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Neil Young & Stray Gators - Tuscaloosa 1973

Archives Performance Series #04. Il nuovo live inedito è tratto dal tour 1973 con la formazione originale di Harvest. 11 canzoni acustiche ed elettriche, solari e oscure, a cavallo tra il successo e il dolore.

David Crosby - Here If You Listen

Quarto album in appena cinque anni, il nuovo sofisticato lavoro del membro più anziano di CSN&Y, accompagnato da numerosi ospiti, è un'altra prova della sua ritrovata creatività.

Neil Young Archives

Il sito web ufficiale dove potete rivivere l'intera carriera di Neil Young: canzoni, album, film, inediti, foto, manoscritti, memorabilia, video, radio clips e tanto altro.

Neil Young - Roxy: Tonight's The Night Live

Il nuovo live d'archivio è la testimonianza del celeberrimo tour del 1973 con i Santa Monica Flyers, una selezione dai concerti inaugurali del Roxy Club di Los Angeles.

Neil Young + Promise Of The Real - Paradox

L'ultimo esperimento è un "pastiche" cinematografico surreal-western a base ecologista, più relativo soundtrack che mischia brani live, jam, cover e strumentali.

giovedì 18 luglio 2019

Yin... & Young: excursions into Asian territory


Tempo di lettura: 1 birra media

Sul finire degli anni ’80 era divenuto celebre il filmato di un giovane universitario cinese che non lasciava passare un carro armato durante gli scontri di Piazza Tienanmen. A quell’episodio Neil Young dedicava la sua “Ohio” durante il tour del 1989. Sulla copertina di Freedom, uscito nell’ottobre di quello stesso anno, Young indossava un cappello cinese con la stella.
Sono le uniche connessioni che io riesca a ricordare tra Neil Young e la Cina, salvo una versione in cinese di Heart Of Gold ascoltata tanti anni fa in un ristorante in Francia (giuro!), la citazione in China Disco Bar di Elio e le Storie Tese contenuta in Figgatta de Blanc del 2016 e forse qualche maglietta…
In questo articolo cercheremo di capire quale sia il livello di popolarità del canadese all’ombra della muraglia cinese.
Che io sappia, nessun album è uscito ufficialmente da quelle parti, al contrario di Taiwan e Hong Kong, ma per ora ci limitiamo a parlare della Repubblica Popolare Cinese.
Non potendo usufruire di cifre di vendita vere e proprie, ci affidiamo al mercato dello streaming.
Mercato in espansione, tra i cinesi, con un boom clamoroso negli ultimissimi anni. La Cina rivaleggia con i maggiori concorrenti europei (Inghilterra, Germania e Francia) e si prepara a sbaragliare anche il Giappone, dopodichè verrà gettata la sfida agli Stati Uniti, con previsioni di sorpasso che si aggirano in circa 10 anni, proseguendo con questo trend. La sua forza sta nell’avere una popolazione di quasi 1.500.000.000 di persone.
Attenzione alle cifre perché cambiano anche sensibilmente a seconda delle fonti ma, rimanendo strettamente in ambito streaming, la maggiore piattaforma è Tencent Music Entertainment Group, che (dopo la fusione del 2016 tra Tencent Music, la quale possedeva QQ Music, e China Music Corp, che possedeva KuGou e Kuwo) detiene il 76% del mercato e i diritti, tra gli altri, sulle canzoni di Sony Entertainment, Warner Music/Time Warner e Universal Music/Comcast. 76% del mercato significa avere 800 milioni di utenti, la metà attiva mensilmente. Per fare un paragone, Spotify ha globalmente 217 milioni di utenti attivi mensilmente, 100 dei quali abbonati (pare più o meno come Tencent), mentre Apple dovrebbe essere intorno ai 50 milioni di abbonati.
Tornando alla Cina, il restante 16% è controllato da NetEase Cloud Music, e l’ultimo 4% da Baidu Music.
Per quantificare il livello di popolarità degli artisti occidentali in Cina, e per saggiare l’importanza o meno di Neil Young, ci baseremo sul numero di followers nella maggior piattaforma del paese.
Lontano, lontanissimo, dalle cifre delle pop stars più affermate (Taylor Swift tra le donne e Justin Bieber tra gli uomini, entrambi vicini ai 7.000.000 di followers) o da quelle delle band più cool (Maroon 5, 4.242.000), Young vanta 14.000 fans. Per fare paragoni più consoni, i Beatles ne hanno 413.000, Bob Dylan 185.000 (ma lui in Cina ci ha suonato), gli Eagles 151.000, Leonard Cohen 143.000, Bowie 85.000, Presley 78.000, John Lennon 64.000, i Led Zeppelin 62.000, Clapton 57.000, gli Stones 48.000, Elton John 37.000, Cash 31.000, McCartney 26.000. Con meno followers del nostro canadese troviamo Doors e Paul Simon (12.000), Hendrix, Springsteen, Willie Nelson, Waits e Santana (tutti 11.000), Lou Reed e Patti Smith (8.000), Deep Purple e Who (7.000), Creedence, Lynyrd Skynrd e Joni Mitchell (6.000); Buffalo Springfield, CSNY, Nash, Stills e Crosby sono tutti sotto i 1.000.
Harvest sul mercato Giapponese
Gli appassionati younghiani (un’amica mia e della community Rockinfreeworld direbbe neilyoungici, bellissimo neologismo), tra i 106 album disponibili su y.qq.com, possono ascoltarsi After The Gold Rush che in realtà è un live del 1986, Change Your Mind (un broadcast radiofonico) e un Live in Concert con i Ducks.
Altro mercato in espansione e dalle potenzialità enormi è quello indiano, ormai entrato nella Top 20. La Repubblica dell’India può partire da una base di oltre 1.300.000.000 abitanti che ovviamente ingolosiscono l’industria musicale. La piattaforma maggiore è Gaana, 100 milioni di utenti attivi mensilmente, che detiene il 25% del mercato indiano, superando il 20% di Apple, il 20% di YouTube e il 14% di Wynk.
Utilizzando appunto i dati Gaana, abbiamo One Direction con 59.000 followers al primo posto tra le band, e anche qui primi Justin Bieber tra gli uomini (con 167.000, ad esempio Michael Jackson ne ha un quarto) e Taylor Swift tra le donne (60.000, in lotta con Shakira). Segnalerei Bob Marley con 13.000, i Beatles con 7.600, Elvis con 3.200, Dylan con 2.700, Lennon con 2.400, Rolling Stones con 1.500, Elton John con 1.400, Springsteen con 625, Creedence Clearwater Revival con 332, McCartney con 286… e Neil Young con 251 (l’1 sono io…).
In India almeno Old Ways e Unplugged sono stati pubblicati ufficialmente; altre notizie non sono riuscito a reperirle.
E dopo essermi fatto gli affari di quasi 3 miliardi di persone, risolvo un dilemma lasciato in sospeso. Ho controllato: nessuna delle mie t-shirt di Neil Young è “made in China”! E le vostre?

