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domenica 28 aprile 2019

Trans oggi: la retrospettiva di Popmatters


Nel 1982 Neil Young si "dedicò a qualcosa a cui non si era mai dedicato": elettronica. Vocoders. Drum machines. Sintetizzatori. Testi a proposito di robot fascisti e "computer cowboys". Canzoni con titoli come "Samples And Hold" e "We R In Control". Lo ha registrato e intitolato Trans. Ha dato i nastri alla Geffen.
Il bizzarro progetto sarebbe stato il primo ad essere pubblicato dall'etichetta per cui aveva appena firmato.
Tra i fan casuali e gli ammiratori, l'album ispira generalmente più perplessità che ira. Risa imbarazzate sono la norma; commenti come "E dopo cosa farà?" sono tanto banali quanto privi di senso. Lo si guarda più come un astratto e largamente inspiegabile evento isolato - qualcosa che Neil fece negli anni 80 e poi si lasciò subito alle spalle - piuttosto che un album dotato di vita e respiro, un documento durevole, qualcosa che uno può ancora comprare nel 2010, esplorarlo e farsi una propria opinione.
Tra i critici di professione, la perplessità spesso ha subito comportato un rifiuto categorico. William Ruhlmann, su Allmusc, dà al disco 2 stelle su 5 e afferma il popolare verdetto: "Trans ha alcune buone canzoni... ma nella sua totalità è un'idea che proprio non funziona". Nel 1996 la MusicHoud Guide to Rock prosegue sulla stessa linea, accostando Trans al seguente Everybody's Rockin': "i più grandi fallimenti [di Neil Young] sono terribili coltellate a generi diversi".
Così, l'album è diventato uno sconsiderato punto di riferimento, insieme ad altri esperimenti bizzarri e pieni di sé di altri nomi importanti che Proprio Non Funzionano (vedi: Metal Machine Music di Lou Reed, Two Virgins di John Lennon, Self Portrait di Dylan). Ha perso la sua peculiarità. Se non è l'album più odiato di Neil Young, è di sicuro quello meno compreso.
Questo è un peccato. Perché è uno dei miei preferiti. E' un lavoro avvincente e singolare; è anche orecchiabile e - sì - sinceramente toccante, almeno in certi punti. Quindi lo difendo.
Lo ammetto: al primo ascolto, Trans può essere un po' stridente. E con "un po'" intendo molto, e con "stridente" intendo scioccante. Voglio dire - per citare una recensione online di un certo "Capn Marvel" - i suoi momenti sonori più selvaggi sono "così lontani dal personaggio, dal punto di vista stilistico e sonoro, da far pensare che il vero Neil Young sia stato rapito dagli alieni e che ci mandi le sue nuove canzoni usando una trasmittente satellitare nascosta nelle profondità del suo colon".
Per il pubblico, è sparita l'inconfondibile impronta di capisaldi folk-rock come "Old Man" e "Hear Of Gold", per lo meno in sei delle nove canzoni dell'album. Sparito è quel gemito familiare, oscurato - letteralmente obliato - da un arsenale di effetti vocali. Spariti anche i ritmi tranquilli folk (al loro posto incalzanti metronomi new-wave), la cadenzata vibrazione acustica, le piacevoli e sottili melodie di Harvest o Comes A Time.
La reinterpretazione di "Mr. Soul" dei Buffalo Springfield su Trans fa da testimone, che muta il riff originale stonesiano in un martellamento robotico. Oppure "We R In Control", dove un minaccioso giro di basso e il ronzio del sintetizzatore fanno da complemento a una delle performance vocali più da brividi di sempre. Young suona completamente posseduto su questo brano, la sua voce abbassata elettronicamente a profondità robotiche che svela un manifesto da incubo stile 1984.
"Controlliamo il cielo televisivo.
Controlliamo l'FBI.
Controlliamo il flusso di calore.
Noi prevarremo e
Eseguiremo.
La nostra.
Funzione."
Scorticate le qualità basilari umane, la canzone è all'estremo opposto di "Tell Me Why" - sul serio, suona più come i Devo durante un assurdo trip da acido, però funziona, perché è audace e melodicamente ricca e selvaggia; è drammatica senza scuse e assolutamente inquietante. Tratti che possono essere facilmente applicati ai lavori migliori e più toccanti di Young - per esempio "Will To Love", o all'altrettanto poco compresa (ed ugualmente sinistra) veglia funebre irlandese che è Tonight's The Night.
