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venerdì 13 gennaio 2017

Long May You Run / American Stars / Comes A Time - The Rolling Stone archives

LONG MAY YOU RUN – (The Stills-Young Band) 1976

[…] Steve Stills e Neil Young, finendo il disco che stavano facendo assieme, avevano convocato i vecchi amici nell'eventualità di terminare il loro mitico terzo album. Un mese dopo è come se questo tentativo non si fosse mai fatto. Stills e Young sono di nuovo in studio per missare il loro lavoro […]. Secondo il manager di Stills, Michael John Bowen, che era presente alle sedute, “non c'era la magia di una volta. Era troppo identificabile come un lavoro di Stills e Young”.
David Crosby conferma la versione: “sono stato sorpreso quando ho sentito che non saremmo stati sull'album”. […]
Bowen attribuisce anche alla scarsità di tempo a disposizione il fallimento della reunion (per quanto si sa il quarto tentativo del gruppo): “Quest'anno è ancora troppo presto per il riemergere di CSNY. Questa estate Stills e Young faranno un tour e pubblicheranno il loro album, hanno bisogno di farlo. È il prossimo stadio di questo ciclo.” […]
Sarà fondamentalmente il gruppo di Stills con Young alla chitarra, che andrà in tour quest'estate: “tutta l'idea ci è venuta quando Neil si è fatto vedere a un paio di miei spettacoli a Los Angeles e San Francisco. Sapevamo che sarebbe stato elettrico ed è proprio così”. […]
Cameron Crowe, Rolling Stone 1976

Long May You Run è come una vecchia raccolta di fumetti: l’unione di Superman e di Batman sarebbe divorata da chiunque come una delle storie più avvincenti. Come Superman Stephen Stills è la personalità muscolosa; Neil Young è Batman, meno eroico, ombroso e oscuramente mortale e Long May You Run è una raccolta dei tratti più tipici della personalità di ognuno e di materiale meno autobiografico.
Il contributo di Young è di cinque canzoni, Stills ne firma quattro e ogni brano è frutto di uno dei due autori; c’è poca collaborazione tra i due e anche pochi duetti vocali (non che la combinazione degli ululati di Young e dell’altisonante voce di Stills abbiano nulla di speciale da offrire). Per entrambi questo è un progetto meno personale e la schiettezza provocata da questa obiettività rende l’album molto accessibile. Long May You Run è composto da una serie di osservazioni sulla Californa più che da esplorazioni interiori e include una diatriba su un Hotel Fontainbleau a testimonianza che Neil Young può essere un intrattenitore misantropo parlando pressoché di qualunque argomento. Ci sono anche almeno tre canzoni che parlano di spiagge e di mare. “Midnight on the bay” e “Ocean girl” di Young e “Black coral” di Stills; Long May You Run contiene persino un sarcastico riferimento ai Beach Boys. Tra i momenti più deboli è “Guardian angel”, un racconto di Stills sotto forma di cocktail jazz che ci mette in guardia dagli angeli custodi e l’insipida canticchiabile canzone del titolo. Entrambi gli autori sono afflitti dall’uso di immagini sfocate e talvolta più che banali: il ripetitivo ritornello di “Midnight on the bay” di Young consiste in “Mezzanotte sulla baia… mi fa stare bene”; in “Black coral” Stills si sente contento “perché il paradiso potrebbe essere il mare”. Ma Young suona una bella chitarra grezza su “Ocean girl” e specialmente in “Let it shine” dove dichiara, senza apparente attinenza col resto della canzone dal tono religioso, che “la mia Lincoln è ancora la cosa migliore costruita dalla Ford”. “12/8 blues (all the same)”, una rigorosa canzone sull’amore ossessivo (uno dei temi più cari a Stills), rappresenta una delle cose migliori scritte da Stills da un po’ di tempo a questa parte.
Se confrontato ai loro recenti lavori solistici, Long May You Run rappresenta una conferma per Young (anche se qui nulla sfiora per potenza le canzoni di Zuma o Tonight's The Night), e un incoraggiante rilancio per Stills (tutto il materiale che firma è superiore al criminale Illegal Stills). Non è un disco importante, ma certamente interessante.
Ken Tucker, Rolling Stone 1976


