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Neil Young - Homegrown

Il celeberrimo album inedito del 1975, rimasto fino a oggi negli archivi, vede finalmente la luce in via ufficiale. 12 canzoni, tra inedite e prime versioni di brani già conosciuti, provenienti da un momento d'oro per il Canadese. Imperdibile!

Neil Young & Crazy Horse - Colorado

Il ritorno del Cavallo tra le nevi del Colorado. L'ultimo album mescola il grunge di protesta alle ballad intimistiche, regalando momenti di puro incanto.

Neil Young Archives

Il sito ufficiale dove potete rivivere l'intera carriera di Neil Young: canzoni, video, concerti, foto, manoscritti, memorabilia e contenuti esclusivi per gli iscritti.

venerdì 3 luglio 2020

Homegrown: rassegna stampa italiana


In quegli anni Young stava attraversando un periodo difficile, mentre la relazione con l'attrice Carrie Snodgrass (i due erano legati dal 1971), stava finendo e molte delle canzoni che stava scrivendo erano riferite proprio a questa vicenda. Canzoni "troppo personali" disse Young a Cameron Crowe in un'intervista per Rolling Stone dell'epoca. Il cantautore aveva messo tutta la sua sofferenza nella musica, ma non si sentiva a suo agio nel farla ascoltare al mondo.
TGcom24, comunicato 

“Non chiederò scusa”, annuncia Young nella prima canzone, Separate Way, mentre le parole si fondono con la pedal steel di Ben Keith. In Mexico piange la sua perdita su poche note di pianoforte: “Il sentimento è svanito, perché è tanto difficile tenersi stretto un amore?”. La lenta Try è lievemente più ottimistica, con Young che canta in modo giocoso: “Tenterei la fortuna, ma cazzo, Mary, non so ballare”, una citazione di una delle battute preferite della madre di Snodgress. E poi c’è Vacancy, pezzo rock con Stan Szelest al Wurlitzer e la frase: “Ti guardo negli occhi e non capisco che cosa nascondono” che sembra rivolta a una ex che per l’uomo è diventata una specie di fantasma.
Rolling Stone Italia, voto ****½ (su 5)

Ma cosa dobbiamo aspettarci da un disco di “dolore” inciso fra il 1974 e il 1975? “Una specie di ponte fra Harvest e Comes a time”, come l’ha definito lo stesso cantautore canadese. Un ponte per attraversare il quale bisogna camminare con cautela su sei album non sempre stabili anche se in qualche caso ampiamente rivalutati, sinistri crepitii e ondeggiamenti poco confortanti, sprazzi di luce e rabbia cupa. D’altronde, nemmeno lui si aspettava, all’epoca, che le persone ascoltassero sempre la sua musica: “Se hai intenzione di mettere un disco alle 11:00 del mattino, Tonight’s the night non va bene. Meglio i Doobie Brothers.”
Auralcrave, voto ***** (su 5)

Bloccato nel suo mondo fitto di oscurità, il musicista non riusciva a dare un senso compiuto a quel suono così apparentemente semplice e disilluso, nonostante le troppe brutture affrontate: la separazione da Carrie Snodgress, la malattia diagnosticata al figlioletto Zeke e la morte per droga degli amici, il chitarrista nonché membro dei Crazy Horse, Danny Whitten prima e quella del roadie Bruce Berry poi, lo avevano di fatto chiuso in un tunnel di negatività dal quale sarebbe uscito solo diverso tempo dopo e con parecchie ammaccature. In “Homegrown” non ci sono però scatti nervosi, né afflizioni aggiuntive. Neil Young offre con fare quasi rassicurante la variegata gamma delle proprie tristezze, riappropriandosi di quelle radici folk in cui da sempre ha affondato la sua poetica. Tra acustica, armonica e slide, pianoforte e spazzole, le suggestioni bucoliche riempiono le atmosfere dell’album, alternando una moltitudine di umori contrastanti piuttosto lontani dagli ideali hippie evocati in “Harvest”.
Rockol, voto **** (su 5)

Si tratta di un disco potente, non meravigliosamente abbacinato in un dolore lattiginoso come On The Beach o febbricitante e dissestato come Time Fades Away, ma perfettamente in bilico tra dimensione acustica ed elettricità come se non fosse possibile tracciare una linea di demarcazione tra di esse, ma anzi componessero uno stesso profilo, la modulazione di una voce soggetta a imprevedibili variazioni di temperatura e (quindi) di fusione. Non si può paragonare tuttavia al lirismo ipnotico di After The Gold Rush, né al turgore levigato di Harvest: in Homegrown si consuma lo spettacolo d’arte varia di un’anima sfocata che ha recuperato in qualche modo un centro di gravità a cui aggrapparsi, anche se non è chiaro quanto sia solido.
Sentireascoltare, voto 7.4 (su 10) - album Top

“Un disco pieno di amor perduto” che Neil Young non si è sentito di far uscire quando sarebbe dovuto essere il suo momento per il semplice motivo che, forse, almeno per il suo autore, il momento giusto non era affatto quello. [...] La fiamma di un amore che si spegne, un artista che respinge i doveri discografici perché ritiene che il proprio stato d’animo sia più importante di qualunque contratto e dodici tracce che si perdono come “lacrime nella pioggia” e che forse mai nessuno più ascolterà.
Impatto Sonoro, rece positiva

Gli appassionati del periodo Harvest / On The Beach hanno pane per i loro denti. Innanzitutto per il timbro di voce, poi per brani come Mexico (che può ricordare nella melodia A Man Needs a Maid), Separate Ways, Try. Ma i segnali di evoluzione arrivano presto con l’elettrica Vacancy, e i rumori e la spoken word in Florida. C’è poi una bella ballata country quale Love is a Rose, il blues di We Don’t Smoke It  e le stessa traccia titolo a fare bella mostra della loro qualità. Un disco forse non fondamentale (non troviamo una hit che sarebbe diventata inossidabile), ma utilissimo a riempire un tassello storico e con brani di livello alto come si conviene a un musicista del suo rango.
Il Popolo del Blues, rece positiva

Homegrown è semmai affascinante proprio nel mostrare un altro nebuloso scatto di quel caotico periodo, funestato dalle ombre del rapporto in frantumi con la prima moglie Carrie Snodgress e dai problemi di salute del figlio Zeke, integrando il discorso che già ricadeva a cascata sui contemporanei album ufficiali. Spezzato, impreciso, attraversato da bozzetti, vicoli ciechi, canzoni interrotte e momenti di pura illuminazione, Homegrown non possiede la provocatoria liberazione di Time Fades Away, radiografia dal vivo di un crollo umano, né la bellezza adamantita e languida del capolavoro On the Beach, e neppure il disarmonico quanto autentico grido di disperazione di Tonight’s the Night. È piuttosto un saliscendi di emozioni, incise sulla carne viva di Young, il quale, quando trova una pista fuori dalla coltre che lo avvolge, ottiene i risultati sperati, altre volte invece pare semplicemente abbadonarsi all’idea del momento.
Rootshighway, rece positiva

