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giovedì 23 settembre 2010

Neil Young: Prairie Wind (Reprise, 2005)

di Salvatore Esposito da www.ilpopolodelblues.com

Come Greendale, anche Prairie Wind, il nuovo album di Neil Young si lascerà dietro una lunga scia di polemiche. L’inaspettato ritorno al country, le tematiche molto personali, gli arrangiamenti a tratti quasi barocchi, hanno già messo in crisi i fans di vecchia data ma questo disco ha nelle sue corde la potenza lirica per commuovere ogni ascoltatore. Prairie Wind arriva dopo un periodo non particolarmente felice per la vita di Neil Young, che come ha detto lui stesso “avrebbe messo alla prova la fragilità di chiunque”, segnato prima dal suo ricovero per asportare un aneurisma cerebrale e poi dalla morte del padre. Nonostante i brani siano stati composti in larga parte nei mesi precedenti a questo periodo, si contraddistinguono per la grande profondità dei testi in cui, mai come in questo caso, Young parla a cuore aperto dei suoi ricordi e del suo passato. Prairie Wind prima di essere un album di ricordi è però la chiusura di un discorso aperto nel 1972 con Harvest e proseguito con dischi come Harvest Moon e Silver & Gold e a quasi sessant’anni (li compirà il prossimo 12 novembre) tutto ciò suona come un ulteriore tentativo di approfondire il filone country che da sempre ha caratterizzato la sua carriera. Per Neil Young il country significa la perfezione e mai come in questo disco sembra averla toccata, almeno dal punto di vista sonoro. Certo, come detto, non è il disco che tutti si aspettavano ma se lo avesse inciso qualche anno fa avremmo tutti gridato al capolavoro, cosa che purtroppo non è. Di brani buoni ce ne sono ma allo stesso modo il disco si perde nei suoi meandri sonori quasi Neil Young si fosse sottomesso all’irrompere di un flusso emozionale. Ricordi della sua infanzia vissuta in Canada, autocitazioni, chiare sensazioni di deja vù pervadono tutto il disco così come  il sound di Nashville, lo segna in modo incontrovertibile in tutte le sue sfumature. Ad affiancare Neil Young in questo disco troviamo un gruppo di amici storici riscoperti per l’occasione tra cui spiccano i nomi di  Spooner Oldham alle tastiere, Ben Keith alla pedal steel, Chad Cromwell alla batteria, Rick Rosas al basso ed Emmylou Harris ai cori.  Ad aprire il disco troviamo, The Painter, una ballata dolcissima dalla melodia trascinante che introduce i due brani clou del disco, l’elegia dai toni epici di No Wonder, e le confessioni in falsetto di Falling Off The Face Of The Earth che suona come una sorta di ringraziamento ai suoi fans che lo hanno sostenuto nei momenti più difficili. Qualche caduta la si ha nei brani più intimistici come la title-track, dedicata al padre, su cui pesano le eccessive lungaggini strumentali o della quasi stucchevole ninnananna Here For You dedicata alla figlia. Prairie Wind però non è avaro di belle sensazioni che emergono quando meno te lo aspetti come nel caso di Far From Home, un vero e proprio album di famiglia evocato dall’incalzare della sezione di fiati in pieno honky-tonk style; o della ballata orchestrale It’s A Dream; e da This Old Guitar, cantata in duetto con Emmylou Harris e dedicata alla sua chitarra da cui non si è mai staccato (“L’ho prestata solo a Bob Dylan quando gli diedi il mio tour bus”) e che un tempo apparteneva ad Hank Williams. L’ultima zampata del disco è He Was The King, dedicata ad Elvis Presley e caratterizzata da un andamento travolgente, con i fiati di Wayne Jackson dei Memphis Horns in bella evidenza. Chiude il disco When God Made Me, una ballata pianistica già eseguita nel corso del Live 8 che non lascia il segno se non la sensazione che con questo brano Young abbia voluto scrivere la sua Imagine. Seguendo la tradizione, iniziata con Greendale di proporre più che dischi veri e propri progetti a 360°, anche in questa occasione Neil Young ha allegato al disco un bonus dvd con le immagini delle session di registrazione, a cui a breve seguirà un altro dvd contenente il film-concerto diretto da Jonathan Demme già registrato nella storica cornice del Ryman Auditorium di Nashville il 18 e il 19 agosto.


di Salvatore Esposito da JAM

Dopo Greendale, disco controverso e ambizioso del 2003, il loner canadese torna con un disco molto personale registrato a Nashville

