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giovedì 8 dicembre 2016

Neil Young / Everybody Knows / Gold Rush - The Rolling Stone archives

NEIL YOUNG - 1969

Questo album di Neil Young (già membro dei Buffalo Springfield) e amici vari è diretto discendente di quel fiume di vibranti voci mozzafiato e di quella scarna ma efficace strumentazione che erano gli Springfield, specialmente per quanto riguarda la sensibilità melanconica di Young e l’ingegnosa quantità di immagini impiegate nei suoi testi (tutti riportati). Si potrebbe facilmente vedere questo disco come naturale estensione del lavoro di Buffalo Springfield Again, specialmente per “Expecting To Fly” e la frammentaria “Broken Arrow” che chiudeva quell’album. Quest’opera solista si apre con “The Emperor Of Wyoming” uno strumentale che rende l’idea del genere in modo fluido ma lamentoso, con quel tocco springfieldiano tipico del vendo che passa fra le rocce, o delle persone che è dato vedere solo nei sogni. “The Loner” è un lamento contemporaneo che miscela la chitarra di Young con gli archi in modo non stridente, consentendo alla voce dosata e gelida di Young di scalfire l’ascoltatore: l’atteggiamento e l’immaginario sono abbastanza simili a “Expecting To Fly”. Le due selezioni successive sono pezzi dello stesso puzzle; “If I Could Have Her Tonight” è lunga e cristallina, con un pesante tempo di batteria, una chitarra byrdsiana e un testo pacato, che nel complesso aggiungono quel tocco di malinconia mischiata a gioia colto tanto bene dagli Springfield. “I’ve Been Waiting For You” è un’estensione del tema, con tanto di pianoforte tintinnante e organo. 
Il lato A termina con un lungo brano intitolato “The Old Laughing Lady”, per certi aspetti vicinissima e per altri molto distante da “Broken Arrow”. Un pianoforte da brivido e una notevole sezione d’archi muovono in senso circolare la linea melodica, spuntando qua e là tra le parole aprendo grandi squarci grazie ai fraseggi. Entrambe le canzoni hanno una serie di cambiamenti di umore e di tonalità tra le strofe (in “The Old Laughing Lady” gli archi diventano sempre più pomposi e presenti) e l’accordo di pianoforte ripetuto che sfuma sul finale è molto simile al battito del cuore che sfumava in “Broken Arrow”. La differenza fondamentale tra i due è che il nuovo brano è più teso, maturo, una quieta esplosione nel senso in cui lo intende Young.
Il secondo lato si apre con un breve brano di Jack Nitzsche intitolato “Stirng Quartet From Whiskey Boot Hill”, lenta e deliberatamente eterea introduzione alla voce di Young in “Here We Are In The Years”, musicalmente dominata da un ricco arrangiamento d’archi all’interno dei quali si intaglia la voce di Young: la ruvida sfumata dice tutto. “The Last Trip To Tulsa” chiude l’album, nove minuti stilisticamente più anti-Springfield dell’album. C’è solo la camaleontica voce di Young accompagnato dalla chitarra: niente archi, batteria o piano mentre il brano cresce ad ogni strofa, la voce diventa più selvaggia, la chitarra più libera e sfrenata. Una chiusura innovativa di quello che, in molti modi, può essere visto come una ripresa del suono tipico degli Springfield in un modo nuovo. 
Gary von Tersch, Rolling Stone 1969


EVERYBODY KNOWS THIS IS NOWHERE - 1969

Neil Young non ha quel genere di bella voce che riceverebbe gli elogi di un insegnante di conservatorio. Basterebbe sentire Judy Collins maciullare “Just Like Tom Thumb’s Blues” per capire che il rock’ n’ roll non fiorisce grazie alle belle voci. Le migliori voci del rock (per esempio Mick Jagger o Richard Manuel della Band) sono solitamente granulose o addirittura ruvide e negando ogni formula di gradevolezza, mettono in risalto l’unicità del temperamento del cantante (“È il cantante che conta, non la canzone”, secondo Mick Jagger). Voci come queste non possono fare da sottofondo; richiedono di essere ascoltate e sentite. La loro essenza è l’intensità e, proprio per questo, il risultato delle cosiddette belle voci è quello di apparire pallide e smorte.
Anche se Neil Young è un bravo autore e un eccellente chitarrista, la sua forza più grande sta nella voce. La sua arida tonalità è perennemente lugubre, senza essere piagnucolosa o patetica. Sottintende un mondo nel quale il dolore sta nascosto ovunque: perfino un verso come “Non t’immagini il piacere di un mio sorriso” (in “I Am A Child”) risulta pieno di dolore e proprio perché il mondo è riconoscibile dalla maggior parte di noi, il cantato di Young sembra muoversi stranamente.
Everybody Knows This Is Nowhere è il suo secondo album dopo i Buffalo Springfield, per alcuni aspetti inferiore al precedente. Il nuovo materiale è un po’ deludente, dato che nulla tocca la dolente bellezza di “If I Could Have Her Tonight”, “I’ve Loved Her So Long” o il quieto terrore di “The Old Laughing Lady”. Anche il lavoro della chitarra soffre il confronto poiché il lirismo del primo album qui si ritrova solo in blande tracce, ma malgrado questi difetti Everybody Knows This Is Nowhere ha anche dei meriti. La musica di Young sopperisce a questa mancanza di grazia con energia e sicurezza e il cantato è ancora superbo. Ascoltate, per esempio, la convinzione che infonde nella canzone che intitola il disco, un brano sulla necessità e l’impossibilità di fuggire da Los Angeles. 
I brani più interessanti sono “Running Dry” e “Cowgirld In The Sand”. Con una melodia folk tradizionale, “Running Dry” intreccia chitarra elettrica e violino in un’inquietante miscela. La sua aura di estraneità in qualche modo rimanda alla magnifica “Out Of My Mind”. Il testo è un po’ troppo drammatico, ma la musica e la voce contribuiscono a trascenderlo, creando la sensazione di una tragedia pallidamente sottintesa. Con “Cowgirl In The Sand” funziona tutto: le parole sono pacatamente incisive, mentre la chitarra solista eleva, penetra e guida la canzone in un crescendo continuo. Ma è il cantato di Young la vera chiave del successo di questa canzone. “Cowgirl In The Sand” dimostra abbastanza chiaramente la peculiare profondità della voce di Young e indica come il rock stia ancora tentando di trionfare sulle legioni di sostenitori del cosiddetto bel canto.
Bruce Miroff, Rolling Stone 1969


