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giovedì 30 luglio 2015

Ancora Wild Tales: intervista a Graham Nash


Be', questa è The Nation quindi cominciamo con la politica, d'accordo? Quale diresti che sia la causa per cui combatti in questo momento? Cos'è che ti fa bollire il sangue? Dove concentri le energie?
Beh, come sai dobbiamo organizzare bene il nostro tempo. Ci chiedono di fare molti concerti di beneficenza, come puoi immaginarti. Quindi bisogna decidere cosa ci sembra più importante, a cosa dare il nostro supporto. Il problema insormontabile per l'umanità, oggi, secondo me è il cambiamento climatico. Penso a tutta la gente che viene pagata per negare l'evidenza, comprata e venduta dalle multinazionali che continuano a immettere carbonio in atmosfera. Dovremmo essere intelligenti e ascoltare il 97% degli scienziati che dicono […] “è così, è reale, e la colpa è nostra”. Il cambiamento climatico è il più grande problema con cui dobbiamo confrontarci. […]  I miei figli e i miei nipoti saranno qui dopo che sarò morto e li stiamo lasciando nella merda. E non voglio che mio nipote si guardi indietro dicendo che suo nonno non ha fatto niente. […] Credo che una delle cose che farò nel 2015 sarà cercare di mettere insieme i 1100 gruppi che hanno a che fare con l'ambiente e che si combattono i finanziamenti, ma che non sono tutti dalla stessa parte – sai, ci sono quelli che vogliono salvare l'aquila, altri vogliono salvare le balene, altri sono sulla minaccia nucleare. Dovremmo metterci tutti insieme perché il vero problema è il cambiamento climatico che ci ucciderà tutti quanti, indistintamente.

Piuttosto ambizioso. Credi che ci sia qualcosa di speciale nella relazione tra rock e politica? O è solo perché hai già l'attenzione della gente? Voglio dire, canzoni come “Chicago” e “Immigration Man” o tante altre che hai scritto, parlano di politica.
Ma è politica? Secondo te lo è davvero? Quando scrivi una cosa come “Ohio”…

Be', interesse collettivo. Non è “ti amo, mi manchi”, ma piuttosto “noi tutti, la gente”…
Giusto, ma è politica? Se scrivi “Ohio” e parli di quattro studenti uccisi mentre protestavano contro il fottuto governo per i loro diritti, e sono stati massacrati nella loro scuola, è politica? O è umanità? O quando scrivi un pezzo come quello che ho fatto io con “Chicago”?

“Vorresti per favore venire in Ohio”, è politica. Sono d'accordo che la questione massacro sia umanità, ma “Per favore, fallo perché le cose cambino” è politica.
Si, buona osservazione. Lo terrò in mente. Grazie.

[…] Mi domando se ci sia qualcosa di fisico nel rock che vi fa scorrere l'adrenalina. È quello che fate da tanto tempo. Date una motivazione alle persone attraverso la musica... “scopri il prezzo della libertà”. Non devo citarti io le tue canzoni. E mi chiedevo se pensi sia un veicolo problematico o piuttosto un veicolo eccellente, per questo o quello, o una via di mezzo.
Devo scegliere la posizione positiva. Devo pensare che sia un grande veicolo. Voglio dire, nessuno deve ascoltarci per forza o deve essere d'accordo per forza. È stato ovvio nel 2006 quando abbiamo suonato al sud e il 10-15% del pubblico se ne andava mostrandoci il dito medio e minacciandoci di morte per via di ciò che dicevamo su Bush, specialmente quando facevamo il pezzo di Neil “Let's Impeach The President”. E sai cosa vorrei fare? Parlare con ciascuna delle persone che se n'è andata e dirgli due cose. Una, hai comprato un biglietto per Crosby, Stills, Nash & Young, che cazzo ti aspettavi? E due, che cosa pensi adesso del governo Bush?

[…] Guardando indietro, negli Hollies non c'era politica, che è iniziata con Crosby, Stills & Nash. Quanti anni avevi quando vi siete formati? […]
28.

Ecco, un bel po' di tempo fa. Cosa direbbe ora il 72enne Graham al 28enne a questo proposito? Sei deluso? Sei soddisfatto?
Direi a me stesso che pensavo fosse la strada giusta. Vorrei aver fatto di più. Vorrei essere stato coinvolto dalla politica prima di quanto in effetti è accaduto, anche se parlavo comunque dei nostri problemi.

