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domenica 13 gennaio 2019

The Oral History: Old Ways I (inedito, 1982) / Crazy Horse sessions (inedite, 1984)


Neil Young: Andai a Nashville [nel 1983] a registrare un album intitolato Old Ways. Anche quello non piacque [alla Geffen]. Non lo feci uscire. Poi feci un altro album a Nashville [nel 1984] e intitolai anche quello Old Ways. [3]

Elliot Mazer: Neil mi chiamò prendendomi totalmente alla sprovvista - “hey amico, facciamo un disco”. Ero un po' scettico, avevo sentito Trans e pensavo, “quest'uomo si è perso.” […] Gli piacque il sound [registrato in digitale] e come risultato Neil comprò centomila dollari di equipaggiamento Sony. [1]

Quando ti sei disilluso sul sound digitale?
Young:
Circa quando smisi di ascoltare i miei stessi dischi. Old Ways fu il primo. [1]

Inizialmente eri eccitato alla prospettiva?
Young:
Sì. Col digitale puoi fare cose che in analogico non puoi. Il digitale ha un grande controllo, è fantastico da manipolare. Sfortunatamente non stai manipolando quello che vuoi sentire, ma una cosa che ci somiglia. [1]

Perché non continuare a registrare in analogico?
Young:
Perché? Chi lo sentirebbe? Appena lo copi in digitale sparisce comunque... L'avrei fatto solo per compiacimento personale […] [1]

Young: C’era tutto un altro album, l’originale Old Ways, che la Geffen rifiutò. Era come Harvest II. Era un insieme tra i musicisti di Harvest e quelli di Comes A Time. Era stato fatto a Nashville in pochi giorni, fondamentalmente nello stesso modo di Harvest, ed era co-prodotto da Elliot Mazer, che produsse Harvest.
C’erano Harvest, Comes A Time e Old Ways I, che era molto più un disco alla Neil Young rispetto a Old Ways II. Questo è più un disco country – che fu l’immediata risposta dopo che mi citarono per suonare il country. Più cercavano di fermarmi, più io facevo. Solo per fargli vedere che nessuno può dirmi cosa devo fare. […] Ero così eccitato per quel disco. Spedii loro un nastro con otto canzoni. Li chiamai dopo una settimana perché non avevo sentito niente, e dissero, “Be’, sinceramente Neil questo album ci spaventa molto. Non pensiamo sia la direzione migliore per te da intraprendere.”
Avevano Peter Gabriel, quelle cose technopop, ed erano totalmente dentro quel genere di cose. Scommetto che mi hanno visto semplicemente come un vecchio hippy dei Sessanta che ancora cercava di fare musica acustica o roba così. Non mi vedevano come un artista, ma come un prodotto, e questo prodotto non coincideva coi loro piani di marketing. [2]

Tim Drummond: Neil era malato quando iniziò a fare Old Ways [le prime sessions] – il che è il segnale che sta per fare un buon disco. […] Non riusciva a credere, buttava fuori canzoni velocissimo. [1]

Elliot Mazer: La reazione fu, “interessante, ma difficile da vendere.” E successe il peggio. Eddie [Rosenblatt, della Geffen] chiamò Neil e gli dissero che l'album era “troppo country”. Neil quasi scaraventò il telefono fuori dalla finestra. Non lo avevo mai visto così incazzato, era fuori di sé. Quando tornai a casa avevo tipo undicimila chiamate di Eddie. È un uomo simpatico – non stiamo parlando di uno stronzo – e disse, “suppongo di aver rovinato tutto.” Io risposi, “a dir poco.” Quelle due parole, dire che era “troppo country”, misero fine alla loro relazione. [1]

Young: Quasi per vendetta consegnai alla Geffen Everybody's Rockin'. [1]

Mazer: Old Ways era un disco più personale, ma era ancora sorretto da un concetto - “sarò un cowboy, dirò che il rock 'n roll è merda”. È un concetto che passa sopra l'arte, e non va bene. E quando il concetto ne esce vuoto, sei in pericolo. [1]

Fonti
[1] “Shakey” di J. McDonough
[2] Rolling Stone 1988
[3] Neil Young, “Il Sogno di un Hippie” (2013)


* * *

Larry Cragg: Neil si chiuse insieme al synclavier per settimane. Passò giorni solo a lavorare sul sound della batteria. [1]

Ralph Molina: Neil aveva il trip dello studio: doveva farlo suonare commerciale. Doveva ottenere questo suono possente di batteria. Non voleva avere suoni merdosi, era un'ossessione, voleva il sound di quelle nuove band con colpi potenti. [1]

Frank “Poncho” Sampedro: Mazer ci separò. Non ci vedevamo l'un l'altro, ci sentivamo tramite cuffie. Era una schifezza. […] Neil si alterò. Niente sembrava funzionare. Alla fine, l'ultimo giorno, aveva quel feedback in testa, guardò la sua chitarra e – bam! - la scaraventò contro il muro. Urlò, “il divertimento è finito! Tutti fuori! Tutti quanti a casa cazzo!” […] Fu un brutto viaggio quello di ritorno a casa. Non avevamo concluso niente. [1]

Young: Avevo sentito alla radio questo gran suono di batteria […] Oh, le sessions fecero schifo. Eravamo reciprocamente inibiti – ed eravamo tutti malati […]. Non so perché andammo a New York. Togliemmo gli Horse dal loro ambiente naturale. I Power Station... troppi dischi di successo sono stati fatti lì.
Finì con una gran delusione. Tutti quanti erano delusi e non facemmo niente per molto tempo. Perché non avevamo mai fallito così completamente. Era un periodo duro. Ero molto nervoso di mio in quegli anni – insomma, Briggs era stufo di me. I Crazy Horse avevano una bella patata bollente. Erano tutti seccati perché io registravo con altra gente. Tutti quanti erano seccati con me, ecco. [1]
Ogni volta il primo take non andava bene – ma non potevamo farlo meglio. Stavamo scazzando, facendo errori, ma quando capita e noi ci siamo dentro suona bene. Se però ci sono musicisti veri, tutto va a puttane. Le sessions saltarono. Finì proprio di botto e malissimo perché non avevamo mai fallito così totalmente, senza ottenere nulla. Dopo di quello i Crazy Horse non fecero niente per molto tempo. [2]

I concerti al Catalyst [di Santa Cruz] furono belli violenti.
Young:
Oh sì. “Violent Side” - vorrei che la canzone fosse stata pubblicata com'era venuta quel giorno – e in fondo esiste, ci sono i bootleg. La gente che la vuole sentire può sentirla. [1]
Quelle canzoni furono probabilmente l’ultima cosa valida che feci coi Crazy Horse. [2]


Fonti
[1] “Shakey” di J. McDonough
[2] Village Voice 1989