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lunedì 2 agosto 2010

After The Gold Rush - Rassegna Stampa (pt.2)



Quando penso alla melodia, al suono eufonico nella sua forma più pura, all’essenza, al succo dell’armonia, penso a questo disco. Ciò che mi ha sempre enormemente sorpreso in quest’opera dell’orso solitario, non è come in altre la voce di sale, sono i tempi. Questo vinile è di canzoni corte, composizioni brevi che raramente superano i tre minuti, ma che sanno dischiudere momenti eterni, aprire minuti che sembrano intere stagioni, estati e inverni, e non solo dell’anima. Quanti colori, quali algide sensazioni e profumi si rivelano a noi in quei brevi istanti, fluttuano nel vapore grigio e atemporale, nell’umidità incantata di questo disco. Visioni oniriche e idilliache, ambientali, naturalistiche, il sogno del riscatto umano dopo la corsa all’oro, dopo la ferina conquista della frontiera. Condivisione di esperienze, idillio nella natura, boschi verdissimi e cieli argentei e splendenti, corsi d’acqua di fluente cristallo. Quanta purissima illusione e fiducia in questa pagina del giovane Young, parole sole e tremule di un periodo strano e violento, quanta dovizia di utopia, ubriaca e irrispettosa. Una frontiera si avviava al tramonto ma l’orizzonte ancora copriva altri e forse peggiori presagi.
L’ideale perseguito dal canadese si esprime a pieno in questo disco fragile, ma allo stesso tempo corale e partecipato da quel senso di comunione che amalgamava le vite degli anni ’60. Un lavoro che prende distanza dagli inizi di carriera e delinea meglio l’autonoma figura di Neil Young come cantautore sottile e melanconico, accompagnato in questo momento dai Crazy Horse, di cui ancora non compare il nome, e da alcuni amici fidati come Steve Stills e Nils Lofgren.
Non importa affatto se a rapirvi sarà la bella armonia estiva di “Cripple Creek Ferry” o il fascino notturno di “Only Love Can Break Your Heart”, la filastrocca di “Till The Morning Comes” o l’invettiva elettrica di “Southern Man”, rimarrete comunque imbarazzati per come questi accordi, smaschereranno i vostri cuori, lasceranno le vostre anime nude, eliminando ogni filtro. Non importa se il canadese sbagliò previsione, quella testimonianza rimane impiantata come spina nel fianco del genere umano e come critica appare ancora più appropriata oggi, dianzi a un mondo che ha smesso di pensarsi per alternative.
La musica di Neil Young desta fastidio alle nostre vite impure, ritornano a fluire i sentimenti dei quali oggi abbiamo smarrito l’abitudine, ci si riscopre sensibili tra un respiro e un fremito, sorpresi da una goccia d’acqua che scivola via. La musica di Neil Young è una dolce malattia che sfiora l’anima, un’affezione che può far perdere la sicura strada del ritorno.
Non posso dire molto di più, per ragioni di timidezza; trattare un pezzo di vita in poche parole non viene facile, lavorare una pagina sola intrisa di così ampie emozioni è addirittura avverso. La vita quando si mischia a emozioni, note e colori è materia delicata e facilmente suggestionabile.