Luca “Borderwolf” Vitali, Rockinfreeworld

sabato 29 giugno 2019

Tuscaloosa 1973: rassegna stampa



Quello di Tuscaloosa è un concerto che non è mai girato molto nel circuito dei fan e, seppure nel disco non sia stato riportato l’intero set, c’è davvero poco di cui rammaricarsi, è un ascolto davvero di grande qualità.
Voto **** (su 5)

Tuscaloosa non è certo il miglior live uscito dagli immensi archivi di Young, eppure, nonostante le esecuzioni abbiamo una messa a fuoco non sempre centrata, le undici canzoni in scaletta vibrano di un’intensità spigolosa, pungente, quasi selvaggia.
Voto 7 (su 10)

"È affilato, come quelle canzoni dolci con un lato tagliente. È un trip essere di nuovo a Tuscaloosa, Alabama, e cantare quelle canzoni da Harvest e da Time Fades Away" ha raccontato recentemente Young dopo aver riascoltato i nastri di quel concerto.
Rece positiva

11 brani mai pubblicati prima, con Neil Young che si esibisce live insieme agli Stray Gators all’Università dell’Alabama, Tuscaloosa, il 5 febbraio 1973. La stessa line-up di musicisti – Tim Drummond (basso), Kenny Buttrey (batteria), Jack Nitzsche (piano) e Ben Keith (steel guitar) – la ritroviamo anche in Harvest e Time Fades Away.
Rece positiva

in aggiornamento

lunedì 17 giugno 2019

Tuscaloosa 1973: recensioni internazionali


Sebbene il suo Harvest del 1972 fosse l'album più venduto in America quell'anno, Young non era dell'umore giusto per festeggiare. Era scosso dalla recente morte dell'amico ed ex-compagno di band Danny Whitten, che ebbe una overdose fatale la stessa notte in cui Young lo allontanò dalle prove per il tour di Harvest, già teso di per sé. In seguito Young lamentò "problemi di denaro" e a un certo punto i concerti diventarono così traballanti che chiese a David Crosby e Graham Nash di unirsi a lui per aiutarlo sulle armonie vocali. Young era anche turbato dal suo crescente successo da solista, al punto che cercò di svalutarlo riempiendo i concerti di nuovo materiale che il pubblico non aveva mai sentito, anziché muoversi tra le canzoni familiari che definivano già la sua carriera. Forse questo spiega l'arrivo, nell'ottobre del 1973, di Time Fades Away, un frammento del tour costituito dalle canzoni inedite, invece della ricca scaletta del suo concerto del 5 febbraio alla University of Alabama.
Young ha tenuto bloccata quella registrazione per 46 anni prima di selezionarla per la sua serie di Archivi. Meglio tardi che mai. Anche se non presenta la serata completa, questo disco fotografa Young e gli Stray Gators, la sua band tra il 1971 e il 1973, in piena forma. La qualità del suono è sorprendentemente chiara e la band regala una sequenza di brani che include 5 delle 10 canzoni di Harvest, un paio da album precedenti e una manciata di canzoni nuove. I musicisti - Tim Drummond al basso, Kenny Buttrey alla batteria, Jack Nitzsche al piano e Ben Keith alla steel guitar - dimostrano una disinvoltura che ci fa ricredere sul leggendario contesto turbolento del tour. Sembrano rilassati e comodi mentre scivolano pacatamente dietro a Young in modo da consentirgli di portare avanti il concerto senza fargli fare tutto il lavoro pesante. Buttrey crea una struttura senza fronzoli nel semplice ritmo di "Old Man" mentre Keith aggiunge ornamenti alla steel guitar che brillano congiunte al caratteristico tono acuto di Young. Anche se la sua voce è una parte del coro, fa un lavoro ammirevole considerando anche che il campo sportivo in cui suonarono non fu costruito pensando alla fedeltà sonora. (Ma non tutto è andato così bene: Young ha detto che "The Loner" era troppo stonata per includerla.)
Young è altrettanto bravo da solo in "After The Gold Rush", il secondo dei due pezzi solisti che aprono Tuscaloosa. Accompagnata dal pianoforte, la sua voce sembra desolata e piena di desiderio mentre si spinge fino all'apice della sua estensione. Senza i fiati che adornavano la versione in studio, Young alimenta la parte centrale con un assolo di piano semplice e funzionale. Poi, con la band, alza il volume su una versione stridente di "Alabama", canzone forte sulla problematica razziale dello stato omonimo. Non è audace quanto "Southern Man", più tagliente, ma Young non si tira indietro. La chitarra è densa e acuminata su un riff muscoloso, mentre Nitzsche aggiunge sfumature con il pianoforte in chiave minore, il tutto completato da irregolari armonie vocali sul ritornello.
Anche se non è mai stato famoso per le sue battute sul palcoscenico, Young qui si dimostra (relativamente) estroverso e coinvolgente. Introduce "After the Gold Rush" dicendo che "riguarda un sogno che ho fatto una mattina" e dedica "Lookout Joe" alle truppe americane di ritorno dal Vietnam, dove gli Stati Uniti avevano sospeso le operazioni di combattimento poche settimane prima. "Heart Of Gold" inizia con un aneddoto sul rifiuto di concederla in licenza per una pubblicità, ma Young dice subito alla folla, "non battete le mani, me la sto inventando, non è una storia vera“.
Non male per un ragazzo con una vena misantropica piuttosto pronunciata. Eppure la sua figura scontrosa ha a lungo contrastato con gli elementi più teneri della sua musica, che riescono a essere intimi e commoventi, almeno quando non è a tutto volume. Tuscaloosa mette in mostra la gamma completa di Young, il che lo rende un raro scorcio di un artista ormai iconico in un momento in cui stava lavorando per trovare un equilibrio tra la sua soddisfazione e il piacere del pubblico.
Voto 8