[…] Passiamo alla musica. Ho sempre pensato che, a parte scrivere bellissime canzoni e avere una voce meravigliosa, eccetera, non ci sarebbe stata alcuna band senza di te, perché tu fai da collante. Loro sono sempre in combattimento, impazziscono, mentre tu sei il padre e la madre della band.
È la musica. La voglio. Sono un fottuto egoista. Ho sentito quella musica. L'ho sentita essere grande.

Si, ma loro impazzivano, tu no.
Vero. Ero già impazzito prima.

Quando è successo?
Non dimenticare che ho fatto 7 anni con gli Hollies. Ero già passato per le ragazzine urlanti e…

Ma gli Hollies non erano grandi come ciò che è venuto dopo.
No, senza dubbio, ma suonare e non essere sentiti per via delle urla dei fan, gente che ti strappa i vestiti di dosso... ci ero già passato. […] Crescere in un paese [l'Inghilterra, ndt] dove non sai dove sarà la tua casa stanotte, o se i tuoi amici domani saranno vivi, come è successo a me alla fine della Seconda Guerra Mondiale, ti mette in una certa prospettiva. Tutto il resto è del tutto irrilevante. Incazzarsi per un caffè che non è alla temperatura che preferisci, mettere il muso per tutta la giornata? Insignificante. Ti dà una certa prospettiva sul mondo. Io voglio che il lavoro sia fatto. […] Diamo il meglio con le nostre capacità.

Con tutte le donne, le droghe e i soldi, avete sempre fatto il vostro lavoro? O ci sono state volte in cui non è andata così?
No, ci sono state volte in cui non è andata così. E sfortunatamente una delle volte è stata durante una trasmissione televisiva quando David stava toccando il fondo, e io, che ero uno dei registi, dovevo evitare i primi piani del suo volto perché appariva orribile. Sembrava Dracula.

Che periodo era?
80 e qualcosa.

[..] Hai incontrato David e Stephen Stills a casa di Mama Cass o Joni Mitchell?
Solo David, all'inizio.

Quando vivevi con Joni eravate già una band?
No.

Okay, dimmi di Joni.
E non vivevo con Joni in quel periodo. Era solo la mia ragazza, incontrata in Canada e di cui mi ero innamorato istantaneamente.

Va bene, raccontaci di Joni. […] Ho visto una sua intervista di recente dove dice, “le uniche persone con cui posso paragonarmi sono Bob Dylan e Leonard Cohen”. Non è divertente?
E ha ragione. Penso che se tra cento anni ci si volgerà indietro ai nostri anni 60, che non sono finiti finché Nixon non si è levato dalle palle nel 74, penso che ci ricorderemo solo di Bob, John, Paul e Joni. Non sono nemmeno sicuro di Leonard.

Io sì. E anche Bruce Springsteen. Comunque sia, raccontaci di Joni.
Una donna incredibilmente semplice e complicata. Dedita alla musa Musica. Dedita alla forma d'arte di dipingere con le parole. Sa fare un delizioso sandwich al formaggio.

Eri ancora negli Hollies quando l'hai incontrata, o li avevi già lasciati?
Ero ancora con gli Hollies.

