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L'ultimo esperimento è un "pastiche" cinematografico surreal-western a base ecologista, più relativo soundtrack che mischia brani live, jam, cover e strumentali.

mercoledì 7 maggio 2014

A Letter Home - Rassegna Stampa

Neil Young non è solo un gran vecchietto del rock ma è anche un prolifico musicista che non si stanca mai di cantare e incidere dischi e di montare idee su idee. Questa ultima è davvero formidabile. Negli ultimi tempi egli si è abituato a frequentare lo studio Third Man di Nashville (dove è stato registrato il recente omaggio a Willie Nelson), di proprietà di Jack White, comandante in capo dei White Stripes e geniale mente del rock contemporaneo. In quella sala troneggia una sorta di cabina telefonica, rossa, come nella tradizione londinese, che è stata restaurata da qualche mese. Si tratta di un Voice-o-Graph, un vecchio marchingegno del 1947 presentato al pubblico proprio il 20 aprile in occasione della giornata mondiale dedicata ai negozi di vinile che registra voci e suoni per chiunque lo metta in funzione (se ne è visto un modello analogo nel film "La rabbia giovane" di Terrence Malick utilizzato da Martin Sheen). Beh a Neil Young è balenata immediatamente l'idea di realizzare un intero disco di cover con quello storico sistema, a dimostrazione che la tecnologia avanzata non è certamente e necessariamente sinonimo di arte. Young immagina di scrivere una lettera a casa e la registra con la sua voce nell'intro di "A letter home", un intero disco fatto di omaggi alla canzone del passato che si riascolta con tutto il fruscio dell'epoca ma che, ironicamente, più che al vinile fa pensare alla bachelite (il materiale su cui venivano incisi i 78 giri nella prima parte del Novecento). Tutto è "sporco" e polveroso su "A letter home", dalla voce, metallica e filtrata, ai pochi strumenti come chitarra, armonica a bocca e pianoforte che frusciano come se quintali di tempo e di cantine fossero passati su quei solchi. Sembra uno scherzo che la prima canzone sia "Changes", un brano del lungimirante Phil Ochs. E' davvero un gran cambiamento di un suono che le nuove generazioni non hanno nemmeno mai ascoltato prima. Si esalta così il folk singer Neil Young, moderno hobo sui binari del tempo che riprende Bod Dylan in una magnifica versione di "Girl from north country" ma anche la tradizione inglese di Bert Jansch ("Needle of death" accompagnata dal suo fischiettare di strada). Due brani per il troppo dimenticato Gordon Lightfoot, suo connazionale canadese ("l'affascinate "Early morning rain" e la poetica "If you could read my mind") e altri due per il mito Willie Nelson, di casa a Nashville (l'immortale "Crazy" divenuta una grande cover del pop e "On the road again", classico di ogni musicista in tournée e da non confondere con i Canned Heat). Young continua la lettera a sua madre rendendole omaggio al pianoforte con "Reason to believe" di Tim Hardin, resa in cover da tantissimi artisti. In chiusura un omaggio al boogie man Ivor Joe Hunter ("Since i met you baby"), a Don Everly degli Everly Brothers ("I wonder if i care as much") e al più americano Springteen di "Born in the U.S.A." con "My hometown". Insomma un album di vere hobos songs che uscirà sul mercato a fine maggio in edizione superlusso con cd, dvd, due vinili e sei 45 giri, download card per versione audiofili e libretto. Una bella follia per tutti gli appassionati di Neil Young e di canzone storica americana.

