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L'ultimo esperimento è un "pastiche" cinematografico surreal-western a base ecologista, più relativo soundtrack che mischia brani live, jam, cover e strumentali.

lunedì 29 ottobre 2012

Psychedelic Pill - Rassegna Stampa (pt.1)

 
Neil Young & Crazy Horse: La leggenda continua con Psychedelic Pill

Accade sempre più di rado che il rock fa breccia nelle classifiche di vendita USA, ma il gioco è riuscito qualche mese fa a Neil Young con Americana ed è probabile che si ripeta con Psychedelic Pill, album in uscita il prossimo 30 ottobre. Sembra proprio che il grande cantautore canadese abbia fatto un patto con il diavolo e non voglia lasciarsi travolgere dal peso degli anni. E se un segreto per tanta energia esiste, è probabile che sia l’amicizia della sua storica band, i Crazy Horse, al suo fianco sia in Americana sia in Psychedelic Pill. Quest’ultimo disco – doppio cd e triplo vinile, con un brano, “Driftin’ Back”, che dura quasi mezz’ora (!) – è l’ennesimo tassello di una leggenda cominciata nel lontano 1969. Sarebbe complicato ripercorrere qui le vicissitudini di questo sodalizio, ma dobbiamo almeno ricordarne le tappe salienti, da Everybody KnowsThis Is Nowhere a Zuma, da Rust Never Sleeps a Ragged Glory, per arrivare a Year Of The Horse, cd live e documentario firmato da Jim Jarmusch. Con buona pace di chi si spende in elogi sperticati per questo o quell’altro regista consideriamo Year Of The Horse in assoluto uno dei migliori film sulla musica rock. Non contento di essere tornato a fare dischi e concerti – la Musa, come dice lui stesso, non andava più a visitarlo – Young ha occupato il suo tempo scrivendo e perfezionando dei progetti piuttosto ambiziosi. Della musica non si può che ripetere che vede Young e i Crazy Horse al massimo delle loro capacità. Scriveva nel 1986 su Rolling Stone il noto critico americano David Fricke: «Young, trasportato in una specie di pazza trance chitarristica, batte i piedi con rabbia sul palco durante gli assoli centrali, come un cavallo». Tra i nuovi brani spiccano la già citata “Driftin’ Back” – un vero tour de force con cui Young aprirà probabilmente i concerti – e “Twisted Road”, ennesimo inno al viaggio e alle automobili. Schematizzando, possiamo dire che la musica di Neil Young si muove lungo due direttrici: quella elettrica e quella acustica, vissute tuttavia come espressioni dello stesso mondo poetico. La Musa è di nuovo andata a fargli visita, ma nel frattempo Young non è rimasto con le mani in mano: alla fine dello scorso settembre è stata pubblicata la sua autobiografia, Waging Heavy Peace, 500 pagine di ricordi, sogni e progetti. In Italia la pubblicherà a gennaio Feltrinelli (nella traduzione di due younghiani doc, Marco Grompi e Davide Sapienza), ma intanto possiamo anticiparne un breve passaggio, parole che sorprendono per la loro assoluta sincerità. Young non ha voluto seguire un percorso cronologico, i piani temporali si sovrappongono e si mescolano, ma questo libro ha una voce inconfondibile. A volte sembra di sentire Young parlare. Di molte cose ma soprattutto della sua famiglia e degli amici più cari. Ai Crazy Horse è dedicato molto spazio. Young ha trovato il tempo per preparare un’antologia, Crazy Horse: The Early Daze, che dovrebbe rendere giustizia a quelli che lui stesso chiamava «i Rolling Stones» americani: «Mi piace lavorare su questo disco. Mi fa sentire bene». Se questo album uscirà davvero – Young è famoso anche per mettere troppa carne al fuoco – Ralph Molina, Billy Talbot e Poncho Sampedro avranno un premio per l’amore e la pazienza con cui seguono il loro capo. Vedere The Year Of The Horse di Jarmusch e ascoltare Psychedelic Pill per credere.
Giancarlo Susanna, L'Unità