Raccontaci di come l'hai incontrata e ti sei innamorato.
Okay. Ottawa, 1967. Gli Hollies fanno un concerto. Dopo c'è un rinfresco dove si beve vino economico in un bicchiere di plastica e si cerca di ricordare il nome della moglie del promoter. Arriva il nostro manager. Mi parla nelle orecchie e mi sembra che dica che devo incontrare un tizio, mi parla e mi parla. E io dico, “chiudi quella cazzo di bocca. Sto cercando di farmi notare da quella splendida ragazza nell'angolo. Sparisci.” E lui dice, “Beh, se solo ascoltassi la mia cazzo di bocca, ti direi che si chiama Joni Mitchell, e David Crosby le ha parlato di te. Vuole conoscerti. Come ti sembra?” E io dico, “Mi dispiace, avrei dovuto ascoltarti.” Così vado da questa splendida donna, vestita in abito di satin chiaro e gonna corta. E sul suo ginocchio una Bibbia gigante. E questo è eccitante. Mi faccio avanti e mi presento. Dico, “abbiamo un amico in comune, David Crosby.” E lei, “Sì, mi ha parlato di te, dicendo che se i nostri sentieri si fossero incrociati dovevo conoscerti.” […] Mi innamoro all'istante, okay? Lei deve suonare a Ottawa e sta in un hotel chiamato Chateau Laurier. Vecchio hotel di tipo classico. Mi porta a casa sua in hotel. E suona probabilmente quindici delle più incredibili canzoni che avessi mai sentito fino a quel momento nella mia vita. Tutto il materiale del suo primo album e altre cose nuove. E io sono perduto. Andato. La amo da impazzire. Voglio stare con lei. Il giorno dopo gli Hollies vanno a Winnipeg e abbiamo un volo di primo mattino. Quindi imposto la sveglia nel telefono ma per la mia stupidità e il mio desiderio nei confronti di questa donna, riaggancio male la cornetta così che la sveglia poi non suona. Mi sveglio tardi e gli Hollies sono partiti. Non ho idea di dove andare, come raggiungere il posto. Insomma, sono inglese. Vado all'aeroporto e chiedo un biglietto per Winnipeg? Dov'è Winnipeg? […] Nel dicembre del 68 lascio gli Hollies, l'8 dicembre, e il 10 sono a casa di David a Laurel Canyon. Sta facendo una festa come sua abitudine. Ci sono un sacco di donne bellissime dappertutto. Un sacco di droga. E anche Joni. Non mi sento granché bene. Ho il jet lag e un raffreddore. Mi invita a casa sua a Laurel Canyon e lì resto per due anni.

[…] [In un'intervista a Joni] dice che non potevate stare insieme perché lei non poteva essere una moglie e una casalinga, la musica era troppo importante. Coincide con i tuoi ricordi?
E la cosa triste è che non le ho mai chiesto di essere una moglie. Non le ho mai chiesto di mandare all'aria niente. Come potresti chiedere a Joni Mitchell di mandare all'aria qualcosa? Stai scherzando? E' successo che io avevo appena divorziato dalla mia prima moglie, una brutta storia. Ero esitante a impegnarmi di nuovo, anche se volevo vivere con lei per il resto della mia vita. Il dubbio era se io sarei stato capace di lasciarmi alle spalle i miei brutti sentimenti del passato e andare avanti. E se metti questo insieme al fatto che Joni non vuole essere una moglie, anche se entrambi ci saremmo detti di sì entro un secondo […], svanisce tutto.

E' terribile.
Ma io la amo ancora oggi.

Vi parlate ancora?
L'ho sentita due settimane fa.

La gente è preoccupata per lei a causa di quelle notizie, sai com'è.
Be', succede perché le vogliono bene. Negli ultimi quattro o cinque anni ha sofferto di una strana malattia nella quale provava la sensazione di avere delle cose estranee sotto la pelle. Ma ne è uscita. Non ha scritto canzoni in questo periodo, né ha dipinto. Ma sta ricominciando. […] Sia io che Stephen che David siamo in disaccordo su com'è andata davvero la prima volta che abbiamo cantato insieme. […] L'ho chiesto a Joni, le ho detto: “ti ricordi qualcosa di quella sera?” […] E lei ha risposto, “be', abbiamo cenato. Poi voi ragazzi ve ne siete fumati uno bello grosso. E David e Stephen si sono messi a suonare per te quel pezzo [“You Don't Have To Cry”], e tu hai chiesto di risentirlo una seconda e poi una terza volta. La terza volta avevi la tua parte di armonia e tutti sono rimasti esterrefatti”. È esattamente così che è andata.

Sì, è così che la racconti. Dopo, avete registrato il primo album a Sag Harbor? O lo avete provato?
No, prima abbiamo provato a Sag Harbor […]. Era una casa su un lago, come la casa di un boscaiolo. Fuori c'erano cataste di legna da ardere perché c'era neve. John Sebastian ce la aveva procurata. […]

E quando avete fatto il disco, credevate che fosse diverso da qualsiasi altro?
Si.

Che fosse qualcosa di completamente nuovo?
Si.

Quindi dev'essere stata un'ispirazione e una preoccupazione.
Sapevamo di avere le canzoni e l'armonia e i musicisti e le personalità. Sapevamo esattamente cosa stavamo facendo. A quel tempo c'era un sacco di pre-heavy metal – Led Zeppelin, Jimi Hendrix vari con grandi amplificatori e suoni potenti. E noi sapevamo di stare facendo questa sorta di album acustico che pure contiene del rock and roll. Sapevamo anche che la gente lo avrebbe amato.