Se il dolore non lo si può non affrontare, allo stesso modo non si può non gioire per i piccoli miracoli, come una canzone, un fiore, un tramonto. E non c’è nulla di banale in tutto ciò, solo un sentimento di primitiva malinconia che Neil si tiene addosso da sempre come una coperta pesante ma confortevole. [...] Ascoltando Homegrown, perdendoci in quei 12 brani in perfetto stato di grazia, non sappiamo più che anno è. Non stiamo lì a pensare al genere musicale, a come incasellarlo, a chi somigliarlo, se suona nuovo, se suona vintage. Pensiamo solo a come siano fottutamente belle quelle canzoni. Tante piccole gemme, per un durata totale di 35 minuti. E dentro c’è tutto, il suo country rock, il suo folk, il suo psychedelic, il suo rock blues, il suo proto grunge.
Rock Garage, voto 10

Le canzoni che componevano Homegrown erano invece tante, visto che in origine doveva essere un doppio album. Tante di loro finiranno su album seguenti, alcune faranno capolino solo in concerto, altre vedono la luce solo ora. Finalmente! Altre ancora chissà quando? Registrate tra il Broken Arrow Ranch, al Quadrafonic Sound Studios di Nashville e al Village Recorders di Los Angeles, sotto la produzione di Elliot Mazer e Ben Keith con l'accompagnamento di musicisti come lo stesso Ben Keith (steel guitar), Tim Drummond (basso), Levon Helm e Karl Himmel alla batteria.
Enzo Curelli Blog, voto **** (su 5)

In "Homegrown" la profonda ispirazione rurale americana tocca vertici altissimi; suoni autentici di amplificatori, Les Paul e Martin d’annata, eco e riverberi naturali ottenuti con microfoni sapientemente posizionati in vecchi fienili o negli studi di Nashville e da qui il sound country/blues che la fa da padrone rispetto al folk dei classici lavori di Neil Young, unito a musicisti d’eccezione. Il tutto, è sono un toccasana per le orecchie dell’ascoltatore contemporaneo.
GuitarClubMagazine, rece positiva

Homegrown, raccolta di brani di fine ’74 e inizio ’75, ora che infine esce sul mercato viene annotato come “il” disco mancato di Neil Young. Meglio sarebbe dire “uno” dei dischi perduti: qualcosa è riaffiorato altrove, qualcosa era solo il sogno privato dei collezionisti. Eccolo qua, con tanto di copertina quietamente country: un ragazzino che potrebbe essere Huckleberry Finn di Mark Twain che addenta una pannocchia, un cagnolino interessato, bisonti e fogliame color pastello.
Il Giornale della Musica, rece positiva

“Semplicemente non potevo ascoltarle”. Questa la motivazione della lunga attesa. [...] Risultava impossibile per l’autore riascoltarsi in queste esternazioni sonore d’angoscia [...]. Apre il disco un brano che sarebbe potuto diventare un classico. Separate Ways [...] La speranza di fuggire dal dolore espressa in Mexico, lascia spazio alla canzone più nota dell’intero progetto [...] Love is a Rose.
LaScimmiaPensa, rece positiva

È interessante notare come, nonostante sia un’opera risalente a 45 anni fa, le tematiche affrontate, ovvero solitudine, malinconia, abbandono, riescano a essere universalmente comprensibili anche al pubblico di oggi e pezzi struggenti come Separate Ways, Love is a Rose e Star of Bethelem riusciranno a essere sempre attuali e non perderanno mai credibilità. Persino la parte strumentale, seppure per ovvie ragioni anacronistica rispetto ai canoni a cui siamo abituati oggi, riesce a essere apprezzabile con i suoi miscugli di chitarre, sia acustiche che elettriche, pianoforti e qualche memorabile assolo di fisarmonica (in Separate Ways e in We Don’t Smoke It No More).
HeyJudeMagazine, rece positiva

Young non ha rabbia nel parlare di questo amore finito, traspare anche un certo senso di gratitudine, d’altronde Carrie è pur sempre la madre del suo primo figlio. Sono i ricordi a dare conforto all’artista, alcuni più dolorosi e altri più lievi, più semplici da gestire. In “Separate Ways”, primo brano dell’album, dice “La felicità non è mai passata/è solo un cambio di piano”, poche parole, ma pesanti come 100 libri. La sua voce, stanca e triste, trova ogni tanto una luce più forte come in “We don’t smoke it” che sembra inserito solo per bloccare temporaneamente la tristezza e “Florida”, breve flusso confuso di intense parole.
Indelebili, rece positiva

Homegrown è un lavoro pieno di dolore e di rabbia, trasuda tutto il tormento di quei giorni che pian piano si trasforma in un racconto catartico, forse per questo Neil aspetterà così tanto a pubblicarlo; lui stesso ha raccontato che era lì, nascosto in un cassetto, pronto a venir fuori una volta passata la tempesta, una volta metabolizzata la perdita [...] L’anno ‘74-’75 sarà stato pure un periodo nero come la notte più buia per Neil, ma sicuramente rischiarato da sprazzi di profonda ispirazione, quel che ne risulta infatti è un mix perfetto tra dimensione acustica ed elettricità, fra intimità e potenza, come tutta la sua produzione del resto. L’unico difetto dell’album è che dura troppo poco
OffTopicMagazine, rece positiva

Circa metà dei brani gli younghiani di ferro li conoscono bene. Il resto è tutt’altro che scarto e accademia. Ad esempio la title track, uno di quei brani gonfi e vagamente ironici che quando li scrive Yioung vanno sempre a bersaglio, o perfino il bluesaccio da jam We Don’t Smoke it No More ( ma tono e clima sembrano dire esattamente il contrario). White Line è una pennellato di saggia melassa, Little Wing dolcezza su dolcezza, Florida una scombiccherata narrazione con tanto di bicchieri da vino percorsi coi polpastrelli. Qua e là a dare una mano Robbie Robertson e Levom Helm della Band, a proposito di specularità con Dylan, e la fata gentile Emmilou Harris. Il viaggio perduto, va da sé, vale tutto il prezzo del biglietto.
Discoclub, voto 8.7 (su 10)

Se Neil aveva dei dubbi all’epoca, lo si può comprendere, perché il disco mostra alcuni tratti poco convincenti, in particolare il tentativo di riproporre atmosfere  simili al precedente. La sequenza dal primo al quinto brano sembra infatti ricalcare quella di Harvest; brano per brano, nello stesso ordine, ognuno rimanda, più o meno, a quella tracklist (*). Dal sesto pezzo in poi succede di tutto e  un brano totalmente parlato come Florida risulta del tutto fuori posto, ora come allora… Anche la seguente Kansas sembra incompiuta e cruda, quasi un ritaglio della ben più riuscita Ambulance Blues di  On The Beach. Non va meglio con il rock-blues di We Don’t Smoke It Anymore, che avrebbe ben figurato su Tonight’s The Night. Il disco si riprende con una versione acustica della White Line poi su  Ragged Glory,  che qui fa da trait d’union  con il  disco  della  serenità, Comes A Time. Vacancy  invece  torna a ripercorrere atmosfere harvestiane, rispecchiando un po’ le sonorità di Words.
TomTomRock, voto 7

