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Neil Young Archives

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mercoledì 11 dicembre 2013

Live at Cellar Door - Rassegna Stampa (pt.1)


Neil Young, la corsa all'oro degli archivi ci riporta all'anno magico 1970

Un giovane talento colto in un dei suoi momenti più creativi: Live al Cellar Door, con la sorpresa di un pianoforte

Formidabile, persino in una carriera ricca di date epocali, quell’anno, il 1970: per Neil Young, reduce da Woodstock, significò un lp storico come «After the gold rush», tra i suoi capolavori, e poi tour con i Crazy Horse e con Crosby Stills & Nash, prima dello scioglimento. Così formidabile da meritare l’ennesima chicca della sua collezione archivistica, «Live at Cellar Door»: siamo in un piccolo club di Washington, tra il 30 novembre e il 2 dicembre, il terzo album solista del canadese è uscito a fine agosto, la sua fama è in netta ascesa, per preparare due concerti alla Carnegie Hall di New York niente di meglio di qualche serata solitaria, acustica o quasi, davanti a un piccolo pubblico di appassionati.
L’atmosfera è intima, i pezzi di «After the gold rush», naturalmente, sono in bella mostra, ma ci sono anche brani dei Buffalo Springfield e chicche come una «Cinnamon girl» suonata al piano invece che alla chitarra, o accenni di futuro come «Old man», destinata a far parte di «Harvest» due anni dopo.
Alla sicurezza del songwriter fa da contraltare l’incertezza del cantante, con la voce sempre sul filo. Il venticinquenne Neil usa il piano come non ha più fatto (emozionante «Expecting to fly»), motivo di interesse per i suoi fans, nonostante la scaletta molto simile ad altre pubblicazioni della serie Archives Peromances Series, si pensi a quella della Massey Hall del ’71. La duttilità di un canzoniere prezioso appare ancor più evidente quando «Cinnamon girl» si mostra quasi barocca sulle corde dei tasti bianconeri, perdendo il suo riff: «È la prima volta che la suono al piano», confessa Young nella registrazione, e chissà che non sia stata anche l’ultima.


La purezza di un concerto si nasconde nell'essenzialità: con Neil Young riviviamo gli anni magici del rock