Davvero?
Sì lo sapevamo. Specialmente quando Stephen suonò “Suite Judy Blue Eyes” in apertura all'album. Io dissi, chi potrebbe togliere questo disco dopo la prima traccia? Nessun essere umano nella storia.

Raccontami ora dei tuoi sentimenti – che so essere stati conflittuali – a proposito dell'entrata nella band di Neil Young.
Be', non volevo infrangere ciò che avevamo appena creato. Insomma, perché? Avevamo una grande intesa vocale. Sapevamo come comporre, come cantare, come suonare. Il problema era che, nel primo album, Stephen aveva suonato quasi tutti gli strumenti ad eccezione della batteria. Io e David suonavamo le chitarre ritmiche sui nostri pezzi, "Long Time Gone", "Lady Of The Island" e "Marrakesh Expres", ma era Stephen a suonare la chitarra solista. E quella ritmica, e il basso, e il piano. Perciò, dopo che fai un disco da hit parade, sai che dovrai andare in tour. Che cosa potevamo fare? Non poteva fare tutto Stephen, avevamo bisogno di una vera band, giusto? Avevamo bisogno di aiuto, di un nuovo componente. David e Stephen andarono a cena a New York con Ahmet Ertegun [il vice-presidente della Atlantic Records] e parlarono della cosa: come diavolo farete a suonare dal vivo in tour? Io non c'ero, ero a Los Angeles con Joni. E Ahmet disse, "dovete prendere Neil, ragazzi". E Stephen, "mi stai prendendo in giro? Ho appena passato due anni con questo pazzoide, lo sai? Ha abbandonato la band [i Buffalo Springfield, ndt] due volte, lasciandoci nella merda. Vuoi che si ripetano queste cose?"

Quindi era per via della versatilità di Neil che...
Era più di questo. Ahmet vedeva il vantaggio di aggiungere qualcuno che avrebbe resto più tagliente il nostro sound – forse ci avrebbe fornito un "lato oscuro", anche se non è esattamente il termine giusto.

Be', certamente c'è un lato aspro nel suo sound e nella sua chitarra, che prima voi non avevate.
Giusto. Non dimenticare che CSN non fecero un concerto da soli fino al 1977.

Davvero? E Woodstock è stata la prima volta che avete suonato di fronte al pubblico?
La seconda volta.

Quindi anche Neil suonò con voi la prima volta, allora? Non lo sapevo.
Sì. E Joni aprì il nostro concerto all'Auditorium Theatre di Chicago in Agosto – mi pare fosse poco prima del compleanno di David, circa il 13 di agosto. Il secondo concerto fu a Woodstock con tutti e quattro. E molte persone non sanno che Neil era a Woodstock perché disse a tutti, "se mi si vede in un solo fotogramma del film, siete morti".

Ma "Sea Of Madness" non era sull'album? Mi pare di averla. 
Si, c'è.

Okay, dicci un po' delle dinamiche della band quando eravate tutti insieme.
Penso che Crosby l'abbia spiegata nel modo migliore: ha detto che CSNY erano quattro bottiglie di nitroglicerina. Tutto andava bene fino a che erano sospese in aria. Ma se una cadeva? Boom. Penso sia la miglior descrizione di CSNY che abbia mai sentito. Perché è vera. Eravamo intangibili, imprevedibili, ogni secondo era una curva repentina. Ed eravamo grandi. Reali. Questa è una delle cose che il nostro pubblico adora: siamo quattro fottuti esseri umani con le nostre forze e le nostre debolezze. Loro lo sanno.

Tra tutti gli eccessi, e questo è curioso, si ha l'impressione che per un periodo tu abbia deciso – stando a quanto dissi – di arrivare all'eccesso più di David, il che non oso immaginare cosa significhi, visto che persino Keith Richards è niente in confronto a David.
Sì, è vero. Ma ho cercato di...

Stavi mettendo a rischio la tua vita?
Non l'ho mai pensato. Non ho mai neanche pensato che David stesse mettendo a rischio la sua.

Davvero?
Non ho mai pensato che potesse restarci. Mai. Insomma, devi capire che è un dannato leone. Ha nove vite, okay? Ma è già alla sua quindicesima. Sai, se niente lo ha ancora ucciso, non c'è rischio che morirà da solo andando in coma.

Si è arrabbiato per quello che dici nel libro? Per i dettagli, come i due pompini?
Sì.