Più che un "Harvest" minore è, infatti, un "Tonight's The Night" rivolto al suo cuore infranto anziché ai lutti amicali. Di quel capolavoro condivide (oltre che lo stesso intorno d'anni) tanto il tono, meditabondo e tribolato, quanto la prassi zigzagante, gli arrangiamenti cangianti da brano a brano, che restituisce uno spettro espressivo eterogeneo per sondare e cantare il dolore da quanti più punti di vista possibili. E come "Tonight's" s'orienta al clima più che alle singole canzoni: nessuna davvero memorabile, ma qualcuna pur pregna di quella lirica tragicità dello Young del periodo. Qualche punto trascurabile tra cui un evitabilissimo interludio, "Florida". Tra le righe è pure il disco "The Band" del canadese (oltre a Robertson compaiono Stan Szelest e Levon Helm), ma c'è anche una Emmylou Harris ancora quasi esordiente.
Ondarock, voto 6 (su 10)


sabato 27 giugno 2020

Homegrown: recensioni internazionali


Sette canzoni non sono mai state rilasciate prima d'ora, inclusa la sentita "Separate Ways" in apertura. Sopra la solida e minimale batteria di Levon Helm, il coro e Young danno il meglio di sé, tanto melodico quanto meditativo, tanto pensieroso quanto potente. [...] La sciolta "Vacancy" è l'ultima nuova canzone, un instant-classic (se si può definire "istantaneo" un brano rimasto nel cassetto per 46 anni).
New Musical Express, voto ***** (su 5)

Homegrown è un'aggiunta essenziale al catalogo di Young e la migliore delle sue numerose pubblicazioni d'archivio da quel Live at the Fillmore East (registrato nel 1970 e pubblicato 36 anni dopo) che è stato altrettanto essenziale.
Variety, rece positiva

Homegrown si afferma come un legittimo capitolo - forse persino richiesto - dell'eredità [di Young], l'ennesima audace affermazione di uno dei giganti della musica dell'ultima metà del secolo.
Paste Magazine, voto 9.2 (su 10)

Ascoltare queste canzoni (a volte molto familiari) in questa particolare sequenza rappresenta un viaggio che si snoda lungo una strada tortuosa ma offre un'esperienza completa, così come i suoi dischi di metà anni 70. Non è una nota a piè di pagina ma una parte essenziale del catalogo di Neil Young.
Allmusic, voto ****½ (su 5)

La [breve] durata della registrazione è sproporzionata rispetto alla sua profondità e intensità. Questa dozzina di brani vantano un audio impeccabile, ma la chiarezza di quei suoni, come quelli che hanno segnato tutte le registrazioni di Neil Young negli ultimi anni, è significativa non tanto come punto forte per la vendita quanto come rappresentazione diretta della purezza delle emozioni contenute nella musica.
Glide Magazine, rece positiva

Homegrown non solo è all'altezza della pubblicità che lo definisce un classico perduto, ma la supera.
Clash Music, voto 9 (su 10)

Questo è un album che dimostra che qualcosa di bello e duraturo può sorgere anche dalle circostanze più brutte.
Rolling Stone, voto ****½ (su 5)

Lo Young che abbiamo qui assomiglia a quello che già conosciamo: che abbiamo incontrato per la prima volta nel suo album di successo del 1972, Harvest, poi di nuovo in Comes a Time nel 1978. ... Quando tutto è già detto e fatto, ne desideriamo ancora.
Pitchfork, voto 8.8 (su 10)

Cinque dei 12 brani sono stati precedentemente pubblicati in varie versioni nel corso degli anni. Messi insieme a sette canzoni mai ascoltate in precedenza, l'effetto è quello di percepire maggiormente la tristezza che sta al loro cuore. Ci sono un paio di jam "fumate" piacevolmente buttate lì per alleggerire l'umore, tra cui la canzone che dà il titolo e la divertente "We Don't Not Smoke It". [...] Non dubito che sarebbe stato acclamato nel 1975, ma suona altrettanto dolce e vero nel 2020. Il crepacuore non invecchia mai.
The Telegraph, voto **** (su 5)

Homegrown è il suo album più personale. Destinato al rilascio nel 1975, conserva il sound country rock di Harvest ma ha un'atmosfera più intima.
Independent, voto **** (su 5)

Non è tutto perfetto: la traccia del titolo, precedentemente rilasciata [in altra versione, ndt], procede innocua al ritmo di una zappa, mentre a metà si presenta la leggermente sgradevole "Florida", un'aggiunta sconcertante. Ma quando Homegrown vola, è un'ulteriore prova al fatto che pochi nella storia sanno raggiungere i picchi emotivi di Neil Young.
Diymag, voto **** (su 5)

Con canzoni da tempo considerate tra le favorite, e altre che ora troveranno un pubblico più vasto, Homegrown è finalmente libero di mostrarsi come una raccolta organica e sentita dei tumulti personali che hanno influenzato la venerata produzione di Young degli anni 70.
Exclaim, voto 8 (su 10)

L'album è l'anello mancante nel catalogo di Young, tanto per la vita emotiva di Shakey quanto per le sue scelte stilistiche.
Slant Magazine, voto **** (su 5)

"Separate Ways" è un dolce inizio, che ricorda "Out On The Weekend" con una deviazione leggermente più amara, che ci ricorda immediatamente che Homegrown avrebbe dovuto seguire Harvest. La voce ossessionante di Emmylou Harris sullo sfondo di "Try" suona evocativa e familiare, un tratto derivante dalle sue frequenti collaborazioni con artisti del calibro di Linda Ronstadt, Gram Parsons e Bob Dylan.
Beats Per Minute, voto 7.8 (su 10)

Mentre una manciata di tracce non sono all'altezza della loro leggenda, ascoltare Homegrown dopo tutti questi anni è un bel regalo da parte di Young per le sue legioni di fan ... e, diavolo, per l'umanità.

Homegrown era abbastanza forte per uscire nel 1975 e Young ha ragione a riesumarlo ora. Ma questo non significa necessariamente che si sia sbagliato allora. Potrà aver messo a nudo la sua anima, ma era abbastanza intelligente da sapere quanto quell'anima fosse diventata fugacemente marcia.
Classic Rock Magazine, voto ***½ (su 5)

Col senno di poi, la decisione di Young [di non pubblicarlo in favore di Tonight's The Night, ndt] potrebbe essere stata giusta, ma come tutto ciò che ha fatto, Homegrown ha ancora molto da offrire. In retrospettiva, e considerato tutto ciò, non è una cattiva miscela.
American Songwriter, voto ***½ (su 5)

La mancanza di nuovi frutti maturi è probabilmente ciò che rende Homegrown una leggera delusione, ma giudicando in base alla maggior parte degli standard, è una raccolta molto solida che riflette vividamente un capitolo turbolento nella lunga e ricca carriera di Neil Young.
MusicOMH, voto ***½ (su 5)

"Separate Ways" e "Try" sono canzoni dolorose ma delicate, "Kansas" riflette delicatamente sulla scena di una notte. Un blues poco significativo e un'inascoltabile sperimentazione sonora di dita strofinate sul bordo di bicchieri contribuiscono poco a un album che è sì una scoperta ma, come gran parte della recente produzione di Young, solo per i più devoti.
The Observer, voto *** (su 5)

Voto medio di Metacritic: 8.7

venerdì 19 giugno 2020

Neil Young: Homegrown (Reprise Records, 2020)


