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martedì 8 settembre 2015

The Oral History: Weld / Arc, 1991


Neil Young: Quando facemmo il disco, era scoppiata la Guerra [del Golfo], e l'album rifletteva le mie ansie, un tentativo di esorcizzare i miei demoni, la gente che moriva mentre noi suonavamo. Quindi era una cosa seria. Non potevi andare là fuori a fare divertimento. Era un momento delicato per andare in tour. “Powderfinger”, “Love And Only Love”, “Cortez The Killer” e “Blowin' In The Wind” erano canzoni legate al conflitto, a come le persone vi si rapportano. Mi immaginavo che le nostre chitarre fossero una colonna sonora per la CNN. Arc era proprio questo, l'album fatto solo di feedback: l'energia brutale che deriva dal sentire le donne urlare e vedere le nostre bare. [1]

David Briggs: Dissi, “Neil, questo è un disco live, lo mixeremo in due settimane e suonerà fantastico.” Lui iniziò a preoccuparsi. Remixai ogni canzone tre volte e ogni volta era peggio. Qual'è lo scopo di fare un disco dal vivo se devi tornare indietro a inserire un mucchio di parti di background? Lui lo voleva più lucido. In più dovevo mixarlo al ranch così Neil era nella sua piccola tana voltando le spalle al mondo e scappando dai suoi trenini giocattolo ogni dieci minuti. Non so cosa sia ma di certo non è rock 'n roll. Mi ricordo i giorni passati. Tutte queste cose su Neil artista pensieroso – stronzate, tutte stronzate. Era un libero, felice e spassoso ragazzo. Ora invece è un fottuto recluso. Non ha più contatti con la gente. […] Credo che sia un grande artista, ma la sua vibrazione – e tutto ciò che la circonda – è qualcosa di malato. Questo programma innato, teso, nel quale io mi sento a disagio. […] Non so perché tutti vogliano lavorare lì. È come lavorare al Pentagono – più vivono nel loro piccolo mondo, più tutto va bene. Suppongo che Neil non voglia misurarsi col resto del mondo. La gente si diverte, ride, va fuori a cena, fai le cose che la gente fa veramente... Non so cosa sia successo a quel ragazzo. Non so cosa sia successo alla sua vita, alla sua mente, e in tutta sincerità non me ne può fregare un cazzo. Ragged Glory è stato il miglior disco che ha fatto da tanto tempo, e questo è quanto. Ora è tornato al solito, vecchio stile […]. [1]

Young: I credits di Weld, sul laser disc, sono diversi. Quelli sono i mix di David Briggs, e lì c'è il suo nome. Ma dato che David Briggs non era in studio a lavorare sul disco, su quello non c'è il suo nome. Sai, è così che va la vita. Billy [Talbot] e io ci siamo stati sopra a lavorarci – buono o brutto che sia. Briggs aveva un altro lavoro da fare e doveva andar via. Anziché puntare i piedi e dire, “Neil, credo che il lavoro sia fatto, prendiamoci due settimane e poi lo risentiamo”, se n'è andato. Quindi non aveva lasciato niente. Quindi Briggs ebbe ciò che si meritava per quel disco. Io ho bisogno che la gente resti per tutto il percorso. Se non restano, non restano. Quelli che restano sono i soli che appariranno nei credits. Se avessi sbagliato qualcosa, Briggs di sicuro avrebbe fatto in modo che mi fermassi. Ho molto rispetto di Briggs e non ho nulla contro di lui. Capisco che doveva fare un'altra cosa. Ho fatto diversi errori e quello fu uno. Il primo, perché ci ho rimesso le orecchie a mixarlo. Ecco perché me ne rammarico. Dopo di quello il mio udito non è più tornato lo stesso.
[…] Credo che la gente avesse avuto la stessa energia per la musica che aveva negli anni Settanta e l'avesse presa nello stesso modo, non ci avrebbe fatto alcuna fottuta differenza il posto in cui eravamo o cosa stavamo facendo. Non mi piace lavorare come se fossi in una cazzo di fabbrica. Non voglio farlo in quella maniera, e tutti quelli che vogliono farlo così, farlo con lo stampino, e pianificare quanto tempo ci vorrà, non sono compatibili con quanto succede e col modo in cui sono state fatte le nostre migliori cose. Il modo con cui abbiamo fatto i nostri migliori lavori è che non c'era un modo. Suona quando vuoi suonare, vai a casa quando vuoi andare a casa. Ralph semplicemente se ne andava. Andava a casa a dar da mangiare ai suoi gatti, e tornava il giorno dopo.
[…] Forse [Briggs] pensava che non ascoltassi quello che diceva. Ma io ascoltavo tutto. E aveva ragione. Ma non è mai venuto da me a dire, “Sono David e ti dico che è finito.” Non l'ha detto, mai. Quindi è arrivato Billy e abbiamo continuato. Abbiamo fatto diverse cose buone, ma il vero Weld è quello su laser disc. Il modo dovrebbe essere quello. Non solo ascoltare Weld, ma anche guardarlo. […] Penso di aver fatto impazzire Briggs alla fine di tutti gli album che abbiamo fatto. Non ricordo un disco che non ci abbia fatto uscire di senno. Dovevamo prendere le distanze l'uno dall'altro. Verso la fine di Weld, verso la fine di Ragged Glory, verso la fine di... sparane uno qualsiasi. [1]

