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domenica 19 marzo 2017

Eldorado / Freedom - The Rolling Stone archives

ELDORADO  /  FREEDOM  – 1989

“Neil non farlo, non accettare”, mormora Nora Dunn ospite fisso di Saturday Night Live. A pochi passi, su una balconata del Palladium di New York ci sono Neil Young affiancato da Daryl Hannah, Chevy Chase e Tim Hutton. Daryl Hannah sta stringendo nervosamente un MTV Video Music Award che dovrebbe consegnare al cantante. Nonostante lo spettacolo di premiazione sia trasmesso in diretta da Los Angeles e la categoria di Young (miglior video dell'anno) non sia ancora stata annunciata, le telecamere di MTV sono pronte su Young quando il suo video di “This Note's For You” vince. Neil Young è intenzionato ad accettare il premio, ma il monitor esita e il discorso di accettazione si riduce a qualche secondo di assoluto silenzio. Qualche minuto più tardi nel camerino Young scuote la testa incredulo: “è molto strano che io abbia vinto questo” (MTV aveva rifiutato di trasmettere il video per paura di offendere i propri inserzionisti pubblicitari). “Non ho mai pensato che potesse accadere”.
Young sembra fare pace con molte cose della sua vita in questi giorni. Poco prima, quella sera aveva suonato il secondo concerto del suo tour acustico al Palladium. Nel suo spettacolo, che si è aperto con “Hey Hey, My My” e ha incluso le famose “Helpless”, “Heart Of Gold” e “Sugar Mountain”, si sono anche ascoltate alcune canzoni del suo nuovo album Freedom. Il nuovo materiale si inserisce perfettamente con i vecchi classici: brani come “Rockin' In The Free World”, “Crime In The City” e “Someday” denotano un conciso ritorno allo stile originario. Cosa l'ha riportato alle proprie radici? “Il tempo. Avevo davvero chiuso fuori un sacco di emozioni e di cose che non capivo della mia vita. Ora mi sento come se il tempo avesse guarito tutte quelle cose che mi infastidivano. Non so spiegarlo bene, ma ora mi sento più aperto e riesco a scrivere canzoni che hanno più direttamente a che vedere con quello che penso”.
Freedom ha attraversato un paio di incarnazioni prima che Young sistemasse le undici canzoni che ora compongono l'album. Inizialmente ha iniziato a lavorare a un album intitolato Times Square registrato a New York. Aveva anche registrato delle canzoni al suo ranch in California: entrambe le sedute vennero combinate in un ep intitolato Eldorado, ma arrivato il momento di fare il master ha cambiato idea. “Ho pensato che fosse davvero buono, ma non pensavo che alla gente sarebbe piaciuto” dice. “Non c'era nient'altro che abrasività dall'inizio alla fine”. I brani più rumorosi sono stati quindi pubblicati solo in Australia, Nuova Zelanda e Giappone in Eldorado.
Poi Young è tornato in studio per completare le tracce di Freedom: “ci ho giochicchiato un po' finché ho avuto qualcosa che pensavo fosse un po' più album e meno un assalto”, dice. “Per la prima volta da molti anni a questa parte ho sentito di aver fatto davvero un album così. Negli altri dischi ero più immerso in uno stile, ma avevo perso la traccia di ciò che volevo fare”.
Sheila Rogers, Rolling Stone 1989

