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Neil Young & Crazy Horse - Colorado

Il ritorno del Cavallo tra le nevi del Colorado. L'ultimo album mescola il grunge di protesta alle ballad intimistiche, regalando momenti di puro incanto.

Neil Young & Stray Gators - Tuscaloosa 1973

Il nuovo live d'archivio è tratto dal tour 1973 con la formazione originale di Harvest. 11 canzoni acustiche ed elettriche, solari e oscure, a cavallo tra il successo e il dolore.

Neil Young Archives

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domenica 10 novembre 2019

Colorado: rassegna stampa italiana


Il risultato non è un tipico disco di Neil Young con i Crazy Horse. Se da un lato non mancano le cavalcate rock e le improvvisazioni, le canzoni migliori di Colorado sono le ballate [...]. Colorado è un disco dai due volti, rozzo e imperfetto, che non regge minimamente il confronto con i capolavori scritti tra gli anni ’60 e ‘70. Allo stesso tempo, però, è il disco più diretto e urgente dell’ultimo decennio della carriera di Neil Young che, come un vecchio artigiano nascosto nel suo rifugio tra le montagne, non sa fare altro che scolpire una canzone dopo l’altra.
Voto ***1/2

Le cose migliori di un disco che rischia di suonare un po’ troppo classico (anche se è comprensibile, visto che l’autore ha 73 anni e in carriera non si è certo adagiato), però, si trovano nelle delicatezze di "Green Is Blue" (di nuovo l’allarme ecologico, su un altro giro di piano efficacemente irregolare), del bel singolo "Milky Way" (ancora sull’amore per la Hannah [...]) e della sommessa ballata conclusiva "I Do" (che su un andamento da highway percorsa con andatura da pensieri e riflessioni chiude il disco chiedendosi «Why do I believe in you?»); brani che magari non hanno la bellezza classica, palese ed essenziale dei classici younghiani, ma la cercano per strade più oblique, crescendo con gli ascolti e salvando l’album dalla prima, non piacevole impressione di essere uno di quei dischi né brutti né belli.
rece positiva

Si respira aria di casa sin dall’inizio, tra le caratteristiche imperfezioni della registrazione dal vivo, le punte di armonica e le spruzzate di elettricità a rendere cremoso e mantecato un disco dai riverberi seventies. Le distorsioni delle chitarre accompagnano con rinnovata sincerità temi sempre cari al settantatreenne canadese. C’è urgenza di raccontare, di affrontare e di risolvere: dai cambiamenti climatici alle imprudenti condotte politiche, senza perdere le speranze, perché “c’è un arcobaleno di colori nei vecchi Stati Uniti”.
Loudd
Voto 7

[...] pur impolverato è sempre un piacere ascoltarlo, il vecchio Neil, lamentarsi e gemere ("Milky Way") come se questo vecchio bistrattato pianeta dovesse fargli da casa ancora per molto. E comunque: repetita iuvant in questi tempi dissennati e fuori controllo. Manca di qualche acuto, del puro genio che sbucava qui e lì in "Psychedelic Pill" (leggi, ad esempio, il fischiettare mefistofelico della gigantesca "Walk Like A Giant"), ma "Colorado" è un disco, anche se conosciuto in ogni suo aspetto, pienamente piacevole.
Voto 6.5

Esplorare Colorado, disco numero trentanove per l’artista canadese e primo con la sua band da Psychedelic Pill del 2012, può rivelarsi un processo di una difficoltà estrema e, al contempo, un’esperienza totalizzante dominata dalla sensazione di permanenza in una dimensione intima e privata. Prodotto dallo stesso Young e da John Hanlon, Colorado è frutto di undici giorni di incisioni, rigorosamente in presa diretta, senza l’utilizzo delle cuffie e rappresenta l’ennesima dimostrazione di come Young non abbia minimamente perso passione e sdegno. Si potrebbe dire che è un album atipico, non catalogabile né all’interno dello stile da solista del cantautore canadese né definibile 100% Neil Young & Crazy Horse.
Voto: ***

Va detto che il buon vecchio Loner non si risparmia affatto; con le settanta primavere passate da un po’, continua a sfornare più o meno un disco all’anno. Di una cosa gli va reso pieno merito: pur tra qualche ingenuità e un po’ di retorica di troppo, Neil è uno dei pochi ad avere ancora il coraggio di prendere posizioni nette, più di certi colleghi che hanno da poco dismesso il biberon ma che sono già reazionari quanto un vecchio sceriffo texano. E se ultimamente l’oggetto delle sue tirate era sempre Trump, qui il presidente dalla bizzarra chioma non è l’unico bersaglio. Young cavalca i tempi e si scaglia contro il riscaldamento globale, contro il suprematismo bianco e a favore dei diritti LGBT. Niente male per un ultrasettantenne che si è ritirato tra le montagne del Colorado, ma capace anche – non dimentichiamolo – di sposare l’icona di Hollywood Daryl Hannah appena un anno fa.
Rece positiva

