativo, dovuto anche a problemi personali, vi troviamo dei brani memorabili, come "Turn Back The Pages", "First Things First", "My Angel", "As I Come of Age", "I Give You Give Blind", "See the Changes". Dopo il tour del 1974 e i vani tentativi di una reunion in studio, CSN&Y non riescono a combinare un album e il progetto si trasforma nella Stills & Young Band (Long May You Run, 1976). Un brano come "Black Coral", qui presentato con le armonie originali di CSN&Y, ci fa rimpiangere ciò che avremmo potuto ascoltare.
I successivi brani pescano qua e là offrendo una selezione variegata del periodo, con poche ma pregevoli rarità: "Cuba al Fin" in versione live tratta dall'introvabile Havana Jam (1979), "Know You Got to Run" e "Crossroads/You Can't Catch Me" in versioni live inedite, "Feel Your Love" e "Raise A Voice" (CSN, già editi in box set o come bonus track).
Dagli anni 80 ai giorni nostri, Stephen Stills non ha hai smesso di suonare sebbene con minor frequenza e un calo anche qualitativo delle sue composizioni. Negli anni 80 in particolare, il sound di Stills, così come quello dei compagni, inizia a "snaturarsi" finendo per rovinare idee interessanti. Il quarto cd di Carry On è quello meno coesivo, riparte da Daylight Again di CSN passando per la bella "War Games" scritta per l'omonimo film, aggiunge un inedito live del 1984 intitolato "Welfare Blues" e un riarrangiamento in studio del 1989 di "Church (Part Of Someone)", quindi una succinta selezione da Live It Up (CSN, 1990), Stills Alone (1991), After The Storm (CSN, 1994), Man Alive! (2005). Tralascia le due reunion di CSN&Y, American Dream e Looking Forward, se non per "No Tears Left" che qui troviamo in una versione live inedita del 1997. Inedite dal vivo anche le cover di "Girl from the North Country" (Bob Dylan) "Ole Man Trouble" (Otis Redding).

MPB, Rockinfreeworld

domenica 22 dicembre 2019

L'uomo nello specchio si racconta: Reflections di Graham Nash


Reflections, pubblicato nel 2009, è un box set di 3 cd più libro che offre una retrospettiva inedita sulla carriera quarantennale (all'epoca dell'uscita) di Graham Nash. Entriamo in dettaglio in questa meravigliosa e monumentale opera.
Il primo disco si apre con tre estratti della band che segna l'esordio di Nash, gli Hollies, nati in Inghilterra nel 1961 e diventati celebri dal 1963 (in anticipo sia sui Byrds di Crosby che sui Buffalo Springfield di Young e Stills): “On A Carousel”, “Carrie Anne” (dedicata a Marianne Faithfull) e la superba “King Midas In Reverse”. Nelle note, a proposito di quest'ultima Nash dice: “La scrissi in Jugoslavia. La mia relazione con gli Hollies era già diventata tesa e, nonostante il disco venne acclamato dalla critica, commercialmente fu un fiasco. Lì capii che il mio tempo con la band stava per giungere al termine.” Anni dopo “King Midas”, autentico gioiello, verrà ripreso insieme a CSN e immortalato in 4 Way Street.
Nel 1967 David Crosby e Stephen Stills si portano via Nash (la loro leggendaria battuta: “Okay, chi di noi due va a rubarlo agli Hollies?”). Da quel momento nasce un sound che, più che influenzato, avrebbe scosso nelle sue basi una generazione e un'epoca musicale, per attraversare poi cinque decadi.
Dal primo disco di CSN (registrato all'inizio del 1969 con un grande lavoro di sovraincisioni in studio) troviamo qui i capisaldi di Nash. “Marrakesh Express” deriva dalla passione per “le storie di Allen Ginsberg e William S. Burroughs in Marocco alla fine dei '50, ero costantemente incuriosito da quel luogo e da quella cultura. Questa era la storia di un viaggio in treno da Casablanca a Marrakesh... Speravo di cogliere le visioni, i suoni e gli odori del viaggio.”