C'è qualcosa di speciale in Tuscaloosa. È forse il set che si avvicina di più a fornire un esempio unico del suo dualismo acustico/elettrico e country/rock, quindi uno dei live album che potrebbe andar bene da portare sulla famosa isola deserta o su quell'astronave su cui l'umanità fugge in "After The Gold Rush". [...]
Tuscaloosa non è nemmeno un affresco completo della serata del 5 febbraio 1973; apparentemente il registratore non era acceso all'inizio e alla fine, in più Neil ha lasciato fuori un paio di pezzi nel mezzo perché, beh, lui è Neil. Ma le 11 canzoni qui presenti sono un esaustivo viaggio attraverso il potpourrì dei suoi stili classici: due canzoni acustiche soliste seguite da quattro ballad con tutta la band nello stile dell'epoca, fresco dell'uscita di Harvest. Infine cinque brani completamente elettrici. [...] Gli Stray Gators sono il gruppo che riesce a tirar fuori il meglio almeno dal suo lato più "rurale", ma che oltre a Harvest del 1972 (da cui provengono quattro di queste canzoni) hanno in seguito realizzato i più pesanti Time Fades Away e Tonight's The Night, di cui l'ignaro pubblico di Tuscaloosa ascolta quattro brani in anteprima, due per album. E' particolarmente bello sentire il tocco country di Ben Keith alla pedal steel o alla slide guitar, come su "Lookout Joe" dal sapore southern-rock.
I classici acustici che costituiscono la prima parte del disco sono già stati protagonisti di altre uscite, e questo porterebbe a sottovalutare la loro presenza qui. Nonostante il "fattore-comfort" di canzoni apparentemente rilassate come "Here We Are In The Years" e "Out On The Weekend", basta aumentare il volume e sentire la voce di Young al limite della sua elasticità per ricordarci quanto fossero tutt'altro che confortevoli le correnti sotterranee presenti nel suo materiale, una distopia hippy che è un tema ricorrente nella sua produzione dal 1969 al 2019. Ma sono le canzoni meno vivaci nella seconda metà del set che rendono Tuscaloosa un valido acquisto. L'assolo di "Lookout Joe", incentrata su un veterano del Vietnam con il suo ritornello "i vecchi tempi erano bei tempi", suona come una bevuta per tirarsi su. "Time Fades Away" è uno dei pezzi più veloci nel catalogo di Young e "New Mama", scritta per Carrie Snodgress dopo la nascita del loro figlio, è un raggio di sole piuttosto aggressivo. Il fatto che tutti questi live superino le loro controparti in studio è un valore aggiunto.
Ma se siete qui per Neil Young volete soprattutto le sue canzoni rumorosamente elegiache - vero? La chiusura dell'album, "Don't Be Denied", è un importante recupero di uno dei suoi brani più trascurati. Ascoltando questa versione di una canzone che raramente è apparsa dopo il 1973, vi renderete conto di quanto è autobiografica, rivelando la sublimazione dei traumi familiari del giovane Neil in arte, e dell'agrodolce sapore del diventare "commerciale". La canzone ha anche uno dei riff di chitarra più belli che abbia mai creato. [...]
Voto: 9


Altre recensioni in breve (da Metacritic)

Alcune uscite negli archivi di Neil Young sono state più formali, complete e soddisfacenti quanto Tuscaloosa. Anche se qui mancano due brani rispetto alla registrazione originale, nessun'altra ha la sua stessa importanza "sociale": persino un artista estremamente istintivo come Neil Young non poteva prevedere l'attualità nel 2019 di un album il cui titolo si riferisce allo stato meridionale degli USA. 
Glide Magazine
Voto: 8