Young: Ero diventato ipersensibile ai suoni, sentivo tutto altissimo. Ora è tornato normale, ma ancora non mi piace andare in posti rumorosi. Ho dovuto riposarmi per parecchio tempo e rimettermi in sesto. Quegli show erano davvero a un volume altissimo, fottutamente rumorosi come lo è un aereo che si schianta. Tutto era amplificato al massimo per avere quel suono da guerra, quel tipo di cosa: era quello che cercavamo. […] Quella guerra mi ha davvero lasciato il segno. […] Suonavamo ruvidissimi, violentissimi, davvero come un bombardamento. Era come se fossimo stati là. A quei tempi era un suono molto militare; grandi macchinari, potenza incredibile e distruzione. Quello era il nostro sound. […] Ho allontanato un sacco di gente cantando in modo così folle e abrasivo, col feedback e tutto il resto e non sono l'unico che ha fatto questo. [3]

Young: Non c'è alcuna concessione al commerciale e non c'è niente di abbastanza breve su Weld da poter essere suonato alla radio, per quanto mi risulti. Anche le canzoni che si conoscono già, come “Cinnamon Girl”, hanno dei finali talmente lunghi che è impossibile farli passare. Infatti “Cinnamon Girl” l'abbiamo rovinata solo per il gusto di non farla mettere in onda alla radio, però per noi, vedi, è stata una figata, abbiamo fatto quello che ci piaceva. E questo disco deve passare per canali completamente diversi per poter essere accettato. Tonight's The Night era così, non passò mai alla radio, almeno io non me ne ricordo. […] Per me è questo il senso di Weld, il pubblico e il gruppo che si uniscono. E la musica è un riflesso dei tempi. È molto brutale, soprattutto nelle canzoni con quei gran finali. Prendi “Rockin' In The Free World”, per me era come essere in guerra concretamente, perché cercavo di ricreare il suono della distruzione, della violenza, del conflitto, dell'artiglieria pesante. Insomma, distruzione pura. L'emozione dominante era quella, un'unione corrosiva di diverse sensazioni e il fatto che nessuno sappia comunque cosa fare. […] Non dovremmo finanziare una guerra; però se bisogna farne una, questa è giusta? Durante questo tour mi sono davvero dato tutto. Mentre suonavamo l'intensità era davvero forte, era reale. Nella mia mente riuscivo a vedere la gente che moriva, riuscivo a vedere le bombe che cadevano e le costruzioni crollare sulle famiglie. Guardavamo la CNN tutto il tempo e vedevamo quelle merdate che succedevano e poi ci trovavamo sul palco a parlare di conflitti: era una cosa difficile e penso che davvero non c'era altro che potessimo fare. Quando la guerra è iniziata ho apportato delle modifiche alla scaletta. Alcune canzoni vecchie hanno sostituito un po' del materiale di Ragged Glory, perché sapevo che la gente sarebbe riuscita a rapportarsi di più a quelle: sapevo che il pubblico sarebbe stato unito in questo. In quel momento ogni cosa che avesse tenuto vicina la gente per me era più importante del suonare una canzone nuova. Non era proprio possibile presentarsi lì fuori per fare dell'intrattenimento, sarebbe stato di cattivo gusto.
[…] Senti cos'ho detto alla Warner Bros... Paragonato a Tonight's The Night, Arc vi fa andare sul sicuro”. […] Arc ha un ordine, ho preso cinquantasette pezzi che avevamo chiamato “scintille”; li abbiamo isolati, numerati e dissociati dai concerti dai quali provenivano. Di quei cinquantasette ne ho scelti trentasette. Li ho messi tutti su una certa base e così mi sono ritrovato con le diverse chiavi e i testi già trascritti in ogni pezzo. Inoltre avevo anche i luoghi dai quali provenivano così che potevo dire da quale sala venivano, il che mi ha permesso di muovermi da un posto all'altro in maniera da non provocare cambiamenti del suono troppo radicali. Se la ascolti qualche volta, vedrai che è quasi come una canzone perché le cose vanno e vengono, i ritornelli ritornano, è insomma un vero e proprio ciclo: però sembra anche che a momenti degeneri. Quando arrivi alla fine è un po' frenetico, un po' più arduo da afferrare, come se in parte perdesse la testa. Se ascolti Arc ad alto volume, se alzi davvero a manetta il volume in macchina o cose del genere, cazzo, è una figata. Arc è l'essenza di Weld, ecco cosa c'è di nuovo in questo progetto. Se osservi la mia musica degli ultimi trent'anni, vedrai che è sempre stato quello a cui badavo di più. E succede che non appena perdiamo il ritmo andiamo in panne ed è la fine. Non importa più niente dopo, è come il jazz o roba simile.
[…] E non c'è nessun ritmo, ecco perché è grande. È liquido, molti mi hanno detto che è un buon disco da sentire andando a letto. È una specie di... fine prolungata: il che ha un sacco di ottime implicazioni. In realtà il ritmo c'è, ma continua a cambiare, va e viene, diventa veloce e poi rallenta, fa cioè tutto ciò che la musica di oggi non fa più. Senza Weld, Arc probabilmente non sarebbe stato neppure notato. [3]

Fonti:
[1] J. McDonough, “Shakey”
[2] Rolling Stone 1993
[3] Melody Maker 1991