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venerdì 21 agosto 2015

The Oral History: Ragged Glory, 1990


Neil Young: Intorno al 1990 Briggs e io facemmo il tour di Ragged Glory coni Crazy Horse e con John Hanlon come fonico. Molte canzoni di quell'album erano state scritte nel capanno delle auto. Quel posto era un enorme edificio in metallo con la ghiaia a terra dove avevo montato i miei amplificatori, in mezzo a una serie di vecchie auto. Era tutta la mia roba migliore. Il Fender Deluxe con un Fender Reverb collegato al whizzer, il Magnatone e pure il Baldwin Exterminator come finali. […] Avevo appena iniziato a riascoltare i miei archivi e avevo da poco risentito alcune delle mie cose migliori, perciò sapevo chi ero e chi avrei potuto essere. Ogni mattina mi mettevo lì, fumavo un po' d'erba e iniziavo a suonare. Poi arrivavano le canzoni. Ragged Glory. Le canzoni furono scritte. Iniziammo a registrare suonandole tutte di fila due o tre volte al giorno per una o due settimane. Senza ripetizioni. Facevamo solo qualche set al giorno. Era molto figo fare un disco così. Nessuna analisi. Alla fine di tutto leggevamo le nostre annotazioni e andavamo a cercare i master delle registrazioni migliori. Un giorno stavamo ascoltando i brani e arrivò “Mansion On The Hill”. Era un brano sporco, ma aveva tiro. Chiesi a David di farmelo ascoltare ancora. David disse a Hanlon: “Va bene, ascoltiamola in tutta la sua ragged glory, la sua gloria stracciona.” La frase diventò il titolo. David ci sapeva fare con le parole, aveva un vocabolario sorprendente e lo usava sempre con grande efficacia e in modo poetico. Finito l'album, andammo in tour con i Sonic Youth e i Social Distortion. Venne anche Briggs, che si occupò di registrare tutto da un camion che faceva da studio mobile analogico. [8]

David Briggs: Io dissi, “Guarda, amico, voglio che capisci che sei solo uno della band. Vuoi produrre il disco? Io mollo. Vuoi arrangiarlo? Io mollo. Toglierò qualunque cappello dalla tua testa tranne questi tre: compositore, chitarrista e cantante. Questo è il tuo compito, amico. Devi fare solo questo.” [...] Se ti lasciavi sfuggire una nota emessa da Neil, posso assicurarti che lui avrebbe voluto usare quella per aprire il pezzo. E se torna qui dopo tre settimane e tu non sei in grado di rifargliela sentire, sei finito. [...] La band imparava canzoni che non avevano un testo, una struttura, qualsiasi forma, la maggior parte in Mi minore. [...] È stato un bel colpo fargli fare “Country Home” e “White Line”, e dato che io volevo “Interstate” lui ha acconsentito – però perversamente. [...] [Per il mixaggio] dissi, “Ora voglio andarmene da questo ranch. Mi sento come in prigione. Tu puoi fare quello che vuoi, ma io farò il mix agli Indigo. [...] Dopo tutti i nostri buoni sentimenti, fu una cosa del tipo “Okay, amico, facciamo quello che vuoi, ci andiamo, ma sarà meglio che hai ragione.” [1]

John Hanlon: Devi avere tutto ciò che succede in uno stesso momento – per avere pochissime sovraincisioni, se non nessuna. Non ci sarà tempo per aggiustare o migliorare qualcosa; non potrai ricavare un suono bello e maestoso. Devi solo catturare quello che succede al meglio delle tue capacità. [...] Neil mi disse, “Voglio che la batteria faccia da cornice a chitarra e voce [...]. Voglio che il fondale siano la grancassa e il basso, mentre le chitarre riempiano il quadro.” [...] È la Polaroid della sua performance. [1]

