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venerdì 24 marzo 2017

Ragged Glory / Arc / Weld - The Rolling Stone archives


RAGGED GLORY – 1990

Credo che Neil Young sia il re del rock ‘n’ roll. Oggigiorno non vedo sulla scena nessun altro che neanche si avvicini alla sua statura. Il titolo del nuovo album di Young incapsula in modo appropriato il suo fascino. Nove delle dieci canzoni di Ragged Glory (senza dubbio un classico di Young, uscite e compratelo) sono state registrate nel suo ranch della California del Nord. Qualche anno fa ci ho fatto una breve visita giornalistica, ed è una enorme distesa di terra. Nel mezzo Young ci ha costruito un palco all’aperto completamente equipaggiato sul quale lui e i suoi amiconi si possono arrampicare una sera e sfondare i loro amplificatori lì, nel mezzo di una distesa grande come il Connecticut e pensare che i suoi vicini si lamentano ancora! Quest’album sembra sia stato registrato su quel palco e in una serata veramente buona. È sciolto e selvaggio, e Dio sa quanto è alto di volume e sfreccia gloriosamente da un meraviglioso brano all’altro. Non ci sono ballate acustiche. Tutto, perfino l’inno ecologico che conclude l’album, è intensamente elettrico. Young si lancia in “Country home”, il brano di apertura, con il volume della chitarra al massimo e lo lascia così per l’ora successiva. Fa assoli ovunque, con grande profusione di invettive chitarristiche dirompenti e schiamazzanti e indugia molto in lunghezza. Due tra i brani del disco (effettivamente due tra i migliori, “Love to burn” e “Love and only love”) durano più di dieci minuti ciascuna (ci sono anche un paio di minuti di feedback sul finale). A scalciare Young per tutto il disco, per la prima volta in più di un decennio, ci sono i Crazy Horse (Frank Sampedro alla chitarra, Billy Talbot al basso e Ralph Molina alla batteria) forse l’ultima grande garage band del nostro tempo e sicuramente il più grande gruppo di Young. Ragged Glory è infatti un monumento allo spirito garage con quel perseguire la passione piuttosto che la precisione, la potenza grezza e l’anima semplice. Young e i ragazzi fanno perfino un assalto nucleare a quello che è effettivamente un classico da garage, il rhythm’ n’ blues di “Farmer John”, reso nello stile surf pestone dei Premiers del 1964. Questa è francamente una canzone drogata e la band (potremmo dire con maliziosa allegria) la pompa in una paurosa rilettura sonica implacabile e ipnotizzante, pienamente consapevole che il suo riff ingombrante e rumoroso da bedrock-punk è il nocciolo della questione.
Sì giovani, qui c’è un tipo abbastanza brizzolato da poter essere il vostro antiquato paparino ex hippie e lui e i suoi ugualmente antichi amici stanno bestemmiando una melodia intitolata “Fuckin’ up” che farebbe strinare i ricci di una qualunque combriccola di metallari correntemente in classifica. Ma Young non si è fermato all’adolescenza. La statura della sua musica è sempre derivata dall’abilità di usare le forme semplici delle radici che lo hanno influenzato (folk, rock, country e rhythm’ n’ blues) come veicolo per la sua sincerità emozionale. E le emozioni che sonda su Ragged Glory sono quelle di un uomo di quarantacinque anni a cui il rock ‘n’ roll risuona dentro ancora come in gioventù, anche se il suo contachilometri ha parecchi ricordi di ciò che una volta sembravano tempi più floridi. Nell’estemporanea squisitezza di “Mansion on the hill” (un andamento country seppellito da una camionata di chitarre sovramplificate) Young riguarda ai giorni spensierati dei sixties come a un paradiso di gioventù fermato nel tempo (“Una musica psichedelica riempie l’aria/ pace e amore vivono ancora là”). Ma non è debole, Young sa che quei giorni sono irripetibili, quantomeno per la sua generazione; sa che “proprietà e concessioni” cambiano le persone nel corso degli anni e che, come canta nella canzone seguente (la cui melodia e tono sembrano modellati in parte su “My back pages” di Bob Dylan) “non dovevamo fare di questi compromessi/ nei giorni andati”. Young riflette anche sulla sua recente ritrattazione politica e sul suo apparentemente corrosivo effetto nei confronti delle vecchie amicizie: “Le idee che una volta sembravano giustissime/ ora non hanno più nulla da dire/ vorrei poterti parlare/ e che tu parlassi con me”. Nell’oscura chitarristica “Love to burn” presenta una scena straziante da un matrimonio sull’orlo del collasso: “Perché hai rovinato la mia vita?