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venerdì 23 dicembre 2016

Sul Sentiero della Pace, niente è perfetto: interviste a Neil Young


Più di ogni altra cosa, l'album parla di essere consapevoli delle cose che capitano nel mondo, ma c'è spazio anche per i sentimenti personali. Raccontaci qualcosa della nascita di questo disco.
Ho iniziato scrivendo “Peace Trail” qui in Colorado, poi sono tornato in California. Avevo un'altra manciata di melodie che mi ronzavano in testa, in pochi giorni ne ho completate un paio e poi sono andato in studio. Mi piace andarci appena ho pronto qualcosa. Ho chiamato i ragazzi dei Promise Of The Real, con cui ho suonato, ma erano in tour. Subito dopo aver riappeso la cornetta, mi sono messo a scrivere un'altra canzone, poi un'altra ancora, e mi sono detto, “Ehi, non posso aspettare. Devo farlo adesso!” Nella mia esperienza, quando arriva, arriva, e non puoi aspettare. Quindi ho chiamato Jimmy Keltner e Paul Bushnell, due bravi ragazzi, siamo andati in studio e abbiamo fatto il disco.

Entrambi, ovviamente, sono musicisti esperti. Hai dato loro istruzioni specifiche o avete lasciato che le cose si creassero dall'insieme di voi tre?
Ho suonato tutte le parti delle canzoni per far loro vedere come dovevano essere nel complesso. In pratica ho smantellato l'arrangiamento in modo che sapessero tutto ciò che doveva esserci, a parte l'attacco e la conclusione. Avevo i testi su un suggeritore così da ricordarmi tutto quello che avevo scritto, e tanto bastava per entrare nel groove e suonare con loro. Gran parte del disco è stata fatta al primo o al secondo take. Credo che “Peace Trail” sia un'eccezione, è un take successivo. È successo tutto in fretta. Mi piace lavorare così per questo genere di canzoni. Era il momento giusto del mese, tutto quanto era perfetto.

In questo album ho sentito l'immediatezza dell'esecuzione, e ci sono alcuni elementi perturbanti che introduci, come l'armonica e le voci distorte, che inducono l'ascoltatore a concentrarsi.
Le canzoni sono state scritte per avere una forma semplice. Tutto è minimale, e quando finisce, finisce. Siamo stati repentini con le cose: iniziano e finiscono. Specialmente se si tratta di sovraincisioni – spariscono subito. Aggiungono qualcosa di non reale. Non si tratta di far finta di essere lì. Credo che il risultato finale sia che ti immerge nel disco. Io faccio solo un take, non sovraincido mai due volte. So che ci sono delle cose che non sono perfette, ma non importa: niente è perfetto, e se c'è magia, è indubbiamente dovuta al fatto che non ci curiamo di queste cose. Siamo più interessati in ciò che diciamo che non in come lo diciamo.

Nella canzone “Peace Trail” prendi l'impegno di andare avanti e c'è un velo di ottimismo nel ritornello “Qualcosa di nuovo sta nascendo”. Le elezioni di novembre ti hanno fatto cambiare prospettiva?
In realtà no. Provo ancora le stesse cose. Non c'è niente di ciò che ho detto che oggi cambierei o farei diversamente. Sono già immerso nel prossimo disco, che ho cominciato il 6 di novembre.

Nella canzone “Can't Stop Workin'” dici che il lavoro “fa male al corpo ma bene all'anima”. Qual è la parte più dura?
Il fatto che è un lavoro continuo: suonare e viaggiare. Si finisce per essere sotto stress. Ma se vai al passo, come faccio io, la cosa riesce piuttosto bene. Ora sono in un momento in cui ho deciso di restare in studio per un po', almeno fino a che non ho terminato il disco su cui sto lavorando. Dovrò fare due, tre o quattro sessioni simili a quelle di Peace Trail, e poi avrò completato l'album. Ma sono partito bene e potrebbe volerci anche meno tempo. Chi lo sa?

