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giovedì 24 luglio 2014

Neil Young & Crazy Horse Alchemy Tour 2014 - Barolo


Neil Young, niente nostalgia: il vecchio rocker fa musica d’oggi
Barolo, apre il concerto con un assolo di chitarra elettrica, poi regala novità

Il concerto di Neil Young si apre con un assolo di chitarra elettrica di quasi due minuti e si chiude con una canzone nuova, che il vecchio rocker (68 anni) presenta con questo tour europeo (Who’s Gonna Stand Up And Save the Earth). Chi si alzerà in piedi per salvare la Terra?, si chiede lui in questa canzone, e si risponde: tutto questo può partire solo da me e te. Va detto che tra il Neil Young chitarrista e il Neil Young ecologista prevale largamente il primo, almeno a giudicare dal concerto di ieri a Barolo, chiusura fiammeggiante di un appuntamento, Collisioni, nato nel 2009 come un Festival di letteratura e trasformatosi in sei edizioni in un’affollatissima Woodstock delle Langhe (anche gli incontri con gli autori comunque quest’anno hanno fatto il pienone).  
A Woodstock, quella vera, c’era anche Neil Young, che però rifiutò di farsi riprendere dalle telecamere minacciando i cameraman con la sua chitarra, mostrando così i primi segni di quel cattivo carattere che gli ha impedito di diventare una vera rockstar e che però gli ha permesso di continuare a scrivere canzoni, a suonare e a cantare in giro per il mondo con la medesima credibilità per sei lunghi decenni. Il fatto è che non si va a sentire Neil Young per nostalgia, per ascoltare i vecchi successi o per celebrare un qualsiasi tipo di rito. Si va per la musica, quella di adesso. Della generazione degli Anni Quaranta (Bob Dylan, Rolling Stones, Paul McCartney) nessuno oggi fa dischi belli come i suoi (l’album Psychedelic Pill, del 2012, è un capolavoro) e anche quella voce sottile, quasi in falsetto, regge ancora ottimamente. 
Nella seconda metà del concerto, di sole dodici canzoni, diverse delle quali però superano il quarto d’ora di durata, Neil Young rende omaggio al maestro di tutti, Bob Dylan, cantando Blowin’ in the Wind, e al se stesso di quarant’anni fa con una versione acustica, voce e chitarra, di Heart of Gold. Per il resto la chitarra elettrica è assoluta protagonista: Young è sempre accompagnato da due coriste e dai suoi fidi Crazy Horse (268 anni in quattro, lui compreso, come testimonia il fondale nero che hanno alle spalle con la silhouette di un pellerossa a cavallo che è il simbolo del loro sodalizio). Lo vogliono storia e gusto di questo grande del rock, forse l’unico vero emblema di un suono che ambisce a essere anche stile di vita. Young è un uomo moderno, ama i trenini elettrici, le belle auto e le chitarre. Da pochi mesi ha annunciato che il suo prossimo libro, in uscita negli USA entro l’anno, parlerà di automobili e del futuro dell’ambiente, e di come lui abbia tentato di conciliare queste due passioni (Earth, cioè Terra, sta scritto sulla maglietta che lui indossa in questo tour).   
Forse questo suo concerto racconta la medesima storia, perché giunge alla stessa conclusione: per il futuro, preoccupiamoci dell’ambiente, ma nel presente non c’è nulla di più divertente del suono dell’elettricità.  


Neil Young canta l'uomo elettrico  
Con i suoi Crazy Horse, ha chiuso Collisioni 2014 con un concerto elettrico e potente, senza dare spazio alla nostalgia. Perché il rock and roll compie 60 anni, e non può che guardare al futuro.