Alfio Sironi, storiadellamusica.it


Per Neil Young sono quattro gli anni decisivi che anticipano la pubblicazione di After The Gold Rush. È il ’66 quando suona e canta coi Buffalo Springfield ricamando degli importanti lavori folk-rock e segnando, così, il suo debutto assoluto. Nel ’69 poi la sua prolificità è impressionante: sigla i suoi due primi solo-album (Everybody Knows This Is Nowhere e Neil Young) con la collaborazione dei Crazy Horse, inserisce la sua ‘Y’ nella premiata ditta CSN&Y (Crosby, Still, Nash & Young) per il lavoro Dejà Vu e calpesta il palco del concerto più importante della storia: Woodstock. Quando giunge, dunque, il 1970 ed è il momento di buttar giù il suo terzo album da solista, Neil è un artista navigato. Ha esperienza da vendere e un talento riconosciuto un po’ dappertutto in America. Quello che gli frulla per la mente è un lavoro che facesse crescere tutti quei semi piantati nelle importanti stagioni degli esordi. E così saranno proprio i vecchi amici Crazy Horse ad occuparsi di coprirgli le spalle. Billy Talbot al basso, Ralph Molina alla batteria e Danny Whitten tra chitarre e voci sono i suoi angeli custodi sempre pronti a leggerne lo spunto ed interpretarne l’idea musicale. After The Gold Rush è un album superbo. Sarebbe davvero complicato scovare una qualsiasi sbavatura o lato minore, e la sua caratteristica a “presa immediata” riesce a proiettare l’ascoltatore dentro al disco con una facilità impressionante. Bastano, infatti, tre accordi e la magia di “Tell Me Why” raggiunge ogni angolo, colora ogni spazio rincuora ogni umore. La dolcissima ballata d’apertura, consacra Neil Young come uno dei più delicati folk singer del mondo. L’ascoltatore è condotto in un volo attraverso mondi, strade, luoghi differenti, riuniti in un unico soffio di speranze e tristezze da incorniciare. Il pianoforte della title-track, poi, conferma la delicatezza di Neil che con la sua voce acuta e a falsetto crea drammaticità e poesia. “After The Gold Rush” è un libro di sentimenti e foto un po’ sbiadite. I cori, le fantastiche altalene ritmiche, la strumentazione trattata coi guanti ne segna l’anima entusiasta da polmoni aperti. Un disco fatto di piani e forti a mescolare le due anime di Young: il rocker e il folk singer. Il country di “Oh, Lonesome Me” (splendida l’armonica western), la drammatica title track, e la struggente (piano e voce) “Birds” rappresentano la sfera emotiva e lirica dell’autore. L’aggressività di “When You Dance I Can Really Love”, il rock n roll ritmico di “Don’t Let It Bring You Down” e la splendida “Southern Man”, invece, sono le frecce veloci ed elettriche del disco. “Southern Man”, in particolar modo, è un po’ il manifesto artistico del singer canadese: denuncia della chiusura mentale, delle intolleranze e dell’ottusità dei coltivatori del Sud. La bella arrangiatura vede una grande prova della band che sta dietro ed un intramezzo chitarristico tutta farina di Neil dall’appassionante acido andamento. Gold Rush è il primo capitolo di quella fantastica carriera che Neil Young condurrà per oltre trent’anni. Carriera fatta di genio e poesia, di amarezza e attese e di quella passione musicale che impregnerà generazioni di musicisti folk.
Riccardo Marra, ilcibicida.com


Non sono mai stato troppo concorde con riviste specializzate (es. Rolling Stone) e sulle loro recensioni. Molte volte, è vero, sottopongono il giudizio a persone che oggettivamente se ne intendono perché lavorano fianco a fianco con gli artisti, li conoscono, li seguono e intuiscono il perché di determinate scelte artistiche: è ad esempio il caso del grande critico (ma anche produttore) Jon Landau.
Tuttavia spesso il critico musicale ragiona più da giornalista che non da musicista, usa la logica, ragiona secondo le regole… e sbaglia. Come già ho avuto modo di dire in passato, il rocker non segue le regole, le fa. L’occasione per questa piccola “bordata” è il ricordo di un articolo pubblicato dalla suddetta rivista alcuni anni fa. After The Gold Rush veniva dipinto come un album irregolare, claudicante, dove ogni strumento andava un po’ per gli affaracci suoi e Neil Young cercava di rimettere tutto a tacere cantando almeno una mezza ottava al di sopra delle proprie possibilità, soprattutto nella title-track, con esiti, a lor dire, disastrosi. Altra critica rivolta all’album era che, sebbene le idee fossero parecchio buone, la maggior parte delle canzoni non era pronta per essere incisa ai tempi delle sessioni di registrazione, e andavano suonate ancora per un bel po’.