Trans, comunque, è diverso. Non ha niente, insomma, del Neil Young celebre negli anni '70 amato dalle radio. Al suo posto: tutte le varietà di "whizzer e twizzer e cose che fanno bwwooing! nella notte" (ancora Capn Marvel). Sì, Neil Young è stato rapito ma non dagli alieni. E' stato rapito da una mania del vocoder e da un'angosciante crisi familiare, la cui gravità è rimasta ignota anche ai fan più incalliti.
Nonostante le texture meccaniche e i freddi sintetizzatori programmati, Trans non è per niente privo di sentimento. Se fate attenzione scoprirete parte della musica più intensa e personale che Young abbia mai registrato, il suo cuore emotivo profondamente nascosto (ma mai compromesso) dal ghiaccio esterno di uno stile alla Kraftwerk.
Ma forse avete bisogno dei retroscena, prima.
Il figlio di Young, Ben, soffre di una grave paralisi cerebrale - è effettivamente incapace di parlare. La battaglia di Young per poter comunicare con Ben fu infinita e straziante e, nel 1982, lo portò a interessarsi alla tecnologia per manipolare le voci, come riflessione della sua incapacità comunicativa. Su Trans, il vocoder è lo strumento predominante, che pone la voce di Young dietro un impenetrabile e guscio di angoscia e non-umanità.
Nel lancinante brano centrale, "Transformer Man" [...], sopra una melodia piacevole e senza età, punta il dito esplicitamente verso la sua devastante barriera. La sezione ritmica staccata e sintetica complica l'iniziale calore della melodia e delle parole - entrambe diventano senza dubbio esplicite nell'esecuzione acustica dieci anni dopo per Mtv Unplugged.
"Così tante cose rimangono ancora da fare
Ma ancora non le abbiamo fatte...
Svelare i segreti.
Lasciaci buttar via le catene
Che ti trattengono."
Il testo della canzone, che si rivolge a Ben in seconda persona, è una toccante lotta contro quell'inabilità verso l'essenziale espressione umana. Ma le sue qualità sonore la ricreano in modo sorprendente. "Devi riuscire a capire, non puoi non capire le parole", ha detto Young della canzone, "e io non riesco a capire le parole di mio figlio. Prova a sentire questo." E io l'ho fatto.
In effetti Trans suona molto meno artificiale e ampolloso del rockabilly retrò che lo seguì subito dopo. "Fai un disco rock 'n' roll", lo supplicavano le masse. E otto mesi dopo Trans fu seguito da Everybody's Rockin' (1983), un nauseante scherzo di 25 minuti, tributo al rockabilly anni '50, e poi Old Ways (1985), un ugualmente scialbo omaggio al country-and-western.
Il paradosso, allora, è che queste escursioni di Young in stili che dovrebbero essere grezzi, terreni e familiari appaiono invece artificiali e pasticciate; quello che invece sembra il suo perplesso flirt con l'elettro-pop sembra invece sincero, emotivo e più diretto al confronto. Everybody's Rockin' abbraccia formule e cliché per il gusto dello stile. Trans forgia il suo personale percorso; anche se il suo stile è stridente, quantomeno valorizza profondità e sostanza.
Trans ha dimostrato, in anticipo ai suoi tempi, che la musica elettronica e la profondità emotiva non si escludono l'un l'altra. Né che debbano essere viste come impulsi in conflitto, anche se l'istinto predominante ci fa mettere James Taylor su un lato e i Kraftwerk sull'altro. Invece, questa giustapposizione centrale, tra la sincera emozione umana e la fredda texture elettronica - con le parole di Young, "dove di incontrano la chimica e l'elettronica" - può essere sorprendentemente potente.
In un'intervista televisiva del 1982, Young ha spiegato i suoi sentimenti sull'argomento:
"La musica elettronica è molto simile al folk per me... è un nuovo genere di rock - è così sintetico e anti-feeling che ha molto feeling... Quindi penso che questa nuova musica sia molto emozionale, perché è così fredda... Ho i miei sintetizzatori e i miei computer e non sono solo."
I lettori dell'epoca pensarono sicuramente che fosse impazzito, ma gli innumerevoli artisti che si dilettavano o proprio lavoravano nell'elettronica certamente lo capirono. Ben prima che i vocoder e le voci robotiche dei Daft Punk facessero da ponte paradossale all'amore e all'affetto umani e genuini ("Digital Love", "Something About Us"), c'era Trans - e in particolare "Sample And Hold" che sembra descrivere un servizio robotico disegna-il-tuo-partner. (I Flaming Lips hanno esplorato un tema quasi identico, anche se non in prima persona, su Yoshimi Battles And The Pink Robots del 2002, e in particolare "One More Robot/Sympathy 3000-21".) Prima della Beta Band unisse suoni folk e strumenti con ritmi e strutture elettroniche su The Three EPs del 1999 (i critici denominarono la fusione "folktronica"), c'era Trans. E prima che Bon Iver e Sufjan Stevens massacrassero i vocoders e le altre texture elettroniche in un folk-indie-pop, c'era Trans.