Young: Ho fatto un sogno nel quale ero in questo hotel. Un hotel e una scuola messi insieme. Era grandissimo, dipinto di verde, con una palestra enorme. [...] Io ero lì nella palestra con David Briggs. E dicevo, “Briggs, devi sentire queste canzoni. Ho scritto queste canzoni, non so da dove provengano, ma eccole qui, ascoltale.” Ho messo una cassetta e gli ho fatto sentire queste fottute canzoni che ci hanno lasciato di stucco. Erano così incredibili che ho i brividi solo a ripensare a com'era. È così bizzarro perché io so che c'erano davvero – so che c'erano davvero – perché le cantavo in sogno. Le vedevo di sfuggita, come se andassero e venissero – una progressione di accordi, una parola, ma non riuscivo a fissarli... Non erano capaci di uscire fuori. [...] Devo scrivere, diciamo, quindici canzoni e non suonarle a nessuno, neanche a me stesso [...], abbastanza per un abbozzo di come debbano andare e senza finirle. [...] Poi ti unisci a loro [i Crazy Horse], tutto succede in un attimo, e mentre tu canti loro la suonano – dopo che l'hanno provata solo una volta. Quando hai finito ci sono, diciamo, cinque errori, li aggiusti, fai l'editing e fai suonare il tutto in modo bello – ed è grandioso. [1]

Frank Sampedro: Neil si stava dipingendo come il ragazzo cattivo. Dopo aver visto quello che era accaduto, ho chinato la testa e tenuto la bocca chiusa. Pensai, “Questo tizio è più scaltro di un rapinatore.” Neil diceva solo quello che volevano sentirsi dire. Li accomodò, fece sembrare che la colpa [dei problemi del passato] fosse tutta sua, che era dispiaciuto ed era pronto a impegnarsi, col tempo necessario, senza farlo al ranch... Alla fine decidemmo per il ranch e per farlo nel tempo più veloce possibile. [1]

Non provate molto, vero?
Young:
No. C'è un tema all'inizio e alla fine, ogni canzone ha un tema all'inizio e alla fine di ogni strumentale, ed è lì che entri ed esci da ogni verso. Questo è tutto, il resto è improvvisato. [2]

Sampedro: Quando Neil fa un grande assolo in una canzone e qualcuno gli chiede di rifarlo è come se dovessimo rifare da capo questa intervista. […] L'unica cosa difficile è stato scegliere le versioni dopo aver fatto tutte le registrazioni. [2]

Young: Quella è stata la parte difficile perché non abbiamo mai ascoltato le prove mentre registravamo, né c'erano rimaste molte cose. Oh, be', “Born To Run” (non quella di Springsteen), “Boxcar”, “Interstate” (no, non sono titoli presi da Nebraska di Bruce). Poi “Natural Beauty”, ehi ragazzi, quella forse è la cosa acustica che dovrebbe stare sul disco. Ci siamo dimenticati di ascoltarla. […] Devi fare un bel viaggetto per sentire tutto il disco. Ci sono tre canzoni che durano più di nove minuti e il disco ne dura cinquantasette. [...] Stavo ancora cercando di finire alcune delle canzoni mentre provavamo e mi chiedevo: merda, che ne so, forse certe canzoni dovrebbero avere un terzo verso. Non mi riusciva mai di andare oltre dove mi trovavo già. Abbiamo suonato le canzoni un paio di volte al giorno per un paio di settimane, poi a un tratto abbiamo capito che eravamo pronti, e fu il giorno in cui registrammo e finimmo “Farmer John” al primo tentativo. […] Abbiamo iniziato un giovedì e abbiamo finito un lunedì, tre settimane meno tre giorni. […]  [2]

Sampedro: Penso che quest'album sia un disco folk con un ritmo rock. Non sento canzoni politiche e quindi non credo si tratti di un disco folk... Piuttosto direi che parli della gente in generale. [2]

Young: Le canzoni nuove […] le ho scritte nel fienile dove tengo le mie automobili. Arrivavo lì la mattina e mi mettevo semplicemente nello spazio giusto e poi, ogni giorno, suonavo un po' […] davanti a queste quindici vecchie auto con i cofani alzati. C'ero solo io, con queste vecchie auto. E gli spiriti delle persone che vi sono state dentro. [3]
I Crazy Horse […] non appartengono alla televisione, noi cerchiamo la vibrazione e se la vibrazione è un mucchio di idioti che ci guardano, anche noi suoneremmo come degli idioti. I Crazy Horse devono suonare dal vivo davanti a gente che ami i Crazy Horse, solo allora la musica uscirà bene: mettici da qualsiasi altra parte e faremo schifo. A noi piace vedere gente che stia bene e che si perda nella musica. Non ci interessano quei bellissimi da prima fila ai quali la casa discografica o più facilmente i promoter e le radio regalano i biglietti. Tutti questi cervellini che sono lì davanti mi auguro che li schiaccino. [2]
Un giorno avevamo fatto quattro canzoni e sull'accordo finale di una di esse, il feedback era talmente forte che si sentiva tremare tutto. E tutti stavamo pensando “Wow, che finale!” ma poi si scoprì che era il terremoto. Come si dice, stavamo cavalcando le onde. Stavamo facendo surf sul terremoto. [4]