Astenersi cinici, tecnomaniaci futuristici. Qua si va indietro nel tempo.
Non che Neil Young sia uno particolarmente attaccato al passato, nel senso "retromaniaco": basta leggere la sua recente autobiografia in cui allegramente - si fa per dire - svolazza tra ricordi (meno di quelli che era lecito attendersi) e nuovi progetti (descritti in minuziosi dettagli).
E’ stato fin troppo facile scriver male della sua biografia e sarebbe facile fare altrettanto con “Psychedelic pill”, che è una sorta di “musical companion” di quelle pagine. Ma questa è musica. Per cui qua perdoni volentieri a Neil Young che in “Drifitin’ back” ritornino le sue ossessioni già ripetute alla nausea su carta: la lotta contro gli MP3 (“Quando ascolti la mia canzone, te ne arriva il 5%”, canta, richiamando il suo progetto di un sistema digitale che riproduca la qualità sonora di uno studio d’incisione), la nausea per l’immagine ( “I’m gonna get my a hip-hop haircut”, dice sarcastico). Ma è musica, appunto: i 27 minuti di psichedelia pura e di chitarre elettriche lavano via ogni cosa.
Perché finalmente Young è tornato con i Crazy Horse, come si deve. ”Americana” era il disco del ritorno con la sua band storica, ma qua si fa sul serio. Mica cover patriottiche o strane riletture di standard folk. Qua c’è solo musica originale, c’è tutta la chimica di questo gruppo di musicisti che imbracciano gli strumenti e si dimenticano di essere quasi settuagenari. Ci sono tutti i motivi per amarli o per odiarli, tutti elevati all’ennesima potenza. Date un’occhiata alla scaletta e guardate la durata delle canzoni, o ascoltate “Walk like a giant”.
C’è tutto l’immaginario di Young, il suo rapporto viscerale con le radici e con gli strumenti. Ci sono quei suoni sporchi e acidi che solo i Crazy Horse san tirare fuori, sia nelle canzoni concise che in quelle più dilatate.

"Psychedelic Pill" non scopre nulla, è chiaro. Solo che questa è musica, questa è la sua musica. E se vi piace Neil Young, assaggerete volentieri le sue pillole psichedeliche: quelle che per molti potrebbero essere indigeste e lassative pastiglie, per voi saranno un puro piacere per il palato.
Gianni Sibilla, rockol.it


Chi scrive non ha mancato di sottolineare quanto gli ultimi dischi di Neil Young sembrassero più urgenti che ispirati. Bene, con questo Psychedelic Pill - di nuovo in sella ai fidi Crazy Horse dopo il recente Americana - si rientra in carreggiata alla grande. E sapete di che razza di carreggiata stiamo parlando. Sommariamente, si tratta di otto pezzi più uno (la versione alternativa della title track) per quasi un'ora e mezza di caro vecchio country psych ad alto tasso d'elettricità. Ma in realtà in ballo c'è altro. Questo disco è un affronto alla dissoluzione del supporto fonografico, un rilancio avventato, un doppio album (triplo nella versione vinilica) come segno di sfacciata, baldanzosa persistenza. Un lavoro semplice e complesso assieme, certo ben consapevole di non poter arginare un bel nulla ma che ugualmente si butta nella mischia come se fosse l'unico modo per tracciare un confine tra definito e indefinito, tra significativo ed effimero.
In ogni traccia avverti frammenti di mille situazioni del catalogo younghiano (le coordinate convergono in particolare verso Zuma, Freedom, Sleep With Angels, il trascurato Broken Arrow e l'immancabile Rust Never Sleeps), detriti frutto dell'erosione di un edificio che eccede ormai se stesso, ma questo non ne svilisce la forza anzi ne sottolinea la natura, ne attesta l'origine amplificandone il mandato. È un disco orgoglioso di portarsi dentro tutti i titoli che lo hanno preceduto, l'approdo solido di un lungo percorso, disposto a farsi preventivamente un baffo di ogni accusa d'obsolescenza perché sorretto da una convinzione granitica, ancor più rilevante in questi anni buoni a polverizzare i riferimenti in una miriade di stili simultaneamente possibili e perciò impossibili, perciò de-stilizzati.
Indifferente e fiero come una delle bestie a cui rimandano i suoi soprannomi (bisonte, cavallo pazzo, lupo grigio...), il sessantasettenne Young fa rotolare idee più o meno buone in una panatura scabra e vischiosa come insegna la ben nota ricetta, mantecando il tutto in un crogiolo di assoli che poi sono le variazioni di uno stesso, interminabile assolo iniziato (almeno) quattro decadi fa. Come dire è tutto un gioco signori, una pillola illusoria, ma ne abbiamo/ne avete bisogno: “Ramada Inn” è ballata melò tra deserto e asfalto, “She's Always Dancing” possiede impeto roccioso e lirismo corale CSN&Y, “Born In Ontario” snocciola country-stomp sanguigno e beffardello come certi siparietti che alleggerivano le scalette dei 70s, “Twisted Road” fa country folk tutto mentale e persino un po' (volontariamente?) caricaturale, “Walk Like A Giant” trama arpeggi e intagli acidi screziandoli con un fischio ammiccante e coretti beachboysiani fino al ritornello sbruffone.
Non si può tacere certo della mezz'ora d'immersione indolente e rapita di “Drifting Back”, innescata da un ciondolare acustico neanche troppo brillante ma quel che conta è peregrinare in sella al bisogno quasi fisiologico d'astrarsi sulla vibrazione elettrificata. Poi, certo, c'è “Psychedelic Pill”, il vocoder e il riffone in acido robottizzato spacey, rigurgiti Re-actor e Trans in cavalcata sbrecciata Ragged Glory, la semplicità basale “Cinnamon Girl” nell'assolo, la versione alternativa che toglie l'effettistica sottolineando filiazioni da Freedom (o meglio dal febbrile coevo Eldorado EP).
È il disco di Young più riuscito da venti anni a questa parte, uno dei suoi più importanti per come impatta sul presente e per la potenza con cui tira le fila di una carriera formidabile. Nei "passi" finali della già citata “Walk Like A Giant” c'è qualcosa di giocoso, improrogabile (sono o non sono i "prisoners of rock'n'roll"?) e assieme struggente. È una baracconata che rimanda a qualcosa di inesplicabilmente profondo che non demorde pur sapendosi quasi sul punto di arrendersi. È lo psych rock come categoria del sentire, del vivere, dell'esprimere. Non ci credevamo quasi più, ma ancora una volta dobbiamo essere grati a Neil Young.
Stefano Solventi, sentireascoltare.com