AMERICAN STARS ‘N’ BARS – 1977

Adesso, penso sia proprio impossibile sopravvalutare Neil Young. Negli ultimi anni ha sposato gli stili più avanguardisti con gli archetipi più banali ignorando deliberatamente la tendenza del pubblico ad apprezzare maggiormente dei prodotti più pastorizzati invece di quelli registrati con la cruda ma spontanea tecnica di registrazione alla Bob Dylan. Agitato da una dinamite psichica, il suo stile chitarristico grezzo e passionale si gloria di una sensibilità e di un'unicità mai sfiorata da nessun chitarrista dai tempi di Jimi Hendrix. Young è passato dallo scrivere canzoni belle e sensibili come farebbe il più fragile tra i cantautori a cantare rock 'n' roll in bilico tra vita e morte con la delirante ferocità dei Rolling Stones più sordidi e logori. Naturalmente è stato frainteso troppo rapidamente. Da After The Gold Rush (1970) e Harvest (1972) in poi molti degli ammiratori di una volta hanno incassato grandi quantità di morbida autoindulgenza e di drogata incomprensibilità con i dischi successivi. Sul New York Times, John Rockwell, in una recensione molto positiva, descriveva Young come “la quintessenza del cowboy-hippie solitario, un romantico senza speranza che si sforza di costruire ponti comunicativi che lo mettano in relazione con le donne e attraverso di loro con gli archetipi cosmici del passato e della mitologia”. Be', no. Finché uno non capisce la trilogia “On the beach”/ “Motion pictures”/ “Ambulance blues” sul lato due di On The Beach (e aggiungo anche “Don’t be denied” da Time Fades Away), semplicemente non può scrivere cose intelligenti su Neil Young. Ma quando si capiscono queste canzoni, si comincia a percepire l’eccitante possibilità che forse Neil Young è il primo (e unico?) post-romantico del rock ‘n’ roll e che sa qualcosa che noi, anche se dovremmo, non conosciamo. Infatti il mio sospetto è che Young abbia intrapreso un lungo viaggio discografico senza mappa, senza mai arrivare al punto di non ritorno, anzi, tornando come uomo migliore con tutti i suoi sensi intatti. Quando stava per essere sopraffatto da problemi matrimoniali e dalla morte degli amici, ha dato l’impressione di essersi guardato dentro per trovare quell’atto di purificazione psicologica junghiana istintiva o voluta che lo ponesse, se non è un paradosso questo, in una specie di paradiso. Non sto dicendo che è felice, in fin dei conti chi lo è? Essere un post-romantico per Young significa amare ancora la guerra, ma sapere esattamente come e dove investire le proprie risorse nel combattimento, che può anche essere perso, ma non è mai senza speranza. Il romanticismo è un paese straniero; là si fanno cose diverse. È un bel posto da visitare, ma non vorrei viverci, è troppo omicida.