Cosa ti ha spinto a fare un altro disco con i Crazy Horse?
Young:
Mi sembrava il momento giusto. Cerco di assaporare le volte in cui suono con i Crazy Horse e faccio in modo di aprir loro la mente così non ci logoriamo. Ma stavolta ognuno doveva dimostrare qualcosa, specie la sezione ritmica. Suonano davvero aggressivi. Ne sono felice. [4]

Un paio di anni fa hai detto che non avresti più suonato con i Crazy Horse. Cos'è successo?
Young:
Uscivamo da un tour europeo davvero brutto. Niente era andato per il verso giusto ed è stata un po' come una paralisi. Sono cicli: ci si può stancare di qualcosa e seppellirla per un po', la lasci lì e poi vedi se pioggia e sole riescono a farla tornare. Abbiamo sempre fatto così. Abbiamo avuto alti e bassi negli ultimi vent'anni. Penso che questo sia uno degli alti. [4]

Varie altre canzoni dell'album durano più di sette minuti.
Young:
Volevo di proposito suonare lunghi pezzi strumentali perché non sento più, negli altri dischi, l'improvvisazione. Non c'è più niente di spontaneo nei dischi che si fanno oggi, tranne nel blues o nella musica più funky. Una volta anche il rock 'n' roll era così. La gente non si dilunga più nei passaggi strumentali cercando di farli durare il più possibile. Amo fare queste cose, ma posso farle davvero bene solo con una band. Ci ho provato un po' in Freedom, ma questo stile di musica mi viene meglio con i Crazy Horse. Abbiamo suonato proprio come una band. Non c'era qualcuno di là nella sala controllo con un mucchio di macchine: niente midi, sintetizzatori, batterie elettroniche, produttori o tecnici. Non riesci a ottenere quelle vecchie vibrazioni di un tempo con le macchine. Questo succede solo coi musicisti che amano suonare o improvvisare insieme. Sapevo che non molta gente lo faceva, così volevo davvero farlo. [4]

Su Ragged Glory sento una vena jazz nel modo in cui improvvisi […], mi ricorda Miles Davis e John Coltrane.
Young:
Miles e Coltrane, sì, sono due miei idoli. Le mie improvvisazioni chitarristiche con i Crazy Horse sono molto, molto influenzate da Coltrane. Sono particolarmente preso da lavori come “Equinox” e “My Favourite Things”. Adoro Miles per la sua generale attitudine riguardo al concetto di ‘creazione’, che è in costante cambiamento. Non c’è ragione di restare lì una volta che hai fatto. Potresti starci per il resto della vita e sarebbe come un lavoro quotidiano. [5]


***

A proposito di “Country Home”, “White Line”, “Fuckin' Up”
Young:
Abbiamo inciso anche un brano acustico, ma non lo avevo scritto nello stesso periodo della maggior parte delle altre canzoni. Non si inseriva nel resto, non aveva il feeling giusto, così l'abbiamo lasciato fuori. È divertente: ho scritto sette canzoni in una settimana, due settimane prima del Farm Aid: sono le ultime sette canzoni dell'album. Le prime due, “Country Home” e “White Line” le ho scritte anni e anni fa, ma sono canzoni che sin da allora non siamo mai riusciti a fare nel modo giusto. “Fuckin' Up” l'ho scritta alla fine del periodo di Freedom quando feci il Saturday Night Live. L'abbiamo usata come canzone di riscaldamento in quell'occasione. [4]