La fine di un decennio sembra davvero scacciar via la paura e la riluttanza di Neil Young. Nel 1969 disse un amareggiato addio alle tremanti promesse di Pace e Amore degli anni sessanta con la chitarra irascibile e la confessionale disperazione di Everybody Knows This Is Nowhere. Dieci anni più tardi con Rust Never Sleeps apostrofò l’avanzante e artistica compiacenza da superstar del rock degli anni settanta con parole spinose e una corrosiva violenza chitarristica, per non menzionare la deliberata, provocante rievocazione di Elvis Presley e Johnny Rotten nella stessa canzone. Freedom è il suono di Neil Young che dopo un decennio guarda indietro ancora con ira e terrore. Le canzoni sono popolate da ferite e da rifiuti ambulanti di speranze infrante e di questioni di droga. Il filo che lega il tutto, fede, amore, carità, è incompiuto e il tradimento è la norma. Poi Young ti tira addosso tutto questo dolore e ti colpisce in pieno volto come un secchio di acqua ghiacciata. All’inizio accusi il colpo, poi ti indigni e alla fine provi un senso di rallegrante vendicatività. Come Rust Never Sleeps e Everybody Knows This Is Nowhere (e con altri classici più controversi come On The Beach, Tonight's The Night e Re-ac-tor) il viaggio di Young nei territori devastati di Freedom ti lascia sia esausto sia rinvigorito, sia sgomento di ciò che abbiamo contribuito a creare sia determinato a far bene. Non è una coincidenza che “Rockin’ in the free world”, di fatto la canzone guida dell’album, racchiuda Freedom in due separate versioni, una acustica dal vivo e una elettrica in studio. Come “Hey hey, my my” (la sua gemella su Rust Never Sleeps) la canzone è una cannonata, imperniata sull’asse di un’implacabile ironia in cui il suo andamento apparentemente superficiale rende acida la parata delle vittime di Young: i senzatetto che “dormono nelle scarpe”, la giovane donna tossicomane, il suo bambino abbandonato (“Ecco un altro ragazzo/ che non andrà mai a scuola/ che non si innamorerà mai/ che non sarà mai figo”). Nella versione acustica che apre il disco, Young la suona come un blues corporale con quella sua voce alta tenorile che squilla con lamentosa disperazione. La versione acustica, però, sfuma prima dell’ultimo verso cruciale che viene recuperato nella tempestosa versione elettrica. Su un roboante attacco fuzz che sembra Rust alla decima potenza, Young mira a morte alla facile retorica (“Abbiamo migliaia di punti luce/ per i senza tetto/ abbiamo una mitragliatrice più carina e gentile”) poi tira qualche frustata attorno e fa una diversa dichiarazione d’intenti: “Abbiamo un uomo del popolo/ che dice di tener viva la speranza” ulula, “Abbiamo benzina da bruciare/ abbiamo tanta strada da fare”.
Tutto il disco è così, tra pensosi dolori acustici e combattivo vigore elettrico. Questo è in parte conseguenza della varia provenienza delle canzoni. Le ballate “Ways of love” (uno dei due duetti con Linda Ronstadt) e la dolorosamente bella “Too far gone” risalgono alla fine degli anni settanta. “Don’t cry”, “Eldorado” e una delirante cover di “On Broadway” provengono dal recente killer ep Eldorado, scelte dalle sedute dell’anno scorso a New York con un trio classico (basso, chitarra e batteria) e gli amplificatori alzati oltre il massimo. L’ep, ahimè, è stato pubblicato solo in Giappone, Australia e Nuova Zelanda. Freedom include anche materiali con la band di blues e ottoni, i Bluenotes. Il make-up variegato dell’album innalza il suo peso tematico. Mentre molta gente sobbalzerà per Freedom dato che il suo rimbalzare schizoide tra le ballate folkeggianti e l’insistenza dei decibel mantiene una confortante somiglianza con il più moderato umore altalenante dei suoi grandi successi degli anni settanta (After The Gold Rush e Harvest), il variegato menù di suoni e sentimenti ha molto più a che vedere con il turbinio frenetico del dolore, della pressione e del piacere della vita reale. Due anni fa Young ha fatto uscire un disco intitolato “Vita” (Life), ma questo disco la rispecchia maggiormente.
Può essere difficile vedere la luce del sole attraverso l’ammasso di nuvole che caratterizza quest’album. “Crime in the city” è una raggelante litania di cinismo e rassegnazione, in forma di galoppo scheletrico quasi jazzato, guarnito dalla gelida steel guitar di Ben Keith e dal grossolano muggito degli ottoni dei Bluenotes. In “Don’t cry” Young riecheggia un gentile ma deciso addio tra due amanti con i gesti alternati di quieta colpa e viziose tempeste di fuoco chitarristica. “No more” è un aggiornamento in prima persona a “The needle and the damage done”, le confessioni di un ex tossico che finiscono sempre nello stesso sussurro stanco: “Mai più, mai più, mai più”. Ma se questo album riguarda l’illusione della libertà, riguarda anche il rifiuto di Young ad accettare questa come ultima parola. È comunque determinato ad andare a ballare in “Wrecking ball”. È desideroso di credere che lo “smog possa trasformarsi in stelle” in “Someday”, un’amareggiata ballata con una leggera spruzzata di rhythm’ n’ blues. La mega-metal cover di “On Broadway” è deliziosamente perversa, con Young che strangola la chitarra con drammatica convinzione. L’alta concentrazione di ottani tipo Crazy Horse che Young inietta nell’originale inno stradaiolo al blues e alle bravate dei Drifters cattura audacemente il senso di agonia e di estasi che attraversano tutto Freedom. Alla fine del brano esplode in un disgustoso sballo vocale gridando “Dammi quel crack/ dammi un po’ di quel crack!” e urlando come se si fosse gettato sotto i binari della metropolitana di Times Square. Gran bel finale per una favola. […]
Tornando a Freedom, è la preghiera di Young per gli anni novanta, un ruvido promemoria per ricordarci che tutto viene ancora con un prezzo. Incluso fare il rock in un mondo libero.
David Fricke, Rolling Stones 1989