Quando si compiono 68 anni, di cui 48 di onorata carriera, ci sono molti modi per festeggiare. Si potrebbe, ad esempio, pubblicare il classico “best of” natalizio per mettere qualche soldino sotto l'albero, soprattutto se hai la fortuna di essere nato il 12 novembre. Oppure sfornare una bella raccolta di cover varie, magari di pezzi moderni (o magari natalizi), in cui dimostri di essere al passo coi tempi e di non essere quel dinosauro in attesa che qualche scienziato trovi la zanzare che si è pappata il tuo DNA in modo tale che possa clonarti e dedicarti un parco a tema (ebbene sì, sto guardando “Jurassik Park”). Oppure, potresti pubblicare un tuo concerto di quarant'anni fa.
Il buon Neil Young, per fortuna, ha scelto l'ultima opzione, regalandoci una vera e propria perla, una rarità dal retrogusto storico che nessuno, intenditore o meno, dovrebbe trascurare. Che cos'è “Live At The Cellar Door”? E' un raccolta di alcuni estratti tratti da sei concerti tenuti dal cantautore canadese al Cellar Door di Washington tra il 30 novembre e il 2 dicembre del '70, che ci consente di apprezzare un Young nel pieno della sua gioventù creativa (per fortuna mai spenta) e anagrafica, fresco dell'esperienza dei Buffalo Springfield e del quartetto Crosby, Stills, Nash & Young e ormai giunto alla sua terza fatica solista “After The Gold Rush”. I brani estratti da questo disco, uscito nello stesso anno dei concerti di Washington, hanno decisamente il dominio assoluto della tracklist di questa raccolta, ma non per un semplice fattore promozionale (si parla ovviamente di quarant'anni fa): pezzi come “Only Love Can Break Your Heart”, “Don't Let It Bring You Down” e “Down By The River” sono la dimostrazione di come, una volta, fosse possibile fondere eleganza compositiva, poesia e innovazione per creare delle perle indimenticabili, dei veri e propri segni divini che, sentendoli eseguire da una chitarra senza sbavature e un piano decisamente toccante, ti fanno venire voglia di andare nella chiesa più vicina a voi e di scrivere sulla facciata “E' TUTTO VERO!” con una bomboletta.
Lasciando da parte possibili effetti di vandalismo mistico, l'ascolto di questo disco, oggi, è una vera e propria esperienza, che ci insegna l'ingrediente segreto per un buon concerto, troppo spesso sacrificato per una scenografia cosmica e una scaletta studiata con precisione teatrale: la spontaneità, che non coincide solo con l'improvvisazione, ma anche con un rapporto col pubblico che a volte è in grado, come in questo concerto, di creare un'esperienza magnifica, in cui pubblico e artista dialogano con un'intesa silenziosa che solo i presenti possono carpire. Non lo nego: sentire Young improvvisare al pianoforte (dicendo di essere obbligato a suonarlo dal contratto e scusandosi per aver preso poche lezioni), scherzare con il pubblico e ridere come un bambino alle proprie battute e improvvisare, crea una nostalgia incredibile.
C'è poco da fare: nel mondo dei concerti dal vivo (oggi), siamo in pieno barocco. Si punta ai fronzoli, allo stupore, alle fiamme, alle luci, agli effetti video e ad altre cose bellissime, che troppo spesso però offuscano quello che alla fine conta di più: l'artista. Con versioni acustiche di pezzi celebri come “Chinnamon Girl” e “Flying On The Ground Is Wrong”, Neil Young ci regala un prodotto d'altri tempi, che ci fa innamorare di un mondo sommerso, una Atlantide musicale che sembra essere relegata (salvo eccezioni), in quegli anni magici, in cui esistevano degli artisti in grado di rifiutare di essere filmati persino a Woodstock.
Con una certa nota di nostalgia, Young ci regala un disco indispensabile, facendoci riscoprire che, eliminando il “soverchio”, la purezza si nasconde nell'essenzialità. E' un reato gridare al capolavoro per un live?


Neil Young: “Live at the Cellar Door” il meglio di sei concerti del 1970. Un gioiello da collezione

Esce oggi martedì 10 dicembre un nuovo capitolo della saga di Neil Young, Live at the Cellar Door, un album che raccoglie il meglio dei sei concerti solisti  tenuti tra il 30 novembre e il 2 dicembre 1970 nel piccolo music club di Washington Cellar Door.
13 i brani contenuti, dei momenti irripetibili  pescati dagli Archives younghiani a cui viene dato merito in questa pubblicazione dopo ben 43 anni dalla loro esecuzione dal vivo. Alcuni brani contenuti nell'album "After The Goldrush , pubblicato nell'agosto dello stesso anno, li suonò per la prima volta in assoluto dal vivo .
Sei concerti in cui il chitarrista si cimentò come solista dopo aver concluso l'esperienza con Crosby, Stills e Nash & Young e che furono il preludio, quasi una sessione di riscaldamento, ai concerti strepitosi tenuti poi alla Carnegie Hall di New York.
Live at the Cellar Door è un percorso a ritroso nella sua Archive Performance Series e vede nella tracklist, alcuni brani di After The Goldrush quali "Only love can break your heart"  e la traccia che dà il titolo al disco, ma anche due brani del vecchio repertorio dei Buffalo Springfield  "Expecting to fly" in una versione al pianoforte e "Down by the river" eseguita con la chitarra acustica.
Live at the Cellar Door racchiude,  tra le varie chicche,  anche "Bad fog of loneliness" che venne pubblicata solo nel 2007 nell'album "Live at Massey Hall 1971", "I am a child" estratta da "Rust never sleeps" del 1979 e  "Flying on the ground is wrong" da "Tonight's the night" del 1975.
Nel disco compare anche una rara versione al pianoforte di "Cinnamon Girl", traccia contenuta nel suo album del 1969 "Everybody Knows This Is Nowhere".
Nella trcklist compaiono anche  "Old man" incluso nel disco del 1972 "Harvest" e "See the sky about to rain" che fa parte di "On the beach" del 1974.
Neil Young è considerato uno dei padri del folk rock che ha inventato un modo particolare di fare musica: ballads che arrivano fino alla psichedelia e che diede vita a correnti musicali vere e proprie come il grunge e per certi versi il punk rock. Ha all'attivo  tra dischi di studio, live e colonne sonore, oltre cinquanta progetti.  L'ultimo album di studio risale al 2012 "Psichedelic Pill".