Dieci nuovi brani che sanno di greatest hits, anche se si tratta di soli inediti. Il leone canadese in questo ennesimo lavoro in studio sembra ripercorrere il meglio della sua variegata carriera, il tutto con una scrittura ancora cristallina nonché un’invidiabile grinta. [...] Non credo di esagerare nel definire Colorado il miglior album di Neil Young da venticinque anni a questa parte (e ciò che c’è stato in questo lasso di tempo non è comunque affatto da buttare).
Rece positiva

Colorado mantiene in auge tutti gli stilemi classici del canzoniere: dieci tracce in cui ballad acustiche e schitarrate rock cariche di epicità si uniscono magistralmente donando all’intero lavoro un suono, quasi difficile da ascoltare, sul quale pesa la scelta di aver registrato in analogico. Sebbene si percepisca l’assenza di brani capolavoro, il disco strizza l’occhio a lavori del passato.
Rece positiva

Sarebbe semplice dire che il mondo ha ancora bisogno di Neil Young, come per ogni tentativo di rendere etereo un artista. Ma ciò che andrebbe davvero ringraziato invece è quella sensazione che ancora lo anima, che ancora lo spinge a condividere quella tristezza e nostalgia. Quella sensazione atavica di insoddisfazione, ben più astratta delle generazioni, che avvolge la società. Quella malattia dell’anima di un mondo che cammina senza raggiungere nessun posto, che grida senza dire nulla, che piange senza avere lacrime. Alla continua ricerca di avere qualcosa da cercare.
Voto 7.9

Come è successo per parecchi dei suoi ultimi dischi, arrivati al termine capisci che nessuna di queste canzoni insidierà mai il suo consolidato greatest hits, nonostante sia un disco dignitosissimo (per me un 6/7 per gli amanti dei voti). Neil Young ne è conscio perché ancora una volta il suo messaggio è chiaro: l'importante è il fine non il mezzo. E così sarà, coerentemente, fino alla fine dei suoi giorni. Statene certi.
Rece positiva

Voto 7: nessun brano epocale anzi è più una scorribanda di artisti che non sanno il significato della parola “catene”. Astenersi perditempo.
Voto 7

Quando Neil Young è accompagnato dai soliti Crazy Horse c’è da dire che le cose non vanno mai o quasi in modo negativo, come se le ultime stille di sudore e briciole di creatività venissero convogliate in quella sicura direzione. Colorado dura ben 50 minuti, oltre 13 occupati dalla solita long track, "She Showed Me", forse la più monotona e inutile mai incisa dal canadese, con quel refrain ripetuto all’infinito che inficia la qualità del disco, già di suo non proprio eccelsa. [...] Ma il canadese, si sa, è una cavallo pazzo duro a morire e riesce a rialzarsi in piedi per la seconda parte del disco, [...] dove troviamo un poker di songs davvero niente male. I sei minuti di "Milky Way", decisamente il vertice dell’album. [...] Il piano di Nils Lofgren in "Eternity", quasi una outtake dei seventies, la corale e solare "Rainbow Of Colours" ed il finale in punta di piedi di "I Do" che ci rallegrano il cuore e ci spiegano che a 73 anni si può ancora comporre bella musica
Voto 6.5

Paradossalmente sono proprio le stazioni acustiche, quando la collera lascia il posto all’intimità, a sostenere le ragioni di Colorado: l’apertura folk sghangherata e dylaniana con "Think of Me", le docili melodie pianistiche di "Green is Blue" ed "Eternity", quasi fanciullesche nella loro armonia (e con falsetto younghiano d’ordinanza), il finale con "I Do", canzone che riflette tutta la delicatezza e lo spleen esistenzialista del Neil Young ombroso, che canta sussurrando a cuore aperto.
Voto: :-|

Questo ennesimo album è un po’ un ritorno alla zona di comfort assicurata dai Crazy Horse, a cui periodicamente il Nostro fa ritorno, dettata dalla proverbiale e massiccia presenza del muro di chitarre e da lunghe divagazioni strumentali, inframezzate però dalle consuete e intime ballad tipicamente younghiane. Sono proprio queste ultime (“Think of Me”, “Eternity”, “I Do”), impreziosite spesso dal piano oltre che la consueta armonica a bocca, ad essere gli episodi più riusciti, osservazione che stona con il disco che segna proprio il ritorno dei Crazy Horse.
Voto 5