AFTER THE GOLD RUSH – 1970

Gli appassionati di Neil Young probabilmente trascorreranno le prossime settimane a cercare disperatamente di convincersi che After The Gold Rush sia buona musica. Inutilmente. In contrasto al fatto che l'album contiene del materiale di prima scelta, nulla riesce a emergere da una superficie uniforme. Alle mie orecchie suona come se la maggior parte della musica non fosse pronta per essere registrata e avesse avuto bisogno di altro tempo per maturare. Sul disco la band non entra mai nello spirito delle canzoni e lo stesso Young sembra avere problemi nel cantarne alcune. Questa è solo una torta a metà cottura data in pasto al pubblico prima di essere pronta. Un buon esempio è “Southern Man”: come composizione è probabilmente una delle cose migliori scritte da Neil Young e nelle recenti performance con CSN aveva un impatto travolgente sul pubblico, ma la versione di After The Gold Rush mantiene molto poco di questa promessa. Secondo gli standard odierni il gruppo suona poco incisivo e troppo slegato. Piano, basso e batteria si inseguono come amanti smarriti tra le dune del deserto dove, pur vedendo le impronte qui e là, non riescono mai a ricongiungersi. Young cerca di far ritrovare dinamica al pezzo con la sua sola voce, ma non ci riesce; in “Southern Man” l'ascoltatore sente solo un debole sussurrare di cosa potrebbero diventare queste canzoni. Un altro aspetto fastidioso del disco stranamente è la voce. Se il racconto di Kafka “L'artista affamato” dovesse essere mai trasposto in un'opera, vorrei Neil Young nella parte del protagonista, ma in quest'album la sua intonazione appare spesso come un lamento pre-adolescenziale. Ad esempio la canzone “After The Gold Rush” mi ricorda soprattutto la signora Miller che gemendo e ansimando cerca di canticchiarci “Sono una piccola petunia solitaria in un campo di cipolle”. Apparentemente nessuno ha voluto contrariare Neil dicendogli che stava cantando una mezza ottava al di sopra della sua tonalità più ascoltabile, ma questo non è più pathos, ma fastidio irritante. Non riesco proprio ad ascoltarla. Migliaia di persone in questo paese compreranno e apprezzeranno questo disco. Credo che il loro giudizio non conti più, ma per me la prova del valore o meno di un album deriva dalla sua capacità di farti crescere dentro qualcosa i più ad ogni successivo ascolto. Qui non trovo questa qualità. Alle settanta o ottanta persone che hanno scritto a Rolling Stone protestando che io sono stato l'unico a cui non è piaciuto Dejà Vu, vorrei solo dire: questo disco ricomincia esattamente dove finisce Dejà Vu. 
Langdon Winer, Rolling Stone 1970

“OH, LONESOME ME”.
Al momento questo è forse il più grande non-singolo. Young ha preso il soliloquio del vecchio Don Gibson e l'ha allungato per tre minuti e cinquantacinque secondi agonizzanti. Chiunque suoni l'armonica sembra che in ogni momento stia per inghiottirla e poi entra la voce incerta di Neil: “Tutti escono e si divertono / Sono uno stupido a stare a casa senza avere nessuno / Non riesco a dimenticare come lei mi ha reso libero / Oh, sono solo”.
I Crazy Horse portano avanti la canzone, e la chitarra di Neil irrompe finalmente proprio mentre comincia a sfumare. Brillante ma difficilmente entrerà nella Top 40, dato che ti assorbe nella sua lentezza invece di accalappiarti coi primi accordi e poi scuoterti per le successive strofe. Smentitemi. Comprate “Oh, Lonesome Me” e lasciatevi ossessionare per quattro minuti da Neil Young & Crazy Horse. 
Rolling Stone 1970