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domenica 1 gennaio 2017

Harvest / Journey Through The Past / Time Fades Away - The Rolling Stone archives

HARVEST – 1972

Alla fine di questo “sono cinque ma ve ne do dieci”, la maggior parte di voi esclamerà furioso: “che vile razza i critici rock! Come arrivano velocemente a disapprovare colui che in principio avevano acclamato come uno degli artisti pop-folk da far entrare in toto nei propri cuori! Come si dilettano nel detestare ciò che noi adoriamo!” Anche se spesso nel profondo del cuore sono d'accordo con queste posizioni che condannano l'abisso tra le percezioni del pubblico e quelle della critica, in questo caso vorrei giurare davanti alla più alta corte di tutto il paese che questa esclamazione è come non mai erronea nei confronti di una cattiva recensione di Harvest di Neil Young.
Bisogna dire che ognuno è sensibile in modo diverso al travolgente successo di massa. Mentre alcuni vedono nella prosperità economica la possibilità di dare sfogo a tutte quelle tempeste cerebrali in grado di espandere e far crescere un artista attraverso l'esplosione di finora inattesi talenti (situazione che la mancanza di denari non favorisce), altri appassiscono artisticamente davanti alle grandi attese della massa facendo ricorso a consce imitazioni di ciò che una volta era istintivo e spontaneo. Oppure si rilassano sullo standard che gli ha fatto conquistare quella posizione, giungendo alla conclusione (spesso corretta) che, una volta ottenuto lo status di superstar, il pubblico fagociterà impazientemente qualunque stronzata gli aggradi registrare.
Sulla base dell'immensa inferiorità che contraddistingue i due album fatti con Crosby eccetera […] se confrontato allo spettacolare Everybody Knows This Is Nowhere si può solo concludere che Neil Young non è proprio uno di quelli a cui l'essere una superstar giova dal punto di vista artistico. Harvest, per fare (o meglio assemblare) il quale ci è voluto più di un doloroso anno, ci mostra uno Young invocare la maggior parte dei più biechi cliché da superstar nel tentativo di oscurare la sua incapacità di essere una bella imitazione della sua prima essenza. Ne è testimone, ad esempio, la fastidiosa inconfondibile somiglianza di quasi ogni canzone di questo album con un brano della sua produzione precedente, come se avesse soltanto aggiunto una steel guitar e delle nuove parole a After The Gold Rush. Ne è conferma l'uso di una già sentita steel guitar a ricreare un'atmosfera da Vecchio West, di gran lunga meno caratteristica del suono della chitarra solista intrisa di vibrato degli inizi di carriera. È la prova che ha abdicato dalla sua posizione di autoritario rock 'n' roller a favore del ruolo stereotipato di rilassato e rassicurante trovatore country, che raramente imbraccia ancora la chitarra elettrica e che comunque lo fa senza nemmeno un briciolo di quell'energia ipnotica e di quell'emotività vibrante che caratterizzava il suo suonare coi Crazy Horse. Addirittura il suon unico assolo in tutto l'album in “Words” risulta goffo e maldestro, perfino imbarazzante. La backing band proveniente da Nashville, gli Stray Gators, sono una misera pallida copia dei Crazy Horse, specialmente quando ne tentano una flaccida imitazione dello stile in brani come “Out On The Weekend”, “Harvest” e “Heart Of Gold”.