1. Separate Ways
2. Try
3. Mexico
4. Love Is A Rose
5. Homegrown
6. Florida
7. Kansas
8. We Don't Smoke It No More
9. White Line
10. Vacancy
11. Little Wing
12. Star Of Bethlehem


Prodotto da Neil Young & Elliot Mazer, Ben Keith, Tim Mulligan


Che dire di un album entrato nella leggenda e rimasto nel cassetto (anzi, negli Archivi) per quasi mezzo secolo? Dopo averlo assemblato principalmente in alcune session tra il dicembre 1974 e il gennaio 1975, Neil lo accantonò in favore dell'uscita di Tonight's The Night (registrato nell'estate del 1973), e forse col senno di poi si può anche comprendere questa decisione (TTN è senz'altro più coeso e peculiare da un punto di vista artistico). Homegrown ha una natura di collage come molti dischi di quel periodo e si assesta interamente su binari musicali di pacata rilassatezza, ben rappresentata dalla copertina bucolica col contadinotto che si sbafa la pannocchia. La chitarra elettrica c'è, ma è tenue e morbida; per lo più prevalgono le stringhe acustiche, i bassi squillanti, la pedal steel di Ben Keith e bellissime armonie vocali. Il lato acustico un po' dark di Hawks & Doves è forse il riferimento migliore, parlando in termini sonori, ma il livello compositivo è quello di Harvest, Zuma o Rust Never Sleeps. Insomma stiamo parlando di una raccolta ricca e preziosa come un setaccio pieno di granelli d'oro. La tracklist parla da sola. Di conosciuto al cento per cento troviamo soltanto "Love Is A Rose", "Little Wing" e "Star Of Bethlehem", recuperate da queste sessions per Decade (l'antologia con inediti del 1977), Hawks & Doves (1980) e American Stars 'n Bars (1977). La "White Line" qui inserita è la versione originale, acustica con Robbie Robertson alla seconda chitarra, che rappresenta la nascita del brano (quella su "Ragged Glory" è un ripescaggio reinciso dai Crazy Horse appositamente per quell'album nel 1990). La stessa cosa vale per "Homegrown", che batte la versione successiva dei Crazy Horse uscita su American Stars 'n Bars. "Separate Ways", "Try", "Mexico" e "Kansas" abbiamo avuto occasione di sentirle live e in qualche film-concerto (per esempio Trunk Show), ma le versioni studio sono inedite. Le ultime due sono eseguite dal solo Neil, mentre su "Try" e "Separate Ways" vale la pena menzionare la band che lo accompagna durante la registrazione ai Quadraphonic Sound di Nashville: Ben Keith, Tim Drummond, Levon Helm e (solo su "Try") Emmylou Harris. Il resto è completamente nuovo alle nostre orecchie. La disillusa "Vacancy" è molto vicina alle sonorità oscure ed elettriche di Time Fades Away, così come il blues trascinante di "We Don't Smoke It No More"; "Florida" invece è un parlato con un bizzarro accompagnamento di suoni. Homegrown è un eccezionale mosaico di densità sonore e idee genuine che si amalgama alla perfezione con gli album di Young della prima metà circa dei 70, in particolare Harvest, On The Beach e Time Fades Away.

martedì 9 giugno 2020

Rassegna stampa d'epoca: Zuma / Long May You Run


ZUMA – 1975

L'ultima uscita di Neil Young, Zuma, mostra i suoi diversi talenti come cantante e compositore fornendo un'affascinante retrospettiva della sua lunga e variegata carriera. La chiave del successo di Young è sempre stata la sua sorprendente versatilità. Young scrive con sensibilità, è un cantante creativo ed è un fenomenale chitarrista, e la combinazione di questi talenti gli ha dato una marcia in più rispetto a molti degli artisti della musica popolare. Queste qualità vengono dimostrate come non mai in questo nuovo album.
Il dono che Young ha per la parola è stato raramente ai livelli che mostra Zuma. Senza dubbio alcuno, l'LP conferma la mia sensazione che lui sia un moderno poeta travestito da rock star – un artista creativo che ha mischiato poesia e musica per ottenere un ineguagliabile, contemporaneo veicolo per le sue idee. Solo Bob Dylan, Joni Mitchell o Jackson Browne hanno mostrato questo talento nel modo così intenso e provocante che Young adotta su Zuma. Mentre molte delle nuove canzoni sono sostenute principalmente dai testi, altre vedono formidabili assoli di voce o di chitarra per veicolare ciò che Young cerca di dire.
“Pardon My Heart”, uno sguardo indietro ai giorni in cui Young lasciava i Buffalo Springfield e cercava di formarsi come folksinger, è un brano rarefatto che dipende dalle intricate implicazioni del testo che arrivano all'ascoltatore. Young esamina la perdita della sua amante e conclude nel ritornello che lui stesso “se l'è procurato” e poi nega quel messaggio, dicendo “no, non credo a questa canzone”. Questa attitudine vendicativa è esemplificata nella canzone “Stupid Girl”, dove incolpa una donna per gli errori che ha commesso con lei.
“Drive Back”, “Barstool Blues” e “Don't Cry No Tears” sono brani che ricordano le prime collaborazioni tra Young e i Crazy Horse su Everybody Knows This Is Nowhere. Le abilità tecniche della band sono al meglio, qui, e mettono in luce il notevole talento di Young per la chitarra.
Su gran parte degli altri brani, comunque, Young si presenta come un “ballader” di non pochi talenti. In “Danger Bird” tesse un inquietante racconto che calamita l'attenzione. In “Looking For A Love” Young decide che cercherà il suo prossimo amore al meglio delle sue capacità.
La versatilità di Young è ulteriormente dimostrata in “Cortez The Killer”, nella quale descrive come gli spagnoli conquistarono l'impero Azteco e suggerisce che un simile massacro possa avvenire ancora oggi. Il lungo assolo di chitarra, la minuziosa storyline e la rabbia con cui Young pronuncia il nome di Cortez fa capire all'ascoltatore che siamo di fronte a un lavoro di fino come lo erano “Cowgirl In The Sand” e “Southern Man”.
Dopo il successo critico di On The Beach e Tonight's The Night, Young ha infine pubblicato materiale che otterrà anche popolarità. Ha combinato diversi elementi della sua energica musica in un una forza coesiva grazie alla quale esprime i demoni e gli angeli che abitano la sua anima.
Kurt Harju, Michigan Daily 1975