/ dove porti i miei ragazzi?/ poi si abbracciano l’un l’altro dicendosi/ come abbiamo fatto ad arrivare a questo?”. L’album è raramente depresso. C’è speranza nella quasi psichedelica “Love and only love” e nella terrena “Over and over” (“Amo il modo in cui apri e mi lasci entrare”) e un senso di semplice contentezza nella melodiosa “Country home”. Lo stridore che spinge “White line”, un racconto sulla frenesia e sul rischio che caratterizzava l’era CSNY di Dejà Vu è un tributo alle eterne possibilità di pochi accordi e di un cuore pieno di umorismo.
Ma Ragged Glory raggiunge l’apice nell’ulcerante e suprema ruvidezza di “Fuckin’ up”, con il suo riff urlante e lacerante, pieno di sguscianti assoli chitarristici e con Young che piagnucola col solito avventuroso e microtonale stile vocale, sicuramente un lamento universale: “Perché continuo a sballare?”. A fine album Young si volta ad affrontare il futuro con “Mother Earth (natural anthem)”, un duro e godibilissimo brano registrato dal vivo al concerto di beneficenza Farm Aid VI nell’Indiana all’inizio dell’anno a cui il gruppo ha aggiunto in seguito delle armonie vocali registrate al ranch di Young. “Mother earth” è un inno diretto e corale dalla struttura folk, che con una melodia “già sentita” racconta delle grazie del pianeta mostrando la potenza del solitario, ululante accompagnamento della chitarra di Young che ripercorre il tema del brano in stile hendrixiano. Poi il tono si abbassa sulla strofa conclusiva per la conclusione-avvertimento: “Rispettiamo Madre Terra e i suoi modi salutari/ o ci giochiamo il futuro dei nostri bambini”. È un finale inaspettato ed emozionante di un esaltante album di duro rock chitarristico. Ragged Glory è grande, da uno dei grandi.
Kurt Loder, Rolling Stone 1990

Tutti a bordo per il ronzio. Con il dinamico, spavaldo Freedom dell'anno scorso, Neil Young ci ha forse consegnato l'indirizzo definitivo degli anni ottanta. In Ragged Glory con i fedeli compagni di garagerock, i Crazy Horse, Young introduce gli anni novanta con un monumento di sessantuno minuti al fascino scortese e senza tempo della distorsione e della perdurante eloquenza della classica formazione rock (due chitarre, basso e batteria suonate molto forte) con un piglio da scafato gattaccio selvatico. Infatti è tipico di Neil Young, le cui striature ribelli sono una delle sue qualità più amabili, di usare uno studio digitale per registrare un album pieno di amplificatori scoreggianti e di feedback tipo unghie sulla lavagna. Le parole di qualcuna delle canzoni di Young dell'album sembrano, francamente, casuali; tutto ciò che ha da dire sulla passione, sull'impegno e sul tortuoso cammino verso la felicità in “Love And Only Love” e “Love To Burn”, è detto in modo abbastanza esauriente con i lunghi, ardenti soliloqui chitarristici. “Country Home”, una semplice canzone sul cuore e sul focolare domestico, aggraziata da dolci e disordinate armonie vocali sembra Crosby, Stills, Nash & Sonic Youth. La cosa più bella di “Fuckin' Up” non è tanto il titolo quanto il grugnire dell'assolo. Perfino la toccante preghiera tipo salviamo il pianeta di “Mother Earth (Natural Anthem)” che chiude l'album trae la maggior parte della sua energia dalla sdegnata cacofonia dell'assolo della chitarra elettrica di Young; è una performance emozionante, la cugina ecologica della “Star Spangled Banner” di Jimi Hendrix. Con Ragged Glory Young fa un glorioso e poetico fracasso che spaventerebbe i punk che hanno la metà della sua età. Che lo sballo possa durare sempiterno. 