Gli echi dell'album nella pop music moderna sono tutto fuorché diretti e chiaramente definibili, ma sono durati nel tempo e ci sono davvero, e sono pertinenti a qualsiasi discussione su Trans e sul suo contesto musicale e culturale.
Come se non fosse sconcertante abbastanza, Young inspiegabilmente inizia ogni lato con una luminosa e fiorita canzone d'amore, assurdamente distaccate dai colori musicali e vocali delle tracce chiave. Completamente privi dei marchi di fabbrica di vocoder e sintetizzatori del resto di Trans, "Little Thing Called Love" e "Hold On To Your Love" - più il brano in chiusura, "Like An Inca" - furono registrati alle Hawaii nel 1981 per un progetto poi abortito intitolato Island In The Sun. E sono decenti sebbene siano canzoni pop tralasciabili - chitarra acustica, pedal steel, lussuosi cori; Young canta nel suo registro naturale e inalterato, e i testi sono freschi e dimenticabili come il loro titolo suggerisce. Fanno scaturire la semplice domanda: cosa cavolo ci fanno su Trans.
L'iniziale spiegazione dubbiosa di Young suggerisce che Trans era nato come concept album sull'evoluzione dall'uomo alla macchina; considerate l'iconica immagine di copertina, che mostra da un lato lo Young umano fare l'autostop e dall'altro un robot che lo mima dalla sua metà digitale. Se "Little Thing Called Love" funziona come il punto di partenza umano - il lato destro della copertina - allora "Computer Age" sembra una gentile iniziazione alle chiavi testuali e ai motivi musicali di Trans (in confronto al frenetico assalto di "We R In Control" e "Computer Cowboy"). Sebbene rigidamente governata da una martellante drum machine e dalla linea del sintetizzatore, la canzone è essenzialmente di stampo rock, abbastanza perché i Sonic Youth la scegliessero per l'album tributo del 1989; e non a caso, Young canta l'intero verso prima della trasformazione della voce al vocoder, che poi è dominante fino a quattro canzoni più in avanti, a "Hold On To Your Love".
Più tardi Young riconobbe che le tracce di Island In The Sun erano fuori posto su Trans - costituivano un primordiale tentativo di mascherare il cuore eccentrico del disco mutandolo in un progetto più accessibile ma molto meno integro. Come deduce Mark Prindle nella sua celebre recensione, questi brani convenzionali mancano totalmente dell'obiettivo e della visione che caratterizza i momenti più peculiari (e apparentemente male interpretati) di Trans; la blanda "Little Thing Called Love", per esempio, non fanno altro che rendere più brillante la melodia e il testo di "Computer Age" ("E io sto davanti a te / O non riusciremmo a vederci", canta Young in un tono altissimo, computerizzato, di nuovo richiamando il figlio Ben). E "Hold On To Your Love" non ha niente di "Sample And Hold", un bruciante tributo di 8 minuti all'amore robotico che vede alcuni dei più straordinari lavori chitarristici di Young dai tempi di "Southern Man".
La stranezza finale è che Trans è completamente conciliabile con il resto della carriera di Young. Quello che i critici più ostili all'album non hanno capito è che la prolifica produzione di Young (una media di circa un album ogni 18 mesi tra il 1969 e il 2011) ha sempre avuto come base progetti spontanei e disinibiti. L'immediatezza è la chiave – e se viene troppo misurata, prevista, costruita, sembra pensare Young, la musica perde il suo mordente; meglio procedere senza paura e in barba ai pericoli, e se questo provoca alcuni passi falsi lungo la via, per lo meno non si rimane rintanati al sicuro (vedi: Rolling Stones, Eric Clapton, gli occasionali compagni Crosby Stills & Nash).
Gli anni 80 ci mostrarono una successione a mitraglia di escursioni momentanee in diversi generi: nel trash-rock (Reactor), nell'elettronica (Trans), nel rockabilly (Everybody's Rockin'), nel country (Old Ways), nel synth-pop (Landing On Water), e nel blues (This Note's For You). Prima di questa controversa decade c'è Tonight's The Night del 1975 (registrato nel 1973), un tributo lancinante ad amici morti da poco, scritto per lo più in studio e registrato in take singoli durante alcune notti a base di tequila.