Tonight's The Night, pubblicato lo scorso luglio, sembrava un atto suicida artistico e commerciale; Zuma ci racconta una storia ugualmente tragica ma il suo tono è più vicino all'omicidio. Come Blood On The Tracks di Bob Dylan, Still Crazy After All di Paul Simon e Red Headed Stranger di Willie Nelson, Zuma è ossessionato dalla rottura del matrimonio. Ma mentre Dylan, Simon e Nelson puntavano al rimorso e all'eventuale redenzione, Young ha solo desidero di vendetta. “Torna indietro alla tua vecchia città” canta con evidente perfidia, “voglio svegliarmi con nessuno intorno”.
Il conforto non c'è proprio, come fattore, nemmeno in “Through My Sails”, una canzone sinistramente bellissima con le armonie di Crosby, Stills, Nash & Young, che chiude il disco. Qui, Young sale al paradiso ma non riesce a toccare terra: “confusione totale, disillusione, nuove cose che apprendo”.
Ma ciò che rende Zuma davvero stupendo è che Young suona in modo arrabbiato tanto quanto scrive. La musica ricorda il meglio di After The Gold Rush, con linee di chitarra che riecheggiano dei riff più maestosi dei Buffalo Springfield. “Drive Back”, “Stupid Girl”, “Don't Cry No Tears” e “Barstool Blues” sono tutte cariche dell'onnipresente tensione tra Young e i nuovi Crazy Horse, in particolare col secondo chitarrista appena arrivato Frank Sampedro, che fa da complemento a Young tanto bene quanto lo era Danny Whitten.
Comunque, non è un album dall'ascolto così facile come After The Gold Rush o Harvest; è violento, teso, persino intimidatorio. Se Young appare meno frustrato che non su Time Fades Away, On The Beach o Tonight's The Night, non è di sicuro a suo agio nella situazione. E in un certo qual modo, dato che Young è abile nel lanciarsi in momenti di tranquilla bellezza (“Pardon My Heart”, solo con Tim Drummond all'accompagnamento; le magniloquenti armonie di CSNY in “Through My Sails”; la spettrale “Cortez The Killer” che è quasi una celebrazione di guerra e belligeranza), Zuma è forse il più confuso disco che abbia mai fatto. Young somiglia a un profeta da Vecchio Testamento che non sarà soddisfatto finché il mondo non gira come dovrebbe; e dato che non succederà, lancia maledizioni a destra e a manca sopra le nostre teste.
Dave Marsh, Lakeland Ledger 1975


LONG MAY YOU RUN – (The Stills-Young Band) 1976

Quando CSNY si sono sciolti dopo 4 Way Street, Nash e Crosby si sono uniti per alcuni dischi insieme e alcuni solisti. Dopo un periodo di pausa, Stills e Young si sono uniti per questo disco. Solo su Zuma, un disco di Young, il gruppo completo si era ritrovato per una canzone.
Qui c'è una totale diversità nello stile tra i due. Sebbene gran parte dei pezzi provenga da entrambi nel senso che Young suona su una canzone di Stills e viceversa, ciascuno canta le proprie.
E ancora una volta, Young spicca per la sua brillantezza. Suona rilassato, disteso come se fosse in vacanza, cantando più per ammazzare il tempo che per interesse. Stills, il cui apice è stato “Suite Judy Blue Eyes” (dedicata alla sua fiamma Judy Collins), dimostra ancora degli sprizzi di brillantezza in “12/8 Blues (All The Same)” che parla di come finisca la comunicazione tra due amanti: “Voglio parlare con te, ascolta, troppe volte ho sprecato le mie parole, è un crimine chiedere di essere ascoltato?”
Per i fan di Young, questo album è l'essenziale testimone di una fase della sua carriera, e per i seguaci di Stills egli ha i suoi momenti. 
SF Lam, New Straits Time 1976

La giustapposizione tra Stills e Young in Long May You Run (ognuno con le sue canzoni) dovrebbe – ma probabilmente non sarà così – mettere fine alla carriera di Stills. Il salto di qualità è sproporzionato. Young colpisce forte e diretto; Stills fa tanto rumore per nulla. Il miglior matrimonio sarebbe tra Young e Lou Reed. Senza scherzi. 
Bill Bentley, Lyon County Reporter 1976
   
Questo disco dovrebbe piacere agli ammiratori di Steven Stills, ecco perché contiene “Black Coral”, la miglior canzone che scrive da anni, così come un certo fine lavoro di chitarra. I fan di Neil Young saranno scusati per il loro scarso entusiasmo; la title-track è un bell'esempio del lavoro di Young, ma le altre non lo sono. La sensazione è vaga e sperimentale, senza la coerenza della prima collaborazione tra Young e Stills, nei Buffalo Springfield, che ha raggiunto grandiose vette. 
Dave Marsh, The Morning Record 1976

LA PARTNERSHIP STILLS-YOUNG: NON ESATTAMENTE UNA COLLABORAZIONE
Long May You Run della Stills-Young Band è la prima collaborazione ufficiale tra Neil Young e Stephen Stills dai tempi di Dejà Vu di Crosby Stills Nash & Young. Ma diversamente da quel titolo, questo album non è niente che abbiate già sentito da questi due collettivi, quindi non aspettatevi un facsimile di “Mr. Soul” dei Buffalo Springfield o di “Woodstock” di CSNY.
Invece bisogna aspettarsi una estensione degli stili che i due hanno sviluppato nel corso degli anni, che sia il grezzo, talvolta oscuro, country-rock di Young, o i ritmi jazz-latini di Stills.
Questo è il problema principale di questo album. Sebbene sia venduto come una collaborazione (la Stills-Young Band del titolo) non sembra che i due partecipanti accettino appieno l'idea. In pratica ciò che l'ascoltatore sente è una canzone di Neil Young, con Stills seduto, e una canzone di Stills, con Young seduto.
La prima canzone, che dà il titolo, è la più vicina del disco a uno “Stills-Young sound”. La canzone è composta da Young, una melodia country che parla di un'auto di vecchia data. Anche se l'argomento è evidentemente leggerino, la canzone è davvero orecchiabile e contiene contributi interessanti da parte di entrambi gli artisti. Young ci mette qui e là una bella armonica mentre Stills interviene con un po' di chitarra che è allo stesso tempo potente e di sottofondo.
Da qui il disco diventa un'alternanza tra una canzone di Stills e una di Young con entrambi che suonano nello stesso modo che se fossero su un album solista. “I Want To Make Love To You” è una canzone di Stills che nella sua presunzione blues funziona, mentre “12/8 Blues (All The Same)” è il suo miglior pezzo e probabilmente uno dei migliori che abbia fatto da diverso tempo. “12/8 Blues” ha una chitarra trascinante e un eccellente break di Stills. Quello che manca è una buona chitarra che bilanci i criteri dell'album.
Long May You Run è un buon disco ma non un grande disco. Come i loro concerti estivi, è sul bordo di quella grandezza di cui entrambi sono consapevoli e capaci, ma non riesce a raggiungerla. Questo disco non rimpiazzerà nessun disco dei Buffalo Springfield o i migliori dischi solisti dei due. Ma è interessante, contiene comunque buona musica e vale i soldi spesi. Sebbene si potesse avere molto di più. 
Dan Kaferle, The Morning Record 1976

