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martedì 3 marzo 2020

Rassegna stampa d'epoca: After The Gold Rush / Harvest


AFTER THE GOLD RUSH - 1970

I critici scrivevano quattro anni fa che Neil Young era il messia della musica rock. Scrivevano della sua anima ritmica, della sua calibrata chitarra, della sua strana, altissima ed emozionante voce, e della sua abilità di cantautore. Non si sbagliavano allora, non si sbagliano oggi. After The Gold Rush (Reprise) è di sicuro uno dei migliori album dell'anno, forse dell'intero decennio, e deriva interamente dal genio unico di Neil Young.
Non sono in molti ad avere la versatilità di Young. […] In After The Gold Rush Young si unisce nuovamente a Stills (che canta) e ai Crazy Horse. Ma è Young che tira le redini, ed è lui a fare dell'album un successo senza mezzi termini. Dalla sua hit del momento, “Only Love Can Break Your Heart” alla brillante “Southern Man”, la forza e l'astuzia musicale di Young dominano il disco, fornendogli una presenza melodica e testuale che non è possibile ignorare.
Le note alle canzoni rivelano che molte di esse – tutte scritte da Young – sono state ispirate da una sceneggiatura di Dean Stockwell e Herb Berman. “After The Gold Rush” e queste canzoni dovrebbero diventar parte della colonna sonora del film.
Non c'è una canzone che non apprezzerete. Quella che dà il titolo è una splendida, enigmatica odissea di arcieri e navi spaziali. “Only Love Can Break Your Heart” dipinge un quadro doloroso di solitudine (“Ho un amico che non ho mai visto. Nasconde la sua testa in un sogno”). “Cripple Creek Ferry” si libra leggera, “Oh Lonesome Me” è una versione melancolica del classico di Don Gibson.
Ma per la sua potenza, niente può stare alla feroce e drammatica “Southern Man”, canzone che riflette tutto ciò che c'è di buono nella musica rock. Ci vuole un po' per trovare un testo che possa competere con questo: “Ho visto il cotone, ho visto il nero, alti magioni bianche e piccole baracche. Uomo del Sud quando li risarcirai? Ho sentito le urla e gli schiocchi della frusta...” E poi arriva la domanda, che richiede una risposta in un crescendo musicale: “Per quanto ancora? Per quanto ancora?”
Un album dal fascino genuino come questo non si è visto da mesi. Se qualcuno può far rivivere i dolenti marchi del rock, questo è Neil Young. Solo la forza di questo disco renderà il 1971 in grado di competere con l'anno di Sg. Pepper. 
Tom Gearhart, Toledo Blade 1970