“Le mie canzoni parlano da sole”: così Neil Young ha commentato i brani del suo nuovo disco, e l’impressione che si ha guardando la bellissima copertina è quella di essere di fronte a un disco molto personale in cui si rincorrono i ricordi della sua infanzia vissuta in Canada. Nonostante il periodo difficile da poco trascorso, caratterizzato dal ricovero per asportare un aneurisma cerebrale e dalla morte del padre, Neil Young, alla soglia dei sessant’anni (li compirà il prossimo 12 novembre), con questo disco tira le somme di tutta la sua carriera. Parlando delle canzoni ha aggiunto: “Ho semplicemente seguito le mie inclinazioni; tuttavia questo tipo di musica (il country, nda) mi permette maggior successo nel comunicare”. Il raccontarsi è dunque diventato anche l’occasione, prosegue Young, per “dimostrare il nostro rispetto per le radici della country music e per la terra dove possiamo stare oggi”. Le continue auto citazioni e la costante sensazione di deja vù che pervade Prairie Wind sono il chiaro segno che con questo disco il canadese abbia voluto chiudere un cerchio aperto nel 1972 con il capolavoro Harvest e proseguito con alterne fortune con Comes A Time, Old Ways, lo splendido Harvest Moon e Silver & Gold. Ciò che cambia rispetto a questi dischi sono i contenuti, l’impatto lirico, la profondità dei testi: mai come ora Neil Young parla direttamente di se nelle sue canzoni in cui il protagonista è lui insieme ai suoi ricordi. Ad affiancarlo troviamo un gruppo di amici storici riscoperti per l’occasione tra cui spiccano i nomi di Spooner Oldham alle tastiere, Ben Keith alla pedal steel, Chad Cromwell alla batteria, Rick Rosas al basso ed Emmylou Harris ai cori.
Il disco è un fluire continuo di immagini poetiche che come le pagine di un vecchio album di famiglia vengono sfogliate davanti ai nostri occhi. Si comincia con The Painter, la cui dolcissima melodia entra dentro sin da subito fino a colpire al cuore con il verso “If you follow every dream you might get lost”. Seguono poi due perle come l’elegia epica di No Wonder, un brano che se fosse stato scritto vent’anni fa avrebbe fatto gridare al capolavoro, e le confessioni in falsetto di Falling Off The Face Of The Earth in cui Neil Young sfoggia una insospettabile capacità di sfruttare tutto il suo registro vocale. Il disco pecca un po’ di incostanza e non è sempre su alti livelli come nel caso della title-track, dedicata al padre, su cui pesano le eccessive lungaggini strumentali o della quasi stucchevole ninnananna Here For You dedicata alla figlia. Altri spunti interessanti vengono però dalla trascinante Far From Home che durante il film concerto al Ryman Auditorium di Nashville tenuto lo scorso agosto ha introdotto dicendo: “Questa canzone significa molto per me. L’altro giorno ho cominciato a piangere mentre la suonavo. Sono ricordi di famiglia”; o ancora dalla ballata orchestrale It’s A Dream; e da This Old Guitar, cantata in duetto con Emmylou Harris e dedicata alla sua chitarra da cui non si è mai staccato (“L’ho prestata solo a Bob Dylan quando gli diedi il mio tour bus”) e che un tempo apparteneva ad Hank Williams. L’ultima zampata del disco è He Was The King, dedicata ad Elvis Presley e caratterizzata da un andamento travolgente, con i fiati di Wayne Jackson dei Memphis Horns in bella evidenza. Chiude il disco When God Made Me, una ballata pianistica già eseguita nel corso del Live 8 che non lascia il segno se non la sensazione che con questo brano Young abbia voluto scrivere la sua Imagine. Come nel caso di Greendale al disco è allegato un dvd contenente le immagini delle session di registrazione mentre a fine anno se ne verrà pubblicato un altro contenente il film concerto diretto da Johnathan Demme, registrato allo storico Ryman Auditorium di Nashville gli scorsi 18 e 19 agosto.


Neil Young
Prairie Wind
Reprise, 2005

The Painter
No Wonder
Fallin' Off The Face Of The Earth
Far From Home
It's A Dream
Prairie Wind
Here For You
This Old Guitar
He Was The King
When God Made Me

Neil Young: acoustic and electric guitar, harmonica
Ben Keith: dobro, pedal steel and slide guitar
Spooner Oldham: piano, Hammond B3 organ and Wurlitzer electric piano
Rick Rosas: bass guitar
Karl Himmel: drums on "Far From Home," "It's A Dream," "This Old Guitar," and "No Wonder," and percussion on "Here For You," "Prairie Wind," "He Was The King," and "This Old Guitar"
Chad Cromwell: drums on "Here For You," "Prairie Wind," "He Was The King," and "This Old Guitar," and percussion on "No Wonder"
Grant Boatwright: acoustic guitar on "It's A Dream"
Clinton Gregory: fiddle on "No Wonder"
Horns:
"Far From Home," "Prairie Wind," "He Was The King":
Wayne Jackson of The Memphis Horns: Arranger
Wayne Jackson: horns
Thomas McGinley: horns
Special Guest Vocalist:
Emmylou Harris "Far From Home," "This Old Guitar," "No Wonder"
Singers:
Pegi Young "Far From Home," "Here For You," "Prairie Wind," "He Was The King," "Fallin' Off The Face Of The Earth," "No Wonder"
Diana Dewitt "Far From Home," "Here For You," "Prairie Wind," "He Was The King," "Fallin' Off The Face Of The Earth," "No Wonder"
Anthony Crawford "No Wonder," "Prairie Wind," "The Painter"
Gary Pigg "He Was The King," "No Wonder"
Curtis Wright "No Wonder"
Grant Boatwright "The Painter"
Strings: "Here For You" "It's A Dream":
Chuck Cochran: arranger
Pamela Sixfin
Connie Ellisor
Alan Umstead
David Davidson
Mary Kathryn Vanosdale
David Angell
Gary Vanosdale
Jim Grosjean
Kris Wilkinson
Carole Rabinowitz
Bob Mason
Carl Gorodetzky
Everhard Ramon
Fisk University Jubilee Choir
"No Wonder" "When God Made Me"
Paul Kwami, director
Brandon Colvin
Hayley Reed
Kawana Nicole Williams
Jeremy Kelsey
Aorian Chism
Christan Riley
Terrance Pogue
Wesley Trigg

Recorded at Master-Link, Nashville
Produced by Ben Keith and Neil Young