Come ha ricordato Piero Pelù proprio a Collisioni, il rock and roll compie 60 anni quest’anno: nel 1954 Elvis incideva il suo primo singolo (That’s all right), Billy Haley and the Comets erano primi in classifica con Rock around the clock e nasceva tutta quella storia di musica popolare che ci avrebbe cambiato la vita. Oggi, nel 2014, se vogliamo ancora capire cos’è questo oggetto chiamato rock and roll, c’è un uomo da interpellare, Neil Young, con i suoi Crazy Horse. E il concerto di chiusura di Collisioni 2014 è stato proprio questo: teoria e tecnica del rock. Scenografia scarna, ridotta a qualche cimelio indiano omaggio al Cavallo Pazzo spirito guida del viaggio. Nemmeno il video sullo sfondo a ingrandirli per chi era lontano: quello che vedi è quello che vedi, punto. L’unico effetto speciale è come questi  quasi settantenni ti fanno dimenticare di essere quasi settantenni. 
Le lezioni di storia a volte possono essere ostiche: Neil Young and Crazy Horse a Barolo hanno ridotto al minimo le ballate, hanno pescato poco dalle nostre playlist dei suoi classici (Heart of Gold, Rockin’ in the free world) e hanno deciso che la chiusura di Collisioni sarebbe stata elettrica. Fin dall’incipit: due minuti di assoli elettrici con i suoi sodali. Poi tanti pezzi recenti, compresa la chiusura (Who’s gonna stand up and save the Earth): nessuna nostalgia, 60 anni per il rock e 68 anni per il rocker sono una bazzecola, il futuro è tutto davanti, non è ancora scritto avrebbe detto Joe Strummer, è una responsabilità (politica, ecologista, artistica) e questo è stato il messaggio di Neil Young in una piazza Colbert di Barolo invasa da fan storici (alcuni al nono o all’undicesimo concerto dell’uomo in nero di Toronto) ma anche da tanti ragazzi al suo primo live. 
I pezzi acustici, in cui ha fatto prendere fiato ai Crazy Horse e ha cullato il pubblico con chitarra e armonica, sono stati soltanto tre. Uno è stata la sua classica cover di Bob Dylan, quella Blowin’ in the Wind che lo stesso Dylan suona di rado e che ormai sembra quasi più un pezzo di Neil Young che del suo collega di Duluth. Tra i momenti più belli, i passaggi del Neil Young anni ’90, quello di Ragged Glory, il disco che lo avrebbe messo in sintonia col grunge, i Nirvana e Kurt Cobain: Love and only Love, Love to Burn e The Days it used to be. E infine, la chiusura prima del bis, una trascinante, indimenticabile Rockin’ in the Free World. 
Neil Young non è una persona facile e il suo pubblico lo ama per questo. Avrebbe potuto cantare solo trionfi: The Needle and the Damage Done, Sugar Mountain, Cinammon Girl, Like a Hurricane. E invece ha preferito una scaletta ostica, difficile e non molto amichevole. Perché il suo rapporto con pubblico, dal 1966 ad oggi, è sempre stato più di sfida che di amore. Non ha mai blandito la gente, non può certo cominciare a 68 anni. La sua strategia rock è sempre stata di spingere più in là il confine di questa sfida, i fan lo seguono (alcuni a Barolo erano al suo 11esimo concerto) e lo amano esattamente per questo.


Neil Young, di nuovo con i Crazy Horse per il riportare lo spirito del rock'n'roll in Italia
Arriva a Collisioni, in occasione del bel festival di Barolo, il musicista canadese. Lo accompagna la sua storica band. Come previsto, Young ha lasciato da parte i successi per concentrarsi sul repertorio più recente. Portando sul palco i temi a lui più cari, quelli della pace, dell'amore e dell'ambiente