La mia scuola di pensiero è decisamente diversa: è vero che l’album in alcuni punti stenta a livello di amalgama, ma il fatto che il songwriting sia di alta classe, già da solo vale la metà della grandiosità di un disco. Dovreste altrimenti spiegarmi il successo di critica ottenuto da alcuni album di Dylan dove, a fronte di un songwriting sontuoso, si ha una scarnissima base musicale con arrangiamenti pari a zero. Ritengo dunque che il cantautore vada prima di tutto valutato come autore, poi come interprete, e in questo album il cantautore Young dimostra di essere un “Signor Autore”.
Lo stesso Neil Young in un’intervista del ’75 dichiarò di ritenere After The Gold Rush il momento della svolta, un album molto incisivo con un’immagine ben definita.
Nel 1970 Young è impegnato nelle registrazioni di Dejà Vu con Crosby, Stills e Nash. Convoca però i Crazy Horse perché ha in mente un nuovo disco solista. Vuole un lavoro vivace, spregiudicato ma anche molto sporco con delle registrazioni di qualità simile a quella dei dischi di fine anni ’50.Da sempre restio ad ogni forma di sovraincisione, Young vuole un disco registrato in presa diretta in cui il cantante si trova proprio dentro la musica. Il tema dell’album doveva essere legato alla sceneggiatura del film After The Gold Rush di Dean Stockwell (che non venne mai girato).
Tuttavia la tossicodipendenza del chitarrista Danny Whitten rendeva impossibile una registrazione veloce, e vennero chiamati vari altri turnisti ad affiancare il canadese e i suoi Crazy Horse.
Ciò che ne risulta è il primo album-collage di Young, una sorta di patchwork, proprio come quello operato sui logori jeans del cantautore, immortalati nel retrocopertina, ottenuto accorpando elementi di progetti inizialmente differenti e addirittura fondendo band diverse.
Il disco parte con “Tell Me Why” in cui immagini di desolazione e abbandono si sciolgono poi in un sublime coro vocale in cui si invoca una risposta che non verrà mai: è infatti tipico della poetica younghiana porre quesiti senza risposta, ma soprattutto utilizzare immagini che evocano significati diversi o cadono nel più candido dei nonsense a seconda della predisposizione di chi ascolta.
Si passa poi alla title-track: la scelta del cantato in una tonalità al di sopra delle proprie possibilità, e il dolce accompagnamento di pianoforte rendono la canzone una ballata dolente e allo stesso tempo psichedelica; lo stesso testo crea un’atmosfera onirica e irreale in cui Neil Young dà voce a quel senso di stordimento generazionale di chi è appena uscito dagli anni ’60 eppure si ritrova ancora in un evidente stato confusionale.
Con “Southern Man” si apre un’altra pagina di storia del rock: qui l’apertura è su un break chitarristico sferragliante, elettrico, intensamente drammatico che subito si schiude in un’invettiva tanto cruda quanto insolitamente diretta per i canoni espressivi del canadese. Young va a toccare i nervi scoperti di un’America che ancora evidentemente non ha fatto i conti col proprio passato; è un attacco (a mio avviso anche esagerato e stereotipato) al Sud statunitense razzista e violento, un attacco a cui non mancheranno critiche (da ricordare quella contenuta nella celebre “Sweet Home Alabama” dei “sudisti” Lynyrd Skynyrd.
Altri brani da ricordare sono “Don’t Let It Bring You Down”, in cui a una totale disperazione viene contrapposta una speranza che però, chissà come, non suona affatto come tale, e “When You Dance I Can Really Love”, rock roccioso e sporco tipico del sound dei Crazy Horse con un finale psichedelico stupendo sulle note del piano di Jack Nitzche.