Laddove i Crazy Horse mantenevano semplicemente il loro accompagnamento ipnotico grazie a una specifica attitudine mentale (finendo col rendere più drammatici gli accenti ritmici nei ritornelli e nei break strumentali), gli Stray Gators appaiono, per contro, come timidi, contenuti e misurati ma in definitiva monotoni. Con questo background sonoro, i testi di Young finiscono col dominare l'attenzione dell'ascoltatore molto più di quanto meriterebbero. Le risorse verbali di Young sono sempre state limitate, ma fino ad ora questo non è quasi mai emerso chiaramente grazie a liriche abbastanza forti ed evocative da tenere l'attenzione dell'ascoltatore lontano dalle banalità di cui sono infarcite; finora i testi younghiani sono stati in grado di fornire all'ascoltatore un'impressione abbastanza vivida del senso della canzone prevenendo la frustrazione che deriverebbe dalla scoperta della loro intenzionale oscurità e scheletrica incompletezza. Nei lavori migliori come Everybody Knows This Is Nowhere, il sinistro e pesante accompagnamento dei Crazy Horse rendeva inconfondibile il messaggio (una disperazione che provoca una brutale vendicatività) che la quasi impenetrabile soggettività delle parole in generale solo sottintendeva; il suono basilare della canzone vivificava ulteriormente ciò che le liriche frammentarie suggerivano. Qui, con la musica così poco rilevante, le parole emergono o si affossano da sole, e in definitiva il fallimento è il diretto risultato di una scarsa ispirazione e di una forte dipendenza dal rigido schema imposto da un uso della rima un po' stupido. Un paio di brani sono addirittura leggermente offensivi: mentre “The Needle And The Damage Done” è diretta, perfino carina, e mostra un po' di vero impegno da parte dell'autore, “There's A World” è flatulenta e portentosamente insensata. Soltanto “A Man Needs A Maid”, nella quale Neil tratta il suo tema preferito (cioè la sua incapacità di trovare e tenere un amore) è particolarmente interessante nel suo nuovo e notevolmente sfacciato maschilismo (stridente con l'attuale crescente processo di coscienza sociale dei diritti delle donne). Praticamente tutto il resto del disco è infinitamente criticabile, essendo talmente scarno e obliquo da offrire ben pochi spunti al critico.
Andrebbe notato (con rimpianto) che nessuna delle canzoni di Harvest con l'orchestrazione sinfonica sfiora la “Expecting To Fly” del '67 in termini di produzione o di impatto emotivo. Pare che i due movimenti rimasti inediti di quel primo capolavoro (originariamente concepito come una trilogia) fossero confluiti nel groove di “A Man Needs A Maid” e “There's A World”. (Cattivi esempi sono in questo senso “The Emperor Of Wyoming” o “String Quartet From Whiskey Boot Hill” da Neil Young, i due terzi mancati di “Broken Arrow”). “Alabama” ispira ad avere l'identico effetto di “Southern Man” ma non contiene nessuno degli elementi che hanno reso così pieno di forza il brano di After The Gold Rush (in particolare il verso “Ho sentito le urla e le fruste schioccare” seguito da quella sferzata sulla chitarra di Danny Whitten e dal pungente fraseggio di quella di Neil). L'inizio di “Old Man” promette molto di più di ciò che poi la canzone offre in termini di compassionevole percezione. La presunzione che sta alla base di “Heart Of Gold” farebbe morir dal ridere se presentata alla radio come proveniente dalla voce di un altro troubadour solitario. “Are You Ready For The Country?”, come già “Cripple Creek Ferry” sembra buttata lì per scherzo, concepita per il solo divertimento di alcune superstar amiche di Young. La canzone che dà il titolo all'album è liricamente obliqua e confusa e “Out On The Weekend” è puerile e autoindulgente, per non dire musicalmente insipida.
A onor del vero ho ascoltato Harvest non meno di una dozzina di volte prima di toccare la macchina per scrivere, per cercare di far uscire, alla fine, almeno una cosa positiva. Ebbene, Neil Young canta ancora spaventosamente bene e spesso è perfino toccante. Tuttavia sembra aver perso di vista ciò che una volta faceva la sua musica unicamente irresistibile ed evocativa per diventare soltanto un altro cantante/superstar che canta bene. Cosa che non può che deprimermi. 
John Mendelssohn, Rolling Stone 1972


