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giovedì 2 febbraio 2017

Hawks & Doves / Reactor / Trans - The Rolling Stone archives

HAWKS & DOVES – 1980

Agli inizi dell’anno io e un amico discutevamo se era vero o meno che i Clash avevano già fatto il Disco dell’Anno con London Calling. Dissi: “Forse Neil Young ci sorprenderà di nuovo facendo ancora di meglio”. Il mio amico rispose: “Si, potrebbe. Ma dovrebbe fare un disco politico e non so se è possibile farlo proprio ora in questo paese”. Hawks & Doves può non essere il Disco dell’Anno (dura solo trenta minuti!), ma è un album politico sull’America e come la maggior parte dei dischi di Young non è quello che ci si aspettava, o meglio come al solito è diverso da ciò che stava facendo l’anno scorso. Nonostante alcune superstar degli anni sessanta hanno traghettato intatti verso i settanta, chi altro nel r ‘n’ r è così migliorato con l’avanzare dell’età? Chi altro è rimasto così vitale senza mai appiattirsi veramente? La cosa incredibile della recente forza di Young è il suo incrementato spessore. Lo stesso Comes A Time, elegante e molto ben curato (per una volta!) dava segni di maturità. Pochi artisti americani sopravvivono alla propria fama, ma proprio come i grandi autori, con così tanti capolavori alle spalle, Neil Young ha preso sempre più confidenza con la sua arte e ha fatto di meglio. Ha già cinque o sei carriere: i Buffalo Springfield, i primi anni come superstar solista, CSNY, il periodo buio culminato con Tonight's The Night, i trionfi della metà degli anni settanta come rocker rivitalizzato. Tranne qualche occasionale narrazione sociopolitica (“Southern man”, “Cortez the killer”) lo scriver canzoni di Young anche ai massimi livelli è sempre stato claustrofobico (nel senso di fobico!). Con Comes A Time ha raggiunto un distacco e una semplificazione dell’espressione e nel 1979, la sua miglior annata in assoluto, ha fatto grandi passi verso il suo pubblico riassumendo la sua carriera in un film concerto brillantemente organizzato (Rust Never Sleeps) e con album ravvicinati e connessi tra loro (Rust Never Sleeps e Live Rust). “My my, hey hey (out of the blue)”, o “Hey hey, my my (into the black)” è stato probabilmente il suo primo inno e Rust Never Sleeps è stato il primo album di Neil Young più incentrato sul mondo che sull’artista. “Powderfinger” e “Pocahontas” hanno fuso la visione personale di paura e desiderio con il senso della storia americana, cosa che è sempre affiorata qua e là nel lavoro di Young. Ma ancora più importante è la ricchezza d’immagini di “Thrasher” e la dirompente istantanea del rocker sulla classe lavoratrice di “Welfare mothers” e “Sedan delivery” utilizzano l’innato dono narrativo per definire la sociologia della propria generazione. Anche se musicalmente è una specie di passo indietro musicale (Young ha ancora una volta abbandonato i Crazy Horse per tornare ai suoi musicisti country), Hawks & Doves è il seguito delle ampliate visioni di Rust Never Sleeps. È però anche, come il titolo e la copertina indicano chiaramente, il seguito di American Stars ‘n Bars. Come quel disco è uno strano miscuglio tra gli scampoli del primo lato e il tirato country rock del secondo. Mantiene anche la divisione tra materiale acustico ed elettrico che c’era in Rust Never Sleeps e Live Rust. Ogni traccia suona come un istantaneo classico costruito sul materiale più spoglio: una buona mossa o semplicemente un umore. Il titolo del disco (“Falchi e colombe”) fornisce un concetto che quasi abbraccia i contenuti. Inizialmente questo tema sembra dividere i personaggi principali dell’album. “Little wing”, il godibilissimo frammento in apertura, è indiscutibilmente una colomba: “Lei viene in cità quando i bambini cantano/ e lascia loro le piume se cadono”. “Captain Kennedy”, che chiude il primo lato, è ovviamente un falco: “E quando arriverò a riva/ spero di riuscire a uccidere bene”. Musicalmente parlando i falchi