“Pre-Road Downs” (di cui celeberrima è la versione live in 4 Way Street) fu scritta per Joni Mitchell: “Realizzai che avremmo dovuto separarci mentre io andavo in tour con David e Stephen, e quanto sarebbe stato triste per me. Fu scritta nel salotto di casa sua a Laurel Canyon, nello stesso posto in cui noi tre cantammo insieme la prima volta”.
Infine “Lady Of The Island”, realizzata nell'arco di un solo take. Si prosegue col naturale seguito di quell'album, ovvero Deja Vu, i cui brani furono registrati alla fine dello stesso anno. Qui CSN, per così dire, fanno l'upgrade alla versione 2.0: Deja Vu infatti è targato CSN&Y. Neil Young viene chiamato in causa, all'inizio solo perché CSN sono a corto di musicisti per poter andare in tour. Young canta su pochi brani e li vuole incisi in presa diretta, dal vivo in studio, senza troppe sovraincisioni, cosa che li distingue nel sound rispetto a quelli firmati Nash, che invece hanno una produzione "patinata" analoga a quelli del primo album.
“Our House” nasce ancora a casa di Joni Mitchell: “Capitammo in un negozietto di antiquariato sulla cui finestra c'era un bellissimo vaso di cristallo che Joni volle comperare. Quando fummo a casa... apparve la canzone. A quel tempo era una cosa normale.”
A proposito di “Teach Your Children”, forse la sua pietra miliare, Nash dice: “Cominciai a capire che se non avessimo insegnato ai nostri bambini un modo migliore per relazionarsi al prossimo, l'immediato futuro dell'umanità era in dubbio.” La pedal steel è suonata da Jerry Garcia (Grateful Dead). La versione di Reflections è un mix alternativo.
“Right Between The Eyes” è la prima chicca offerta dal box set: una versione studio incisa dal solo Nash a fine '69 (ma composta un anno prima, “una confessione a un amico”). La conoscevamo solo per la versione dal vivo presente su 4 Way Street.
Dal settembre 1970 fino ai primi mesi del ‘71, Nash incide il suo primo album solista, Songs For Beginners, collaborando con amici e colleghi (tra cui Crosby e Garcia). E’ un album fondamentale per l'artista e Reflections ne offre un corposo estratto.
“I Used To Be A King” è l'ideale evoluzione di “King Midas In Reverse”: “Finire un'intensa relazione e perdere quel 'filo d'argento' è devastante”. Deriva dalla rottura tra Joni e Graham, e anche “Simple Man” è frutto di quel triste momento. Ad amori successivi invece sono dedicate “Better Days” e “Sleep Song”.
“Man In The Mirror” deriva dalla “influenza degli scritti di George Orwell”. “Military Madness” è un inno contro la guerra ma è anche intimamente dedicata ai genitori: “E' triste dover cantare ancora questa canzone dopo quasi 40 anni”, scrive Nash.
Infine “Chicago/We Can Change The World” si riferisce ai subbugli di Chicago durante il Democratic Convention del 1968. Tutti questi brani sono presentati in missaggi alternativi, ma le differenze con gli originali sono davvero minime.
Alla fine del 1971 Nash e Crosby vanno in studio per il loro primo album come duo. Nash, in un aneddoto, racconta che incontrò Bob Dylan in un hotel e gli fece sentire la sua ultima composizione, “Southbound Train”: “Alla fine della canzone trattenni il fiato in attesa di un suo commento. Ci fu una lunga, lunga pausa. Poi lui disse 'Cantala di nuovo'. Io fremevo.”
Per “Immigration Man”, invece, “Mi arrabbiai per il casino che fece l'ufficio immigrazione in un aeroporto canadese, così scrissi furiosamente il testo di questa canzone sulla prima pagina di Cronache Marziane di Ray Bradbury”.
All’inizio di un lungo periodo creativo, dall'estate 1973 Nash comincia a lavorare al suo secondo album, Wild Tales. La title-track menziona “una delle più orribili storie a proposito del matrimonio” raccontata da un amico di Elliot Roberts (manager), “una storia vera, in ogni parola.”
Si passa poi a “Prison Song” (che cita il caso di un uomo incarcerato per dieci anni in Texas per il possesso di uno spinello) e “Oh! Camil (The Winter Soldier)” (dedicata a un soldato).