David Fricke, Rolling Stone 1990


WELD / ARC – 1991

Registrato all’inizio di quest’anno nell’unico Tour di Grande Rock che ha veramente avuto peso (Neil, i Crazy Horse e i Sonic Youth, il paradiso della chitarra a brandelli!), Weld è più che solamente Live Rust suonato con l’intensità di Ragged Glory. Cattura in Technicolor spruzzato di ronzio lo scontro di emozioni messe in moto dalla rigenerante vacanza di Bush in Medio Oriente. Young e i Crazy Horse andavano in tour proprio quando Bush decideva di liberare i campi di petrolio kuwaitiani. Il miscuglio di sentimenti su guerra, onore, imperialismo e aumento delle vittime tra gli americani erano vividamente e rabbiosamente racchiuse in questa scaletta: “Cortez the killer”, “Powderfinger”, “Crime in the city”, “Rockin’ in the free world”. La dylaniana “Blowin’ in the wind”, espansa in uno stupefacente inno di feedback chitarristico, riecheggia l’epocale “Star spangled banner” di Jimi Hendrix. L’elenfatiaca distorsione della chitarra di Young e le esplosioni dei Crazy Horse (la miglior garage band d’America) hanno fatto il resto. Se non c’eravate, Weld ve lo farà rimpiangere. Se c’eravate, le vostre orecchie sanguineranno di nuovo (nota: non dimenticatevi di Arc, il disco extra di puro orrore chitarristico, anch’esso registrato durante il tour). Dovrebbe essercene uno in ogni casa. 
Rolling Stone 1991

Nonostante Young si riferisca a loro come la sua garage band, i Crazy Horse funzionano meglio sulla strada, dove si possono portare le canzoni fuori dallo studio per aprirle e lacerarle. Per tutti coloro che pensavano che Young e la sua band avessero portato il feedback al suo limite estremo lo scorso anno con Ragged Glory, Weld apre nuove dimensioni di turbolenza sonica. Sicuramente questo doppio album dal vivo è un po’ una ridondanza, dato che la maggior parte del materiale viene da Ragged Glory, il suo predecessore Freedom e dai prevedibili successi da concerto, ciononostante è certamente una gloriosa ridondanza. Mentre “Crime in the city” tirava qualche pugno nella versione in studio, dal vivo è definitivamente feroce. Se una volta “Welfare mothers” sembrava una sciocchezza, oggi è un assalto selvaggio, umore nero che scaturisce dalla depressione economica. Espansa su oltre tredici minuti, “Like a hurricane” porta vorticosamente a un apice mistico (volete di più? L’album è disponibile anche in una versione a tiratura limitata di tre cd intitolata Arc-Weld, dove Arc consiste di trentacinque minuti carichi di un collage di feedback). Invece di essere il viaggio attraverso molti concerti, Weld offre musica dura per tempi duri. “Blowin’ in the wind” richiama l’agonia della Tempesta nel Deserto (la Guerra del Golfo del 1991) che imperversava durante il tour di Young e “Rockin’ in the free world” sembra anche più profetica di quanto non fosse su Freedom. I Crazy Horse una volta erano riservati solo per la musica di Young più brutalmente istintiva, ma “Mansion on the hill” li vede alle prese con una delle composizioni meglio riuscite. Lo sbarramento sonico di Young e del secondo chitarrista Frank Sampedro sul letto roccioso ritmico del batterista Ralph Molina e del bassista Billy Talbot offre una purezza polverizzante, una catarsi che fa apparire la triste emozione di “Love and only love” come la più delicata. Non tutto il materiale si rinnova in concerto. Espansa a oltre otto minuti “Tonight’s the night” rimane uno dei brani live preferiti, a questo punto risulta troppo familiare per una scontata inclusione. Come ricreazione dell’esperienza-concerto di Neil Young, Weld si indebolisce per la mancanza dell’effetto sorpresa che invariabilmente caratterizzava ogni suo tour prima di Ragged Glory. Ma ancora una volta Young ha seguito l’oscillare di questo pendolo fino alla sua entremità più lontana, il che suggerisce sorprese per la prossima volta.