possono essere i brani elettrici e le colombe quelli acustici. In un’altra estensione dell’immaginario del titolo, le canzoni della prima facciata stanno, quantomeno come atmosfere, tra “Birds” di After The Gold Rush e “Danger bird” di Zuma. Ma è nelle due composizioni più lunghe e strane di Hawks & Doves, “The old homestead” e “Lost in space”, che la consistenza metaforica del tutto collassa ma allo stesso tempo è anche il loro enigmatico caos di immagini che fa paradossalmente da collante all’album. Il lungo atteso seguito di “The last trip to Tulsa” è “The old homestead”, una narrazione misteriosa, ellittica e surreale in cui la luna, l’ombra di un uomo e uno stormo di uccelli preistorici accompagnano un cavaliere nudo in un viaggio di sette minuti attraverso la propria mente alla ricerca di una qualche connessione telefonica cosmica. Tutte queste immagini incombono su di lui come presagi di un destino che non si compie mai. “The old homestead”, la canzone più lunga dell’album, finisce col gettare una luce particolare sull’apparente spensierata atmosfera campagnola della seconda facciata. “Lost in space” inizia come se fosse la canzone personale del disco: “Vivi con me” canta Young. Finsce in modo analogo con: “Guarda questi blues/ I blu del mare profondo”. Ma tra i versi c’è una scena da sogno che riporta alla natura del destino sconosciuto di “The old homestead”. Il tranquillo tono acustico di “Lost in space” diventa inquietante quando un annacquato coro di bambini domanda: “Cosa può esserci di strano nel pericolo sconosciuto che giace sul fondo dell’oceano?”
Ogni breve canzone della seconda facciata è imperniata su un personaggio che offre uno squarcio sulla proverbiale fermezza della forza d’animo della working class americana. Accomunate dai riff di chitarra e violino che saltellano di canzone in canzone, queste composizioni formano una suite sulle abitudini dell’americano medio contemporaneo. Il lato si apre con “Staying power” (“Noi abbiamo la forza di restare tu e io/ la forza di restare nel bene e nel male”). Nella pimpante “Union man” Young fa il verso, impersonandolo, al lavoratore medio americano. Fingendo di presiedere una riunione di sindacato, fa mettere ai voti un’importante tema di discussione: “Dovrebbero essere fatti stampare degli adesivi con scritto: La musica dal vivo è meglio!”. Lontano dalla realtà del proletariato, così come lo era il movimento antinucleare di No nukes, mi ricorda l’ironica presa di posizione di Ronald Reagan a supporto dei colletti blu quando dichiarò che aveva guidato il primo sciopero del suo sindacato ai tempi di Hollywood. Il violino di Rufus Thibodeaux fa iniziare “Comin’ apart at every nail” col medesimo riff che chiude “Union man” nel momento in cui arriva la recessione:
È terribilmente difficile trovare un lavoro
Da una parte il governo, dall’altro la massa
Ehi ehi, non è giusto
Il lavoratore è sempre in mezzo a una maledetta battaglia
Oh questo paese mi piace sul serio
Ma questi ostacoli fanno sì che non si cavi un ragno dal buco

In “Comin’ apart at every nail” il timore che pervade il primo lato diventa esplicita minaccia di guerra e si finisce con la title track che riassume tutte le ambiguità come parti del problema. Costruita su un irresistibile coro, “Hawks & Doves” suona celebrativa e lugubre allo stesso tempo: “Non invecchio/ ma neanche ringiovanisco/ mi abituo solo alla conformazione di questo paese”. Attraverso una serie di casuali ironie Young distrugge astutamente il sentimento diffuso che in quest’anno delle elezioni in cui si ha la più triste scelta politica delle nostre vite, noi rappresentiamo l’elettorato medio: “Abbiamo il r ‘n’ r/ abbiamo la musica country/ se voi ci odiate/ semplicemente non sapete cosa state dicendo”. E il ritornello (“Pronto ad andare/ voglio restare e pagare/ USA! USA!/ così il mio dolce amore/ può danzare un altro giorno libero/ USA! USA!”) non fa che sottolineare ancora la compiacenza.