Tuscaloosa presenta Neil e la sua band in uno stato d'animo caldo, a volte cupo, ma meno conflittuale, e l'atmosfera qui è nel complesso positiva.
Allmusic
Voto: 8

Tuscaloosa è un documento incredibilmente prezioso di Neil Young nel 1973, quando combatte i suoi demoni di fronte a migliaia di persone e ci consegna alcune delle sue creazioni più sentite.
Uncut
Voto: 8

Alcuni dei momenti migliori degli 11 brani sopravvissuti di questo spettacolo all'Università di Tuscaloosa [...] sono la dolce, elegiaca "After The Goldrush" e l'audace "Alabama".
Mojo
Voto: 6

...in aggiornamento...
Traduzioni: MPB, Rockinfreeworld

mercoledì 5 giugno 2019

Neil Young & Stray Gators: Tuscaloosa (Reprise Records, 2019)




1. Here We Are In The Years (3:56)
2. After The Gold Rush (4:42)
3. Out On The Weekend (5:29)
4. Harvest (4:14) 
5. Old Man (4:17)
6. Heart Of Gold (3:48)
7. Time Fades Away (6:10)
8. Lookout Joe (4:59)
9. New Mama (3:01)
10. Alabama (3:50)

11. Don’t Be Denied (8:09)

Live 1973-02-05, Memorial Coliseum, University Of Alabama, Tuscaloosa

Quarto volume della Performance Archives Series, Tuscaloosa 1973 è uno dei live d'archivio da cui non si può prescindere. Fotografa gli Stray Gators, la band con cui Neil Young registrò Harvest, durante il tour immediatamente successivo al successo del 1972, il famigerato Time Fades Away tour da cui poco dopo Neil trasse l'omonimo album.
Chi ama il sound della parte elettrica di Harvest, denso e stratificato grazie alla pedal-steel di Ben Keith, al pianoforte di Jack Nietzsche, oltre al basso di Tim Drummond e la batteria di Kenny Buttrey, amerà alla follia anche Tuscaloosa. Abbiamo per la prima volta la resa elettrica della magica "New Mama", letteralmente da brividi (anche se a nostro parere sembra tagliata nella seconda parte), e la rara ma celeberrima "Alabama", qui resa nelle stesse modalità di Harvest, al punto da sembrare un alternative take dell'album. Possiamo ascoltare "Lookout Joe" finalmente nel suo contesto autentico, mentre "Time Fades Away" e "Don't Be Denied", anche se suonano molto simili a quelle che già conosciamo su Time Fades Away, riverberano di freschezza e potenza.
Il set elettrico in realtà costituisce il secondo tempo del disco, che si apre con due brani completamente acustici, "After The Gold Rush" forse nella sua versione live migliore mai uscita a livello ufficiale, e "Here We Are In The Years", gemma dell'album d'esordio del 69 che finalmente possiamo apprezzare in una versione spoglia, minimal, decisamente più younghiana.
Poi arrivano in fila quattro pezzi da Harvest, dove Neil suona l'acustica ma è accompagnato dalla band: "Out On The Weekend", "Harvest", "Old Man" e "Heart Of Gold". Anche in questa parte, i cultori dell'album si sentiranno a casa, per non dire che avranno la pelle d'oca.
Tuscaloosa è piuttosto breve, 11 canzoni. Sono state escluse per scelta "On The Way Home" e "The Loner". Peccato. Altre canzoni eseguite quella sera ("Southern Man", "Are You Ready For The Country?" secondo SugarMtn) pare non siano state registrate. Godiamoci questa affascinante fotografia, rigorosamente in un oscuro bianconero come suggerisce la classica cover, mentre aspettiamo ulteriore materiale (NYA Vol.2?) tratto da uno dei momenti più creativi e combattuti del nostro canadese.




mercoledì 22 maggio 2019

Words... and numbers. La popolarità di Neil Young nell'era di Wikipedia


Ormai da alcuni anni le classifiche musicali si basano non più solo sulle vendite vere e proprie, ma vengono calcolati anche gli streaming, per “dare una migliore idea del grado di popolarità” di un album o un artista. Ecco, il grado di popolarità è l'argomento di questo articolo. Non è certo un aspetto quantificabile scientificamente: i parametri che si possono scegliere sono molteplici e spesso in contraddizione tra loro.
Nello specifico, baseremo le nostre osservazioni sul numero di visualizzazioni delle pagine Wikipedia di artisti o band selezionati, diciamo otto più due ospiti... scelti ovviamente tra quelli che più stanno a cuore agli amici di Rockinfreeworld.com!
Esiste uno strumento che permette di confrontare tra loro fino a un massimo di dieci voci contemporaneamente. Il programma raccoglie dati dal luglio 2015 ma noi ci siamo affidati solamente agli ultimi dodici mesi, dall'1 maggio 2018 al 30 aprile 2019. E' possibile inoltre scegliere tra vari tipi di grafici: linea, barra, radar, torta, ciambella, area polare. I numeri che troverete qui sotto si riferiscono alle pagine en.wikipedia.org dei vari artisti presi in esame.
Al decimo posto troviamo Crosby & Nash con 33.957 visualizzazioni (una media di 2.830 al mese), mentre se cerchiamo Crosby, Stills, Nash & Young saliamo al quarto posto della nostra classifica con 681.534 visualizzazioni. I Crazy Horse vantano 125.494 visite in un anno alla loro pagina, ma molto meglio fanno i Buffalo Springfield (o meglio, i loro fans) con 525.682.
Del celebre quartetto CSNY, il meno seguito risulta Graham Nash; salendo troviamo Stephen Stills e più in alto ancora David Crosby. I tre insieme non raggiungono il numero che totalizza Neil Young da solo, 2.007.659 (con una media mensile di 167.305).