JOURNEY THROUGH THE PAST – 1972

Neil Young è stato artefice di molto rock memorabile degli ultimi sette anni. È stato uno dei più interessanti songwriter nei Buffalo Springfield, e il suo lavoro coi Crazy Horse continua a suonare attuale. Al suo meglio Young ha trasformato una voce sottile nell’inconfondibile veicolo del suo stile delicato, mentre lo stile chitarristico ha saputo essere grondante di una concisa energia. I suoi lavori più soddisfacenti, specialmente il superbo Everybody Knows This Is Nowhere, hanno catturato una pregnanza intima e seducente, ma non presuntuosa.
Il titolo del suo ultimo disco Journey Through The Past suggerisce una selezione di brani tratti dalle varie fasi della carriera di Young. Sfortunatamente l’album invece si configura come una colonna sonora, anche se difficilmente un qualunque film potrebbe giustificare l’esistenza di un disco come questo. Ci sono brani di Buffalo Springfield e di CSNY, ma stranamente non si trovano né i Crazy Horse, né l’evocativa “Sugar mountain”, finora mai pubblicata su album. Dato che sono stati rispolverati i vecchi nastri dei concerti dei Buffalo Springfield (“Rock & roll woman”), perché allora non includere la versione completa di “Bluebird”? È triste constatare che le cose migliori in Journey Through The Past sono quelle coi Buffalo Springfield. L’album si apre con un’ilare presentazione televisiva del gruppo e segue con una versione troncata di “For what it’s worth” seguita da “Mr. Soul”, tratta apparentemente dallo stesso programma; il piglio vocale e chitarristico di Young in “Mr. Soul” possiede una vitalità quasi assente dagli altri brani presenti sul disco. Da “Rock & roll woman” in poi l’album degenera rapidamente in una deprimente combinazione tra musica scialba e riempitivi parlati a costruire un doppio album che dura appena un’ora. Il primo lato finisce con CSNY che fanno “Find the cost of freedom” e “Ohio” in concerto, già disponibili su 4 Way Street comunque in versioni non memorabili; se Young voleva davvero ripubblicare queste canzoni avrebbe fatto meglio ad usare le versioni superiori uscite su singolo. “Southern man”, originariamente uno dei punti più alti di After The Gold Rush, è anch’essa resuscitata per la terza volta in una stracciata versione in concerto nella quale sembra ancora che CSNY cantino fuori tonalità (da notare che la lussuosa confezione dell’album non menziona i singoli musicisti che appaiono in ogni brano) ed è tediosamente stipata nel lato due con una nuova versione di “Alabama”, uno spudorato rifacimento di “Southern man” già apparso su Harvest. Questa nuova versione si distingue solo per la gratuita aggiunta di qualche breve dialogo in studio. Gli Stray Gators sono di una pesantezza noiosa nei due altri brani presi dalle session di Harvest: se l’outtake di “Are you ready for the country” è solo noiosa, questa versione di “Words” è francamente offensiva, occupando tutto il terzo lato e strascicandosi per quindici tortuosi minuti senza mostrare di sviluppare nemmeno un tema interessante. Gli sfortunati tentativi di Young di prodursi in un assolo sono talmente inetti da risultare imbarazzanti. Le tre canzoni di Harvest rimangono migliori nell’originale.
L’unico brano nuovo è “Soldier”, suonato dal solo Young al pianoforte, una registrazione orribile di una canzone ben al di sotto del suo standard; forse il brano ha una qualche funzione particolare all’interno del film. Tranne “Soldier”, il quarto lato offre cose puramente marginali: uno stralcio del tema “King of kings” tratto dal Messiah di Hendel e solo uno strano e depresso brano strumentale di Brian Wilson “Let’s go away for awhile” tratto da Pet Sounds dei Beach Boys. Ci sono veramente poche scuse plausibili per giustificare la pubblicazione di questi brani su un album di Neil Young, ma ancora meno ce ne sono per accettare vesioni inferiori al vecchio materiale. Infatti solo i sei minuti delle canzoni dei Buffalo Springfield e i circa tre di “Soldier” potrebbero ragionevolmente invogliare l’acquirente a comprare Journey Through The Past. È oltraggiosa la pubblicazione di questo album; francamente appare come una speculazione nei confronti di quel pubblico fiducioso di aspettarsi il meglio da uno dei suoi performer preferiti. Ci sono stati molti momenti nella carriera di Young in cui il canadese ha prodotto ottimo rock e Journey Through The Past, in pratica, non ne contiene nessuno. È il punto più basso dell’attività discografica di Young. 
Jim Miller, Rolling Stone 1973


