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giovedì 23 settembre 2010

Le Noise - Rassegna Stampa (pt.4)


Sottile ma nemmeno tanto celato gioco di parole che omaggia apertamente il deus ex machina del disco, Daniel Lanois, e nello stesso tempo sembra presagire l'ascolto tortuoso, tra le curve elettriche, i feedback e le distorsioni che accompagnano la voce di Neil Young, Le Noise è l'ennesimo scarto di un artista a cui si potranno "imputare" molte intemperanze e persino delusioni, ma certo non sarà mai messo alla sbarra per il suo coraggio quasi incosciente. Una irrequietezza, sappiamo bene, che segna il carattere di Neil Young e di conseguenza si ripercuote su un'intera discografia, una carriera che non vuole saperne di adagiarsi, di porgere l'altra guancia, neppure di farsi semplicemente addomesticare. A rischio così di infilare una serie di lavori alternativamente scuri, scialbi, tormentati, insipidi oppure ispiratissimi, a seconda dell'estro transitorio. Dove vada a parare in questa sequenza Le Noise è davvero difficile dirlo, perché le sue contorsioni, figlie solo in parte di lavori quali Dead Man e Arc, la sua "crudeltà" per sola voce e chitarra (ed effetti annessi, ma mai poi così invadenti da oscurare l'essenza della canzone), il suo ripetere all'infinito una piccola formula che una volta scovata si è impossessata totalmente della mente di Young stesso, sono tutti segnali di un songwriter che non vuole mollare la presa, che pensa con la faccia tosta di potersi continuamente rimettere in discussione.
Giudicandolo così, il Neil Young del 2010 è ancora avanti anni luce rispetto a molti suoi colleghi superstiti, veramente questa volta un cavallo pazzo in balia delle insofferenze della sua anima (come non leggere in questa chiave anche gli irrisolti Living With War e Fork In The Road, istantanee talmente rabberciate da spiazzare qualsiasi valutazione). Il problema però rimane sempre lo stesso: l'imprecisione, sempre mostrata quale carattere distintivo, che non si trasforma più in arte e sofferenza come spesso è accaduto nella sua storia, semmai prende la forma di un disco irrisolto, un'altra occasione sprecata. Perché Daniel Lanois, con tutto il carico di esperienza e la nomea possibile, non è affatto il salvatore, anzi persino una comparsa, una nota indefinita a margine: i suoi delay, gli echi nella voce, i piccoli "effetti d'ambiente" non cambiano la forma della preghiera “Walk With Me” o di “Sign Of Love”, che appaiono persino outtakes di Ragged Glory, però senza la spinta dei Crazy Horse.
Certo la ruggine di quella chitarra è ancora attaccata all'amplificatore e si mangia ogni centimetro dell'anima di Neil Young, ma non basta a rendere la tensione di “Someone Gonna Rescue You”, “Angry World” (facendo finta di non avere sentito le riflessioni a dir poco scolastiche del testo) e “Hitchhiker” (ripresa e nuova declinazione di un vecchio brano, “Like An Inca”) una via di uscita credibile alla completa realizzazione dell'album. Si potrebbe essere tentati dunque di cercare un rifugio in quella bluastra commozione acustica che appare in “Peaceful Valley Boulevard” (i sette minuti meglio spesi dell'intero Le Noise), ma a farvi da contraltare ci sono le parole imbarazzanti e parecchio ingenue di “Love and War”, bella melodia con scintille spanish fra le corde della chitarra, che cade appunto sotto i colpi dell'approssimazione delle liriche. Allora l'entusiasmo di Neil Young in questo nuovo sodalizio con Lanois pare realmente fuori luogo. 
Fabio Cerbone, rootshighway.it


A differenza di altri padri nobili che ormai hanno preferito far calare il sipario come Bowie o di chi soltanto raramente spedisce cartoline, alla Cohen, Neil Young continua imperterrito a timbrare il cartellino, anche nella fase crepuscolare di una carriera infinita. Ossessionato dalla perfezione formale con cui intarsiare il suo canone artistico (si pensi al maniacale e controverso disegno degli Archivi, finalmente inaugurato), egli ha altresì realizzato nell’ultimo lustro progetti “pronti e via” in base all’umore del momento come i dispensabili Living With War o Fork In The Road. Capitoli cui hanno fatto da contraltare per fortuna i discreti Prairie Wind e Chrome Dreams II, nei quali Re Luna ha trovato lo slancio per scrollarsi di dosso parte di quella ruggine che per anni gli ha dilaniato l’anima. E chi ama e segue l’uomo dell’Ontario preferisce in fondo saperlo così schizofrenico e intento a sfornare le sue istantanee sul mondo; qualsiasi ulteriore inciampo non farebbe che confermare quella fragilità insita pure in tutte le mille canzoni che ci hanno cambiato la vita.