[…] Qual è la tua visione delle responsabilità di essere artista per gli anni che verranno?
Quest'epoca è molto simile agli anni 60, dal mio punto di vista. L'artista riflette sempre il suo tempo, quindi c'è molto a cui pensare, molte incognite, molte cose da descrivere. Come atmosfera siamo molto vicini a ciò che ha reso gli anni 60 ciò che sono stati. Non si tratta del fatto che l'artista ha la responsabilità di fare qualcosa. Gli artisti devono esprimere se stessi e questo darà dei risultati positivi. Tutto sarà grandioso. I giovani di questo paese non sono indifferenti a ciò che avviene. Ne siamo tutti consapevoli. Se guardi la mappa politica dei cittadini statunitensi fino ai 25 anni, è molto eloquente. È una mappa omogenea. […] [Negli anni 60] i giovani erano uniti contro lo status quo, contro la vecchia scuola e la nuova vecchia scuola. Oggi è lo stesso. I social media, i giovani, l'arte, la musica, tutte le comunicazioni fanno di questo momento storico il più fertile per l'attivismo. Sarà un periodo di cambiamento.

A proposito di attivismo, c'è una nuova canzone, “Indian Givers”, che parla di Standing Rock. Qual è la tua opinione sullo stallo?
È un'ingiustizia. È sbagliato. [Le compagnie petrolifere] non hanno avuto il permesso. Non hanno fatto le cose che dovevano fare sin dal primo momento. Hanno semplicemente cercato di prevaricare facendosi strada e sono state fermate. Ma in realtà non sono state fermate davvero.

È un ennesimo monito su come vengono trattati i Nativi Americani.
Dopo cinquecento anni siamo ancora a questo punto. Questo è un momento in cui o confermiamo che è questo ciò che facciamo, oppure iniziamo a muoverci verso il cambiamento. Il cambiamento non sarà facile perché ci sono degli interessi finanziari ai quali non importa niente di tutto questo. Standing Rock è l'inizio di qualcosa. È un momento nella storia. Dobbiamo coglierlo e da qui proseguire. […] Quanta attenzione si riesce a catturare sulle cose ingiuste e illegali? Basta diffonderle, ed è quello che fanno i social media, i musicisti, la gente a cui importa, i veri difensori in tutto il mondo. Non serve essere a Standing Rock. Basta dire di essere con la gente di Standing Rock, e spiegare agli altri che ciò che sta accadendo là è sbagliato. Informarsi, vedere cosa succede, cosa stanno facendo. Non lo troverete mai sui media controllati, ma solo sui social media.
Mother Jones, 2016


Estratti dall'intervista del LA Times
Neil Young: Solo la gente può riprendersi il potere. […] Come dice quella canzone di Patti Smith, “People Have The Power”, ma oggi è piuttosto “People Sold The Power” [la gente ha venduto il potere, ndt]. […] Basta cambiare una sola parola alla canzone e diventa una cosa completamente diversa. […] La gente ha venduto il potere ma può riprenderselo. Basta che lo voglia e se lo può riprendere. È facile. Ci sarà una battaglia, ma se lo riprenderà. […]
Il disco [Peace Trail] ha un buon feeling. Bisogna ringraziare Dio o il Grande Spirito o chiunque quando arriva qualcosa di nuovo, perché le cose potrebbero anche essere trite, vuote. E questa è la miglior notizia che possa esistere. Magari è un bambino, magari è un movimento, magari è un modo di pensare, magari è l'evoluzione. Chi lo sa? Ma è un gran bell'affare. […]
La prima volta che l'ho cantata [la canzone “Show Me”], mi pare a Telluride, ho sentito quel suono. Non lo avevo mai sentito prima: tutte le donne nel pubblico hanno spontaneamente applaudito, forse per incoraggiamento, o chi lo sa, magari perché ci si sono riconosciute. […]
Per questo disco ho rinunciato in gran parte alla disciplina. Ci sono parecchi dettagli tecnici, riguardanti la poesia e la composizione, che sono piuttosto trasandati. Ma non importa. Mi trovo a mio agio. Non ho sentito la necessità di tornare indietro a sistemare le cose. Io non faccio il controllo ortografico. Non faccio errori totalmente stupidi che devono essere corretti. Ma commetto un genere personale di errori di battitura. […]
Ho dovuto cercare su Google “moralista” per capire cosa significa e se è una cosa buona. Qualcuno ha giudicato così l'album, e magari è vero, perché è questo che provo. Potrebbe essere una cosa negativa? Non riesco a pensarlo. Ma per me va bene comunque.
LA Times, 2016

Traduzioni: MPB, Rockinfreeworld