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A questo punto abbiamo provato a confrontare Young con altri due grandi della canzone americana, Bob Dylan e Bruce Springsteen. Pur essendoci solo quattro anni di differenza tra Dylan e Young e altri quattro tra il canadese e Springsteen, a volte sembra di parlare di tre generazioni differenti, vista la mole di capolavori usciti tra un esordio discografico e l’altro. Beh, nella nostra classifica stravince il Menestrello di Duluth, quasi a quota 3.500.000, che supera il Boss di circa un milioncino di contatti. Per completezza di informazione, Young è comunque davanti a Bob Seger, John Fogerty, Santana, Paul Simon, Grateful Dead… ma dietro a John Lennon, Paul McCartney, Elton John, Willie Nelson, Tom Petty…
Se sbirciate en.wikipedia.org/wiki, poi, relativamente agli album del nostro a vincere è Harvest (182.084 visite annuali), ma After The Gold Rush segue a breve distanza (170.000), poi Tonight’s The Night (111.725), Harvest Moon (109.717) e Rust Never Sleeps (106.559). Déjà Vu di CSNY si inserisce con 154.150.
Non è finita qui. Presi dalla curiosità, ci siamo avventurati tra le pagine Wikipedia di Neil Young nelle più svariate lingue. Ovviamente al primo posto c’è quella in inglese (2.007.659, come si diceva, con 5.500 visualizzazioni giornaliere), seguita dalla pagina tedesca (177.230) e inaspettatamente da quella italiana (144.423... sarà merito della nostra bellissima community?!). Poi francese, spagnola, giapponese e olandese.
Stupisce forse la russa all’ottavo posto, o quella in lingua araba al decimo posto, però qui ci piace segnalare che Harvest (sempre lui!) fu stampato in un considerevole numero di copie per quel mercato (in Libano, per l’esattezza). Bisognerebbe valutare il bacino d’utenza: ad esempio es.wikipedia.org/wiki/Neil_Young è sì quinta, ma non è un risultato eccezionale, considerato che ingloba quasi tutta l’America Latina; del resto, in quel mercato Young non ha mai avuto grossissimi successi, a parte quello discreto di Everybody Knows This Is Nowhere in Venezuela e Hawks & Doves in Messico.

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Altre curiosità? La pagina in lingua cinese è al diciassettesimo posto; ma potrete trovare tante altre lingue asiatiche, o il malgascio, o le varie lingue slave, oppure bretone, catalano, esperanto, thai,  latino… Spesso le notizie biografiche sono ridotte veramente all’osso; talvolta viene riportata solo la discografia (e non sempre completa), con errori, inesattezze e carenza di aggiornamenti.
La pagina italiana? Non è male, comprensiva di biografia e varie sezioni dedicate a vita privata, strumentazione, curiosità, discografia (con segnalazione di alcune cover in italiano), opere letterarie, riconoscimenti e onorificenze.
Non rimane che segnalare un paio di altre lingue nostrane, sardu e lumbaart. Ah, il campanilismo! In attesa di trovare altri modi per misurare la popolarità dello zio Neil, cerco una sua foto intento a mangiare scaglie di Parmigiano-Reggiano… giuro che se la trovo creo subito pr.wikipedia.org/wiki/Neil_Young!!!