HARVEST - 1972

Dopo una notevole attesa questo mese è uscito il quarto album di Neil Young. C’era il dubbio di cosa aspettarsi dalle canzoni, se del tipo “registrazioni da salotto” come After The Gold Rush o un ritorno al feel del gruppo Neil Young & Crazy Horse.
Dopo aver registrato il Johnny Cash Show a Nashville, Neil Young e l’amico Jack Nitzsche sono fuggiti dalla pressione degli studios televisivi con una jam a tarda notte insieme ad alcuni musicisti locali: Ben Keith (chitarra steel), Kenny Buttrey (batteria), Tim Drummond (basso), Neil alla chitarra e Nitzsche al piano. Sono andati subito d’accordo e hanno suonato per ore, e il problema di Harvest è stato risolto quando è nato questo gruppo momentaneo – gli Stray Gators.
C’è sempre stata una forte influenza country ad impreziosire gli album di Neil Young, ma questa è la prima volta che sono stati usati musicisti country o la chitarra steel. Le canzoni sono le seguenti.
“Out On The Weekend” (4.35). Un’introduzione di armonica alla Dylan sopra un lento ma incisivo ritmo creano un tono triste per la disillusione del testo: “Penso che farò su i bagagli e comprerò un pick up / me ne andrò a L.A.”. La voce di Neil Young non può essere definita “bella” in senso tecnico ma possiede un’identità. C’è un’intensità nel suo canto che ti richiede non solo di ascoltare, ma di percepire. La voce è sottolineata dai suoi testi addolorati – lui è l’archetipico solitario. “Guarda il ragazzo solitario / fuori nel weekend / che cerca di ricavarne qualcosa / non riesce ad essere felice / cerca di parlare e / non riesce ad iniziare”.
Una chitarra steel d’effetto completa il mood.
“Harvest” (3.03). Ha un pigro feeling country ed è cantata ad una donna che si è appena svegliata. “Ti ha forse svegliato / per dirti che / era solo un cambio di programma?” Tipica è l’astinenza dal diventare troppo coinvolti: “Be’ vedo che dai più di quanto io possa prendere / raccoglierò soltanto qualcosa”
“A Man Needs A Maid” (4.00). Questa è la prima delle due canzoni con la London Symphony Orchestra, registrate a Londra lo scorso anno. La voce solitaria e il piano reggono il testo meditativo: “La mia vita sta cambiando in tanti modi / Non so più a chi credere”. Il ritornello si costruisce con il grandioso contributo dell’orchestra intera. Il testo implica il non-coinvolgimento: “Solo qualcuno che tenga la mia casa pulita / mi faccia da mangiare e se ne vada”. Anche se termina quasi nella disperazione della realtà: “Quando ti rivedrò ancora?”.
“Heart Of Gold” (3.05). L’attuale singolo di Young (nel lato B c’è “Sugar Mountain” che non esiste su album). Di nuovo l’armonica e un riempimento semplice ma d’effetto, con il testo che parla della non-realizzazione. “Sono stato in cerca di un cuore d’oro / e sto invecchiando”. Al ritornello finale si aggiungono James Taylor e Linda Ronstadt, anch’essi presenti agli studios di Nashville.
“Are You Ready For The Country” (3.21). Suona come, e potrebbe esserlo, una jam dal vivo tra amici. Jack Nitzsche scivola sulla slide per questa canzone simile a “Rollin’ And Tumblin”. Il motivo familiare è in qualche modo rivitalizzato dai superbi “non-testi” di Young: “Scivolando e slittando / e giocando a domino / andando a destra e a manca / non è un crimine, lo sai”. Ai cori del ritornello ci pensano David Crosby e Graham Nash.
Lato due.
“Old Man” (3.22). Una delle canzoni più riuscite, con un banjo brillante e la chitarra steel. La canzone è ispirata a un vecchio che vive nel ranch di Young: “Vecchio uomo guarda la mia vita / sono molto com’eri tu”. Sono presenti anche temi familiari sulla solitudine e sull’amor perduto: “amore perduto / quale costo / mi dà cose che non vanno perse”. Ancora sta cercando un cuore d’oro: “ho bisogno di qualcuno che mi ami per tutto il giorno / oh, uno sguardo nei miei occhi e puoi vedere che è vero”. James Taylor e Linda Ronstadt sono le seconde voci.
There’s A World (3.00). La seconda traccia con la London Symphony Orchestra, davvero drammatica. Archi, arpe, timpani, è usato tutto, e non posso evitare di pensare che il risultato finale sia un po’ troppo sovraccarico. La canzone di per sé esprime la posizione dell’individuo: “C’è un mondo in cui vivi / nessun altro fa la tua parte”. La sensazione generale è quella di un film e quindi può darsi che questa sia un’anticipazione dello stile del prossimo album, il soundtrack di Journey Through The Past.
“Alabama” (4.02). Il ritorno del Neil Young elettrico, con le familiari chitarre elettriche e sequenze d’accordi tipiche. Con tempo regolare, la canzone impersonifica lo stato del sud: “Alabama / hai un carico sulla spalla / che ti sta spezzando la schiena”. Con le voci ai cori di David Crosby e Stephen Stills, è uno dei pezzi migliori. Dove “Southern Man” su Gold Rush era una canzone di rabbia per gli stati del sud, il sentimento di “Alabama” è più di una tragedia compresa: “Vengo da una nuova terra / vengo da te e / vedo tutte queste rovine / cosa stai facendo / Alabama / hai il resto dell’Unione che ti soccorre / cosa sta andando male?”.
“The Needle And The Damage Done” (2.00). Registrata live alla Royce Hall e accompagnata solamente dalla chitarra acustica, è una riflessione dolorosa sulle droghe pesanti. Queste emozioni, la sua voce e il testo comunicano magistralmente: “Sono arrivato in città e ho perso la mia band / ho visto l’ago prendersi un altro uomo”. Ovviamente si tratta di un soggetto che sente molto vicino. “Canto questa canzone perché amo l’uomo / so che qualcuno di voi non capirà”. La frase finale della canzone riassume il concetto in un’immagine tragica: “Ogni tossico è come un sole al tramonto”.
“Words (Between The Lines Of Age)” (6.42). Young di nuovo sulla chitarra elettrica, ma sfortunatamente non ci sono quegli assoli tra le strofe di “Cowgirl In The Sand” – solo accenni, il che è deludente dato che c’è certamente spazio per uno di essi. Comunque, la canzone in sé è all’altezza con un testo che può solo essere descritto dal titolo – Parole: “Vivendo in castelli un poco alla volta / il re cominciò a ridere e a parlare per rime”. Gli amici Stills e Nash contribuiscono alle seconde voci.
L’album è stato prodotto a Nashville da Elliot Mazer e Neil Young e a Londra da Jack Nitzsche. Ha ripagato l’attesa? Penso di sì. Lo troverete lodevole.
Rob Drysdale, New Musical Express 1972