venerdì 15 maggio 2020

Rassegna stampa d'epoca: Time Fades Away / On The Beach / Tonight's The Night


TIME FADES AWAY – 1973

IL NUOVO DISCO DI NEIL YOUNG RIFUGGE DAL TRATTAMENTO IN STUDIO
Il quinto album di Neil Young, Time Fades Away, potrebbe disturbare alcuni appassionati di Young sin dal primo ascolto. Privato del trattamento studio dei precedenti lavoro, il nuovo disco suona, a tratti, rozzo e vuoto. La vera voce di Young arriva direttamente dalle esecuzioni dal vivo, suonando spesso ruvida e contrastante con i cadenzati gemiti dei suoi primi lavori. Strumentalmente, ad eccezione della stupenda pedal-steel di Jack Nitzsche, gli Stray Gators – il gruppo di Young – fornisce uno sfondo musicale che non rappresenta la versatilità dell'artista. (Young suona il piano, la chitarra e l'armonica su questo disco.)
Ma ciò non costituisce un limite alle composizioni. Uno dei marchi di fabbrica di Young in tutta la sua carriera è la semplicità dei suoi ritmi, addirittura la costruzione di canzoni su temi di vecchia data. Young protende questa capacità su questo album, in canzoni come “Don't Be Denied”, un'autobiografica che parla della sua crescita come musicista. Questo brano, insieme a “The Last Dance”, costituisce la “carne” filosofica dell'album. Qui Young dà voce a un messaggio semplice, sì, ma onesto. In versi come: “I'm a pauper in naked disguise/A millionaire through a businessman's eyes/Oh friend of mine/Don't be denied”.
Young esorta i suoi ascoltatori a non sottostimare e confinare le proprie capacità. “Tha Last Dance” è probabilmente il miglior brano dell'album. Qui Young denigra lo stile di vita della classe lavoratrice e offre a sé stesso un'alternativa. Era già stato detto da Lennon in “Working Class Hero” (“If you want to be a hero well just follow me”). Young dice più o meno lo stesso in questa chiusura, accompagnato dalle (dis)armonizzazioni di Graham Nash e David Crosby. “You can live your own life/Making it happen/Working on your own time/Laid back and laughing”.
Questa canzone, con l'esclusione delle voci di Crosby e Nash, cattura e accentua la bella spontaneità dell'esecuzione live. La canzone vede uno degli assoli di Young più taglienti e prolungati dai tempi di “Southern Man”, e cresce in una fusione a valanga di suoni metallici.
Meritano una menzione anche le canzoni sul lato 1, “Yonder Stands The Sinner” e “LA”, quest'ultima una profezia del grande terremoto della California. Questo disco emana brillantezza in certi momenti, ma sono solo scintille rispetto a come poteva essere se registrato in studio.
Bruce Gompman e Bob Kozlowski, Miami News 1974

ON THE BEACH - 1974

NEIL YOUNG, MUSICA E MITO IN UN MOSAICO ENIGMATICO
Per molto tempo Neil Young è stato una figura chiave nella musica pop e ha rappresentato con successo la doppia figura del musicista e del mito. Sin dall'inevitabile rottura di Crosby, Stills, Nash & Young (e dalle ugualmente prevedibili reunion) le sue pubblicazioni e il suo generale atteggiamento nei confronti del pubblico è stato di prudenza e riluttanza. Sia Harvest che Journey Through The Past erano mosaici che mostravano la veste enigmatica che indossa così bene.
L'ultimo lp, Time Fades Away, ha ricevuto critiche aspre a proposito della qualità sonora (registrato dal vivo con mancanza totale di postproduzione) e delle posture oblique dei testi. È vero, il disco è un altro cambiamento stilistico per Young, ma è il suo lavoro più omogeneo da After The Gold Rush e offre un pezzo classico come “Last Dance”, un saluto marziale a Kool And The Gang. […]
On The Beach è il suo ultimo diario musicale, e nel timbro è praticamente la versione in studio di Time Fades Away. La traccia d'apertura, “Walk On”, è la preferita di Young per sua stessa ammissione, avendola suonata ben quattro volte nel corso di un solo concerto, recentemente. E' uno Young molto accessibile e conseguentemente è stata trasformata nel singolo, ma non è così memorabile e non ripeterà il successo della sua ultima hit, “Heart Of Gold”.
“See The Sky About To Rain” fu registrata quasi un anno fa dai Byrds quando si rimisero insieme, […] e la sua inclusione qui è un mistero in quanto la loro versione era molto superiore, con la forza delle loro armonie vocali e l'intensità musicale che in questa versione manca.
Il suo intento di usare la parola “blues” nei titoli di tre brani non significa che essi abbiano progressioni blues. Con l'eccezione di “Vampire Blues”, non sembra aver proprio senso e sicuramente non c'entra col ritmo dei pezzi.
“For The Turnstiles” è un'accattivante canzone folk che vede solo il banjo e la sua voce lamentevole, spiritata e Canadese. E sono fiero di riconoscere che non ho idea di cosa stia parlando.
“Motion Pictures” testualmente è la coda alle sciovinistiche confusioni di “A Man Needs A Maid” ed è dedicata alla sua fiamma Carrie Snodgress.
Il momento migliore del disco, comunque, è la chiusura di “Ambulance Blues”. Lunga e cupa, la chitarra acustica di Young ripete il suo riff insieme a criptici versi che, almeno in un punto, si rivelano un assalto a quelli che si autodefiniscono critici musicali. Di quasi 9 minuti, è una delle più emozionanti imprese dai tempi di “Last Trip To Tulsa” sul primo lp.
Nei concerti degli scorsi anni, l'insistenza di Young nel proporre perlopiù materiale nuovo ha incontrato nel pubblico una certa disapprovazione, e l'atteggiamento dimostrato durante il suo ultimo tour in Inghilterra (“Posso suonare ciò che voglio perché tanto non tornerò prima di un paio d'anni”) gli ha alienato un gran numero di fan, ma dubito che ciò non abbia effetti sulla sua popolarità in generale.
Nel gennaio di quest'anno ha registrato un lp dal titolo di Tonight's The Night insieme ai Santa Monica Flyers (cioè una controversa versione dei Crazy Horse, con l'aggiunta del mago della chitarra Nils Lofgren). Vedeva canzoni come “Look Out Joe”, “Baby Mellow My Mind”, “Open Up Your Tired Eyes” e la title-track, presumibilmente un'altra della serie contro l'eroina. L'intero album fu scartato in favore di Human Highway, di cui si è parlato a marzo. Parte di quello si è scontrato con le discriminazioni degli editori e il risultato è stato On The Beach.
Molti ritengono le sue idiosincrasie impossibili da sopportare, ma è gente come Young che rende interessante la stagnante scena della musica di oggi. Diversamente da un Dylan o un Lennon, Neil sembra essere capace di ridere di se stesso, e anche quando fa una mossa sbagliata, la fa con reale senso dello stile. Oggigiorno, i miti sono pochi e remoti come non mai, e molti sembrano destinati a morire prematuramente prima di essere riconosciuti tali. È bello averne almeno uno che insiste. Quel mito è Neil Young.
Ralph Smith, Evening Indipendent 1974

Con Crosby, Stills e Nash, Neil Young è dinamite. Da solo è poco più di un fiammifero umido, e raramente suscita vero interesse. Con l'eccezione di “Walk On”, che non è un capolavoro ma è per lo meno commerciale, questo disco sono 30 minuti di noia. La monotonia nella voce di Young è rotta soltanto da qualche passaggio di armonica.
Le canzoni sono strane, se non proprio malate. Esempio: “Viviamo in un camper fuori città, non ci vedi mai perché non andiamo in giro, abbiamo 25 fucili per tener bassa la popolazione”. Ci vengono propinate canzoncine anche come “Vampire Blues” e “Ambulance Blues”. Non ho ancora capito di cosa parla “Ambulance Blues”, ma Neil prorompe con uno o due cambi di note che la rendono tollerabile.
“See The Sky About To Rain” ha qualche merito in quanto somiglia ad alcuni dei brani minori di Harvest. Solo a ricordarsi quant'era bello quell'album fa odiare ancor più questo nuovo risultato di Neil. Forse ha passato troppo tempo sulla spiaggia, ma se il cantante non torna presto con materiale di qualità, le sabbie del tempo cancelleranno per sempre la sua memoria.
Terry Hazlett, Observer Reporter 1974