A proposito di “Love And Only Love”
Young:
Esistono tre esecuzioni differenti di “Love And Only Love” e ognuna è completamente diversa dalle altre. Due durano più di dieci minuti, la terza più di nove. Una è molto veloce, un'altra molto lenta. Quella lenta è angelica – è l'aspetto più alto della canzone. Quella veloce è ancora di più il lato alto, ma quella media, quella che abbiamo usato, be' su quella c'è una battaglia in corso. Perché ogni volta che dovevamo sovraincidere le voci sui ritornelli, diventava talmente scomodo farlo che la canzone mi faceva diventare teso al solo ascoltarla. Tuttavia non riuscivo ad allontanarmene. Alla fine abbiamo preso dei brani chiave dalla versione lenta e l'abbiamo fatta combaciare con la versione di mezzo. Perciò la voce passa dall'essere un po' tesa all'essere completamente liberatoria praticamente in ogni verso, in genere alla fine si libera. “Love And Only Love” è stata sovraincisa tre volte. È stato dopotutto un gran divertimento, non mi sembra che ci sia poi pesato tanto. È strano, questo disco è forte, proprio come un grande disco carico di depressione, eppure è così positivo. Tuttavia non manca nessuno degli elementi deprimenti, sono tutti lì. Sembra che ci sia un contrappunto che rende l'insieme perfetto. [3]

A proposito di “Love To Burn”
Young:
Dolorosamente personale. È quel momento quando ti siedi e dici, “Dio, ho così tanto da dare.” Devi soltanto rimanere aperto e non chiuderti a causa di tutte le brutte storie, storie di vita, cattive notizie... Devi aprirti. Questa è la condizione. [1]
Le cose che mi sono capitate durante [gli anni 80], non avevo motivo o modo o capacità di spiegarle. E mi ci è voluto molto tempo per passare oltre e ritornare a patti con la mia vita. Nel bene o nel male, Eldorado, Freedom e Ragged Glory ne sono il risultato. [6]

A proposito di “Mother Earth”
Young:
“Mother Earth” è stato un trip. Ho registrato quella parte di chitarra al Farm Aid. Ho scritto “Mother Earth” nello stesso periodo delle altre canzoni, ma continuavo a sentirla come in un posto enorme; nella mia testa riuscivo solo a vederla suonata di fronte a una folla gigantesca, col suono che turbinava al più alto volume possibile. Così mi sono concentrato su questa e la terza volta che l'ho suonata per intero è stata al Farm Aid. Quella canzone è basata su un vecchio inno. Non me ne ricordo il nome, ma è una melodia tradizionale di moltissimo tempo fa. L'ho modificata usando accordi diversi e torcendola un po'. Il procedimento folk. [4]

A proposito di “Days That Used To Be”
Young:
È la stessa melodia [di “My Back Pages” di Dylan] di tre o quattro note, su questo non c'è dubbio, ma si presta comunque a riportarti laggiù. L'efficienza del testo c'è proprio perché è vicina a quello che significa la melodia: questo dà il tocco nostalgico. […] Parla sia di chiunque sia di quella generazione [CSN&Y], è così per me come per chiunque altro. [2]
Di solito evito canzoni di questo genere [contemplative del passato]. Mi trovavo in mezzo al mare sulla mia barca e ci sono rimasto per dieci giorni. Nessun aereo. Nessun altra barca. Nessun rumore. Ma vidi un paio di megattere. La canzone mi venne da lì. [7]

A proposito di “Don't Spook The Horse” [single bonus track]
Young:
Noi siamo come la storia antica. Quando pubblichiamo un singolo, nelle nostre teste vediamo ancora un 45 giri. Dove una volta c'erano un lato a e un lato b. Oggi non c'è più il lato b, c'è la “bonus track” e su un cd puoi farla durare quanto ti pare. “Don't Spook The Horse” è la nostra speciale bonus track. Dura più di sette minuti e, se avessimo dovuto metterla nell'album, avremmo dovuto fare un doppio cd. Questa canzone è come quei compendi che usano oggi a scuola così non devi leggere tutto il libro; basta leggere un piccolo condensato del libro e ti fai un'idea di cosa parla tutto il libro. Ecco come insegnano la letteratura ai ragazzi di oggi, come “Don't Spook The Horse”. Se compri questa, non c'è bisogno che compri l'album, lì c'è tutto. È una versione condensata dell'album, specialmente per i critici a cui non piaccio per niente. Ascoltate solo quella e ci troverete tutto ciò di cui avete bisogno. [4]

Fonti:
[1] J. McDonough, “Shakey”
[2] Musician 1991   
[3] Village Voice 1989
[4] Rolling Stone 1990   
[5] Mojo Magazine 1995  
[6] Vox 1990
[7] The Hour 1990
[8] Neil Young, “Il Sogno di un Hippie”