A Barolo piove. Piove forte anche se solo per un quarto d'ora, quanto basta per bagnare le migliaia di persone che sono in piazza ad attendere l'inizio del concerto di Neil Young e i Crazy Horse da capo a piedi. E cosa fa, allora, il vecchio rocker canadese? In barba alle regole del business prende centinaia delle sue t-shirt, con la scritta "Heart", terra, e le distribuisce alla folla, gratis. In perfetta coerenza con il concerto che offre per circa due ore al pubblico di Collisioni, il festival che con Young si è concluso lunedì a Barolo. Un concerto che è stato, volendo trovare un termine per definirlo, un "volantino", un manifesto, una dichiarazione politica prima che musicale; un set che ha avuto come fili conduttori i temi della pace e dell'ambiente, proposti attraverso alcune delle canzoni scritte da Young negli scorsi anni. Niente nostalgia dunque, poco spazio al "greatest hits" che invece è ormai la regola inderogabile della stragrande maggioranza dei concerti rock. No, Young non è in tour per celebrare se stesso e la sua carriera, ma per fare il suo mestiere di artista, musicista e attivista, e lo rende chiaro subito, appena sale sul palco pochi minuti prima delle 22, imbracciando la sua chitarra, la fida "Old black", e lanciandosi immediatamente in un lungo assolo prima di intonare Love and Only Love.
Young ha 69 anni, e la band che lo accompagna, formata dalle coriste YaDonna West e Dorene Carter, dal chitarrista Frank Sampedro, dal batterista Ralph Molina e da Rick Rosas al basso (che ha dovuto prendere il posto di Billy Talbot, fermato prima del tour da problemi di salute) è composta (coriste a parte) da suoi coetanei. Ma, ed è questo il bello, i vecchi rocker in scena, nonostante i capelli bianchi e il fisico sovrappeso di Sampedro, non hanno nulla da invidiare ai loro più giovani colleghi in termini di potenza ed entusiasmo. Anzi: un concerto di Neil Young è, al pari di un concerto di Bruce Springsteen, la dimostrazione non solo dell'esistenza in vita del rock come idea, concetto, linguaggio, ma anche della forza passionale e comunicativa di una musica che non può e non riesce ad essere, quando è vera, prevedibile, scontata, sempre uguale a se stessa. Young improvvisa costantemente con i suoi lunghi, estenuanti assolo di chitarra elettrica, come un jazzista alla ricerca della nota (o del rumore in questo caso) definitivo. Gioca con il feedback, con i suoi distorsori, con le corde della sua chitarra, lasciando poco spazio all'ovvio, ogni brano è dilatato, smontato e ricostruito, alle volte addirittura nel testo, seguendo l'ispirazione del momento, l'intensità dell'attimo, mettendo in primo piano la musica. E le parole, che per Young sono importanti, fondamentali.
Come un predicatore, come un'attivista, Young senza sosta parla di pace, di amore, di lotta, di impegno, di condivisione, di ribellione, canta contro la guerra, contro la distruzione del pianeta, contro l'avidità, le corporation, in favore dell'amore, come ha sempre fatto, mescolando arte, vita e politica come forse solo John Lennon ha saputo fare prima di lui. L'amore è il tema principale, Love and Only Love, Standing in the Light of Love, Love to Burn, Name of Love, sono nel concerto per ricordarci che "tutto quello di cui abbiamo bisogno è amore" e che bisogna dare una possibilità alla pace se vogliamo sperare di poter andare avanti. Il set è talmente centrato sui temi sociali e politici che a un certo punto Young, introducendo Psychedelic Pill dice ridendo "La prossima canzone non vuol dire niente, assolutamente niente, al massimo parla di sesso. La suoniamo perché avete bisogno di una pausa".
Non mancano, comunque, alcuni insostituibili classici, da "Heart of gold" a "Barstool blues", da una magnifica "Cortez the killer" ad una intensa e acustica "Blowin'in the wind" di Bob Dylan, fino al gran finale, una travolgente "Rockin' in the Free World", elettrico e ultrapotente inno all'impegno e alla partecipazione, in nome del rock. Impegno e partecipazione sostenuti anche nell'unico bis, un brano inedito, "Who's gonna stand up and save the earth", cantato in coro con tutto il pubblico, in perfetta sintonia con le magliette che Young ha regalato ad una platea che lo ha ringraziato con lunghissimi applausi.