Paolo De Bernardin, Il Quotidiano

Questo album è bruttissimo. Bellissimo. Una presa per i fondelli. Affascinante. Antitecnologico. Contemporaneo. Inascoltabile. Ha un suono memorabile.
Su “A letter home” si può dire tutto ed il contrario di tutto. E quasi tutti gli aggettivi, le interpretazioni sono facilmente argomentabili e supportati da fatti. Partiamo da questi, allora.
“A letter home” è un disco di cover che Neil Young ha inciso al Third Man Records Store di Jack White usando un “Voice-o-graph” del 1947, restaurato - ovvero una cabina di 2 metri quadri in cui si registra in presa diretta un disco (potete vedere un video dall’incisione di una canzone, qua). Young l’ha inciso con voce e chitarra (compare un piano in due brani, suonato da White) e l’ha concepito come una lettera alla madre, proprio perché i "Voice-o-graph" venivano usati non per la musica ma per registrare delle specie di messaggi audio. L’album si apre con uno di questi messaggi (“Hey Ma, il mio amico Jack ha questa scatola dalla quale si può parlare!”), e le dediche parlate ricorrono in vari punti, tra una canzone e l’altra. Distribuito in poche migliaia di copie per il Record Store Day, verrà ristampato in un mega-box, che conterrà anche una versione digitale ad alta risoluzione.
Il primo dato che emerge all'ascolto è che questo disco suona male. Malissimo. E’ inascoltabile. E’ volutamente inascoltabile. La chitarra, il piano, la voce sembrano provenire dall’oltretomba. Insomma suona come un disco folk della prima metà del ‘900. Il gioco è quello: prendere un repertorio iper-classico (Dylan, Springsteen, Willie Nelson, Everly Brothers) e farlo suonare come delle “old songs Jack and I I just rediscovered”, come dice lo stesso Young ad un certo punto.
Poco importa, poi che il disco sia davvero brutto dal punto di vista musicale, e non perché si senta male. Le cover sono per lo più piatte, non c’è nessuna interpretazione davvero memorabile. Non c’è nulla di nuovo, nulla che aggiunga o neanche tolga qualcosa a Neil Young: ricordano cose già fatte (su “Needle of death”, per dire, si potrebbe cantare tranquillamente “Ambulance blues”), suonano già terribilmente sentite anche in questa veste iper-minimale, niente più che nenie - degne di nota, si fa per dire, solo perché c'è la voce di Neil Young; un esercizio di stile musicalmente inutile, insomma.
Ma non è questo il punto. Il punto di “A letter home” è la forma, non la sostanza. Alla fine, Neil Young con questo album ci sta dicendo la stessa cosa che ci ha detto con l’operazione Pono, il lettore digitale ad alta fedeltà per cui si sta esponendo da mesi, anni. Young ci sta dicendo “Vi insegno come si ascoltava la musica una volta, e come dovreste ascoltarla anche oggi”. Poco importa che arrivi da un aggeggio di registrazione elettro-magnetica di 65 anni fa o da un aggeggio apparentemente iper-tecnologico (apparentemente, perché sul mercato esistono lettori di più avanzati e più economici del Pono). La lezione che ci sta dando è la stessa.
Quello che conta di questo disco è la dichiarazione artistica fatta con il mezzo, non con il contenuto. Ed è una lezione sulla carta terribilmente affascinante, non troppo originale (non è certo il primo disco registrato low-fi), ma un bel po’ moralistica, come spesso lo sono le uscite del personaggio. Che, ricordiamocelo, è quello che non ha voluto pubblicare per decenni su CD alcuni suoi album (“On the beach” su tutti) perché il formato non suonava abbastanza bene.
Questo disco rimarrà negli annali come una simpatica anomalia, una benemerita presa per i fondelli, una delle tante stranezze della sua discografia, al pari di quegli album (“Trans”, “Everybody’s rocking”, etc) che erano fatti più per far incazzare che per essere davvero ascoltati.
Anche da questo punto di vista, a ben vedere, “A letter home” è un disco vecchio.