Inevitabile dunque che anche il nuovo decennio venga bagnato con l’ennesimo manufatto del Loner, Le Noise. Titolo pleonastico per chi ha fatto del rumore chitarristico – gli amplificatori giganti nella copertina di Rust Never Sleeps ne fanno fede – uno dei cardini del proprio suono, sviscerato anche in sfumature sperimentali e contraddittorie negli anni (dallo smargiasso Re-ac-ctor al collage sonico di Arc fino alle visioni di frontiera contenute in Dead Man) . E francesismo omaggio alla novità di tappa, ovvero la presenza in cabina di regia del québécois Daniel Lanois: per anni membro de facto degli U2, brillante socio di Peter Gabriel e soprattutto colui che ha disseminato magiche iridescenze sulla terza età dell’altro totem mister Z, con magistrali produzioni su Oh Mercy e Time Out Of Mind.
Su otto composizioni per sola voce e chitarra (elettrica tranne un paio di episodi con la spina staccata), Lanois attua tra questi solchi un certosino e brillante lavoro di effetti e sfumature, tra riverberi e delay imbizzarriti. Ciò conferisce una spazialità inconsueta ai riff sanguigni e alle tipiche melodie del suo illustre connazionale, il quale le rimodella con veementi colpi di scalpello (si ascolti “Sign Of Love”, una “Cinnamon Girl” riveduta e in moviola). Già la rocciosa apertura di “Walk With Me”, con il suo intricato reticolo garage, restituisce un Cavallo Pazzo tirato a lucido, nonostante la sua Les Paul corra stavolta in solitaria, slittante e nervosa come in “Someone's Gonna Rescue Me”. E non ci si annoia neppure quando un velo di retorica senile avvolge la tirata “Angry World” o gli strazianti accordi di “Love And War”.
Semplicemente senza sbavature è invece il terzetto che chiude l’album. Si parte con “Hitchhiker”, rivisitazione di un inedito dimenticato nel limbo di metà anni 70, un autobiografico abisso di paranoie e droghe, sullo sfondo dei mutamenti dell’immenso continente nordamericano. Si tratta di uno dei sermoni più brutali e apocalittici nell’intero repertorio del Loner, vibrante di tensione vitale e ombre minacciose, nostalgico ma con lo sguardo al presente; la probabile chiusura a fil di gola di un cerchio aperto più di 40 anni fa dalle allucinazioni di “Last Trip To Tulsa”. Quindi lo struggente requiem acustico di “Peaceful Valley Boulevard”, in cui un topos tipicamente youngiano (quadretto arcadico sconvolto dal cieco e insensato delirio umano) viene dipinto lambendo vette poetiche che Mr. Soul non toccava da tempo, con i piacevolissimi spettri di “Pocahontas” e “Powderfinger” a vivacizzare la scena. E infine “Rumblin’”, un sibilo pulsante scosso da fulminee cabrate distorte e versi come “When will I learn how to heal?” che sintetizzano l’umore di un reduce – Ben Keith l’ultimo caduto nella sua comunità, RIP – indomabile.
Il miglior congedo possibile e un buon viatico al prossimo viaggio, che in base alla regola dei sei-sette anni sarà presumibilmente in direzione Nashville. La ruggine non dormirà mai, ma con queste mani di vernice la si maschera bene. 
Junio C. Murgia, storiadellamusica.it


Un nuovo disco del musicista canadese: otto canzoni di suoni delicati e ruvidi, immacolati e sporchi, sovrani e perdenti. Sono un mischiarsi di opposti che si bilancia in un equilibrio degno di una composizione pittorica. Otto tracce solcate da un’esigenza viva e percepibile fin dal primo ascolto: quella di fare qualcosa di veramente nuovo rimanendo fedeli a se stessi.