Grande, eterno Neil Young a Barolo: in concerto per la terra e contro la guerra

Collisioni Festival, Barolo (Cuneo), 21 luglio 2014. Le Langhe, per una notte, sembrano Woodstock. La pioggia, le macchine ingolfate nel fango, l’odore della terra, l’inconfondibile voce nasale di Neil Young e l’ipnosi di chitarre elettriche suonate sotto il cielo stellato. Il cantautore canadese ha scelto Barolo per l’unica data italiana del suo Alchemy Tour. Una location unica, un paese incastonato nelle vigne, scenario familiare per il rocker che vive in un ranch a due passi dalla Napa Valley californiana.
Gli organizzatori del Festival Collisioni hanno ribattezzato l’edizione 2014 Harvest, come l’osannato disco di Young del 1972. E il “raccolto”, anche quest’anno, è stato eccezionale. Piazza Colbert, piena all’inverosimile dal pomeriggio, ha atteso con pazienza l’evento conclusivo di questa quattro giorni di musica, letteratura e vino. La serata è stata aperta dalla cantautrice Thony, giovane e interessante artista palermitana a metà strada tra Cat Power e Pj Harvey. Poi, calato il sole, sul megaschermo è apparso il logo dell’indiano a cavallo e i Crazy Horse hanno fatto il loro ingresso sul palco. L’assolo di chitarra di Love and Only Love spezza il fiato dei 12mila fortunati che si sono accaparrati il biglietto per una data sold out da mesi.
Neil Young entra in scena senza sorridere. Non cambierà espressione in tutto il concerto. Cappello in testa, per una volta ha lasciato in camerino la camicia di flanella optando per una t-shirt nera con scritto «Earth». È il preludio di una scaletta essenziale, 14 canzoni appena, che in realtà sono altrettante cavalcate. Dieci, quindici minuti ciascuna. La perfetta sintesi di folk elettrico diventa messaggio politico con una bella versione di Living With War. Young e soci non hanno dimenticato che quattro giorni fa avrebbero dovuto suonare a Tel Aviv ma hanno dovuto rinunciare a causa del conflitto. E non è un caso che poco dopo arrivi un altro inno generazionale contro la guerra: una magnifica cover della dylaniana Blowin’ in the wind cantata all’unisono da tutta la piazza.
Neil Young si ritaglia poi un frammento acustico e regala una Heart of Gold che scaraventa tutti indietro di 42 anni. Lui coi capelli lunghi, l’armonica e quella voce così straziante. Qualcuno nel pubblico piange. Non è un concerto per nostalgici, perché Young recupera gemme grezze del suo repertorio e tralascia volentieri le sue infinite hit. L’eccezione è una magniloquente Cortez the Killer, capolavoro del ’75, trascinata ben oltre i 7 minuti e mezzo della versione originale. C’è ancora spazio per una scatenata Rockin’ in the Free World, prima dell’unico bis. Dove tutti propongono i vecchi successi, Neil Young tira fuori dal cilindro una canzone nuova di zecca: Who’s Gonna Stand Up and Save the Earth. «Chi si alzerà in piedi per salvare la Terra?», si chiede il rocker ecologista. La cornice per fare questa domanda è perfetta.
Le Langhe salutano un’altra edizione di successo di uno dei Festival più innovativi d’Italia. Un modello in bilico tra la tradizione del territorio e la capacità di aprirsi al nuovo. Un esperimento in continua evoluzione, esattamente come Neil Young.


Neil Young & Crazy Horse a Barolo: il report del concerto
Il cielo sopra le colline delle Langhe minaccia tempesta, si sentono tuoni in lontananza e si vedono cadere un paio di fulmini tra le vigne. “Like a hurricane”, viene da pensare: ma non è la metafora di una delle canzoni più belle di Neil Young con i Crazy Horse, una di quelle che ogni tanto arrivano in chiusura a benedire i concerti. E' quello che sembra stia per succedere.