Luca "Borderwolf" Vitali, Rockinfreeworld

domenica 28 aprile 2019

Trans oggi: la retrospettiva di Popmatters


Nel 1982 Neil Young si "dedicò a qualcosa a cui non si era mai dedicato": elettronica. Vocoders. Drum machines. Sintetizzatori. Testi a proposito di robot fascisti e "computer cowboys". Canzoni con titoli come "Samples And Hold" e "We R In Control". Lo ha registrato e intitolato Trans. Ha dato i nastri alla Geffen.
Il bizzarro progetto sarebbe stato il primo ad essere pubblicato dall'etichetta per cui aveva appena firmato.
Tra i fan casuali e gli ammiratori, l'album ispira generalmente più perplessità che ira. Risa imbarazzate sono la norma; commenti come "E dopo cosa farà?" sono tanto banali quanto privi di senso. Lo si guarda più come un astratto e largamente inspiegabile evento isolato - qualcosa che Neil fece negli anni 80 e poi si lasciò subito alle spalle - piuttosto che un album dotato di vita e respiro, un documento durevole, qualcosa che uno può ancora comprare nel 2010, esplorarlo e farsi una propria opinione.
Tra i critici di professione, la perplessità spesso ha subito comportato un rifiuto categorico. William Ruhlmann, su Allmusc, dà al disco 2 stelle su 5 e afferma il popolare verdetto: "Trans ha alcune buone canzoni... ma nella sua totalità è un'idea che proprio non funziona". Nel 1996 la MusicHoud Guide to Rock prosegue sulla stessa linea, accostando Trans al seguente Everybody's Rockin': "i più grandi fallimenti [di Neil Young] sono terribili coltellate a generi diversi".
Così, l'album è diventato uno sconsiderato punto di riferimento, insieme ad altri esperimenti bizzarri e pieni di sé di altri nomi importanti che Proprio Non Funzionano (vedi: Metal Machine Music di Lou Reed, Two Virgins di John Lennon, Self Portrait di Dylan). Ha perso la sua peculiarità. Se non è l'album più odiato di Neil Young, è di sicuro quello meno compreso.
Questo è un peccato. Perché è uno dei miei preferiti. E' un lavoro avvincente e singolare; è anche orecchiabile e - sì - sinceramente toccante, almeno in certi punti. Quindi lo difendo.
Lo ammetto: al primo ascolto, Trans può essere un po' stridente. E con "un po'" intendo molto, e con "stridente" intendo scioccante. Voglio dire - per citare una recensione online di un certo "Capn Marvel" - i suoi momenti sonori più selvaggi sono "così lontani dal personaggio, dal punto di vista stilistico e sonoro, da far pensare che il vero Neil Young sia stato rapito dagli alieni e che ci mandi le sue nuove canzoni usando una trasmittente satellitare nascosta nelle profondità del suo colon".
Per il pubblico, è sparita l'inconfondibile impronta di capisaldi folk-rock come "Old Man" e "Hear Of Gold", per lo meno in sei delle nove canzoni dell'album. Sparito è quel gemito familiare, oscurato - letteralmente obliato - da un arsenale di effetti vocali. Spariti anche i ritmi tranquilli folk (al loro posto incalzanti metronomi new-wave), la cadenzata vibrazione acustica, le piacevoli e sottili melodie di Harvest o Comes A Time.
La reinterpretazione di "Mr. Soul" dei Buffalo Springfield su Trans fa da testimone, che muta il riff originale stonesiano in un martellamento robotico. Oppure "We R In Control", dove un minaccioso giro di basso e il ronzio del sintetizzatore fanno da complemento a una delle performance vocali più da brividi di sempre. Young suona completamente posseduto su questo brano, la sua voce abbassata elettronicamente a profondità robotiche che svela un manifesto da incubo stile 1984.
"Controlliamo il cielo televisivo.
Controlliamo l'FBI.
Controlliamo il flusso di calore.
Noi prevarremo e
Eseguiremo.
La nostra.
Funzione."
Scorticate le qualità basilari umane, la canzone è all'estremo opposto di "Tell Me Why" - sul serio, suona più come i Devo durante un assurdo trip da acido, però funziona, perché è audace e melodicamente ricca e selvaggia; è drammatica senza scuse e assolutamente inquietante. Tratti che possono essere facilmente applicati ai lavori migliori e più toccanti di Young - per esempio "Will To Love", o all'altrettanto poco compresa (ed ugualmente sinistra) veglia funebre irlandese che è Tonight's The Night.
Trans, comunque, è diverso. Non ha niente, insomma, del Neil Young celebre negli anni '70 amato dalle radio. Al suo posto: tutte le varietà di "whizzer e twizzer e cose che fanno bwwooing! nella notte" (ancora Capn Marvel). Sì, Neil Young è stato rapito ma non dagli alieni. E' stato rapito da una mania del vocoder e da un'angosciante crisi familiare, la cui gravità è rimasta ignota anche ai fan più incalliti.
Nonostante le texture meccaniche e i freddi sintetizzatori programmati, Trans non è per niente privo di sentimento. Se fate attenzione scoprirete parte della musica più intensa e personale che Young abbia mai registrato, il suo cuore emotivo profondamente nascosto (ma mai compromesso) dal ghiaccio esterno di uno stile alla Kraftwerk.
Ma forse avete bisogno dei retroscena, prima.
Il figlio di Young, Ben, soffre di una grave paralisi cerebrale - è effettivamente incapace di parlare. La battaglia di Young per poter comunicare con Ben fu infinita e straziante e, nel 1982, lo portò a interessarsi alla tecnologia per manipolare le voci, come riflessione della sua incapacità comunicativa. Su Trans, il vocoder è lo strumento predominante, che pone la voce di Young dietro un impenetrabile e guscio di angoscia e non-umanità.
Nel lancinante brano centrale, "Transformer Man" [...], sopra una melodia piacevole e senza età, punta il dito esplicitamente verso la sua devastante barriera. La sezione ritmica staccata e sintetica complica l'iniziale calore della melodia e delle parole - entrambe diventano senza dubbio esplicite nell'esecuzione acustica dieci anni dopo per Mtv Unplugged.
"Così tante cose rimangono ancora da fare
Ma ancora non le abbiamo fatte...
Svelare i segreti.