Neil Young ha senza dubbio dei vantaggi dall’aver attraversato gli aspetti più autodistruttivi del romanticismo, sottolineando i pro e i contro del suo itinerario ai suoi ascoltatori. Forse solo colui che ha conosciuto le risposte può veramente vedere i due aspetti delle domande. In ogni caso il sorriso da Gioconda che ha Young sul pavimento del bar del curioso American Stars ‘n Bars non è tanto arrogante (“Se non sai come usarlo/ non impugnare il coltello”) quando inclusivo (“So che tutto passa/ cerchiamo di far durare questo”). Infatti è talmente inclusivo che l’album può esser visto come un campione, ma non un summa, dei vari stili di Young a partire da After The Gold Rush e Harvest (c’è molto country rock) passando attraverso On The Beach (l’incredibile “Will to love”) per arrivare fino a Zuma (“Like a hurricane” è il valido successore di “Cortez the killer” come dimostrazione di abilità alla chitarra) con molti richiami tra le canzoni.
Se si volesse dividere American Stars ‘n Bars in Neil Young maggiore e minore, penso che farebbero parte di quest’ultimo “The old country waltz”, “Saddle up the palomino”, “Hey babe”, “Bite the bullet” e “Homegrown”, eccellenti esempi di country rock nel senso più piacevole e vigoroso. Anche se queste canzoni si astengono dal nauseare e dal risparmiare le caratteristiche idiosincrasie dell’artista (Young è quantomeno un po’ strano), questi episodi mancano della risonanza che contraddistingue i quattro capolavori dell’album. “Hold back the tears” e “Star of Bethlehem” sono due canzoni che descrivono il come ci si sente quando si è lasciati senza volerlo, offrendo una vista corrosiva della metamorfosi dell’amore in speranza di esso (“Trattieni le lacrime e continua a provarci/ proprio dietro il prossimo angolo potrebbe nascondersi il tuo vero amore”) con una metafora finale in cui l’inevitabilità della ricerca di una relazione importante viene assimilata all’esperienza religiosa. Tutto ciò sfocia nella splendente “Will to love”, una canzone che sorvola le istanze della ragione per sublimarsi nell’immagine solo apparentemente ridicola del cantante che si pensa come un salmone contro corrente. E funziona (quand’è stata l’ultima volta che avete sentito qualcosa del genere in un disco?) a partire da un tipico epigramma younghiano (“È sempre stato il mio sogno/ vivere con qualcuno che non c’era”) il brano si muove dal maniacale al depressivo (i due versi che parlano di un “fuoco nella notte”) fino ad arrivare ad una sintesi (“ora le mie pinne sono in aria/ e il mio ventre striscia sulle rocce”) e a un universo di pena (“Ricordo l’oceano da cui provengo/ uno tra milioni tutti uguali…”) e di speranza (“…Ma da qualche parte qualcuno chiama il mio nome”). Se il trionfo di Young è quello di non perdere mai la strada per l’amore, la sua necessità di individuare questo qualcuno di così speciale è la cosa che gli causa problemi. “Like a hurricane”, con la burrascosa chitarra, è la descrizione perfetta di un Gatsbt dei nostri giorni combattuto tra l’idea dell’amore trascendentale e la sua inafferrabile realtà. Ogni cosa è “nebbiosa”, “torbida”, illuminata da un “raggio di luna” e dalla “luce da una stella all’altra”.
Sono solo un sognatore
Ma tu sei solo un sogno
E potresti essere chiunque per me
Prima el momento in cui hai toccato le mie labbra
Quel sentimento perfetto di quando il tempo semplicemente scivola
Via tra di noi e i nostri torbidi trip