Solo, come più gli piace restare, Neil Young è tornato. Soltanto lui e la sua chitarra suonano in questo disco assoluto e fragile, Le Noise, prodotto con una finezza magistrale da Daniel Lanois, già U2, Bob Dylan, Peter Gabriel, Brian Eno. Sono otto canzoni di suoni delicati e ruvidi, immacolati e sporchi, sovrani e perdenti. Sono un mischiarsi di opposti che si bilancia in un equilibrio degno di una composizione pittorica. Otto tracce solcate da un’esigenza viva e percepibile fin dal primo ascolto: quella di fare qualcosa di veramente nuovo rimanendo fedeli a se stessi. La cosa più difficile del mondo.
Solo, lui e il suo cappello da cowboy, l’artista canadese è entrato in studio senza sapere esattamente cosa avrebbe fatto. Un disco folk, pensava vagamente. Lanois invece aveva le idee molto più chiare. Gli ha messo in mano una chitarra speciale, costruita apposta per lui. Non sei semplici corde, ma uno strumento capace di emettere più strati di suoni, risultato di anni e anni di studio nella tranquillità di casa sua. Il resto è più o meno venuto da sé. «Ha preso quello strumento che conteneva davvero tutto - racconta Lanois - un suono acustico, elettronico e di basso, e ha capito, non appena ha iniziato a suonarlo, che stavamo per portare le potenzialità della chitarra acustica a un nuovo livello. È difficile arrivare a realizzare un nuovo suono dopo cinquant’anni di rock’n’roll, ma penso che ce l’abbiamo fatta».
«Rock ‘n roll can never die, il rock ‘n roll non può morire» cantava Young nel 1979. Sapendo, da musicista posseduto quale è, che il rock all’essenza è un’attitudine: non una posa. Quindi rimane sempre, nonostante il mutare dei tempi. E lui, in continua ricerca di qualcosa capace di soddisfare la sua ansia creativa, è rimasto fedele a quell’enunciato. Azzeccando alcune mosse, sbagliandone altre: com’è normale che accada. «Questo - ha confessato - è il suono di chitarra più eccitante che io abbia mai prodotto». «Doveva essere un semplice disco acustico, poi Lanois mi ha lasciato da solo in una stanza con quella chitarra e tutto è cambiato». Quello che è successo, spiega Lanois in un’intervista, è «che potremmo aver reinventato il rock ‘n roll a un certo grado. Avere solo una persona e ottenere tutta questa potenza nella registrazione: ehi, è qualcosa!». In ogni caso «è la direzione opposta a quella che le altre persone stanno prendendo» racconta ancora Lanois. «La maggior parte delle produzioni rock mettono sempre più cose nella registrazione, comprimono di più ed equalizzano di più. Noi siamo andati nella direzione opposta. Abbiamo deciso di rappresentare il paesaggio, in modo che puoi vedere quale sia il centro».
Nel fondo emotivo del disco c’è un periodo sfortunato sia per Neil Young sia per Daniel Lanois. Il primo ha perso nel giro di pochi mesi un amico regista, Larry Johnson, e poi un membro storico della sua band, Ben Keith. Il secondo è stato vittima di un brutto incidente stradale, rischiando di perderla lui stesso, la vita. È successo mentre tornava a casa in moto. Ha evitato bruscamente una macchina che gli veniva addosso ed è finito sulla cabina dell’elettricità a bordo della carreggiata. Schizzando a quasi cento metri dal luogo dell’impatto. «Il mio incidente, la perdita degli amici: tutto è finito nel disco», dice Lanois. Spiegando che «fare un album non è qualcosa di lontano dalla realtà». Il lavoro che è venuto fuori però è avvolto dentro un’atmosfera spirituale, quasi mistica. Sembra osservare una legge del contrappasso. Più la realtà è dura e segnante, più il disco prova a elevarsi. S’ispessisce di significati, s’ingrossa d’intimità, tocca corde complicate e sottili, anche con durezza.
«Questo album ha molto a che fare con l’amore - dice Young -. L’amore è quasi in ogni canzone». Ma quando si tratta di capire cosa Young intenda esattamente per amore tutto diventa più confuso. In “Love And War”, il pezzo più seducente dell’album, ammette: «Quando canto di amore e di guerra, non so esattamente cosa dico». Quanto alla guerra, invece, che nella canzone fa da contrappunto all’amore, spiega: «Sembra che faccia parte della condizione umana fare guerre in continuazione. Ho le mie opinioni a riguardo ma non sono convinto siano corrette». L’unica cosa che rimane certa, allora, è il dolore sordo che procura la morte sul fronte: «Hanno provato a dirglielo, hanno provato a spiegarglielo, perché Papà non tornerà più a casa», canta la voce rugosa di Young. E poco importa la religione a cui una persona appartiene: in fondo, nella sofferenza, gli esseri umani sono tutti uguali: «Pregano Allah e pregano il Signore - borbotta la voce di Young nella strofa - ma per la maggior parte le loro preghiere sono sull’amore e la guerra».