Lo sappiamo, la mente di Neil Young segue traiettorie ondivaghe e imperscrutabili; invece di seguire percorsi coerenti e lineari, il grande canadese preferisce assecondare il suo flusso di coscienza e i suoi sbalzi d'umore (la sua discografia e la sua autobiografia stanno lì a dimostrarlo). Perché dunque un altro disco acustico datato primi anni Settanta, nella sua benemerita collana "Archive Performance Series", quando già esiste quel "Live at Massey Hall" cronologicamente distante non più di sette settimane? E perché solo 45 minuti di musica, selezionata da sei spettacoli tenuti tra il 30 novembre e il 2 dicembre del 1970 al Cellar Door di Georgetown, Washington D.C., quando in quelle occasioni - a leggere le scalette di Setlist.fm - furono proposte anche altre canzoni? Sulla recensione da lui firmata per Pitchfork, il critico Rob Mitchum tenta di dare una risposta ricordando che in quel breve arco di tempo il canadese, allora venticinquenne, aveva cambiato stile di vita, iniziando la sua turbolenta relazione con l'attrice Carrie Snodgress e contraendo una tossicodipendenza da antidolorifici, e che nei set della Cellar Door (un minuscolo club con meno di duecento posti in cui registrarono dal vivo Miles Davis e Richie Havens, e con una storia interessante che trovate riassunta in questo articolo del Washington Post ) il repertorio è incentrato su "Everybody knows this is nowhere" e "After the gold rush", mentre le canzoni del mega-hit "Harvest" non ci sono ancora: fatta eccezione, in verità, per una "Old man" quasi surreale, nel silenzio che circonda le sue riconoscibilissime prime battute.
E' ancora una volta - come in "Massey Hall", come nel "Sugar mountain" datato 1968 - l'intimità della performance il vero motivo di fascino di queste vecchie bobine, la complicità tra artista e pubblico in un'atmosfera "dopata" d'altri tempi: quando, nel presentare "Flying on the ground is wrong", Young spiega trattarsi di una canzone sulla droga, sull'erba e sull'incomunicabilità tra chi ne fa uso e chi no, un membro del pubblico lancia un'esclamazione di convinta approvazione. E' il momento finale, più "psichedelico" e onirico del concerto, con il musicista divertito come un bambino dallo Steinway a coda che gli è stato messo a disposizione e le cui corde si diverte a percuotere per ricavare suoni profondi e risonanze che riempiono la sala prima che la malinconica melodia prenda il sopravvento. Il grande strumento è in effetti il coprotagonista della serata: Young lo corteggia, lo tocca, lo suona con rudimentale ma efficace approssimazione confessando candidamente di studiarlo seriamente da meno di un anno. Dalla sua tastiera vengono fuori una zoppicante "Cinnamon girl" per la prima volta suonata al pianoforte e un'altra ripresa dal vecchio repertorio Buffalo Springfield , la sognante "Expecting to fly", oltre a nitide versioni di "After the gold rush", "Birds", "See the sky about to rain". Puri esempi di poesia naif younghiana, come l'altra metà della scaletta eseguita tra accordi e arpeggi di chitarra acustica, tra la levità di "Tell me why" e "I am a child", l'invocazione sofferente di "Don't let it bring you down", lo spleen di "Only love can break your heart" e della rara "Bad fog of loneliness" (una outtake già comparsa sul cofanetto "Archives vol. 1 1963-1972 e sul live al Massey Hall che ricorda le atmosfere della successiva "The needle and the damage done") e l'intensità noir di una "Down by the river" ovviamente troncata della lunga jam finale, e dopo la quale - rivela il canadese - Young si sente sempre costretto a frenare, a rallentare.

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