TONIGHT’S THE NIGHT – 1975

Se il fallimento di On The Beach l'anno scorso vi ha portato a studiare di più, il successo artistico di questo album vi darà una seconda lezione: è possibile rimbalzare dopo una caduta in basso. L'album ha ricevuto parecchi colpi perché è barcollante sia dal punto di vista compositivo che nell'esecuzione vocale e strumentale. Ma ci sono anche una potenza e una direzione che rendono l'album uno sguardo selvaggio, profondamente intimo alla disperazione e alla disillusione, e un lavoro che vale la pena. Adatto preferibilmente agli studenti di psicologia.
Robert Hilburn, Ottawa Citizen 1975

Neil Young ha colpito note tristi e basse nel passato, ma questa volta canta davvero il blues. Il suo ultimo album, Tonight's The Night, è una sorta di catarsi ed è, ironicamente, uno dei punti più alti della sua carriera di alti-e-bassi.
Come Bob Dylan e la Band in The Basement's Tapes, questa collaborazione tra Young e la sua band preferita, i Crazy Horse, è una rozza collezione di canzoni potenti seppur pessimistiche registrate nel passato (negli scorsi tre anni) che erano semplicemente troppo valide per poter essere trattenute ancora.
In una recente intervista a Rolling Stone, Young ha spiegato la sua esitazione nel pubblicare questo materiale. Essenzialmente perché nella sua mente, quando queste canzoni sono state registrate, c'era la perdita di due dei suoi migliori amici – Danny Whitten, chitarrista dei Crazy Horse, e Bruce Berry, roadie di CSNY – entrambi morti per overdose.
Questo tono ha dato alle sessions una qualità prevalente di disperazione, che si riflette nella grafica in bianco e nero dell'LP e nel suo contenuto di storie sfortunate di perdenti e amanti. Per via di questa influenza personale Young sentiva che, tra tutti i suoi album, questo sarebbe stato il suo meno accessibile commercialmente. Per di più, è stato registrato alle prime ore del mattino dopo molte notti di alcol e fumo, ed è questo che mostra.
Quindi è andato avanti pubblicando invece On The Beach e ultimando un altro disco, Homegrown, quando ha deciso di optare per questo. Il rischio è stato ripagato. Young insieme agli Horse è nel suo elemento naturale in questo album, non importa in quale stato era la sua mente. Ma laddove The Band guarniva Dylan di effetti strumentali complessi, i Crazy Horse e Nils Lofgren danno a Young l'impatto necessario e l'enfasi per sostenere la sua poesia musicale.
Queste canzoni non hanno pretese: sono semplici, dirette e vengono dal cuore. Quello che sorprende, poi, è che persino con i suoi dolori, i suoi dubbi e le sue colpe, Young se ne esce con pezzi davvero melodici. Come suggerisce uno dei titoli, lui “parla chiaro” - ma sempre di questioni molto personali. Un senso di tristezza pervade i testi, e l'approccio e l'attitudine di Young si allontana dal passato. Cercando un cambio di direzione e di sensazione, perde se stesso nel trambusto.
“World On A String”, “Lookout Joe”, “Come On Baby Let's Go Downtown” e “Roll Another Number” sono tutte canzoni in cui Young tenta di superare i problemi. I pezzi più depressi e lenti come la title-track e “Tired Eyes” sono comunque impostati su ritmiche e armonie vitali, così il loro messaggio tragico non sembra una causa persa. Tra queste, “Albuquerque” spicca con la sua spettacolare tastiera e l'accattivante voce.
Tonight's The Night chiude una fase dell'opera di Young che è iniziata con il live album Time Fades Away e che è continuata con il suo disco precedente, On The Beach – nel quale affronta gli aspetti della sua vita che hanno tentato di soffocarlo.
Ma Young aveva ragione alla fine, nel riconoscere che questo lavoro contiene alcuni dei suoi migliori momenti. Non è nemmeno così serio su tutta la tematica della morte come potremmo magari pensare – l'immagine all'interno della cover che prende in giro i Beatles in Magical Mystery Tour, che vede Neil a braccia aperte seduto al piano, con stivali da pesca.
Che sia popolare o no, la musica grandiosa trova sempre un pubblico che la riconosce. La buona parola di Young è ascoltata sia che venga parlata (o cantata) in modo sguaiato, sia in un sussurro spaventato, sia nella “shakey voice” che è “vera quant'è lungo il giorno”.
Kurt Harju, Michigan Daily 1975

martedì 3 marzo 2020

Rassegna stampa d'epoca: After The Gold Rush / Harvest


AFTER THE GOLD RUSH - 1970

I critici scrivevano quattro anni fa che Neil Young era il messia della musica rock. Scrivevano della sua anima ritmica, della sua calibrata chitarra, della sua strana, altissima ed emozionante voce, e della sua abilità di cantautore. Non si sbagliavano allora, non si sbagliano oggi. After The Gold Rush (Reprise) è di sicuro uno dei migliori album dell'anno, forse dell'intero decennio, e deriva interamente dal genio unico di Neil Young.
Non sono in molti ad avere la versatilità di Young. […] In After The Gold Rush Young si unisce nuovamente a Stills (che canta) e ai Crazy Horse. Ma è Young che tira le redini, ed è lui a fare dell'album un successo senza mezzi termini. Dalla sua hit del momento, “Only Love Can Break Your Heart” alla brillante “Southern Man”, la forza e l'astuzia musicale di Young dominano il disco, fornendogli una presenza melodica e testuale che non è possibile ignorare.
Le note alle canzoni rivelano che molte di esse – tutte scritte da Young – sono state ispirate da una sceneggiatura di Dean Stockwell e Herb Berman. “After The Gold Rush” e queste canzoni dovrebbero diventar parte della colonna sonora del film.
Non c'è una canzone che non apprezzerete. Quella che dà il titolo è una splendida, enigmatica odissea di arcieri e navi spaziali. “Only Love Can Break Your Heart” dipinge un quadro doloroso di solitudine (“Ho un amico che non ho mai visto. Nasconde la sua testa in un sogno”). “Cripple Creek Ferry” si libra leggera, “Oh Lonesome Me” è una versione melancolica del classico di Don Gibson.
Ma per la sua potenza, niente può stare alla feroce e drammatica “Southern Man”, canzone che riflette tutto ciò che c'è di buono nella musica rock. Ci vuole un po' per trovare un testo che possa competere con questo: “Ho visto il cotone, ho visto il nero, alti magioni bianche e piccole baracche. Uomo del Sud quando li risarcirai? Ho sentito le urla e gli schiocchi della frusta...” E poi arriva la domanda, che richiede una risposta in un crescendo musicale: “Per quanto ancora? Per quanto ancora?”
Un album dal fascino genuino come questo non si è visto da mesi. Se qualcuno può far rivivere i dolenti marchi del rock, questo è Neil Young. Solo la forza di questo disco renderà il 1971 in grado di competere con l'anno di Sg. Pepper. 
Tom Gearhart, Toledo Blade 1970