Neil Young ha articolato il tono del discorso politico nell’approssimativa e poco informata retorica del cittadino medio (che include te, me e lui). Ma se Hawks & Doves è da un lato una dichiarazione importunante, da un altro è anche un’affermazione inadeguata. È un altro capolavoro mancato, buttato giù come la maggior parte dei suoi album, cioè come una lettera per far sapere come la pensa almeno per il momento. Così quest’anno, dopo l’apocalittico timore della prima facciata, il rozzo cowboy urbano di oggi del lato due sembra una specie in pericolo. E se pensate che la descrizione younghiana dell’America prima della battaglia ma anche della presunta vitalità della new wave, allora vuol dire che state guardando indietro. Lui ha già pianto la morte di Johnny Rotten lo scorso anno. 
John Piccarella, Rolling Stone 1980


RE-AC-TOR – 1981

Un altro inscrutabile album di Neil Young! Senza mai ripetersi Young continua a buttar fuori dischi come piattelli da un tiro a segno, sempre più veloci, meno densi, meno scomposti dei precedenti, ma ognuno con un inconfondibile tocco da maestro e una visione sempre fresca.
Continuando ad osservare l’America, cosa che fa da Rust Never Sleeps, Young rende il paese con frasi fatte e slogan che poi àncora alla forma blues fondamentale. Continua a preferire, fin dagli inizi della sua carriera solista, lo scoprire nuovi formati ogni volta. Neil Young è sempre scivolato fra tre stili fondamentali (il folk solitario, il dolce country rock e l’hard rock blues) con l’abilità di un giocoliere. È quindi appropriato che le session elettriche con i Crazy Horse che ci si aspettavano dopo Rust Never Sleeps arrivino ora dopo la svolta country folk di Hawks & Doves. Veniamo ancora colti impreparati e naturalmente Re-ac-tor è differente da tutto ciò che Young ha fatto finora. Re-ac-tor è l’unico album di Neil Young (smentitemi se sbaglio) in cui è supportato per intero dai Crazy Horse (sì, conosco Everybody Knows This Is Nowhere, ma vi sfido a trovare una sezione ritmica in “Round & round” e poi quel disco vedeva la partecipazione di musicisti ospiti ed è stato fatto una dozzina d’anni fa). Proprio come Hawks & Doves era costruito sulle tematiche di Rust Never Sleeps, ma rappresentava fermamente un ritorno ad American Stars ‘n Bars, così Re-ac-tor continua la saga sulla classe lavoratrice della middle America. Anche il design di copertina rimanda alla stilizzazione di una bandiera (laddove la stella solitaria blu e le striscie rosse e bianche di Hawks & Doves vengono rimpiazzate da triangoli rossi e neri e dal cerchio in un richiamo del motivo del nucleare/falco e del solare/colomba). Inoltre il nuovo lavoro è totalmente intriso di r ‘n’ r, come se fosse il lato elettrico di Comes A Time, l’unico altro album di Young da una mezza dozzina a questa parte in cui pareva seguire indisturbato un ben definito stile musicale. American Stars ‘n Bars, Rust Never Sleeps, Live Rust e Hawks & Doves contrapponevano un lato a un altro. Re-ac-tor è invece tutto un commento sociale rumoroso e elettrico in contrapposizione alla quieta e acustica personalità espressiva di Comes A Time. E nonostante Re-ac-tor culmini con “Shots” nel medesimo modo rumoroso degli altri album sulla ruggine, questa musica è di una ruvidezza attentamente ricreata in studio, proprio come lo era la levigatezza di Comes A Time.
