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Neil Young Archives

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lunedì 19 ottobre 2015

The Oral History: Mirror Ball, 1995


Neil Young: [I Pearl Jam] sono genuini ma sembrano pretenziosi. Io non ho visto alcuna pretenziosità quando sono stato con loro. [...] [Eddie Vedder] è un ragazzo unico. Non ha niente di falso. È persino incredibile nei suoi modi un po' ingenui, nella sua apertura – ma è vero. La musica è la sua religione, questo me l'ha detto. [...] Poi registra tutto, lo sapevi? Registra ogni cosa. [...] I Pearl Jam vogliono avere lo spazio per suonare – mentalmente. Sopravvivere al percorso tra palco e camerini e ritorno, rimanere integri con quanto succede. [...] Se avessi i Pearl Jam e nessun'altra band al mondo, non sarei preoccupato. Perché in loro c'è l'essenza di fare della grande musica. Non dev'essere usata tutta in una volta, ma c'è. Elliot divenne follemente frenetico con i Pearl Jam. Voleva mettere insieme me, Pearl Jam e Crazy Horse. Gli dissi, “Non esiste. Pensi che dovremmo farlo ai Crazy Horse? Non c'è verso. [...] Rifletti un po' sulle tue motivazioni per quest'idea.” Non ho più sentito niente. Ma più tardi Elliot è stato un manager migliore che mai, sensazionale.
[…] [Lo studio] era una bella stanza. Splendidi tappeti su tutto il pavimento... come uno dei posti miei. Registrammo in digitale, più veloci di quanto sia mai stato fatto. Andai a tutta birra. Loro furono all'altezza.
[…] Fu grandioso. Decollai sul serio. Era come fluttuare su una nuvola... così senza sforzo. Dopo il primo paio di correzioni, quei ragazzi c'erano proprio dentro. […] Loro, insieme, avevano il loro trip, io non sono andato là per giocarci. Non sono andato per sfruttare completamente il loro trip... È come avere un altro oggetto con cui dipingere. So di avere il sound col quale lavorare nella mia testa. Ora la scena di Seattle è praticamente secca. Quindi è il momento giusto per me di andarci. L'uomo delle pulizie... he he. Potrei andare completamente da solo... sarebbe la via più pura. Entrare in un altro mondo musicale. Così devi tenere gli occhi aperti a tutto ciò che è possibile. […] È successo molte volte nella mia vita, con tutte quelle band. Ecco la ragione per cui sono ancora qui. Perché per quanto sia doloroso cambiare – e per quanto spietato io possa essere sembrato per ciò che ho continuato a fare – devi fare ciò che va fatto. Come un fottuto vampiro. He he he.
[…] La cosa che amavo degli anni 60 era quella sensazione di unità tra il gruppo e il pubblico – una connessione viva. Ciascuno credeva nell'altro e nel futuro. Condividevano un sogno. Quella connessione è tornata, anche se non c'è più quel senso di ottimismo. I ragazzini pensano che la nostra generazione li abbia scaricati, ed è vero... abbiamo fatto veramente casino nel crescere questi ragazzi quando tutto ciò di cui hanno bisogno, oggi, è musica. [1]
I Pearl Jam erano venuti al Bridge School Concert, li ho incontrati e abbiamo fatto qualche jam a casa mia, ed erano molto acuti e coinvolti, e le cose sono cominciate. Loro erano una band – ed è eccitante suonare con una band. [3]
Ho pensato che Mirror Ball fosse da suonare con un’altra band, ecco perché l’ho fatto con i Pearl Jam. Anche se i Crazy Horse pensano che avrebbero potuto proporre qualcosa di più cattivo per quelle canzoni. È sempre difficile dire ai tuoi vecchi amici che non suonerai con loro per il prossimo album, ma è la capacità di vivere separatamente che ci ha tenuti insieme per tutti questi anni. [4]
È stato veloce perché nessuno aveva molto tempo, quindi non abbiamo perso molto tempo per avere il mix perfetto o per fare cose a caso che non avevano importanza. Le abbiamo suonate e pubblicate... I Pearl Jam sono una grande band, è stato bellissimo suonare con loro. [5]
Se hai una buona situazione e puoi fare musica quando vuoi con un gruppetto di persone dritte, e non hai altro da fare, allora puoi finire con l’essere superficiale. Perché non c’è abbastanza sfida nella tua vita. Ecco perché sono andato fuori città fino a Seattle per fare questo disco. Registrare Mirror Ball è stato come audio veritè, un’istantanea di quel che accade. Talvolta non sapevo chi stava suonando. Ero conscio solo di questa grande e bruciante massa di suono.
Tutto il disco è stato registrato in quattro giorni e tutte le canzoni, salvo “Song X” e “Act Of Love”, sono state scritte in quei quattro giorni. Ho suonato “Act Of Love” con i Crazy Horse a gennaio alla Rock ‘n’ Roll Hall of Fame. Poi, la notte dopo, l’ho suonata con i Pearl Jam al Pro-Choice Benefit e la versione fu così potente che decisi lì per lì di registrare con loro il più presto possibile. A un livello puramente musicale, questa è la prima volta che sono in una band con tre potenziali primi chitarristi dai tempi dei Buffalo Springfield. In più c’è Jack Irons, il loro batterista, che è semplicemente incredibile. Ha spaccato il culo a ogni session. Non lo elogerei mai abbastanza.
Non pensavo ancora di registrare un album intero quando andammo a incidere “Act Of Love”. Inizialmente avevo due giorni con i Pearl Jam. Due giorni e solo due canzoni – non era abbastanza per me e così nel tempo in cui ero lì ne scrissi cinque. Cinque ne abbiamo registrate, una l’abbiamo lasciata fuori. Poi sono tornato per altri due giorni di sessions con due canzoni nuove. Poi ho ri-registrato la quinta della prima session. Il giorno dopo, ne ho scritte altre due. Forse “Throw Your Weapons Down”, o forse no, la gran parte della realizzazione di questo album è alquanto nebbiosa… [2]