C’è anche spazio per canzoni più personali, in questo disco. “Hitchhiker” è una confessione di smarrimento. Il racconto nudo di quando Neil passava da una droga all’altra senza arrivare mai a niente. «Quando ho provato l’hashish, ne ho fumato un po’ e l’ho fatto ancora, e ancora una volta», canta. Per approdare poi a un altro luogo dello stordimento, «le anfetamine». Ma a quel punto la notte ha preso a non finire mai, la luce del neon era sempre accesa. L’insonnia aveva sostituito il piacere. La fragilità si era spogliata completamente. E al posto dello spacciatore sotto casa, Neil andava dal medico che gli ordinava d’inghiottire «valium». Ma nonostante ciò «non riuscivo a chiudere occhio, non riuscivo a chiudere occhio», mugugna dolorante al microfono. E conclude, senza lieto fine, mostrando le sue cicatrici: «Ho cercato di lasciarmi indietro il mio passato ma lui mi raggiunge sempre».
Eppure Neil Young è stato il cantante che quando l’eroina andava per la maggiore ha avvertito tutti con la sua bellissima “The Needle And The Damage Done”, inclusa nell’album capolavoro Harvest: «Canto questa canzone perché amo l’uomo, so che qualcuno di voi non lo capisce... Ho visto l’ago e il danno compiuto, un po di questo è in ognuno, ma ogni drogato è come un sole che tramonta». Sempre contrario al risvolto autodistruttivo presente nell’edonismo degli anni Settanta, ne è stato da una parte spettatore ferito, vedendo morire molti dei suoi amici. Dall’altra è stato vittima anch’egli di quello spirito, pagandone un prezzo alto, ma maturando una capacità forse ineguagliabile di guardarci dentro, quel vuoto, e di cantarlo. Come quando compose la bellissima “Sleeps With Angels”, in onore di Kurt Cobain, il più rivoluzionario musicista rock degli ultimi vent’anni. L’inventore del grunge, il cantante dei Nirvana. Morto nel suo appartamento. Suicida.
A lui era legato da una ammirazione musicale sincera nonché dalla capacità di capire che quel ragazzo biondo dagli occhi azzurri stava imprimendo alla musica una innovazione definitiva. Cosa ancora più importante se si pensa che la rivoluzione grunge si realizzava proprio contro il rock classico, di cui Young era un interprete affatto secondario. E lui, invece di chiudersi nel suo recinto, si mise in gioco. Fino ad arrivare al punto di ringraziare Kurt Cobain per avergli ridato l’ispirazione. Questa capacità di vedere l’altro da sé e di dargli spazio, in realtà, è una costante. Fu proprio lui a chiamare negli anni Novanta i Sonic Youth per aprire i suoi concerti. Per non parlare della collaborazione con i Pearl Jam, la band più classicamente rock di tutto il movimento grunge, con cui fece addirittura un intero disco, Mirror Ball.
Questo per dire che Neil Young appartiene alla categoria di quelli che sanno che il rock non è una posa: ma l’intenzione del cambiamento. Obiettivo che lui ha perseguito per tutta la carriera. Anche in quest’ultimo, delizioso disco. 
Nicola Mirenzi, terranews.it


Ultima fatica in studio per questo leggendario rocker canadese dalla vicenda artistica infinita, che negli ultimi anni ci ha abituato all'uscita di nuovi lavori alternata alla preziosa pubblicazione di inediti documenti sonori d'archivio. Otto brani in solo, voce e chitarra, registrati a Los Angeles presso la casa studio di Daniel Lanois, mitico produttore del suono, che tra i suoi meriti annovera senz'altro quello di aver resuscitato Bob Dylan sul finire degli anni '80, quando a New Orleans produsse quel capolavoro indimenticabile che rimane Oh Mercy. Questa la novità: l'incontro tra il campione di una ruvida immediatezza elettrica, anticipatore del punk (prima) e del grunge (poi), con l'alchimista del suono, il raffinato calcolatore di equilibri sonici, vera eminenza grigia celata dietro al più che indicativo titolo di Le Noise.