Il 2012 per il vegliardo ma infaticabile, vulcanico (finanche iperattivo) Neil Young è l’anno delle prime volte. Dopo il suo primo album di cover - Americana - arriva, con gran stupore del pubblico di affezionati e non, il suo primo album doppio, Psychedelic Pill. Innegabile ammettere che “Americana” abbia funto da riscaldamento, perché dopo tanti anni sono tornati i Crazy Horse ad accompagnare il Loner in un disco di materiale originale, e per di più impegnati nella cosa che da sempre riesce loro meglio, le lunghe jam elettrificate.
Stavolta dette jam non sono solo lunghe, ma persino chilometriche, talvolta colossali. In un certo senso, Young qui chiude il cerchio, come se fosse una naturale conseguenza dell’idea portante della sua carriera, iniziata più di quarant’anni fa con Everybody Knows This Is Nowhere: l’espansione in forma libera del folk-rock. La stessa idea di allungare ulteriormente le già vaste jammate dei Crazy Horse suona ridondante. Il punto è che il procedimento riguarda la durata effettiva dei brani e poco altro, perché invece nella sostanza la volontà del canadese assomiglia pericolosamente a una formula replicabile ad libitum, per qualsiasi brano con un qualsiasi straccio di melodia, sequenza di accordi e riff, un’infinita sequela fatta di pattern il cui modulo è “sezione canto-sezione improvvisazione-sezione canto”. Difficilmente in Psychedelic Pill si ritrova l’urgenza e la temperatura rovente dei suoi grandi classici o delle cavalcate dal vivo (per non parlare dei trentacinque minuti electro-noise di Arc, questo sì un autentico episodio alieno nella sua carriera).
In ogni caso, di psichedelia in questo disco c’è davvero poco, a parte - appunto - quest’idea di “espansione” dei brani velatamente Grateful Dead-iana (e la copertina à-la modè). Ma Neil Young qui non esplora nessuna “Dark Star”, anzi lascia un po’ genericamente vagare e pennellare la sua chitarra di feedback e fuzz, ormai più che mitici. Il suono più tipico trionfa nei ventisette minuti di “Driftin’ Back”, la più felice associazione con il canto, intelligentemente rabbuiato, gli accordi maestosi, il tempo perpetuo della sezione ritmica che di quando in quando si solleva a mo’ di mareggiata, l’assolo che trapunta il viaggio secondo umori e riflessioni.
Sulla stessa falsariga procedono le inferiori “Ramada Inn” (sedici minuti) e “She’s Always Dancing” (otto minuti, la più corta del lotto), e le brevi e bonarie “Twisted Road” e “Born in Ontario”, pur sapienti nel dosare di quando in quando i giusti ingredienti (le armonie vocali della band, gli strimpellii country-rock, gli stacchi di batteria).
Piuttosto, la vera giustificazione del monolite di Neil Young arriva con un’altra pièce di sedici minuti, “Walk Like a Giant”, probabile candidato a ennesimo gioiello della sua lunga lista. Il fischio “a cappella” dissona e incalza, mentre si accompagna all'elettricità, quindi i cori e la distorsione spasmodica creano un clima di sconsolata angoscia che si dipana in echi, ruggiti, allucinazioni, a sconfinare in un’estrema dilatazione atonale.
Larvatamente improvvisato in via corale da Young e i suoi redivivi cavalli pazzi, ricavato dalle stesse session di Americana, è un disco-viaggio di brani-contenitori, più che un albo di composizioni, il suo “posto delle fragole”, traduzione sonora del suo primo libro autobiografico (Waging Heavy Peace; Blue Rider Press, 2012). E un’opera che divide. Il fan del canadese vorrà indovinarci la corretta autocitazione; si sente di tutto sotto le sue narcotiche divagazioni, dalla preistoria folk fino al dimenticato Broken Arrow (1996). Per il novizio sta come un libero sobbollire ipnotico e non rabbioso, con qualche sparuta punta di drammaturgia, ma che pure si allontana da Greendale per l’essenza finalmente libera dalle gabbie della sua verbosa opera rock, il recupero della seconda chitarra di “Poncho” Sampedro, lo storico contraltare delle lamentazioni del leader, finanche per durata (gli soffia per dieci minuti il record di lunghezza). Due momenti gloriosi, all’inizio e alla fine: la ballata folk che sfuma nell’elettricità brumosa di “Driftin’ Back” e la chiusa di “Walk Like A Giant”, con la band che mima i passi del gigante del titolo in un raro esempio d’impressionismo doom-metal. E qualche difetto, su tutti il flanger tamarro che intimorisce il riff hard-rock della title track (non a caso riproposta normalizzata come bonus), una pernacchia se confrontato alla sofisticazione tecnologica di “Le Noise”. Anticipato e continuato da un lungo tour con la sua fida backing band - con cui ha rodato queste maratone - promosso via twitter da Young in persona, accompagnato dal blu-ray “Journeys”, e primo album in streaming con buona pace del suo odio verso la riproduzione digitale. Video che è virtualmente un mediometraggio: "Ramada Inn".
Ondarock.it