A benedire l’unica data italiana di quest’estate di Neil Young la tempesta arriva davvero, e coglie in pieno il pubblico arrivato nel borgo, all’ultimo giorno di un festival che ha richiamato decine di migliaia di persone in 4 giorni. Alle sette ci sono già diversi chilometri di coda per arrivare a Barolo dalla via principale, quella che da Alba percorre il fondovalle tra Grinzane e La Morra. Alle 8 e mezza, ecco la tempesta, pardon, la bomba d’acqua, come si dice oggi. 20 minuti in cui il cielo dice la sua in maniera violenta, per poi tacere per il resto della serata. Chi è già in piazza Colbert - dove non ci sono ripari - se la prende tutta, quell’acqua. Viene risparmiato chi non è ancora sceso e si ripara nei portoni e nelle osterie a bere un bicchiere di vino - “Collisioni” è un festival non fatto solo di musica ma di incontri e gastronomia per tutto il paese.
Per Neil Young questo ed altro - perché vederlo con i Crazy Horse è una di quelle cose che un appassionato di rock dovrebbe fare una volta nella vita. E il tempo è quello che è: Young ha 68 anni, la formazione si è riformata solo 3 anni fa dopo quasi un decennio di inattività, a questo giro manca Billy Talbot (a causa di un ictus, sostituito dall’ottimo Rick Rosas).
Il pubblico inizia a spazientirsi quando non vede salire la band sul palco di Piazza Colbert, incassata nella parte bassa di Barolo, sotto il castello, e riempita in ogni angolo possibile, fino al tornante che porta in paese, fatto salvo per i punti dove gli alberi impediscono la visuale. Alle 10 meno 10 finalmente il logo della band compare sullo schermo - rimarrà lì tutto il tempo: peccato non proietti quello che succede sul palco - come durante l’apertura dell’italiana Thony - a favore di chi è in fondo alla piazza stracolma di 9000 persone. 
Young imbraccia la Gibson nera, la “Old Black”. E in un attimo sputa fuori quel suono che è suo e solo suo e di quella band: elettrico, sporco, distorto ma terribilmente carico di pathos. Cappellaccio e maglietta nera, Young si piega sulla chitarra e inizia a duettare con Frank "Poncho" Sampedro. La prima canzone è una “Love and only love” da 15 minuti, per mettere le cose in chiaro. Nella prima ora di concerto, vanno via solo 4, 5 canzoni, quasi sempre su questi toni, attenuate solo dalla voce delle coriste: "Standing in the light of love" vive tutta sulla ripetizione ostinata e ossessiva di riff e cori, con le due coriste afroamericane a colorare di soul la musica  rinforzando la voce del frontman dove il logorio delle corde vocali non permette più di arrivare. La band tesse trame elettriche che incorniciano le parti cantate da Young: la sua voce è come la sua chitarra - sporca, tutt’altro che perfetta, più debole, ma unica. 
 Il repertorio scelto è abbastanza oscuro, e quando Young si mette a parlottare con Woody (il pellerossa di legno che campeggia a lato palco) confessando che "Living with war" continua a riaffacciarsi alla sua porta anche se avrebbe voluto abbandonarla per sempre si ha modo di rammentare che poca cosa fosse l'album omonimo del 2006. Per questo repertorio, una buona parte del pubblico, a dire la verità appare un po’ spazientita anche durante il concerto: sembra venuta per vedere il “mito”, e Young a quel mito concede poco. Di fianco senti gente che parla a lungo (ma dico: spendi 45€ per un concerto, ti fai un mazzo per venire, e ti metti a parlare del reato di concussione a voce alta? dovrebbero arrestare te…). Young esce con l’acustica e attacca una “Blowin’ in the wind” di Dylan, che le seconde voci femminili ammantano di gospel trasformandola quasi in un inno sacro. “Se tira anche questa per un quarto d’ora mi butto di sotto”, sentiamo dire - scherzando, ma non troppo, e pure da gente che ascolta Young da sempre. Subito dopo una delle rare concessioni della serata al pubblico meno fan: una “Heart of gold” sempre acustica e cantata a squarciagola dalla piazza, illuminata da telefonini accesi per immortalare il momento.
 Da quel momento e con il nuovo ritorno all'elettrico il concerto cambia marcia e inserisce qualche variazione con le belle divagazioni di "Barstool blues", il nonsense acido "che non richiede retropensieri" (lo dice lui) di "Psychedelic pill". Poi Young piazza una gemma vera in una scaletta sostanzialmente identica a quella della sera prima in Germania e al resto del tour. La gemma è “Cortez the killer”, lunga e dilatata, intrecci di chitarre e quel “They came dancing across the water” per raccontare le barche dei conquistadores spagnoli che arrivarono a conquistare il Messico con il sangue nel sedicesimo secolo - metafora di ogni guerra di conquista. Un brano in grado di mandare in brodo di giuggiole l'altra parte del pubblico, i fan dei Crazy Horse: è una delle loro canzoni-simbolo. Segue una “Rockin’ in the free world” che fa saltare la piazza (“è una cover dei Pearl Jam?” scherza un amico).
La band esce per rientrare poco dopo per l’unico bis. “Like a hurricane” non è arrivata, né la canzone né la pioggia durante il concerto. Arriva invece l’inedita “Who's gonna stand up and save the earth” al primo ascolto non è un gran che ma il coro resta in testa e il pubblico risponde volentieri all'invito a cantarlo. Il climax del concerto ne risente, ma a Young importa poco: ammiccare al  pubblico e assecondare le furbizie del mestiere è l'ultima delle sue preoccupazioni. Il finale lascia un po’ l’amaro in bocca mentre qualcuno sta già sciamando per raggiungere la macchina nei campi o sulle colline fuori dal paese.
Non sono quasi mai concerti consolatori, quelli di Neil Young, e quello di Barolo non ha fatto eccezione: location suggestiva ma tutt’altro che semplice logisticamente, così come non è stata semplice la scaletta. Ma anche un concerto memorabile per l’emozione di vedere un’icona del rock, ancora in forma ed inimitabile nonostante gli anni che passano per lui e per la sua band.

Tutte le foto sono di un "donatore anonimo" da Facebook

La setlist

2014-07-21, Barolo, Collisioni Festival 
1. Love And Only Love 
2. Standing In The Light Of Love 
3. Goin' Home 
4. Days That Used To Be 
5. Living With War 
6. Love To Burn 
7. Name Of Love 
8. Blowin' In The Wind 
9. Heart Of Gold 
10. Barstool Blues 
11. Psychedelic Pill 
12. Cortez The Killer 
13. Rockin' In The Free World 
14. Who's Gonna Stand Up And Save The Earth?