Don McLeese, Rolling Stone 1991

“Qualunque cosa venda, per me va bene” dice Neil Young con la bocca piena di delicatezze da asporto negli uffici di Manhattan della Warner Bros. “Vedo la cosa a lungo termine, il tipo di musica che ho cominciato a fare e come si sviluppa. Ora ho quarantacinque anni,” dice Young ridendo, “e questo è l'essenza di quello che succede nella mia mente”.
“Questo” è Arc, il disco speciale che accompagna Weld, il nuovo doppio album dal vivo di Young. Arc potrebbe essere il disco più estremo mai pubblicato da Young, anche se confrontato persino con i controversi Re-ac-tor e Trans. Weld e Arc sono stati registrati entrambi all’inizio dell’anno durante l’acclamato tour di Neil Young con i Crazy Horse. Ma se Weld consiste in due ore di terremoto garage rock col marchio tipico di Young e dei Crazy Horse che combina i più grandi successi con le sue recenti canzoni di Freedom e Ragged Glory, Arc è invece un cd di mezz’ora intriso di feedback presi dalle turbolente introduzioni delle canzoni, dagli orgasmici finali e dagli informi e liberali break strumentali (tutti presi da performance diverse da quelle di Weld). Il risultato: un totale olocausto melodico salvo qualche ritaglio di “Like a hurricane” e “Love and only love”. “Quello è in un qualche modo l’essenza della musica, le cose che facciamo all’inizio e alla fine delle canzoni” insiste Young. “È il momento in cui perdiamo il ritmo, lo rompiamo e ci perdiamo. Non importa nient’altro. Ci sono tantissimi gruppi là fuori che credono di fare rock e poi in realtà suonano sul clic del ritmo della batteria elettronica. Questa è la mia reazione a tutta quella merda”. L’idea per Arc è venuta, abbastanza appropriatamente, al chitarrista Thurston Moore dei terroristi newyorkesi del feedback, i Sonic Youth, ovvero il gruppo che Young ha personalmente scelto come opening act per il suo tour del 1991. Young ha dato a Moore una copia di Muddy Track, un documentario video inedito di un tour del 1987 con i Crazy Horse. Secondo Young la musica che c’è nel video erano tutti “inizi e finali”. Quando Thurston è ritornato gli ha detto: “Wow, ragazzi, dovreste fare un disco intero di questa roba”. Young non si fa illusioni sul fatto che Arc o Weld (una più strutturata festa ulcerante di sei corde urlanti) vadano bene per il pubblico di After The Gold Rush ma non può fregargliene di meno: “Ho fatto Arc davvero per la gente che va in giro in jeep con quegli enormi altoparlanti” dice. “Se passi accanto a qualcuno per strada e lo stai suonando, questo è una fottuta dichiarazione”.