C'è Greendale del 2003, un'intricata opera rock a proposito di Dio-sa-cosa, e c'è Fork In The Road, un concept del 2009 derivato dall'avventura di Young di sviluppare una tecnologia per auto elettriche, e persino Harvest Moon del 1992, un magnifico e intenso disco di ballate folk che era seguito subito dopo al più feroce e feedbackiano tour dei Crazy Horse in più di un decennio (da cui Weld del 1991). Ricordo inoltre che “Ohio”, diventata un'icona di CSNY, fu registrata appena 11 giorni dopo il massacro alla Kent State (1970) di cui parla. Sulla stessa scia, Living With War del 2006 – un fiero e corale disco di protesta che punta il dito esplicitamente contro la guerra in Iraq – è stato scritto, registrato e pubblicato nell'arco di un mese.
Il punto è: la direzione particolare di Trans può essere anche estrema, o indubbiamente bizzarra. Il suo spirito – di avventura e sfizio, di impulso artistico carenato e disinibito – quadra perfettamente nel contesto di un artista che rifiuta di tenere sotto controllo le sue incarnazioni più impetuose. La tendenza ha causato talvolta la frustrazione delle masse, la mortificazione degli ascoltatori. Ma fa parte di quello che rende la musica di Young spesso eccitante, in 40 anni di carriera. Trans può essere il suo esperimento più intimamente intenso e strano. Nel mazzo dei tanti, è anche il jolly.
Il grosso fallimento di Trans, dunque, non risiede nella sua musica o nei suoi testi. Mente nella presentazione e nella promozione – non ne ha. Young fallì completamente nel portare il suo contesto personale a un pubblico indifferente. Combatté la confusione aggiungendo confusione: il sarcasmo inscrutabile, se non proprio privo di senso, di Everybody's Rockin'.
Si trovò anche in brutte acque dal punto di vista legale. Una causa da 3.3 milioni di dollari della Geffen Records seguì l'uscita di quel disco nel 1983. Secondo Geffen, la musica di Young era “diventata non rappresentativa dei dischi precedenti”. La vicenda gli si ritorse contro – più tardi il fondatore dell'importante etichetta si scusò per aver interferito con il processo creativo del suo cliente – ma essenzialmente fu l'espressione del sentimento comune tra il confuso pubblico del musicista: Neil Young alienò con successo i suoi ascoltatori verso un livello commerciale, e Trans sarebbe stato visto come il punto di svolta in questo processo.
Per questo disco, le spiegazioni arrivarono solo anni dopo, come spiegato nella biografia di Young, Shakey:
“Ecco di cosa parla l'album... È l'inizio della mia ricerca di una qualche interfaccia di comunicazione con una persona muta e gravemente handicappata... Ecco cosa cercavo di fare. E fu completamente frainteso.”
Se c'era una chiara connessione tra il Trans concepito da Young e il Trans pubblicato (e arrivato a tutte le altre persone), comunque, essa esisteva solo nella mente dell'artista. Durante la vana promozione del disco, Young propose a Geffen l'idea di un video musicale – qualcosa che tenesse insieme i due capi del disco, o al massimo che fornisse la controparte visuale alle strane e auditive sperimentazioni. Il video sarebbe stato ambientato in una stanza d'ospedale, dove si muovevano sciami di infermiere e dottori elettronici, che si struggevano per un preciso scopo: insegnare a un bambino come premere un bottone. La scena simboleggiava l'obiettivo centrale di Young: la ricerca di un mezzo di comunicazione per qualcuno che è privato delle comunicazioni più basilari, anche (anzi specialmente) se questo mezzo è completamente meccanico.
Il video, comunque, non fu mai realizzato. Mtv era ancora troppo nuova per dimostrare il suo potenziale commerciale, e Geffen si rifiutò di metterci i soldi – anche quando Young si offrì di spendere 200.000 dollari di tasca sua. Avrebbe fatto una differenza una scena di questo tipo? L'album fu bombardato e Young la prese male; la sua idea, così come la sua rilevanza personale, sociale, musicale, erano andate totalmente perdute nella traduzione.
In ogni caso sembra appropriato che questo album, così consumato da un incessante desiderio di rompere la barriera comunicativa, fu infangato a causa dell'incapacità (o della riluttanza) di Young di comunicare quel tema al suo perplesso pubblico. “È comunicazione”, scherzò più avanti il cantautore, “ma non funziona. E questo è anche mio figlio”. Forse anche Trans è questo. O forse dovrebbe esserlo. 

Zach Schonfield, popmatters.com
traduzione: MPB, Rockinfreeworld