I primi tre versi implicano che un bisogno di inventarsi qualcuno da amare potrebbe essere più grande dell’amore. Si può dedurre da gli ultimi tre versi che il sentimento nasce dalla creazione e che indubbiamente il gioco vale la candela, costi quel che costi. C’è un lieto fine? Non credo: “Voglio amarti/ ma vengo spazzato via” canta Young. È come “Key largo” col feedback. Anche se sembra girare intorno in modo peculiare e apparentemente casuale (qualcuno dice che avrebbe almeno nove album inediti), Neil Young ha ottime possibilità di essere il più importante artista americano di rock ‘n’ roll degli anni settanta. Naturalmente ci sono anche Bruce Springsteen, Jackson Browne e gli altri, ma nessuno ne insegue l’essenza con l’audacia di Young. E del resto non conosco nessuno che l’abbia trovata come lui.
Paul Nelson, Rolling Stone 1977


COMES A TIME – 1978

La data di uscita del nuovo album di Neil Young Give To The Wind è stata finalmente fissata per il 15 maggio. Registrato alla fine dello scorso anno a Nashville, il disco vede la partecipazione degli stessi musicisti che hanno assistito Young su Harvest. Largamente acustico, l'album è un appassionato ritorno ai temi folk e country dei suoi primi dischi. Young, che appare in The Last Waltz dove canta “Helpless”, è stato tranquillo dal tour del '76 con i Crazy Horse. La sua unica apparizione sul palco è stata per un concerto di beneficenza al Bicentennial Park di Miami Beach lo scorso novembre, quando si è presentato con la Gone With The Wind Orchestra di ventiquattro elementi, composta da violini, steel guitar, quattro chitarristi acustici e la cantante Nicolette Larson. Dopo un concerto di un'ora e mezza in cui per la maggior parte si è ascoltato in anteprima il materiale nuovo, Young ha concluso con un tributo ai Lynyrd Skynyrd proponendo una sua versione di “Sweet Home Alabama”.
Give To The Wind è stato rinviato per problemi di copertina e nella sequenza dei brani, cosa che non sorprenderà gli affezionati di Young, il quale ha viaggiato per il Nord America con il suo bus personale, visitando la famiglia a Toronto e facendo il turista col figlio Zeke. Il grande tour estivo già pronto è stato recentemente cancellato e il “tour estivo” sarà solo di quattro date limitate al Boarding House di San Francisco (200 posti). Tra le nuove canzoni in programma: “Already One”, “Motorcycle Mama” e “Human Highway”. 
Rolling Stone 1978
Il New Musical Express ha recentemente pubblicato un articolo in cui sottolineava che Neil Young andrebbe insignito del disco d’oro soltanto per il numero di copie di Comes A Time che ha scartato e di cui ha impedito la pubblicazione, ma voi non sapete di cosa si tratta. Come molte altre produzioni di Young, anche questa è stata lungamente rinviata. Mi sembra di ricordare di aver sentito degli spot radiofonici la scorsa primavera che annunciavano degli stralci di canzoni prese da quello che era allora semplicemente chiamato “il nuovo album di Neil Young” (per un momento è sembrato si dovesse intitolare Gone with the wind). Ormai ho perso il conto di quante volte si è detto che Young avesse rifiutato il vinile che la Warner aveva in programma di pubblicare o quanti cambiamenti Young abbia apportato alla sua foto di copertina o alla sequenza di canzoni riportata sul retro. Per non menzionare poi cosa devono aver attraversato i quattro produttori (incluso Young) e i dieci tecnici del suono: ci deve esser voluta una vita per dare al suono il suo giusto equilibrio.
Tutto ciò (in questo caso) porta ad un certo sconcerto perché Comes A Time non ha né la dirompente forza di American Stars ‘n Bars dello scorso anno, né la selvaggia idiosincrasia permeata del senso di disastro/trionfo di Zuma o di On The Beach. Comes A Time è una raccolta di canzoni d’amore contenuta e modesta che riporta, più di ogni altro album, al cantautore di After The Gold Rush o Harvest, nonostante manchi quel senso di innocenza che contraddistingueva quei popolarissimi album. Questo è un lavoro piacevole e chiaramente commerciale che smentisce con la levigatezza l’accusa insistemente rivolta a Young di cantare stonando. Pur mostrando un livello del cantanto decisamente sotto tono (anche se Nicolette Larson, ogni tanto, emette dei veri e propri strilli) Comes A Time non è profondo, non è minaccioso e Young non intendeva esserlo perché lui è uno che può immergersi fino in fondo e usare i suoi toni minacciosi quando vuole. Al contrario lo scopo dell’album è quello di essere diretto e onesto, folkeggiante come il Tour Mondiale nei piccoli club che abbiamo visto lo scorso maggio alla Boarding House di San Francisco. Il fracasso e il fragore della miglior musica di Young (da “Cowgirl in the sand” a “Like a hurricane”), la frastagliata e commovente emozione che esplode perfino dai confusi nastri di prova di “Alabama” e “Words” (pubblicati su Journey Through The Past) è sparita o ammutolita.
