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mercoledì 15 agosto 2018

Ruggine Insonne: speciale Year Of The Horse


Perché rimarcare dieci anni dall’uscita di un album live? Spesso i dischi registrati dal vivo sono puramente celebrativi, quando addirittura non tradiscono una creatività col fiato corto. È raro che un live ci fornisca tante indicazioni su un artista. Ma per Neil Young non è così. I suoi album dal vivo sono emblematici, ricchi di segni e sintomi, più utili a cogliere indicazioni di rotta e precisazioni stilistiche di quanto non lo siano i dischi incisi in studio.
Il live The Year Of The Horse (del 1997 – dieci anni ora) si apre con When You Dance I Can Really Love. Versione incendiaria. Nell’album di studio da cui è tratta, il giustamente celebre After The Goldrush (1970), la canzone dura tre minuti ed è un chiaroscuro naïve, un po’ fricchettone, con qualche coretto, un pianoforte boogie squillante. Nella versione live di 27 anni dopo – dilatata fino a sei minuti e mezzo – diventa una locomotiva che arranca e sbuffa lenta vapori lugubri, giocata su timbri bassi. Tenebrosa e sinistra, affaticata. Neil è accompagnato dai compari dei Crazy Horse - Frank Sampedro, Bill Talbot e Ralph Molina -, la più longeva band di garage. L’effetto è un muro sonoro limaccioso e tetro. Sembra di trovarsi di fronte a un mostro meccanico di metallo e fiamme, come la creatura infuocata che appare in visione al prof. Perry alias Jeff Bridges in La leggenda del re pescatore. Un treno che la ruggine insonne ha ormai sfiancato. Che corre lento, sì, lento ma senza fermarsi mai, come, per aiutarci ancora con immagini cinematiche, il treno di A trenta secondi dalla fine di Andrej Konchalovski.
L’elezione della lentezza non è un sintomo di stanchezza dell’artista. Neil Young non suona lento perché, dopo 27 anni, non ce la fa; suona così lento e minaccioso perché è la fatica, che vuole trasmettere. Il suo noise infuocato e al rallentatore mette in scena un travaglio esistenziale. E lo fa con coraggio stilistico. Infatti il pezzo successivo del live di cui stiamo parlando, The Year Of The Horse, è ancora più radicale e sorprendente. Si tratta di Barstool Blues, così intitolato anche se non è un blues. Dei suoi nove minuti, il brano esaurisce la parte cantata come una formalità da disbrigare, in 3:30. Da lì in poi, il pezzo rimane su un unico accordo (quello di tonica, MI maggiore) per tutto il resto della sua durata. 5:30 di fuoco e ferro, tutti sullo stesso accordo! A un certo punto il batterista Ralph Molina batte i piatti su tutti i quarti, come per preannunciare una svolta che invece non ci sarà mai; aspetti un altro accordo, una modulazione, una discontinuità. Niente. L’unica svolta di Barstool Blues sarà la sua fine, letteralmente erosa dalla ruggine, sfibrata, ridotta in cenere.
The song remains the same, avrebbe detto Robert Plant, la musica non cambia, se prendiamo in considerazione un altro momento del live, Slip Away, il brano che apre il secondo CD (l’album The Year Of The Horse è doppio). Dodici minuti, metà dei quali – i secondi sei – fermi sullo stesso accordo, stavolta di RE maggiore. Minuti lancinanti, di fumate spesse e sofferte. Come non bastasse lo strazio cui il brano è sottoposto da questa iterazione, la successiva Scattered, non senza insolenza, comincia proprio sullo stesso accordo di RE maggiore. Impossibile che Young non l’abbia notato nel pianificare la scaletta; anzi questa è la conferma sul campo della frase pronunciata all’inizio del disco dal rocker: “It’s all one song!”: è tutto un’unica, ininterrotta canzone. Segno che l’insinuante insistenza è una scelta, per trasferire agli ascoltatori un tarlo armonico ossessivo. Neil Young si dilania nei suoi assolo alla moviola, producendo pochissime note, fermandosi per vari secondi su una stessa nota. Qualcuno, forse un po’ a sproposito, ha accostato il suo stile solistico a quello di John Coltrane. Non c’è bisogno d’essere Günter Schuller, per aver sentito dire che Coltrane è invece famoso per le cascate torrenziali e compulsive di note, dette sheets of sound. Il paragone con Coltrane è assai debole. Il songwriter canadese - forse più avvicinabile per certi versi ma con estrema nostra riluttanza a un Miles Davis – si connota per l’estrema parsimonia nel regalare note. Un’avarizia studiata, che serve a sottolineare e amplificare le note emesse, ampliare il loro significato, assegnar loro un valore maggiore, così come è funzionale a commemorare le pause e i silenzi, la risonanza delle noti assenti, che sono più numerose e non di rado più importanti di quelle presenti.
Cosa vuole dirci Neil Young con i suoi solo chitarristici spossati, consapevole di non essere un chitarrista solista tecnicamente dotato? Ma significherà qualcosa, la tecnica dei superdotati? Cos’è: forse velocità, pulizia, varietà? Ma perché non lentezza, sporcizia, iterazione? Forse perché chiunque sarebbe in grado? Ma sarà poi vero?
Perché lo fa, allora, il vecchio Neil?
Evidentemente quella di Neil Young è un’esigenza espressiva, portatrice di segno. Dal punto di vista strettamente tecnico-esecutivo i fraseggi chitarristici di Neil Young sono riproducibili da un bambino. Ma questo significa davvero poco. Chi insiste più di tanto su questo aspetto non ha compreso appieno il wall of sound di un musicista profondo, capace di rimestare e scavare nel groviglio del suono, in fin dei conti sottovalutato dalla critica.