A proposito di “On The Line”, Nash racconta che un uomo, una volta, “mi raccontò la storia di come questa canzone gli cambiò la vita.” “Another Sleep Song”, infine, fu scritta nel salotto di Barbra Streisand: “Realizzai nuovamente che la fama non è tutto quello che si pensa. A quel punto della mia vita avevo bisogno di svegliarmi da ciò che mi stava succedendo.”
Anche questi brani sono proposti in mix alternativi. Il primo disco si conclude qui, al gennaio 1974.
Dopo il trionfale tour di CSN&Y del 1974, un nuovo album del supergruppo non riesce a emergere (a causa, così pare, di scarsità di materiale da parte del trio). Ma Graham Nash non è per niente in pausa creativa, e nemmeno Crosby, così i due uniscono le forze per realizzare, nel 1975, il loro secondo album insieme: Wind On The Water.
Il secondo cd di Reflections si apre sulle note della suite “To The Last Whale”, forse la prima canzone esplicitamente ecologista di Nash, influenzata anche dalle vacanze di mare che il gruppo fa sul veliero di proprietà di Crosby. La canzone si apre con un’introduzione vocale a cappella risalente al 1970, che sfocia armoniosamente nelle parti incise da Crosby e Nash nel 1975.
Si continua con la bellissima “Fieldworker”: “Nel 1975 fui invitato a un party dal mio amico David Geffen. Migliaia di dollari erano stati spesi, ogni cosa era impeccabile. […] Più tardi guidai verso i magazzini alimentari dei lavoratori immigrati nella città di Delano. Inutile dire l'assoluto contrasto con Los Angeles da cui provenivo, […] mi disturbò profondamente. Crosby e io abbiamo fatto molti concerti a beneficenza delle organizzazioni agricole.”
“Cowboy Of Dream” deriva dalla reunion di CSN&Y ed è ispirata in particolare da Young. Su “Love Work Out” partecipano molti musicisti tra cui Jackson Browne.
Tra il 1975 e il '76 Crosby & Nash sono già al lavoro sul terzo album, Whistling Down The Wire, dai toni più meditativi e rilassati. Vi appartengono “Marguerita” che deriva da “un pomeriggio soleggiato con amici in piscina”, e “Mutiny”, dal nome dell'hotel in cui alloggiano “a Miami nel 1976 per tentare un album di CSN&Y”.
Proprio dalle session abortite di CSN&Y proviene “Taken At All”, pubblicata anche sul box retrospettivo CSN del 1991, ma qui presentata “nell'originale mix che abbiamo trovato negli archivi... un take molto spontaneo”.
A fine 1976 iniziano i lavori per quello che forse è il vero capolavoro del trio CSN, l'omonimo album uscito nel 1977 con la barca in copertina. Nash, forse al suo apice creativo assoluto, arriva con una manciata di brani che di per sé sorreggono l'album intero. “Just A Song Before I Go”, fedelmente al suo titolo viene composta un'ora prima di volare da Maui a L.A.
“Cold Rain” nasce in Inghilterra durante una visita alla madre: dall'hotel “vedevo la gente andare e venire per i propri affari, combattendo contro la pioggia e il nevischio, e la canzone nacque delicatamente. David Crosby ti direbbe che se vuoi davvero capire Graham devi ascoltare attentamente questa canzone.”
Celebre è la genesi della leggendaria “Cathedral” e Nash la esplicita nelle note alla canzone. “Una bellissima e soleggiata mattina, a Londra, un mio amico e io prendemmo dell'acido e facemmo un giro in una limousine […]. Arrivammo alla Winchester Cathedral. Camminando per le navate della chiesa sentii una sensazione veramente strana alle gambe. Mi indusse a guardare in basso e scoprii che ero sulla tomba di un soldato ucciso lo stesso giorno in cui sono nato, 143 anni prima. Forse io ero lui? Lui era me?”
Con Earth & Sky, terzo lavoro solista, si passa al 1979. Nel frattempo Nash ha acquisito la cittadinanza statunitense e ha fondato, insieme ad altri musicisti, la Musicians United for Safe Energy. Da qui comincia a evidenziarsi il distacco compositivo tra Nash e i compagni Crosby e Stills. Pur entrando in una decade musicalmente distruttiva per il genere tipico di CSN(&Y), Nash manterrà sempre un buon livello qualitativo.