Lasciaci buttar via le catene
Che ti trattengono."
Il testo della canzone, che si rivolge a Ben in seconda persona, è una toccante lotta contro quell'inabilità verso l'essenziale espressione umana. Ma le sue qualità sonore la ricreano in modo sorprendente. "Devi riuscire a capire, non puoi non capire le parole", ha detto Young della canzone, "e io non riesco a capire le parole di mio figlio. Prova a sentire questo." E io l'ho fatto.
In effetti Trans suona molto meno artificiale e ampolloso del rockabilly retrò che lo seguì subito dopo. "Fai un disco rock 'n' roll", lo supplicavano le masse. E otto mesi dopo Trans fu seguito da Everybody's Rockin' (1983), un nauseante scherzo di 25 minuti, tributo al rockabilly anni '50, e poi Old Ways (1985), un ugualmente scialbo omaggio al country-and-western.
Il paradosso, allora, è che queste escursioni di Young in stili che dovrebbero essere grezzi, terreni e familiari appaiono invece artificiali e pasticciate; quello che invece sembra il suo perplesso flirt con l'elettro-pop sembra invece sincero, emotivo e più diretto al confronto. Everybody's Rockin' abbraccia formule e cliché per il gusto dello stile. Trans forgia il suo personale percorso; anche se il suo stile è stridente, quantomeno valorizza profondità e sostanza.
Trans ha dimostrato, in anticipo ai suoi tempi, che la musica elettronica e la profondità emotiva non si escludono l'un l'altra. Né che debbano essere viste come impulsi in conflitto, anche se l'istinto predominante ci fa mettere James Taylor su un lato e i Kraftwerk sull'altro. Invece, questa giustapposizione centrale, tra la sincera emozione umana e la fredda texture elettronica - con le parole di Young, "dove di incontrano la chimica e l'elettronica" - può essere sorprendentemente potente.
In un'intervista televisiva del 1982, Young ha spiegato i suoi sentimenti sull'argomento:
"La musica elettronica è molto simile al folk per me... è un nuovo genere di rock - è così sintetico e anti-feeling che ha molto feeling... Quindi penso che questa nuova musica sia molto emozionale, perché è così fredda... Ho i miei sintetizzatori e i miei computer e non sono solo."
I lettori dell'epoca pensarono sicuramente che fosse impazzito, ma gli innumerevoli artisti che si dilettavano o proprio lavoravano nell'elettronica certamente lo capirono. Ben prima che i vocoder e le voci robotiche dei Daft Punk facessero da ponte paradossale all'amore e all'affetto umani e genuini ("Digital Love", "Something About Us"), c'era Trans - e in particolare "Sample And Hold" che sembra descrivere un servizio robotico disegna-il-tuo-partner. (I Flaming Lips hanno esplorato un tema quasi identico, anche se non in prima persona, su Yoshimi Battles And The Pink Robots del 2002, e in particolare "One More Robot/Sympathy 3000-21".) Prima della Beta Band unisse suoni folk e strumenti con ritmi e strutture elettroniche su The Three EPs del 1999 (i critici denominarono la fusione "folktronica"), c'era Trans. E prima che Bon Iver e Sufjan Stevens massacrassero i vocoders e le altre texture elettroniche in un folk-indie-pop, c'era Trans.
Gli echi dell'album nella pop music moderna sono tutto fuorché diretti e chiaramente definibili, ma sono durati nel tempo e ci sono davvero, e sono pertinenti a qualsiasi discussione su Trans e sul suo contesto musicale e culturale.
Come se non fosse sconcertante abbastanza, Young inspiegabilmente inizia ogni lato con una luminosa e fiorita canzone d'amore, assurdamente distaccate dai colori musicali e vocali delle tracce chiave. Completamente privi dei marchi di fabbrica di vocoder e sintetizzatori del resto di Trans, "Little Thing Called Love" e "Hold On To Your Love" - più il brano in chiusura, "Like An Inca" - furono registrati alle Hawaii nel 1981 per un progetto poi abortito intitolato Island In The Sun. E sono decenti sebbene siano canzoni pop tralasciabili - chitarra acustica, pedal steel, lussuosi cori; Young canta nel suo registro naturale e inalterato, e i testi sono freschi e dimenticabili come il loro titolo suggerisce. Fanno scaturire la semplice domanda: cosa cavolo ci fanno su Trans.
L'iniziale spiegazione dubbiosa di Young suggerisce che Trans era nato come concept album sull'evoluzione dall'uomo alla macchina; considerate l'iconica immagine di copertina, che mostra da un lato lo Young umano fare l'autostop e dall'altro un robot che lo mima dalla sua metà digitale. Se "Little Thing Called Love" funziona come il punto di partenza umano - il lato destro della copertina - allora "Computer Age" sembra una gentile iniziazione alle chiavi testuali e ai motivi musicali di Trans (in confronto al frenetico assalto di "We R In Control" e "Computer Cowboy"). Sebbene rigidamente governata da una martellante drum machine e dalla linea del sintetizzatore, la canzone è essenzialmente di stampo rock, abbastanza perché i Sonic Youth la scegliessero per l'album tributo del 1989; e non a caso, Young canta l'intero verso prima della trasformazione della voce al vocoder, che poi è dominante fino a quattro canzoni più in avanti, a "Hold On To Your Love".
Più tardi Young riconobbe che le tracce di Island In The Sun erano fuori posto su Trans - costituivano un primordiale tentativo di mascherare il cuore eccentrico del disco mutandolo in un progetto più accessibile ma molto meno integro. Come deduce Mark Prindle nella sua celebre recensione, questi brani convenzionali mancano totalmente dell'obiettivo e della visione che caratterizza i momenti più peculiari (e apparentemente male interpretati) di Trans; la blanda "Little Thing Called Love", per esempio, non fanno altro che rendere più brillante la melodia e il testo di "Computer Age" ("E io sto davanti a te / O non riusciremmo a vederci", canta Young in un tono altissimo, computerizzato, di nuovo richiamando il figlio Ben). E "Hold On To Your Love" non ha niente di "Sample And Hold", un bruciante tributo di 8 minuti all'amore robotico che vede alcuni dei più straordinari lavori chitarristici di Young dai tempi di "Southern Man".