Anche se con brani più classici della cultura americana e non più tanto della musica solamente, come nel caso di “Oh Susannah”, “Clementine”, “High Flying Bird”, e considerando pure la chiusura con l’inno nazionale inglese rivisto alla maniera che più gli è consona (pulita no, ma sicuramente coerente, ed è comunque un canadese, per altro di Toronto, che suona musica americana), il progetto Americana del Giugno 2012 non è proprio una novità nel panorama musicale. Però qui bisogna capire bene cosa voglia significare reinterpretare la tradizione o seguirne l’adeguamento contemporaneo nel suo sviluppo tecnologico, perchè un altro esempio per contrasto, non dei ma sui Pink Floyd, lo possiamo trovare quando un gruppo di artisti ripropose alcuni dei pezzi più ostici del combo di Cambridge alla maniera Bluegrass.
Questo back to roots, in parte anticipato con Living With War con cui è tornato ai contenuti storici delle ballate pacifiste, ha poi un seguito con la storia personale della musica del suo autore col lavoro immediatamente successivo ad Americana, Psychedelic Pill, Ottobre 2012, in cui come ai tempi del grande esordio solista la materia psichedelica è tradotta in prolungati fraseggi elettrici per la sei corde (Americana comunque si fa apprezzare maggiormente nel genere root-folk-revisited per il suo impianto molto meno concettuale e studiato, andando a prendere brani che si cantano da sempre in tutte le lingue del mondo ormai).
In linea di massima il genere musicale noise si stacca dalla psichedelia già con Neil Young, 1968. E nel giro di questi ultimi due anni l’autore canadese è uscito con due copie dell’evoluzione del genere, entrambe in linea col suono che ha reso celebre nel mondo il timbro di “The Loner”, ed entrambe seguite da dei filmati di cui quello su Americana si compie con un lavoro tecnicamente contrario alla preparazione delle musiche del film di Jarmush con Depp, per cui le immagini sono un collage di opere di Griffith cucite su misura sul disco, e quello del 2010, se ancora una volta parte dalla collaborazione con Jarmush per impatto visivo, si accosta invece al lavoro di Greendale girato al Rymann di Nashville da Demme che ne produrrà un altro nel 2011, Journeys.
Psychedelic Pill sicuramente non chiude ma celebra il giro di storie musicali attorno alla mainline rumoristica considerando assieme il genere psichedelico (che non è solo espressione di una tecnica o di un genere musicale, oltre che essere mitologia contemporanea) e quello di sperimentazione elettrificata sulle improvvisazioni soliste che del genere psichedelico sono la sola espressione musicale e l’espressione di una tecnica musicale nuova che se consideriamo le addictions precedenti agli psichedelici si può risalire così indietro che sarebbe davvero interessante riuscire a fermare il tempo al momento giusto per capirne la provenienza.
Emiliano Paladini, close-up.it