“Barrel Of Pain” è una riflessione nonché denuncia su certe scelte nucleari del governo USA nei primi anni '70. “Magical Child” è dedicata al primo figlio di Nash e Susan, la sua seconda e attuale moglie, e nella canzone ci sono le prime note suonate dal bambino all’armonica. Con “Song For Susan” e “Wasted On The Way” si entra a pieno titolo negli anni '80 e nel nuovo album di CSN, Daylight Again. Gli arrangiamenti artefatti che imponeva la moda del periodo penalizzano le composizioni e le armonie dei tre. Nonostante questo, molte composizioni sono pregevoli.
“Love Is The Reason” si colloca in questo periodo ed è tratta da una colonna sonora: “Il mio amico Cameron Crowe un giorno mi chiese se avevo una canzone per il suo primo film Fuori di Testa. Sul momento non l'avevo... ma due giorni dopo l'ho avuta.”
“Raise A Voice” (1983) è l'unico estratto di Allies, nuovo album parzialmente live di CSN. Negli anni successivi Nash incide diverse cose che finiranno in parte nel suo quarto album solista, Innocent Eyes (1986), in parte nella reunion poco felice di CSN&Y, American Dream (1988) e in parte resteranno inedite.
Abbiamo “Clear Blue Skies”, originaria del 1985 e poi presa da CSN&Y: “Sono stato fortunato a vivere nel Nord Pacifico per trent'anni. L'aria è pulita e luminosa e c'è un forte contrasto con cieli sopra molte città di questo pianeta dove l'aria è quasi irrespirabile. Penso che lo stato dell'ambiente sia cruciale per la sopravvivenza come specie.”
“Lonely Man” è un'inedita dedicata a Susan: “prima di incontrarla ero un uomo solo malgrado tutti i meravigliosi amici che avevo”. “Sad Eyes” è presa da Innocent Eyes, di nuovo dedicata a Susan. “Water From The Moon” è un'altra inedita: “Stavo guardando gli Oscar e sentii il discorso di Linda Hunt […]. Disse che le risposte ai nostri problemi cadono come acqua dalla luna. Mi colpì la sua onestà e scrissi questa in risposta.”
Infine, “Soldiers Of Peace”, con la quale si chiude il secondo disco di Reflections, tra tutti è forse il brano più dimenticabile di Nash, tratto da American Dream.
Il terzo cd si apre con un altro tribolato lavoro targato CSN degli anni 80: Live It Up. “If Anybody Had A Heart” non è composta da Nash, ma da “due nostri grandi amici. L'abbiamo sentita e abbiamo voluto registrarla immediatamente”. La successiva “Chippin' Away”, invece, è tratta dal precedente Innocent Eyes.
Di nuovo da Live It Up, abbiamo poi due brani che ben rappresentano il buon livello compositivo affossato da un sound innaturale: “After The Dolphin” (che parla di un pub inglese bombardato durante la Prima Guerra Mondiale) e la bellissima “House Of Broken Dreams”. Di quest'ultima Nash racconta: “Passo un bel periodo dell'anno nella mia casa alle Hawaii. Un giorno David Gilmour venne a visitare l'isola. Prese la mia casa sulla baia, io sapevo che era lì, così chiamai. Lui rispose 'House of Broken Dreams'. Ciò che disse mi aveva stupito e ricordo di avergli risposto che mi serviva solo un ritornello.”
Gli anni '90 iniziano con alcuni concerti dove il sound originale riappare con una nuova dose di brillantezza, impreziosito dalla collaborazione di nuovi e giovani musicisti tra cui Jeff Pevar (che diventerà poi un habitué dei successivi progetti di CSN e, in anni recenti, di David Crosby). Nash propone nuovo materiale.