La stranezza finale è che Trans è completamente conciliabile con il resto della carriera di Young. Quello che i critici più ostili all'album non hanno capito è che la prolifica produzione di Young (una media di circa un album ogni 18 mesi tra il 1969 e il 2011) ha sempre avuto come base progetti spontanei e disinibiti. L'immediatezza è la chiave – e se viene troppo misurata, prevista, costruita, sembra pensare Young, la musica perde il suo mordente; meglio procedere senza paura e in barba ai pericoli, e se questo provoca alcuni passi falsi lungo la via, per lo meno non si rimane rintanati al sicuro (vedi: Rolling Stones, Eric Clapton, gli occasionali compagni Crosby Stills & Nash).
Gli anni 80 ci mostrarono una successione a mitraglia di escursioni momentanee in diversi generi: nel trash-rock (Reactor), nell'elettronica (Trans), nel rockabilly (Everybody's Rockin'), nel country (Old Ways), nel synth-pop (Landing On Water), e nel blues (This Note's For You). Prima di questa controversa decade c'è Tonight's The Night del 1975 (registrato nel 1973), un tributo lancinante ad amici morti da poco, scritto per lo più in studio e registrato in take singoli durante alcune notti a base di tequila.
C'è Greendale del 2003, un'intricata opera rock a proposito di Dio-sa-cosa, e c'è Fork In The Road, un concept del 2009 derivato dall'avventura di Young di sviluppare una tecnologia per auto elettriche, e persino Harvest Moon del 1992, un magnifico e intenso disco di ballate folk che era seguito subito dopo al più feroce e feedbackiano tour dei Crazy Horse in più di un decennio (da cui Weld del 1991). Ricordo inoltre che “Ohio”, diventata un'icona di CSNY, fu registrata appena 11 giorni dopo il massacro alla Kent State (1970) di cui parla. Sulla stessa scia, Living With War del 2006 – un fiero e corale disco di protesta che punta il dito esplicitamente contro la guerra in Iraq – è stato scritto, registrato e pubblicato nell'arco di un mese.
Il punto è: la direzione particolare di Trans può essere anche estrema, o indubbiamente bizzarra. Il suo spirito – di avventura e sfizio, di impulso artistico carenato e disinibito – quadra perfettamente nel contesto di un artista che rifiuta di tenere sotto controllo le sue incarnazioni più impetuose. La tendenza ha causato talvolta la frustrazione delle masse, la mortificazione degli ascoltatori. Ma fa parte di quello che rende la musica di Young spesso eccitante, in 40 anni di carriera. Trans può essere il suo esperimento più intimamente intenso e strano. Nel mazzo dei tanti, è anche il jolly.
Il grosso fallimento di Trans, dunque, non risiede nella sua musica o nei suoi testi. Mente nella presentazione e nella promozione – non ne ha. Young fallì completamente nel portare il suo contesto personale a un pubblico indifferente. Combatté la confusione aggiungendo confusione: il sarcasmo inscrutabile, se non proprio privo di senso, di Everybody's Rockin'.
Si trovò anche in brutte acque dal punto di vista legale. Una causa da 3.3 milioni di dollari della Geffen Records seguì l'uscita di quel disco nel 1983. Secondo Geffen, la musica di Young era “diventata non rappresentativa dei dischi precedenti”. La vicenda gli si ritorse contro – più tardi il fondatore dell'importante etichetta si scusò per aver interferito con il processo creativo del suo cliente – ma essenzialmente fu l'espressione del sentimento comune tra il confuso pubblico del musicista: Neil Young alienò con successo i suoi ascoltatori verso un livello commerciale, e Trans sarebbe stato visto come il punto di svolta in questo processo.
Per questo disco, le spiegazioni arrivarono solo anni dopo, come spiegato nella biografia di Young, Shakey:
“Ecco di cosa parla l'album... È l'inizio della mia ricerca di una qualche interfaccia di comunicazione con una persona muta e gravemente handicappata... Ecco cosa cercavo di fare. E fu completamente frainteso.”
Se c'era una chiara connessione tra il Trans concepito da Young e il Trans pubblicato (e arrivato a tutte le altre persone), comunque, essa esisteva solo nella mente dell'artista. Durante la vana promozione del disco, Young propose a Geffen l'idea di un video musicale – qualcosa che tenesse insieme i due capi del disco, o al massimo che fornisse la controparte visuale alle strane e auditive sperimentazioni. Il video sarebbe stato ambientato in una stanza d'ospedale, dove si muovevano sciami di infermiere e dottori elettronici, che si struggevano per un preciso scopo: insegnare a un bambino come premere un bottone. La scena simboleggiava l'obiettivo centrale di Young: la ricerca di un mezzo di comunicazione per qualcuno che è privato delle comunicazioni più basilari, anche (anzi specialmente) se questo mezzo è completamente meccanico.
Il video, comunque, non fu mai realizzato. Mtv era ancora troppo nuova per dimostrare il suo potenziale commerciale, e Geffen si rifiutò di metterci i soldi – anche quando Young si offrì di spendere 200.000 dollari di tasca sua. Avrebbe fatto una differenza una scena di questo tipo? L'album fu bombardato e Young la prese male; la sua idea, così come la sua rilevanza personale, sociale, musicale, erano andate totalmente perdute nella traduzione.
In ogni caso sembra appropriato che questo album, così consumato da un incessante desiderio di rompere la barriera comunicativa, fu infangato a causa dell'incapacità (o della riluttanza) di Young di comunicare quel tema al suo perplesso pubblico. “È comunicazione”, scherzò più avanti il cantautore, “ma non funziona. E questo è anche mio figlio”. Forse anche Trans è questo. O forse dovrebbe esserlo. 

Zach Schonfield, popmatters.com
traduzione: MPB, Rockinfreeworld