TIME FADES AWAY – 1973

Quest’album può essere per l’immagine in declino di Neil Young ciò che Pat Garrett & Billy the Kid è stato per Dylan. Ma, come per la pluricriticata colonna sonora di Dylan, Time Fades Away ha i suoi pregi se preso per quel che è e non come l’ultimo lavoro importante di un artista importante. Qui Young sembra aver voluto deliberatamente evitare quel sobrio senso di importanza che aveva accompagnato After The Gold Rush e Harvest registrando il nuovo materiale dal vivo e in modo approssimativo. Queste performance sono punteggiate da imprecisioni ed errori per le quali Young non ha fatto alcun tentativo di correzione. Per una qualche ragione ha voluto fare un album inusuale e sorprendente: Time Fades Away non è né l’annunciato grande album che era lecito aspettarsi da un personaggio del genere, né il classico album dal vivo di un artista di successo. Non ci sono potenziali hit singles o canzoni orecchiabili e proprio per questo motivo non si sente tra i solchi una grande risposta del pubblico, i cui applausi sfumano velocemente alla fine di ogni brano e più di ogni precedente lavoro questo disco mostra la reticenza di Young ad essere una figura pubblica. La sua vita privata è sempre stata il fulcro del suo modo di scrivere e di suonare, così come il suo grande senso morale. Questi due elementi sono sempre stati allo stesso tempo virtù fondamentali e punto debole entrambi evidenti nel nuovo materiale, con risultati irregolari, anche se a tratti positivi.
Un preponderante senso di autoindulgenza contraddistingue la canzone che dà il titolo all’album, con le sue immagini di nevrotici tossicomani abbandonati per la strada, ma il tutto è salvato da un tagliente e ironico ritornello in cui i genitori del tossicodipendente piagnucolano: “Figliolo, non tornare a casa troppo tardi/ cerca di essere di ritorno per le otto/ figliolo non tirare fino all’alba/ perché sai come il tempo scivola via…”. Le parole sono rese più energiche da un duro e spasmodico arrangiamento strumentale degli Stray Gators e dal frastagliato e penetrante cantato di Neil: la sua voce è ancora il miglior lamento del rock ‘n’ roll e sa esprimere angoscia come nessun altro. La sensibilità di Young è pervasa di un dolore da Vecchio Testamento e tutto ciò è chiarissimo in “L.A.”, dove l’autoindulgenza diventa assoluta nella descrizione di sé stesso come una sorta di profeta neo-israelita che mette in guardia le masse noncuranti dell’inevitabile apocalisse. Le condanne indiscriminate di Young (“Southern man” e “Alabama” incluse) sono semplicistiche quanto velenose, tuttavia il loro ardore le rende innocue. “L.A.” è cantata in modo riflessivo, laddove le due precedenti erano impetuose e questo rende il tono della canzone ancora più turpe. È difficile credere che la stessa persona che ha concepito “L.A.” possa scrivere e cantare le delicate “Journey through the past”, “The bridge” e “Love in mind”. Queste sono canzoni di piccolo calibro, minimali, convincentemente proposte dal solo Young accompagnato dal pianoforte. La canzone migliore dell’album è “Don’t be denied”, la quale continua nel campo, allargandolo, delle composizioni quiete e personali. È un’autobiografia completa in quattro strofe e la parte più ad effetto è quella che ha a che fare con la sua infanzia. In questa sezione Young disegna rapidamente le prove private che ha dovuto attraversare come bambino piuttosto delicato in un ambiente ruvido e ostile. Questa canzone sembra una trascrizione esplicita del contenuto emozionale della toccante e impenetrabilmente intima “Broken Arrow”. Nell’ultima parte di “Don’t be denied” Young tratta dei problemi legati alla celebrità rinunciando all’universalità a favore delle lamentele personali dell’autore ma non per questo risulta meno credibile. Non è mai stato un problema l’onestà nel proprio lavoro; al contrario è forse andato troppo nella direzione opposta affermando spesso cose che forse era meglio lasciare non dette rischiando di apparire per questo bigotto o semplicemente assurdo. Infatti risulta piuttosto sciocco in “Last dance”, una lunga, poderosa canzone in cui Young sembra fare la parodia del suo stile hard-rock di After The Gold Rush. È fuori controllo anche in “Yonder stands the sinner”, autodistruttiva in modo ancora più intenzionale, con la voce che si spezza mentre strilla “Peccatore!”, come a voler ripudiare la furia moralistica di “L.A.”. Se Young può apparire sciocco e arrogante in vari punti del disco, è perché sembra deliberatamente offrirci degli sprazzi di imperfezione invece di farli scivolar via inosservati e rovinarsi così il grande momento che ha avuto, senza volerlo, con Harvest. Time Fades Away è un’idiosincrasia di uno degli artisti più idiosincratici. Se anche non sarà un successo, l’album rimane un illuminante autoritratto di un uomo comunque affascinante. 
Bud Scoppa, Rolling Stone 1974