I 100 migliori album degli anni ottanta – 85° Freedom
“Sapevo di voler fare un vero album che esprimesse come mi sentivo” dice Neil Young del suo più recente lavoro Freedom. “Volevo proprio un disco di Neil Young in se, qualcosa che fossi proprio io, dove non ci fosse un personaggio, un'immagine, un carattere distintivo come il tipo dei Bluenotes o di Everybody's Rockin'. È la prima volta da molti anni a questa parte che mi sono reso conto di aver fatto un album del genere”.
Freedom vira tra le ballate folkeggianti (“The Ways Of Love”, “Someday” e “Too Far Gone”) e rock stridente (“Eldorado”, e una rilettura con gli occhi del diavolo di “On Broadway”). L'album è racchiuso da versioni contrastanti dell'amara, ironica “Rockin' In The Free World”. Quella in apertura è dal vivo e acustica, con il pubblico a cantare il ritornello, mentre quella finale è un'arrabbiata versione elettrica con una strofa in più (Young aveva già usato un simile espediente in Rust Never Sleeps).
“È l'album più lungo che ho mai fatto” dice Young, “un vero boccone. Quando lo ascolto è quasi come sentire la radio, continua a cambiare e ad andare da una cosa a un'altra”. Inizialmente Young aveva intenzione di pubblicare un album puramente di rock elettrico (“Nient'altro che abrasività, dall'inizio alla fine” dice), intitolato Times Square registrato a New York (cinque di queste canzoni sono state pubblicate su un ep di importazione intitolato Eldorado). Per l'album definitivo Young aggiunse del materiale acustico registrato successivamente, cercando di dare un equilibrio. Il risultato è la serie di canzoni più personale e senza veli di Young da molti anni a questa parte: “La musica può essere una terapia, è come tirar fuori qualcosa di te, cosa che facevo sempre. Ero arrivato a un punto della mia vita in cui avevo davvero chiuso con le emozioni su un sacco di cose che non capivo. Avevo sospeso il programma (di riabilitazione per il figlio Ben) e facevo cose molto più superficiali, perché erano più sicure. Ora sento che il tempo ha guarito tutto; mi sento più aperto e riesco a scrivere canzoni che sono più direttamente legate a ciò che penso”. 
Rolling Stone 1989