Il titolo, separato dal suo ovvio significato nucleare, sembra caratterizzare sia il penetrante ma maldestro ruolo di osservatore di Young, sia l’esplosiva inclinazione della band verso il rock. Ma mentre i Crazy Horse seguono il massiccio approccio live-blues dei lati elettrici di Rust, la produzione è più ordinata e i valori organizzativi più formalizzati. L’inconfondibile primitivismo professionale di questo gruppo combina i livelli di volume e di distorsione dei Blue Cheer con la strutturata stringatezza dei Creedence Clearwater Revival. I testi e la chitarra solistica di Young hanno solo brevi guizzi e sono asserviti a un generale intento ritmico. Mentre i precedenti pezzi chitarristici come “Cowgirl in the sand” e “Like a hurricane” incastravano fluenti assoli nella forma strofa-ritornello, “T-Bone”, il brano più lungo di Re-ac-tor, alterna semplicemente il suo unico verso a brevi break di chitarra per più di nove minuti: “C’è purè di patate/ non c’è la bistecca” può forse sembrare una cosa stupida da ripetere in continuazione, ma la frase si incastra bene nel tema che unifica l’album come un comico mantra rock.
Reaganiani Re-a-zionari dividono le immagini e i personaggi: i falchi e le colombe sono ora chi ha e chi non ha, il nero (profitto) e il rosso (perdita) dei colori della copertina. In “Opera star” è l’intellettuale o chi ha cultura contrapposto a chi non l’ha. In “Surfer Joe and Moe the sleaze” è tra i vincitori e i perdenti, mentre la classe agiata (“Andiamo tutti in una crociera di piacere”) non conta nulla in qualità di spettatrice. La decadenza di Los Angeles raffigurata nella canzone e il suo intreccio con i nomi propri dei protagonisti, riporta alla mente la cinica visione degli Steely Dan dall’interno di questi lussi. La chiusura della prima facciata con “Get back on it” anticipa ritmi e immagini di trasporto che pervadono il lato due. In “Southern pacific” la truffa dell’ingiunzione di pensionamento al ferroviere, il Sig. (Casey?) Jones, lo lascia sia con qualcosa (la pensione), sia senza qualcos’altro (la dignità). In “Motor city” uno che ha tre auto pensa di non averne perché una è rotta, una è rubata e la terza, una jeep dell’esercito, non ha tutti gli optional. Crivellata dal fuoco di un mitragliatore e da una chitarra fuzz urlante, saltellante e profonda (che ricorda Jimi Hendrix e lo stile della sua “Machine gun/ Star spangled banner”), “Shots” offre una visione panoramica del costruire e distruggere l’America. Lacerati dalla violenza della musica uomini, donne e bambini cercano di rappezzare sicurezze fatte di castelli di sabbia, mentre le vere forze in gioco sono fucili, macchine e lussuria. Ogni strofa finisce con la frase “nella notte”, dando a tutto l’allarmante montaggio l’ambiguo impatto psicologico di un sogno. È su questi confini confusi, tra domanda e offerta, che Young intende invocare la Preghiera della Serenità, riportata in latino sul retro della copertina: “Dio, donami la serenità di accettare le cose che non posso cambiare, la forza di cambiare quelle che posso e la saggezza di riconoscere la differenza”. È proprio questa importante “saggezza di riconoscere la differenza” che il cantante insegue quando “continua a sentire spari”.
Queste sono le chiare, ruvide, basse visioni di un paese in difficoltà. Voi direte: “ma Young fa solo rock!”. Forse, ma una fatalistica rassegnazione appare sin dalla prima canzone del disco in cui si dice che “qualcosa non cambia mai”. Nel brano più funk di Re-ac-tor, “Rapid transit”, frasi-slogan dei media come “Fusione” e “Nemico pubblico” vengono balbettate a ritmo. Soprattutto quello che Young continua a fare con vigore e genialità è creare potenti stati d’animo. Queste intensità confezionate in fretta, modellate dalla scarsità di materiali, frammenti del linguaggio e della musica americana, sono simboli della crisi attuale. E se sembrano solo un segno dei tempi, è perché negli apocalittici incubi di Neil Young, segnare i tempi è un’attività profonda e terribile. 
