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venerdì 2 dicembre 2016

Buffalo Springfield - The Rolling Stone archives

BUFFALO SPRINGFIELD AGAIN - 1967

I Buffalo Springfield ancora una volta hanno prodotto un album vocalmente e musicalmente interessante. Le canzoni di questo disco non sempre hanno le spiccate caratteristiche di quelle dell’esordio, ma sono ben fatte anche se quello che ovviamente manca a Buffalo Springfield Again è la coesione. La diversificazione è un pregio, ma qualche volta se è troppa diventa frammentarietà: l’album infatti suona come se ogni membro del gruppo stesse soddisfando le proprie necessità musicali, tanto che ognuno produce le proprie canzoni. Nell’insieme non c’è amalgama, solo una diversità prevedibile tra le composizioni. Richie Furay ha scritto qualche canzoncina appropriata per la propria voce (“Sad Memory”) e per quella del batterista Dewey Martin, che si produce in un affettato tentativo in stile Tamla-Motown con un tocco di Otis Redding. Neil Young, un chitarrista davvero capace e originale, dovrebbe essere fortemente lodato per “Mr. Soul”, un viscerale blues contemporaneo che funziona bene. La sua seconda composizione, “Broken Arrow”, ricalca i recenti schemi beatlesiani della svolta freak: dura oltre sei minuti e ha diversi cambi di tono, ritmo, strumentazione e interpretazione vocale. Dopo un inizio con le urla dei fan e una citazione piuttosto ruvida di “Mr. Soul” il ritmo cala e diventa un’altra canzone, così nonostante gli eccellenti inserimenti di archi e di pianoforte, il brano è un insuccesso, non si regge, diventa noioso e perde d’impatto.
A dominare l’album sono le canzoni e gli arrangiamenti di Steve Stills. “Bluebird” è un blues originale e sanguigno con una grande energia, dove nel finale Stills cambia stile, trasformandola in una specie di melodia folkeggiante condotta da un banjo saltellante. Il gruppo è vocalmente al meglio in “Rock & Roll Woman”, brano musicalmente perfettamente coordinato. Buffalo Springfield Again è tutt’altro che un fiasco, siamo ben lontani da ciò: ma è comunque soltanto la buonissima, ma non stupefacente, seconda prova di un gruppo di grande talento. 
Rolling Stone 1967


LAST TIME AROUND - 1968

Come testamento finale del proprio grande talento i Buffalo Springfield pubblicano Last Time Around, il più bel disco che abbiano mai fatto, il secondo album di grande importanza di un gruppo originario del Canada (il primo è stato Music From The Big Pink) di questo mese. Entrambe mostrano le proprie radici country, ma la grande differenza sta nel diverso spessore, così mentre The Band è molto seria e va in profondità, i Buffalo Springfield sembrano avere un suono più allegro, con aromi più dolcemente country. Come racconta Jim Messina, suonano come uno “spensierato gruppo in campagna”. “Four Days Gone” è una delle migliori canzoni degli Springfield e in essa la voce di Stills è unica nel suo tremolio. È una canzone triste intrisa di aromi country & western che parla di un tipo in fuga dal governo che cerca di raggiungere la sua pollastrella (“Sto correndo da quattro giorni”) la quale non può rivelare il proprio nome dato che anche lui ha “il diritto di vivere”. Un pianoforte alla Floyd Cramer tintinna sullo sfondo, mentre Stills racconta la storia, lamentando la “pazzia dei governanti”.
Stills firma cinque canzoni del disco. “Special Care” e “Uno Mundo” mostrano la sua sbalorditiva versatilità compositiva, diverse come sono dal country & western di “Four Days Gone”. “Special Care” è un brano rock nel miglior senso del termine. Dopo un’introduzione di tastiere che rimanda a “Black Crow Blues” di Dylan, il brano si appoggia a una furiosa chitarra urlante e a un fragoroso organo che la segue a breve distanza. Stills canta un testo paranoico: “Ehi tu all’angolo / tu che mi stai fissando / ti piacerebbe spararmi?”. Il ronzio melodico e vibrato della chitarra sfuma mentre la voce cresce sempre più in sottofondo, urlando, alla gente, come se lo stessero trascinando via. “Uno Mundo” è uno schiaffo al mondo latineggiante con maracas, congas, tromba e un beat giamaicano calypso politico: “Uno mundo / l’Asia urla / l’Africa ribolle / l’America piagnucola / è tutto uguale”. Su “I Am A Child”, Neil Young suona più Tim Hardin di Tim Hardin e non succede spesso che due performer suonino perfettamente uguali, anche perché la canzone è eseguita nella stessa vena country elettrificata di Hardin. Una bella canzone con alcuni versi significativi: “Non puoi concepire neppure il piacere del mio sorriso”. Furay è un bravo cantante e le sue cose migliori sono le ballate “It’s So Hard To Wait” e “Kind Woman”. La prima è una canzone d’amore lenta e sostenuta da clarinetto, chitarra acustica, batteria e basso in chiave soffusa per far risaltare il falsetto del cantante. Lo stesso vale per “Kind Woman”.
Ma la canzone migliore del disco è “Carefree Country Day”, con la voce spezzata di Messina nella parte country più rilassata che si possa immaginare. Furay e Stills si producono in ottimi cori e dei fiati ritmati complementano in maniera superba la voce di Messina. Che peccato che non sia la first time around. 
Barry Gifford, Rolling Stone 1968