E c’è ancora chi osa non considerarlo un’opera d’arte…
Samuel Torresani


Verso la fine degli anni 60 il giovane cantautore canadese Neil Young, reduce dal successo di Everybody Knows This Is Nowhere, si unisce al trio Crosby, Stills e Nash per formare un supergruppo entrato diritto nella storia della musica. Il risultato è il celebratissimo Dejà Vu. Questa esperienza porta Neil ad una sorta di maturazione artistica definitiva da cui scaturisce quello che personalmente reputo il suo capolavoro assoluto: After The Gold Rush è un disco perfetto, in esso sono racchiuse tutte le anime del leone canadese. Accantonati i Crazy Horse egli si affida ad un manipolo di ottimi musicisti per recuperare il suo lato più interiore. Il disco si apre con la splendida “Tell Me Why” una road song acustica sognante e leggiadra. In questo lavoro troviamo il suo lato più poetico in “Only Love Can Break Your Heart”, quello più politico e intransigente di “Southern Man” una vera invettiva contro un certo modo di pensare tipico del Sud di quegli anni. Una canzone dura nei contenuti e nelle liriche con la chitarra elettrica di Neil che sforna assoli lancinanti quasi dei lamenti a contorno del testo, una grande canzone di rock duro e crudo. C’è poi il suo amore per il country riscontrabile in “Oh, Lonesome Me”. Neil canta in modo splendido in questa ballata dal sapore antico imperniata sul suono della sua armonica e su quello del piano del giovane e sconosciuto Nils Lofgren (uno che poi si farà conoscere come chitarrista sia da solista che con la E Street Band dove prende il posto di Little Steven, grande fiuto di Neil che lo pesca solo diciassettenne). Impossibile poi dimenticare la title track, una delle ballate più belle mai composte dal nostro, voce e piano che compongono una canzone dalla classe e dalla delicatezza uniche. Proprio la delicatezza contornata da un alone di malinconia sono i punti di forza di questo disco. Ne è uno splendido esempio “Don’t Let It Bring You Down” altra grande ballatona in puro stile Neil Young, una di quelle canzoni per cui il nostro è celebre con il piano sempre protagonista. Stesso discorso per “Birds” ma qui i toni si fanno ancora più cupi . Una canzone questa da assaporare con gli occhi chiusi lasciandoci trasportare dal bellissimo coro e dalle magiche note del pianoforte. Il ritmo poi si alza con “I Believe In You” cantata in coro dove la chitarra torna ad urlare ma sempre attenta a non far troppo rumore, la delicatezza è sempre sovrana in questo disco. After The Gold Rush è un caposaldo non solo della discografia di Neil Young ma di tutto quello che una volta veniva definito country rock. Un disco struggente, emozionante da gustare in silenzio per non perdere nulla della sua magia.
Marco Redaelli, rocklab.it


After The Gold Rush (1970) è invece diametralmente opposto [a Everybody Knows…]: registrato con un complesso d'accompagnamento folk invece che rock, è un ciclo di canzoni più concise, melodiche e tenere. Gli arrangiamenti sono scarni, lenti e delicati. Le ballate sono marchiate dal registro struggente, spigoloso e quasi agonizzante del suo canto. Al posto delle fitte acute della chitarra si fa largo un marziale pianoforte d'atmosfera, capace di redimere anche depressioni spettrali ed arcaiche come “After The Gold Rush”. Le nevrosi free-form dell'album precedente si placano in ritornelli orecchiabili come “Only Love Can Break Your Heart” o in armonie vocali ariose come quelle di “Tell Me Why”, con l'unico riff boogie in “When You Dance”. L'album tradisce ancora una fondamentale incertezza del giovane Young, ma sembra rinnegare le nevrosi di This Is Nowhere a favore di una ballata più semplice e lineare.
Piero Scaruffi