Quello che ne risulta è un Neil Young scabro, ancor più essenziale del solito, seppur poderoso nel suono, per lo più avvolto in una nuvola di echi, riverberi e distorsioni, sapientemente allestita dall'abile Lanois, come se l'energia elettrica di Rust Never Sleeps o successivi lavori sublimasse in una sorta di baluginosa dimensione metafisica. Qualcuno potrebbe parlare di minestra riscaldata, ma la verità è che lo scapicollato cantautore di Toronto si dimostra ancora una volta vivo, sempre affamato di sperimentazione e capace di gestire come pochi la categoria valoriale del sound nella musica popular. La sua chitarra, infatti, in questo ultimo album è proprio l'esempio paradigmatico di come un'attenta costruzione del suono sia il fondamentale punto di partenza di ogni linguaggio rock che si rispetti. In Le Noise, poi, l'appassionato troverà molti roboanti riffs che certo non potrà trascurare e una splendida ballata acustica "Hitchhiker", già proposta da qualche anno dal vivo, che si presenta all'altezza delle migliori composizioni di Neil Young. L'emozionante chorus che la compone, diviso in tre susseguenti sezioni, ha davvero la statura di un classico destinato a sfidare il passare del tempo. Inarrestabile. 
Marco Maiocco, discoclub65.it


Che la firma di Neil Young sia da decadi ormai sinonimo di qualità, non è cosa nuova. Che ancora ad oltre quaranta anni di carriera si possa scrivere musica buona ed anche attuale, è un dono sempre più raro. Ed il fatto che ormai anche i “dinosauri” della storia della musica non possano o non riescano ad inventare alcunché di ancora non ascoltato, non toglie comunque nulla alla semplice bellezza di prodotti come Le Noise, una gran boccata d’ossigeno all’interno dell’odierna metaforica cloaca musicale.
L’ex Buffalo Springfield si ripropone in questo 2010 con un album che mescola il folk classico delle sue origini e della sua parte di carriera più famosa, con un rock più duro, non proprio l’hard rock di alcuni suoi precedenti lavori, ma comunque una musica potente ed a tratti adirata. Una miscela interessante che potremmo definire hard folk, o folk elettrico.
È in effetti Le Noise un album assolutamente cantautorale di base, con tracce omogenee, liriche sempre in primo piano nel contesto delle canzoni, poco spazio ad assoli o a sezioni strumentali. Tuttavia, non vi è prevalenza di tracce totalmente acustiche. Sono, infatti, solo due le canzoni di questo tipo: la quarta, “Love and War”, e la settima, “Peaceful Valley Boulevard”.
Proprio quest’ultima è il capolavoro vero e proprio presente all’interno del cd. Un brano eccezionale, solo voce e chitarra, come ai vecchi tempi. Il delicatissimo arpeggio trasporta l’ascoltatore in un’atmosfera intensissima, malinconica, e struggente, accompagnando una voce flebile emozionante come in nessun’altra delle sette tracce, anche grazie a quella cadenza sussurrata e quasi singhiozzante di alcune fasi.
Una formula più che vincente che non viene del tutto ripetuta nell’altra canzone acustica di Le Noise, che pure con la sua atmosfera da ballatona folk riesce a catturare il cuore dell’ascoltatore. Ma anche alcuni tra i brani elettrici sono degni di applausi. Su tutte le tracce numero due e tre, “Sign of Love” e “Someone’s Gonna Rescue You”, molto simili nelle sonorità, ed aventi dei riff piuttosto trascinanti.
Non vi sono nèi particolarmente gravi da riscontrare in un album tanto ben riuscito. Se proprio si vuole essere pignoli, il suono della chitarra elettrica sembra un po’ stridente, grattugiato, leggermente fastidioso nell’insieme. E forse la scelta di non suonare con il supporto degli altri strumenti di base ha reso il tutto leggermente troppo uniforme, escluse, naturalmente, le due acustiche.
Tuttavia, non sono questi difetti tali da cambiare la sostanza del giudizio riguardante questo Le Noise. La speranza ora è che Neil Young prosegua la sua carriera ancora a lungo, nonostante ci abbia già donato tanto, più di quello che ci si potrebbe attendere. Ma sarebbe, e sarà, realmente un gran dispiacere perdere un artista di questo calibro, con tutta la sua passione e la sua propensione verso una musica dal forte impatto emotivo. Una musica che arriva al cuore senza cercare le tasche, come spesso accade in questi tempi.
Marco Abbate, rockshock.it