“Unequal Love” (“scritta per un amico che era in quel tipo di relazione, diciamo così, non equa”) appare qui in una versione live del 1993; la conoscevamo sul disco di CSN After The Storm. Anche “Liar's Nightmare” fa il suo esordio, nella spoglia e brillante versione live che troviamo qui (vedrà la luce su album dieci anni dopo in Songs For Survivors). “Qualche anno prima ero stato sottoposto a un intervento al ginocchio destro... niente di serio, ma le droghe che ti somministrano sono diaboliche. Sono stato in questo crepuscolo per un po' di tempo e ho assistito a eventi strani. La melodia della canzone viene da 'Fair Nottamun Town' di Jean Ritchie, degli anni '50.”
Da After The Storm, disco che segna la rinascita di CSN per quanto sia tuttora sottovalutato, è tratta “These Empty Days” (pensata originariamente per un film). La produzione di Nash, seppur in minore quantità, sembra rifiorire da un punto di vista creativo nella terza fase della sua carriera.
“Heartland” apparirà su Looking Forward (CSN&Y, 1999): “Sono io che ricordo quante bellissime persone e luoghi ho incontrato nei miei viaggi per gli Stati Uniti finché non ne sono diventato cittadino”. “Two Hearts” (1998) è una collaborazione tra Nash e Carole King ed è completamente inedita.
“Try To Find Me” viene inciso nel 2000 ma è un pezzo più vecchio, apparso solo talvolta in concerto: “La notte del primo Bridge Benefit Concert, nel 1986, mia moglie Susan mi disse che aveva visto una cosa che la aveva fatta piangere. Dietro al palco, dove sedevano i bambini della scuola, c'era un ragazzino sulla sedia a rotelle vicino a una ragazzina anch'ella sulla sedia. Era stanca e cominciava a piagnucolare. Susan vide il ragazzino che lentamente, timorosamente, allungava la mano verso quella di lei e gliela teneva, e lei smise di piangere. Quando Susan me lo raccontò io realizzai quanto dev'essere dura avere un cervello che funziona all'interno di un corpo che non funziona altrettanto bene.”
Tra il 2000 e il 2004 Nash registra il suo ultimo album solista, Songs For Survivors, e poi si riunisce a Crosby dopo oltre vent'anni per un nuovo album insieme. “Behind The Shades” è un'inedita scritta da un vecchio amico, risalente al 2000. “Michael (Hedges Here)” viene registrata da Nash nel 2000 per poi confluire in versione diversa su Crosby & Nash (2004). “Fui devastato dalla perdita di Michael, non solo un musicista incredibilmente dotato ma anche il tipo d'uomo che mette in moto il cuore del mondo ogni giorno.”
“I Surrender”, “Live On (The Wall)”, “Grace” e “Jesus Of Rio” provengono proprio dal bellissimo Crosby & Nash. “Dirty Little Secret”, denuncia storica di un fatto di razzismo, è tratta invece da Songs For Survivors. Inedita invece “We Breath The Same Air”: “Mi è stata spedita, e ho pensato che fosse perfetta per gli Hollies”.
Chiude l'antologia la composizione più recente e inedita, datata 2008, “In Your Name”: “L'uccisione di esseri umani da parte di altri esseri umani nel nome del rispettivo 'Dio' mi è sempre sembrata blasfema e, giudicando dalle reazioni che abbiamo avuto in concerto, quello che ho scritto ha toccato un nervo scoperto. Questa canzone è una piccola preghiera. Vi auguro la pace.”
Gran parte dei brani sono presentati con mix alternativi ma, come già detto, le differenze sono molto sottili. Un bel pregio di Reflections è il fatto che propone i brani in versione rimasterizzata; il riversamento audio è impeccabile.
Graham Nash è certamente uno dei migliori artisti della sua generazione e della scena musicale westcoastiana (sebbene le sue origini siano inglesi); oltre che musicista è anche un eccellente fotografo (come dimostra il libro Eye To Eye, 2004). Musicalmente, rispetto ai compagni di gruppo, è forse quello più “inquadrato”, cioè con meno escursioni fuori genere: il suo timbro pop-rock è una sorta di marchio di fabbrica. Ed è grazie a questa antologia che si può vedere dall'alto la sua produzione, altrimenti spezzettata, per averne un quadro d'insieme che rende la dovuta giustizia a questo grande artista. Ascolto dopo ascolto, il valore e la piacevolezza di Reflections non possono che crescere.

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