John Picarella, Rolling Stone 21 gennaio 1981


TRANS – 1982

“Bene, riecco il Sig. Stranezze”, è stata una delle prime reazioni che ho sentito quando ho ascoltato il suono sintetizzato e le voci col vocoder che caratterizzano molto materiale di Trans, il nuovo album di Neil Young. Con lui uno impara ad aspettarsi l’inaspettato, ma questo disco è una drastica rottura nei confroti di tutta la sua carrier (un po’ come Low per David Bowie che ha rappresentato un definitivo addio all’Esile Duca Bianco). È doppiamente sorprendente perché Young, nonostante l’inclinazione a cambiar musica di disco in disco, ha sempre affondato profondamente le sue radici nel buon terreno fertile della tradizione cantautorale americana. Per cui se perfino lui si è sentito costretto a disturbare i suoi testi con codici Morse computerizzati, filtrando la propria voce con vocoder e moltiplicatori d’ottave, cosa possiamo fare affinchè questo prode nuovo mondo che sta prendendo il sopravvento non trasformi i nostri più vigorosi artigiani della canzone in cloni computerizzati? Forse che questa volta il sempre suggestivo Young sia andato davvero troppo lontano col suo zelo nello sfuggire al triste destino di quei Tutankamen ambulanti (e una volta compagni) che sono CSN? Non esattamente. Sembra che Young sia rimasto colpito, all’epoca di Re-ac-tor, dal alcune nuove uscite discografiche e una di queste, Computer world dei Kraftwerk, particolarmente. Trans documenta le sue impressioni sul mondo dei computer che i Kraftwerk avevano celebrato in modo tanto gelido e intelligente su quell’album del 1981. Ma poi Young se ne andò alle Hawaii con la sua band di soliti amici (Crazy Horse, Ben Keith, Nils Lofgren e altri) e registrò una manciata di nuove canzoni scritte in una vena più tradizionale. Su Trans è finito materiale da entrambe le session e questo intenzionale scontro di stili (cosa sempre metodica nella pazzia di Young) è ciò che rende questo disco un puzzle così intrigante. Trans inizia con una falsa partenza: “Little thing called love” è una canzone d’amore perfettamente innocua. La musica è pimpante e luminosa e si risolve con quegli accordi carini di settima maggiore alla fine del ritornello che portano al dolce nulla di un’obliqua impassibilità: “Solo l’amore di porta alle lacrime/ solo l’amore ti ipnotizza” e così via. È una di quelle cose che si possono bisbigliare nel sonno e forse questo è il punto. Ma questo sussurro di banalità svanisce subito per lasciar spazio al tonfo sordo di una batteria elettronica che unita a un’eterea cascata di sintetizzatori annuncia l’arrivo degli androidi. Young canta con una voce alterata elettronicamente nelle quattro restanti canzoni della prima facciata e in “Sample and hold” sulla seconda. Sembrerebbe che la sua missione sia quella di animare il mondo del codice binario. “Computer age” e “Transformer man” suonano come inni all’utopia del futuro dei microchip e i compari computerizzati di Young, singolarmente molto contenuti, ci allietano con un prezioso squittìo vocale. È come se attraverso l’astrazione dell’intelligenza umana dai pregiudizi emozionali che solitamente la viziano, potessimo aspirare (elettronicamente) a un più vero ideale di perfezione. Per quanto Young sia diventato esperto con i suoi nuovi giocattoli e per qanto abbia compiutamente concettualizzato le proprie idee a riguardo, rimangono comunque molto distanti dagli spazi aperti del suo ranch californiano e dagli ambienti hi-tech della Germania Occidentale dei Kraftwerk. Tutto ciò significa che per quanto Trans debba molto a una certa mimica stilistica (i Kraftwerk scrivono “Computer world” e “Computer love”, Young scrive “Computer age” e “Computer cowboy”) è comunque controbilanciato da almeno tre canzoni in cui Young suona alla grande. “Like an Inca” è una delle canzoni visionarie meno ironiche e sfrontate che abbia mai scritto, che si pone al fianco di capolavori come “Last trip to Tulsa”, “The old homestead” e “Like a hurricane”. Questa incongruità tra vecchie e nuove mode è urtante, un po’ come vedere un disco volante standosene seduti fuori da una capanna in campagna. Isolate le tre canzoni di Trans non “codificate” e compresse (“Little thing called love”, “Hold on your love”, “Like an Inca”) e avrete un’idea dell’album che avrebbe potuto essere: ottimista, frizzante, molto cantautorale, abbastanza simile al suo album di debutto del 1969 (un’ulteriore canzone d’amore, “If you got love”, è stata esclusa all’ultimo momento, talmente tardi che non si è potuto cancellare dalla copertina). I cinque brani computerizzati rappresentano, per contro, un atteggiamento completamente differente. Agitate i due ingredienti, collegateli con una nuova versione di “Mr. Soul” (presa dai tempi dei Buffalo Springfield), che coniuga passato immortale e presente digitale: avrete un album di realtà in collisione che in qualche modo riflette la nostra epoca moderna. È il mondo in transizione (da qui il titolo?), un momento unico nella storia dell’umanità in cui le vecchie tecnologie si arrendono alle nuove e in cui i valori umani stentano a mantenere un equilibrio in questo accelerato cambiamento.