Weld è in se stesso una dichiarazione. La Guerra del Golfo e il susseguente entusiasmo di compiaciuto patriottismo da nastro giallo possono già sembrare ricordi lontani, ma Young e i Crazy Horse andarono in tour lo scorso gennaio proprio nel bel mezzo di ciò. Stavano provando ai Paisley Park Studios di Prince a Minneapolis quando le bombe hanno cominciato a cadere su Bagdad. Il 23 febbraio, il giorno in cui iniziò l’attacco di terra, erano sul palco a West Point. Da allora Young ha revisionato la scaletta originale, accantonando alcuni brani di Ragged Glory a favore di canzoni tematicamente appropriate come “Cortez the killer” e “Powderfinger”. Ha aggiunto anche una sbalorditiva rilettura hendrixiana di “Blowin’ in the wind” di Dylan, canzone che da sola varrebbe l’acquisto di Weld: “Eravamo tutti coinvolti” dice Young della guerra, “e per me questo è il senso di Weld. È molto brutale, specialmente le canzoni con quei grandi finali. Stavo cercando di creare un suono di violenza e conflitto, un pesante macchinario di completa distruzione”. Young afferma che non c’era canzone migliore di “Blowin’ in the wind” per incarnare il “corrosivo mix di emozioni” generato dalla guerra. “La canzone si pone le stesse domande che si facevano tutti allora su quanto tempo ci sarebbe voluto affinchè la gente fosse libera. Cosa bisogna fare? Guardavamo la CNN tutto il tempo, vedevamo succedere questa merda e poi dovevamo uscire a suonare, a cantare queste canzoni sui conflitti. È stata dura e sentivo che non c’era nient’altro che potessi fare. Qualunque cosa facesse aggregare la gente era più importante di me che suonavo le nuove canzoni. Non avremmo potuto uscire là fuori e fare intrattenimento”. La pubblicazione di Weld e Arc (disponibile separatamente o in una edizione limitata intitolata Arc-Weld) è solo l’inizio dell’attività autunnale di Young. Ha diretto infatti un lungometraggio video sia di Weld (un film concerto senza fronzoli alla Rust Never Sleeps) che di Arc che secondo lui “sarà semplicemente un trip da guardare”. Inoltre è sempre al lavoro, ormai da tempo, alla retrospettiva multipla che dovrebbe rappresentare il seguito di Decade e che sarà pubblicata (forse sì, forse no) nel corso della sua vita. “Davvero non lo so” ammette ridendo Young, “più tempo passa, più diventa grande, perché faccio altre cose. Ho già fatto altri due o tre album da quando ho iniziato a lavorarci”. Inoltre ha già messo in lista dai diciotto ai venti album di materiale inedito per il box. Devoti di Young prendete nota: due brani inclusi definitivamente sono l’outtake del periodo Buffalo Springfield “Sell out” e la più recente “Ordinary people”, una tempestosa epica ballata in stile “Desolation row” che era tra i momenti culminanti dei concerti del 1988 con i Bluenotes. “Non possiamo pubblicarlo tutto insieme” dice Young conciliante, “ma sarà come un archivio. Ci saranno un saggo di dettagli e di cose che usualmente non si trovano nei box set. Non sono poi tanto preoccupato del come o del quando possa venir pubblicato, perché tanto è tutto in ordine. Voglio farlo io e ho moltissimo tempo per fare queste cose”.
Infatti appena due giorni dopo questa intervista, Young cominciava a registrare il suo prossimo album di studio, Harvest Moon. Come suggerisce il titolo, è il ritardato seguito del suo disco di platino del 1972 Harvest. Come dicono i suoi fan: atteso da vent’anni. Anche il gruppo sarà lo stesso di Harvest, gli Stray Gators con Tim Drummond al basso e Ben Keith alla steel guitar, “probabilmente spaventerei qualcuno alla Warner Bros. se dicessi ora quando ho pensato di farlo uscire” dice Young, “ma ti dirò che non ci vorrà molto tempo”, poi aggiunge: “Ho intenzione di metterci del tempo per farlo davvero bello e sarà proprio l’opposto di quello che ho appena fatto, cioè un disco molto preciso ed eccezionalmente quieto”. 
David Fricke, Rolling Stone 1991