Gli hai parlato prima di pubblicare il libro...
Gli ho spedito tutto mesi prima della pubblicazione. Non ho mai avuto risposta. Quindi per me avevo la sua approvazione. E da questo intuisco che probabilmente non l'ha mai letto. Ma, sai, arrabbiarsi un anno dopo, è insensato. [...] Erano tutte cose già note prima di questo libro.

Neil ha parlato della droga e del resto, nel suo libro, che è uscito prima del tuo.
Giusto. L'unica cosa che i legali alla Crown e alla Random House volevano sapere sul serio era se era vera la storia di David che vende la sua Mercedes per del crack, trova lo spacciatore morto in un letto, gli irrompe in casa, si riprende la Mercedes e la rivende per della cocaina. Questa è l'unica cosa per cui hanno detto, "per piacere, è troppo estrema, accertati che sia tutto vero". Quindi ho chiamato David: "ti ricordi quando me l'hai raccontato?" E lui, "sì". E io, "beh, è finito nel libro". E lui, "bene, e allora?" E io, "ti sta bene?" E lui, "si, e ricordati che l'ho rivenduta per della cocaina". Quindi cosa avrei dovuto fare? Non inserirla? L'ho presa come un tacito consenso. E anche in questo caso, arrabbiarsi con me dopo che gli ho mandato tutto, a distanza di un anno? E che cazzo!

Si ha l'impressione che Neil non fosse davvero un membro della band come voi tre.
No, non lo era.

Ma non eravate un po' risentiti per questo? Tu o qualcuno degli altri?
No, in realtà. Sapevamo chi era Neil.

Come lo descriveresti?
Neil è una persona completa. C'è un modo semplice per descrivere che tipo è Neil. Tutti noi adoravamo A Hard Day's Night. Neil non lo guardava. Lui guardava Don't Look Back.

Interessante.
Questo ti dice molto. Neil è sempre stato una persona forte. Ne ho parlato con Joni e anche secondo lei è uno schiavo assoluto della musa Musica. Vuole che sia autentica: "ci credevi? Il tuo cuore batteva quando la cantavi? È questo ciò che voglio". E io sono d'accordo con lui. Ed è un perfezionista della resa sonora. Voglio dire, ho iniziato a lavorare al box set del 74 e avevo dodici tracce già pronte con risoluzione a 98. [Mima Neil al telefono] "Senti un po', stai usando la qualità più alta vero?" "Be', Neil, non proprio, perché alcuni software che usiamo non supportano i file a 190. Sai, sono grandi. È un lavoro più lungo e difficile." "Senti, dobbiamo farlo a 190/24." "Okay." Per rispetto, ho cestinato le dodici tracce. Erano tre mesi di lavoro, ma non mi fregava.

E sarà successo più volte in più modi diversi.
Certo. Quando uno ha ragione, ha ragione. Io lo ammetto e ci vengo incontro. Quando uno sbaglia, glielo dico.

Una cosa che ho sempre pensato sulla band è che a Stephen non viene riconosciuto... insomma, se lo chiedi a lui dirà di si... ma per il resto del mondo, non gli viene riconosciuto il merito di essere il chitarrista che è. La gente non parla mai di Stephen Stills, parla di Eric Clapton...
E dovrebbero.

O magari di Neil. Eppure lui è eccezionale. Secondo te, insieme a Neil, Stephen dà il meglio di sé?
Con Neil, va da un'altra parte. Instaura una conversazione, un botta e risposta con Neil. Quando è nella nostra band, canta le sue canzoni e suona le sue melodie alla chitarra. Quando è con Neil, deve seguire qualsiasi cosa Neil suoni e gli deve rispondere. O deve unirsi a lui quando arrivano a una certa melodia, per accompagnarlo poi in modo armonico. Sono stato mille volte in mezzo a questi due dannati chitarristi. Per me è qualcosa di folle. Lo adoro. Alcune delle conversazioni che hanno fatto sono state incredibili per me. Insomma, io sono un buon musicista ma non vado nemmeno vicino ai miei tre partner in termini di abilità. Io suono semplici accordi. Scrivo i miei pezzi. Mi va bene così. Non sfioro nemmeno ciò che loro sono in grado di fare, la capacità di fare cose del genere sera dopo sera, e sentirli parlare attraverso le chitarre mi dà i brividi. Bisogna capire che vanno su un altro pianeta.

Si, lo so. Ma penso che proprio per via delle armonie e del fatto che Neil è Neil, il tuo partner sia in qualche modo sottovalutato.
Forse. E allora?

