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mercoledì 11 agosto 2010

Old Ways - Rassegna Stampa


Non sembra vero, ma dopo due disastri come Trans e Everybody's Rockin', il loner canadese, che abbiamo lungamente amato nel corso della precedente decade, è tornato al massimo della sua forma.
Al terzo tentativo per l'etichetta di Mr. Geffen, Neil Young centra finalmente un bersaglio, fatto che non gli accadeva ormai da vari anni, Comes A Time e Hawks & Doves le ultime opere degne di nota, e lo fa con un disco lucido, bello e compatto, forse non al livello dei suoi capolavori di sempre (Harvest, After The Gold Rush ma anche Zuma, Tonight's The Night e il sottovalutato On The Beach), ma decisamente positivo sotto ogni aspetto.
Già il titolo è sintomatico, quindi la splendida copertina agreste, che ci introduce nuovamente nel particolare microcosmo del canadese, con le sue ballate, il suo cantato unico, composizioni giuste ed atmosfera perfetta.
La visione (revisione) della musica principe americana, cioè la country music, è fatta dal canadese con intelligenza, coinvolgendo ad arte nomi famosi del settore (sempre presenti Waylon Jennings, in varie canzoni, e Willie Nelson, nel singolo portante della raccolta: “Are There Any More Real Cowboys?”), strutturando le proprie canzoni su temi classici, cari al country americano, usando violino, banjo e quella batteria che ha reso celebre Harvest.
Per questo disco, meditato per più di un anno, durante il quale Young ha suonato in lungo e in largo per gli Stati Uniti, sono state incise circa trenta canzoni: ne sono state scelte solo una decina, tralasciando comunque titoli ottimi che faranno sicuramente la comparsa su uno dei prossimi lavori del canadese, sempre che il suo bizzarro io non decida, per l'ennesima volta, di cambiare stile.
L'album si presenta subito bene con la classica ballata “The Wayward Wind”, in cui Neil esibisce un bel duetto vocale, nella più classica tradizione Nashvilliana, con la giovane Denise Draper (come curiosità: nel brano appare anche una nostra vecchia conoscenza, tale Giove Scrivenor, autore di due ottimi dischi su Flying Fish, da qualche anno scomparso); segue “Get Back To The Country” che già nel titolo fa capire da che parte sta adesso il canadese, quindi abbiamo il duetto con Willie Nelson, poi la dolce “Once An Angel”, e via discorrendo, il disco prosegue su binari piacevoli, mischiando ballate a country puro, in cui violini e banjos danzano allegramente, costruendo il tappeto sonoro delle composizioni di Young.
Il lavoro non ha cedimenti, è solido, fiero, equilibrato, degno del miglior songwriting americano, la strumentazione ad hoc e Neil il forma come da tempo non lo si sentiva.
La riscoperta delle radici non è una mossa di comodo, né un tentativo di maggiore commercializzazione, bensì un logico punto d'arrivo, in un momento di autoriflessione come quello che stiamo vivendo, in cui il passato (soprattutto a livello musicale) è sempre più attuale nel presente. L'album è pieno di musicisti di valore, oltre a quelli già citati, dai fidi Himmel e Drummond, al violinista Rufus Thibodeaux, dal pianista Spooner Oldham a Ben Keith, da Leona Williams (moglie di Merle Haggard) a Hargus Pig Robbins, da Gail Davies ad Anthony Crawford.
Una notazione particolare: all'interno Young ringrazia Jim Messina e George Grantham per aver suonato basso e batteria nel suo primo disco solo, Neil Young, originariamente pubblicato nel lontano 1969. I nomi dei due musicisti (Jim era stato con Neil nei Buffalo Springfield) non apparivano nel disco! 
Paolo Carù, Buscadero 1985

Il country, con la benedizione del potere, è tornato a cantare i sani principi su cui si fonda la nazione americana. Reagan non trova alcuna contraddizione tra l’andarsene a cavallo in California e giocare al domino nucleare con Gorbaciov. Hollywood si adegua e racconta l’epos dei contadini. Mr. Young si ritrova così allineato con le scelte propagandistiche della Casa Bianca […] e, quel che è peggio, grazie a una raccolta di canzoni assolutamente patetiche, Waylong Jennings, campione dell’integralismo rurale, duetta spesso con il titolare del disco come forse non avrebbe accettato di fare in “Southern man” od “Ohio”. Gli arrangiamenti sono esilaranti loro malgrado, e valga per tutti l’esempio dello scacciapensieri in “Get back to the country”… Young azzecca un solo brano, quel “My boy” dove si meraviglia della rapidità con cui il figlio si avvia all’età adulta […]. D’altra parte, sono le stesse considerazioni che ho sentito fare a mia madre, che non è certo una leggenda del rock. E che sa che la ruggine non dorme mai. 
Stefano Mannucci, Rockstar 1985


Young continua ad avanzare a zig zag, tenta di scollarsi dal prevedibile e di piantare grane alla casa discografica, ma anche ai suoi fan. Già stufo di giocare al retrorocker coi capelli impomatati, si rimette addosso la camicia a quadri e va a cercare un bosco, un prato, un'aia dove gli facciano strimpellare qualcosa di molto simile al country più becero e reazionario. Trasferendosi in Tennessee con i soliti amici produttori e coinvolgendo numerosi musicisti locali, allestisce una scaletta che è una fatica inumana sostenere per intero, nonostante la durata ancora una volta piuttosto ridotta. “The Wayward Wind” (cover di un vecchio brano di Gogi Grant), “Misfits”, “Bound For Glory” e le altre, tutte facilmente dimenticabili, ondeggiano su pianoforti mielosi, mandolini stereotipati e orchestrazioni stucchevoli, nel più detestabile stile di Nashville. Per niente fuorilegge, come le presenze di Willie Nelson e Waylon Jennings potevano far sperare, Old Ways ripercorre svogliatamente strade tanto vecchie da apparire stantie. 
Mucchio Selvaggio Extra 2004