La musica non è pressante, è confortevole: c’è un momento nel pieno di “Look out for my love” in cui la chitarra diventa un violino e la passione sembra crescere come un presagio, ma è solo un momento e nulla più. “È di nuovo ora di arare/ nel campo delle opportunità” sono versi fantastici (ho riso sonoramente quando un amico me li ha citati qualche mese fa), ma Young li svuota della loro comicità. La loro oscenità è soffocata da un andamento montanaro dell’arrangiamento e quello che avrebbe dovuto essere un oltraggioso doppiosenso finisce con l’apparire macchinoso nel momento in cui Young decide di stare nella forzatura dello stile country cantando “plowing” al posto di “plowin’”. Il disco contiene una tradizionale quantità della tradizionalmente succosa vena younghiana, come quando si chiede come mai il girare così veloce del mondo non faccia cadere gli alberi. Comes A Time attraversa tutto ciò in parte perché sappiamo che Young non ha mai fatto, né fara mai un album senza delle evidenti cadute di tono (pensiamo all’interminabile “Will to love” su American Stars ‘n Bars), in parte perché la dose di personalità che contiene è massiccia. Young già parecchio tempo fa si è arreso a non cantare appropriatamente: il suo ultimo vero tentativo in questo senso (il primo album Neil Young) è composto di canzoni migliori sotto questo aspetto. Ma il confronto suona improponibile ed emozionalmente compromettente. Qui, anche nelle composizioni più standard, la sua voce fa a pugni con l’anonimità del materiale: si spezza, si gonfia, ricade su se stessa. Se all’inizio Comes A Time sembra superficialmente levigato, la voce rompe questa superficie e trascina nella storia che racconta e anche se a un certo punto ti avverte che potrebbe annoiarti, non riesci a far tesoro di questo avvertimento. Quando Young chiude la sua storia con “Four strong winds” di Ian Tyson, c’è una tangibile sensazione del tempo che è trascorso, delle scelte che si sono fatte e delle occasioni perdute: la pensosità della canzone di Tyson non sopravvive al rifiuto di Young di entrare nella sua grazia. La canzone è ancora graziosa (lo sarebbe forse anche se la cantasse Meat Loaf) ma è anche tirata giù da quel piedistallo su cui è sempre stata collocata. Young la canta come se stesse parlando a una persona reale e non come se stesse fantasticando. La sgradevolezza (o meglio, la convenzionalità) della composizione cade e la rosea poeticità del ritornello si dissolve in qualcosa di più discorsivo. Mi sono ritrovato a pensare a “If you see her, say hello” e a “Shelter from the storm” di Bob Dylan.
Nonostante tutti i cliché, “Four strong winds” emerge perché è una canzone trattata con cura, pensata per entrare in testa, mentre le altre canzoni di Comes A Time non riescono e non lo sono: sno degli incidenti finiti su un disco e funzionano come tali al punto che se fossero sparse su altri dischi sarebbero trascurabili (fatta eccezione per “Field of opportunity” che a parte quanto detto prima è troppo ben fatta per sbiadire). Su questo nuovo disco c’è un’ostinata repulsione per l’intensità musicale: nulla è accostabile al ritornello di “Helpless” o alle esitazioni da brivido di “Tonight’s the night”. La terribile drammaticità della chitarra di Young (una qualità basata sulle antiche posizioni e fraseggi della musica di montagna, che ha sempre suggerito paura e coraggio) è solo presente a frammenti, come un’eco distante che salva Comes A Time dalla presunzione da bimbo smarrito di Harvest e After The Gold Rush: proprio il fatto di non essere altro che piccole tracce, può fare di questo album un potenziale successo commerciale. Se così sarà, il successo continuerà a dare a Young la libertà per cui ha lottato, vincendo, in modo da poterla usare per imporsi più di ogni altro come il miglior rock ‘n’ roller del decennio. […]
Greil Marcus, Rolling Stone 1978