[…] Visto com'è stato il tour, realizzare il box set è stato difficile?
[…] L'ho fatto per questo. Per la storia. Non per Stephen, David, Neil o io. Volevo che tutti splendessero. L'ho fatto per la dannata storia. Volevo che i fan di CSNY capissero quanto eravamo grandi come band. […] Ci ho messo quattro anni per qualcosa. Ma dovevo. È andata così. L'ultimo show fu allo stadio Wembley di Londra. Poi andai con Neil nella sua Rolls Royce a fare un giro per l'Europa. Quando alla fine tornammo in America, guardammo lo show di Wembely. Era terribile. Pensammo di essere completamente fuori. Suonavamo troppo veloce. Era brutto. Così rinunciammo all'idea. Avevamo registrato, mi pare, 9 concerti in multitraccia, sapevamo di voler realizzare un album, ma quando abbiamo rivisto il concerto di Wembley, abbiamo detto, "al diavolo, è orribile". E l'idea è crollata. Ma io ho sempre saputo che in certe occasioni eravamo stati bravissimi. Se avessi solo scavato un po' più a fondo... Il maggiore ostacolo tecnico era che i 9 multitraccia erano stati fatti in posti diversi, di dimensioni diverse, al chiuso, all'aperto, avevano riverbero ed eco diversi. E la tecnica per mettere insieme il tutto e farlo suonare come se fosse stato registrato nello stesso posto, è stata la sfida più grande.

Hai detto prima che quando registravi con CSN, pensavi che non ci fosse nessuno come voi. Pensi che ora ci sia qualcosa di comparabile? Ci sono persone là fuori con lo stesso senso artistico della musica?
La verità è, che per gli ultimi dieci anni, sono stato immerso nella musica di CSNY. Le cose stanno così. Quando la Atlantic ci pagò milioni di dollari per il primo album, lo comprò. Quando ce ne diede un milione per Dejà Vu, lo comprò. Nessun problema. Tutto ciò che noi producevamo, loro compravano. Pagavano noi e facevano un sacco di soldi. Ma io ho continuato a registrare per quarant'anni. La Warner Brothers e la Rhino si sono azzuffate per appropriarsi di quelle registrazioni. Io ho guardato i contratti e ho capito che l'unica cosa che avevano comprato erano i master che noi avevamo consegnato, per i quali siamo stati pagati. Non c'era menzione di registrazioni private, e bla bla bla. Quindi i nostri manager, Cree e Buddha, che hanno lavorato con Jackson per quarant'anni, si sono battuti per avere mano libera sul materiale. E ci sono riusciti. Abbiamo la proprietà di tutto. Il punto è che sono stato sommerso fin qui per dieci anni in CSNY. [...] Onestamente non ascolto molto altra musica.

[...] Il resto della tua arte, la fotografia, lo vedi nello stesso continuum della tua musica?
Ovviamente. Non è diverso. Anche questo è energia. A quale spina voglio collegarmi oggi? C'è questa colonna di energia con varie spine: musica? Fotografia? Pittura? Collezionismo? Scultura?  Intaglio? In quale direzione voglio andare?

Si, ma in una di esse sei un professionista. In altre no. [...] Per te essere un musicista è qualcosa di diverso, immagino, che iniziare a dipingere per divertimento.
No, non lo è. […] Sono sempre io che do fiato alla mia bocca. [...] Posso parlare linguaggi diversi.

Bene, questa è la mia ultima domanda: quali influssi porti con te ogni giorno?
Cerco di svegliarmi ogni mattina in un mondo di bellezza autentica. E la prima cosa che i miei occhi vedono quando si aprono, in casa mia, è un guscio di nautilo che posseggo da anni. E' la perfezione assoluta. Inizio la giornata guardandolo e sapendo che devo andare avanti. Creare ogni giorno o altrimenti non dormo sereno. E comunque non dormo molto. Quando tutti i cervelli degli altri iniziano ad acquietarsi, il mio si sveglia e cerca di trovare un verso per quella melodia, e questo e quello, e prepararmi all'intervista di domani. […] Devo costantemente incoraggiare l'universo a mostrarmi quanta bellezza e quanta merda ci sia nella mia vita. È sempre così.

Be', sei un uomo fortunato.
Si lo sono. So di esserlo e ne sono grato.
[…]

The Nation, Novembre 2014