La sua musica è una navigazione nella lava.
La società postindustriale ha tutto per riconoscersi in un suono come quello di Neil Young, lo stesso che propone dal vivo, che pare ormai quello prevalente nella carriera di questo Giano bifronte. Un suono rugginoso, turbinoso. Che sa di vecchi vagoni malati, di macchinari abbandonanti o che stentano, scrostati dal tempo e dalle intemperie, superati dalla modernità. Una tabula rasa elettrificata. L’esatto contrario dell’esattezza digitale, dell’efficienza, del tecnicismo inodore. Ecco perché le scelte sonore di Neil Young diventano anche un elogio del passato, ed ecco che dietro quel suono spesso e tetro e lento c’è nascosto un omaggio del lato B della memoria collettiva americana, della recessione, di tutto ciò che è rimasto indietro inghiottito dalla vorace velocità.
Ripercorrendo le vie delle epopee ferroviarie e pionieristiche, perduto nella nostalgia dello spazio e del tempo per i Maya, gli Inca, gli Aztechi e i pellerossa, Neil Young scrive la sua elegia elettrica dei perduti e dei perdenti, di chi non è rimasto al passo coi nostri tempi folli. I rottami roventi del World Trade Center sono il mostruoso epitaffio di questa modernità fragile e esposta, retrocessa nel giro di qualche minuto da mito del progresso a sinistra maceria.
A volte la dedica di Young diventa un vero e proprio commento funerario; ma si trova a suo agio, Neil, con questo genere di immaginari. (Negli anni Sessanta, al tempo dei Buffalo Springfield, scorazzava per Los Angeles insieme a Bruce Palmer, simpaticamente a bordo di un carro funebre.)
La sua attenzione per il suono allo stato puro, per il rimbombo e il feedback, ne fa un artista dalla sensibilità moderna. Ma del resto Neil Young, il loner, il lupo del Canada, nel narrare quel che è rimasto dietro nel tempo è rimasto maledettamente dentro ai tempi, a dispetto di un’irriducibile aderenza a se stesso. Talmente tanto che, esagerando, parrebbe quasi che i tempi, per adeguarsi a lui (e non viceversa), abbiano sfornato punk, new wave, noise, grunge, alternative, post rock.
La camicia a quadri la usava prima del grunge e la continua a usare adesso; per lui è il marchio boscaiolo di un’America ancora innocente, rimasta in ascolto della propria storia, della natura, non moda fuggitiva di decenni da bruciare. Cantava gli indiani d’America e gli altri nativi brutalizzati (Cortez The Killer, Pocahontas, Ride My Llama) prima che l’egida tritasassi di new age - politically correctness – ambientalismo – Walt Disney si occupasse di questi argomenti. Ma sempre come un cane sciolto, come un coyote non predisposto al collare.
In ogni snodo della storia, Neil era lì e non era lì. Era al fianco di Paul Kantner e Jerry Garcia nella summer acida di San Francisco; nella riscoperta della frontiera e delle radici era a braccetto di Rick Danko e Robbie Robertson della Band. Pochi potevano immaginare che i veri progressisti si sarebbero rivelati proprio questi ultimi, da passatisti che parevano. Robertson, negli anni ‘90, avrebbe fatto dell’epopea pellerossa un gigantesco crossover straordinariamente corretto in chiave world. Ma Neil Young, questo Zelig introverso sempre sul luogo del delitto un po’ prima del delitto, lungi dall’essere sospettato di incoerenza, era additato come modello di rifiuto del compromesso, onestà intellettuale. Facendo della schizofrenia la sua identità, dell’inaffidabilità la sua discontinuità. Non dimentichiamo che negli anni Ottanta – grottescamente – il cantautore canadese è stato citato dalla sua casa discografica perché non produceva dischi abbastanza da Neil Young!
Sempre scisso tra traslucenza acustica e odissee elettriche. Tanto sono sempre stati presenti, questi due volti, che alcuni vecchi LP presentano le facciate rigidamente separate: da una parte unplugged, dall’altra a spinotti attaccati. Così Four Way Street (con Crosby, Stills e Nash: ma il pallino bifronte è il suo); così Rust Never Sleeps (con i prediletti Crazy Horse). Le due coesistenze sono altrove più mescolate e sfuggenti, in altri capitoli prevale invece l’anima bucolica e pastorale. Gli indimenticati Harvest, Comes A Time e Harvest Moon (le cose che il pubblico vorrebbe di più da Neil) rasentano però una deriva che il Canadese difficilmente gradisce lambire troppo sovente: il rischio di mettere in scena e di farsi portavoce d’una comunità coesa, individuabile, inquadrata.
La sua missione, invece, è la descrizione raggelata del tempo/spazio per i loner come lui, l’epos dei tormenti perduti. Le bollenti tempeste in cui naufraga il suono del Neil Young elettrico, (da Everybody Knows This Is Nowhere in poi) sono la perfetta descrizione di tutto questo. La perdizione e l’angoscia, l’impossibilità d’identificarsi con un consolidato sistema di valori funzionante e vincente.
Ecco perché oggi abbiamo maledettamente bisogno di lui e del suo commento sonoro. Ecco perché il Neil Young che ci offre maggiori indicazioni (anche su di sé) non è quello di Harvest, sebbene lì sia favoloso e brillante. Le sue corde più intime e roventi risuonano nei lavori notturni e meno tranquillizzanti come Tonight’s The Night, Ragged Glory. E nelle spire elettriche di un live come The Year Of The Horse.
Gianluca Veltri, 2007