HARVEST - 1972

Dopo una notevole attesa questo mese è uscito il quarto album di Neil Young. C’era il dubbio di cosa aspettarsi dalle canzoni, se del tipo “registrazioni da salotto” come After The Gold Rush o un ritorno al feel del gruppo Neil Young & Crazy Horse.
Dopo aver registrato il Johnny Cash Show a Nashville, Neil Young e l’amico Jack Nitzsche sono fuggiti dalla pressione degli studios televisivi con una jam a tarda notte insieme ad alcuni musicisti locali: Ben Keith (chitarra steel), Kenny Buttrey (batteria), Tim Drummond (basso), Neil alla chitarra e Nitzsche al piano. Sono andati subito d’accordo e hanno suonato per ore, e il problema di Harvest è stato risolto quando è nato questo gruppo momentaneo – gli Stray Gators.
C’è sempre stata una forte influenza country ad impreziosire gli album di Neil Young, ma questa è la prima volta che sono stati usati musicisti country o la chitarra steel. Le canzoni sono le seguenti.
“Out On The Weekend” (4.35). Un’introduzione di armonica alla Dylan sopra un lento ma incisivo ritmo creano un tono triste per la disillusione del testo: “Penso che farò su i bagagli e comprerò un pick up / me ne andrò a L.A.”. La voce di Neil Young non può essere definita “bella” in senso tecnico ma possiede un’identità. C’è un’intensità nel suo canto che ti richiede non solo di ascoltare, ma di percepire. La voce è sottolineata dai suoi testi addolorati – lui è l’archetipico solitario. “Guarda il ragazzo solitario / fuori nel weekend / che cerca di ricavarne qualcosa / non riesce ad essere felice / cerca di parlare e / non riesce ad iniziare”.
Una chitarra steel d’effetto completa il mood.
“Harvest” (3.03). Ha un pigro feeling country ed è cantata ad una donna che si è appena svegliata. “Ti ha forse svegliato / per dirti che / era solo un cambio di programma?” Tipica è l’astinenza dal diventare troppo coinvolti: “Be’ vedo che dai più di quanto io possa prendere / raccoglierò soltanto qualcosa”
“A Man Needs A Maid” (4.00). Questa è la prima delle due canzoni con la London Symphony Orchestra, registrate a Londra lo scorso anno. La voce solitaria e il piano reggono il testo meditativo: “La mia vita sta cambiando in tanti modi / Non so più a chi credere”. Il ritornello si costruisce con il grandioso contributo dell’orchestra intera. Il testo implica il non-coinvolgimento: “Solo qualcuno che tenga la mia casa pulita / mi faccia da mangiare e se ne vada”. Anche se termina quasi nella disperazione della realtà: “Quando ti rivedrò ancora?”.
“Heart Of Gold” (3.05). L’attuale singolo di Young (nel lato B c’è “Sugar Mountain” che non esiste su album). Di nuovo l’armonica e un riempimento semplice ma d’effetto, con il testo che parla della non-realizzazione. “Sono stato in cerca di un cuore d’oro / e sto invecchiando”. Al ritornello finale si aggiungono James Taylor e Linda Ronstadt, anch’essi presenti agli studios di Nashville.
“Are You Ready For The Country” (3.21). Suona come, e potrebbe esserlo, una jam dal vivo tra amici. Jack Nitzsche scivola sulla slide per questa canzone simile a “Rollin’ And Tumblin”. Il motivo familiare è in qualche modo rivitalizzato dai superbi “non-testi” di Young: “Scivolando e slittando / e giocando a domino / andando a destra e a manca / non è un crimine, lo sai”. Ai cori del ritornello ci pensano David Crosby e Graham Nash.
Lato due.
“Old Man” (3.22). Una delle canzoni più riuscite, con un banjo brillante e la chitarra steel. La canzone è ispirata a un vecchio che vive nel ranch di Young: “Vecchio uomo guarda la mia vita / sono molto com’eri tu”. Sono presenti anche temi familiari sulla solitudine e sull’amor perduto: “amore perduto / quale costo / mi dà cose che non vanno perse”. Ancora sta cercando un cuore d’oro: “ho bisogno di qualcuno che mi ami per tutto il giorno / oh, uno sguardo nei miei occhi e puoi vedere che è vero”. James Taylor e Linda Ronstadt sono le seconde voci.
There’s A World (3.00). La seconda traccia con la London Symphony Orchestra, davvero drammatica. Archi, arpe, timpani, è usato tutto, e non posso evitare di pensare che il risultato finale sia un po’ troppo sovraccarico. La canzone di per sé esprime la posizione dell’individuo: “C’è un mondo in cui vivi / nessun altro fa la tua parte”. La sensazione generale è quella di un film e quindi può darsi che questa sia un’anticipazione dello stile del prossimo album, il soundtrack di Journey Through The Past.
“Alabama” (4.02). Il ritorno del Neil Young elettrico, con le familiari chitarre elettriche e sequenze d’accordi tipiche. Con tempo regolare, la canzone impersonifica lo stato del sud: “Alabama / hai un carico sulla spalla / che ti sta spezzando la schiena”. Con le voci ai cori di David Crosby e Stephen Stills, è uno dei pezzi migliori. Dove “Southern Man” su Gold Rush era una canzone di rabbia per gli stati del sud, il sentimento di “Alabama” è più di una tragedia compresa: “Vengo da una nuova terra / vengo da te e / vedo tutte queste rovine / cosa stai facendo / Alabama / hai il resto dell’Unione che ti soccorre / cosa sta andando male?”.
“The Needle And The Damage Done” (2.00). Registrata live alla Royce Hall e accompagnata solamente dalla chitarra acustica, è una riflessione dolorosa sulle droghe pesanti. Queste emozioni, la sua voce e il testo comunicano magistralmente: “Sono arrivato in città e ho perso la mia band / ho visto l’ago prendersi un altro uomo”. Ovviamente si tratta di un soggetto che sente molto vicino. “Canto questa canzone perché amo l’uomo / so che qualcuno di voi non capirà”. La frase finale della canzone riassume il concetto in un’immagine tragica: “Ogni tossico è come un sole al tramonto”.
“Words (Between The Lines Of Age)” (6.42). Young di nuovo sulla chitarra elettrica, ma sfortunatamente non ci sono quegli assoli tra le strofe di “Cowgirl In The Sand” – solo accenni, il che è deludente dato che c’è certamente spazio per uno di essi. Comunque, la canzone in sé è all’altezza con un testo che può solo essere descritto dal titolo – Parole: “Vivendo in castelli un poco alla volta / il re cominciò a ridere e a parlare per rime”. Gli amici Stills e Nash contribuiscono alle seconde voci.
L’album è stato prodotto a Nashville da Elliot Mazer e Neil Young e a Londra da Jack Nitzsche. Ha ripagato l’attesa? Penso di sì. Lo troverete lodevole.
Rob Drysdale, New Musical Express 1972