Elliot Roberts a proposito del tour: La musica aveva una consistenza sbalorditiva. Uno dei tour migliori della nostra vita. Neil diede il meglio ogni singola notte. [1]

A proposito di “Act Of Love”
Young:
Le connotazioni di un atto d'amore sono profonde e a più livelli. Puoi dirlo tante volte e ogni volta ti dà un'idea diversa. […] Con Eddie e Jeff a cantare nei ritornelli, “Act Of Love” era perfetta. [1]

“Act Of Love” è sulla questione dell’aborto. È costruita di immagini come lo era “Rockin’ In The Free World”…
Young:
Sì, non c’è pregiudizio così tu alla fine fai i conti da te. Vedi, personalmente sono pro. Ma la canzone non lo è! Non è un soggetto facile da confrontare faccia a faccia. La gente che dice che gli esseri umani non dovrebbero avere il diritto di fermare una vita umana – hanno un punto di vista. Non puoi respingere quel punto di vista. Ma poi c’è la realtà. C’è l’idealismo e c’è la realtà, ogni volta che le due cose cercano di scendere a patti si creano grossi problemi. Questo è forse il punto di ciò che cerco di dire in questo nuovo album. È anche un commento sulle differenze tra la mia generazione “peace and love” dei ’60 e la cinica generazione dei ’90. Come questo termine ‘amore’. L’abbiamo sentito talmente tanto che si è svalutato e bisogna – se non ridefinirlo – almeno riesaminare quello che davvero indica. Tutti noi abbiamo bisogno di tornare dentro noi stessi e dare un’altra occhiata. Non puoi soltanto andare a ruota libera con le vecchie analisi perché non vanno più bene. [2]

A proposito di “I’m The Ocean”
Mi ha colpito come una delle canzoni più autobiografiche della tua carriera. Il verso “la gente della mia età non fa le cose che faccio io / Vanno da qualche parte mentre io fuggo con te”. Quel “te” è il tuo pubblico, la gente che ascolta la tua musica…

Young: Penso di sì. Sicuramente. Mi riferisco alle persone che ascoltano musica – non devono per forza esserlo però sono ancora là ad ascoltare. Siamo insieme perché entrambi evadiamo attraverso la musica. È come quel verso “Sono una droga che ti fa sognare”. Sono io che cerco di definire il potere della musica. [2]

A proposito di “Scenery”
[…] Sembra infestata dall’immagine malefica di Cobain. È come se ci fosse O. J. Simpson su un lato e Kurt Cobain sull’altro: due vittime diverse della follia della celebrità.
Young:
Be’, il problema con la celebrità e il rock ‘n’ roll comincia col fatto che oggi si diventa troppo grossi troppo velocemente. Nei ’50 e nei ’60 il rock ‘n’ roll era “grosso” ma era grosso solo per le persone che se ne occupavano. Ora è grosso per persone che non se ne occupano. Quindi non riescono a capirlo. Fanno giudizi sbagliati sui cantanti senza prima comprendere perché o per cosa quella persona è diventata famosa all’inizio. Nei ’60 c’era un confine tra gli artisti e il pubblico. È difficile da vedere ora perché oggi si è scesi alla proiezione di un’immagine. Ma le band pessimistiche di oggi hanno una visione e un’attitudine che unifica la loro generazione così come i gruppi “peace and love” unificava la generazione dei ’60. [2]

Fonti:
[1] “Shakey” di J. McDonough
[2] Mojo Magazine 1995
[3] Mojo Magazine 1997
[4] Les Inrockuptibles Magazine 1997
[5] Rolling Stone 2009