Gianni Sibilla, Rockol


L’ultima fase della carriera di Neil Young sembra in qualche modo improntata alla ricerca della “purezza” della musica. Che, nel caso del 69enne songwriter canadese, coincide ovviamente con un ritorno al passato, ai Crazy Horse e al rock Sixties di Psychedelic pill, alla qualità analogica della riproduzione della musica applicata al digitale (vedi il Pono), ai classici country e folk immortalati su questo A letter home.
Il disco nasce e si sviluppa all’interno di una cornice ben definita: è stato inciso per la Third Man Records, l’etichetta del re del vintage Jack White, in una cittadina carica di storia musicale come Nashville e all’interno di un Voice-o-graph del 1947, una cabina in cui suonare e registrare su vinile in presa diretta. Insomma, date le premesse, tutte orientate al low-tech e ad una (sana) nostalgia, non poteva che venir fuori un disco dal sound molto caratterizzato, tutt’altro che hi-fi e anzi impregnato di fruscii, fatto di suoni “distanti”, sgranati. Inascoltabile, eppure affascinante, tanto più che, nel suo essere (apparentemente) totalmente fuori dal mondo e anacronistico, coglie in realtà uno dei tratti più evidenti del nostro approccio alla musica - la nostalgia - esasperandolo in un modo parossistico, come nessuno aveva osato finora.
Davvero, A letter home suona come niente in circolazione. Non è necessariamente un bene, ovviamente; ma una Girl from the North Country (Bob Dylan) riletta in modo rispettoso di accordi e mood eppure “manipolata” fino a sembrare un canto d’anteguerra, ha quasi il sapore di una revisione d’avanguardia, una sfida lanciata alle possibilità della tecnica e, insieme, alla nostra capacità di percepire il tempo. Insomma, se i dischi di Daniel Johnston suonano male perché Johnston non sa farne in altro modo, qui Needle of death (capolavoro di Bert Jansch) e My hometown di Springsteen si impolverano e gracchiano volutamente come sfida ad un ascolto superficiale e distratto.
Ovviamente, Young è anche in una certa misura un nostalgico, e dunque le tracce scelte hanno un significato di “casa” che prescinde il discorso del sound “fatto a mano” per abbracciare la dimensione della familiarità. In altre parole, si tratta dei pezzi che Young ha amato e che l’hanno formato come songwriter (proprio Needle of death ha ispirato la sua Ambulance blues). E dunque A letter home ha un duplice valore: da un lato, la riflessione sulla tecnologia (o la mancanza di tecnologia) applicata al suono, dall’altro quello di reperto autobiografico. Che, tuttavia, nel raccontarci il passato ci dice soprattutto molto sul nostro presente e sul nostro futuro, e sul presente e il futuro di quello che, anche quando è volutamente inascoltabile, rimane comunque uno dei più grandi songwriter di sempre.
La Bottega di Hamlin


Dopo le vastissime meditazioni distorte e le nuove maratone elettriche del doppio “Psychedelic Pill”, percorse con l’aiuto dei ritrovati Crazy Horse anche live in tour (con pure qualche data italiana), Neil Young torna acustico, solo, anzi più solo che mai, e nuovamente sacrificato alla produzione come per “Le Noise”, con “A Letter Home”.
Stavolta si tratta dunque di una serie di cover registrate con la sola chitarra, in una cabina telefonica e direttamente su vinile, per ottenere una qualità da rullo fonografico (l’antenato del disco), quindi molto al di sotto dei bootleg, persino da fare il verso ai field recordings d’archeologia di Alan Lomax.
Tra Bob Dylan, Phil Ochs, Willie Nelson e Bruce Springsteen, tutti impastati in questo procedimento d’invecchiamento del suono, spunta anche - finalmente - la sua versione di quella “Needle Of Death” di Bert Jansch che gli ispirò uno dei suoi capolavori, “Ambulance Blues”; purtroppo però anche questa diventa una nenia inascoltabile.
Con “Americana” è il secondo albo di cover. Uno scherzetto postmoderno - introdotto da una finta lettera alla madre -, e un risaputo atto d’amore verso le antiche tecnologie, inservibile almeno quanto il lettore digitale Pono da lui brevettato nello stesso periodo. La più estrema e gratuita tra le tante eccentricità del canadese, e non è un complimento: è il coma profondo di stile e personalità artistica. Uscito ufficialmente nel settimo “Record Store Day” (19 aprile 2014) per la Third Man di Jack White, poi espanso in edizione deluxe in doppio 33 giri con versione audiophile.
Michele Saran, Ondarock