Young non sembra imbarazzato da tutto ciò; non ha alcun problema nel sistemare i due mondi nella sua lastra di vinile (e cosa che conta di più è probabilmente divertito nel pensare allo sconcerto che la sua nuova musica causerà ai vecchi folkettari vestiti di renna che lo apprezzavano per Harvest). In verità, una volta oltrepassata la sua vernice di radicalità sonica Trans finisce con l’essere una stravagante dissertazione sul tema dell’uomo e la macchina, con Young che fa a suo modo lo spiritoso con l’alta tecnologia (notare i coyote selvatici che ululano nella fattoria del cowboy computerizzato e l’automa in cerca di compagna che canta “Ho bisogno di un’unità da campionare e salvare/ ma non quella arrabbiata, un nuovo design, un nuovo design”, spazzando via con casuale noncuranza tutta la melassa della classica canzone d’amore). Lungo la strada poi dissemina qualche buon numero di chitarra (il riff discendente di “Computer cowboy” è un killer) e meriterebbe anche un successo da dance club con “We’re in control” un rutilante grido di insurrezione computerizzata che surclassa i crucchi. Ma come cantava lo stesso Young prima o poi tutto diventa vero e lui centra il bersaglio con l’ultimo brano “Like an Inca”. La sua canzone è un viaggio sinottico con i cavalieri dell’apocalisse attraverso un paesaggio su cui incombe pesante l’aura di un imminente disastro. È costruito su un tagliente e jazzato riff suonato da una schiera di chitarre a cui la batteria e le conga aggiungono arricchimenti ritmici: è ventilato andamento latino che ricorda il primo Santana. Ma l’andamento arioso del brano è contrastato da un fatale motivo di due note suonate dal sintetizzatore e dalle oscure profezie di Young: “Disse il condor alla mantide religiosa/ perderemo questo posto/ proprio come abbiamo perso Atlantide”. Con una voce che si rompe per l’offesa, Young rievoca lo spettro dell’olocausto nucleare (“Chi ha messo la bomba sull’altare sacro?”) anche se la morte è già stata comunque prevista quando la zingara gli legge il futuro e gli dice che “Non si vede niente”.
Per tutto questo album, così come aveva fatto in Rust Never Sleeps, Live Rust e Re-ac-tor, Neil Young sconcerta con la nuova ondata musicale e la prossima ondata tecnologica. In “Like an Inca” sembra come se desiderasse vivere in un qualunque spazio o tempo diverso da quello attuale e la gloriosità delle vecchie civiltà riempiono di rimpianto la sua immaginazione: “Avrei voluto essere un atzeco/ o una guida del Perù/ avrei costruito palazzi meravigliosi/ per dare riparo a pochi prescelti”. È così anche quando, nel momento in cui la fine di questa odissea si avvicina, ritrova un senso stranamente sereno di sollievo e di soluzione:
Mi sento triste, ma mi sento felice
Perché sto tornando a casa
C’è un ponte sul fiume
Che devo attraversare da solo
Come una pietra rotolante

Tutto ciò mi dice che nonostante il suo armeggiare con l’hardware dell’età dei computer, Neil Young è ancora un orologio a carica manuale in un mondo digitale, un solitario che chiede verità e che continua a ticchettare per le cose durature: amore, umanità, dignità, forza. La giusta battaglia.
Parke Puterbaugh, Rolling Stone 1983