Young sembra fare pace con molte cose della sua vita in questi giorni. Poco prima, quella sera aveva suonato il secondo concerto del suo tour acustico al Palladium. Nel suo spettacolo, che si è aperto con “Hey Hey, My My” e ha incluso le famose “Helpless”, “Heart Of Gold” e “Sugar Mountain”, si sono anche ascoltate alcune canzoni del suo nuovo album Freedom. Il nuovo materiale si inserisce perfettamente con i vecchi classici: brani come “Rockin' In The Free World”, “Crime In The City” e “Someday” denotano un conciso ritorno allo stile originario. Cosa l'ha riportato alle proprie radici? “Il tempo. Avevo davvero chiuso fuori un sacco di emozioni e di cose che non capivo della mia vita. Ora mi sento come se il tempo avesse guarito tutte quelle cose che mi infastidivano. Non so spiegarlo bene, ma ora mi sento più aperto e riesco a scrivere canzoni che hanno più direttamente a che vedere con quello che penso”.
Freedom ha attraversato un paio di incarnazioni prima che Young sistemasse le undici canzoni che ora compongono l'album. Inizialmente ha iniziato a lavorare a un album intitolato Times Square registrato a New York. Aveva anche registrato delle canzoni al suo ranch in California: entrambe le sedute vennero combinate in un ep intitolato Eldorado, ma arrivato il momento di fare il master ha cambiato idea. “Ho pensato che fosse davvero buono, ma non pensavo che alla gente sarebbe piaciuto” dice. “Non c'era nient'altro che abrasività dall'inizio alla fine”. I brani più rumorosi sono stati quindi pubblicati solo in Australia, Nuova Zelanda e Giappone in Eldorado.
Poi Young è tornato in studio per completare le tracce di Freedom: “ci ho giochicchiato un po' finché ho avuto qualcosa che pensavo fosse un po' più album e meno un assalto”, dice. “Per la prima volta da molti anni a questa parte ho sentito di aver fatto davvero un album così. Negli altri dischi ero più immerso in uno stile, ma avevo perso la traccia di ciò che volevo fare”.
Sheila Rogers, Rolling Stone 1989
Tutto il disco è così, tra pensosi dolori acustici e combattivo vigore elettrico. Questo è in parte conseguenza della varia provenienza delle canzoni. Le ballate “Ways of love” (uno dei due duetti con Linda Ronstadt) e la dolorosamente bella “Too far gone” risalgono alla fine degli anni settanta. “Don’t cry”, “Eldorado” e una delirante cover di “On Broadway” provengono dal recente killer ep Eldorado, scelte dalle sedute dell’anno scorso a New York con un trio classico (basso, chitarra e batteria) e gli amplificatori alzati oltre il massimo. L’ep, ahimè, è stato pubblicato solo in Giappone, Australia e Nuova Zelanda. Freedom include anche materiali con la band di blues e ottoni, i Bluenotes. Il make-up variegato dell’album innalza il suo peso tematico. Mentre molta gente sobbalzerà per Freedom dato che il suo rimbalzare schizoide tra le ballate folkeggianti e l’insistenza dei decibel mantiene una confortante somiglianza con il più moderato umore altalenante dei suoi grandi successi degli anni settanta (After The Gold Rush e Harvest), il variegato menù di suoni e sentimenti ha molto più a che vedere con il turbinio frenetico del dolore, della pressione e del piacere della vita reale. Due anni fa Young ha fatto uscire un disco intitolato “Vita” (Life), ma questo disco la rispecchia maggiormente.
Tornando a Freedom, è la preghiera di Young per gli anni novanta, un ruvido promemoria per ricordarci che tutto viene ancora con un prezzo. Incluso fare il rock in un mondo libero.
David Fricke, Rolling Stones 1989

“Sapevo di voler fare un vero album che esprimesse come mi sentivo” dice Neil Young del suo più recente lavoro Freedom. “Volevo proprio un disco di Neil Young in se, qualcosa che fossi proprio io, dove non ci fosse un personaggio, un'immagine, un carattere distintivo come il tipo dei Bluenotes o di Everybody's Rockin'. È la prima volta da molti anni a questa parte che mi sono reso conto di aver fatto un album del genere”.
Freedom vira tra le ballate folkeggianti (“The Ways Of Love”, “Someday” e “Too Far Gone”) e rock stridente (“Eldorado”, e una rilettura con gli occhi del diavolo di “On Broadway”). L'album è racchiuso da versioni contrastanti dell'amara, ironica “Rockin' In The Free World”. Quella in apertura è dal vivo e acustica, con il pubblico a cantare il ritornello, mentre quella finale è un'arrabbiata versione elettrica con una strofa in più (Young aveva già usato un simile espediente in Rust Never Sleeps).
“È l'album più lungo che ho mai fatto” dice Young, “un vero boccone. Quando lo ascolto è quasi come sentire la radio, continua a cambiare e ad andare da una cosa a un'altra”. Inizialmente Young aveva intenzione di pubblicare un album puramente di rock elettrico (“Nient'altro che abrasività, dall'inizio alla fine” dice), intitolato Times Square registrato a New York (cinque di queste canzoni sono state pubblicate su un ep di importazione intitolato Eldorado). Per l'album definitivo Young aggiunse del materiale acustico registrato successivamente, cercando di dare un equilibrio. Il risultato è la serie di canzoni più personale e senza veli di Young da molti anni a questa parte: “La musica può essere una terapia, è come tirar fuori qualcosa di te, cosa che facevo sempre. Ero arrivato a un punto della mia vita in cui avevo davvero chiuso con le emozioni su un sacco di cose che non capivo. Avevo sospeso il programma (di riabilitazione per il figlio Ben) e facevo cose molto più superficiali, perché erano più sicure. Ora sento che il tempo ha guarito tutto; mi sento più aperto e riesco a scrivere canzoni che sono più direttamente legate a ciò che penso”.
Rolling Stone 1989