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Neil Young Archives

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Neil Young + Promise Of The Real - Paradox

L'ultimo esperimento è un "pastiche" cinematografico surreal-western a base ecologista, più relativo soundtrack che mischia brani live, jam, cover e strumentali.

martedì 3 agosto 2010

Silver & Gold - Rassegna Stampa

Young sotto le stelle. «Silver & Gold» E il vecchio guru cavalca nel West.
Ballate acustiche e melodie folk. «Lo avrei potuto incidere trent’anni fa». Ma il suono non è nostalgico. A 54 anni il canadese torna a stupire.
Argento e oro. Un a miniera di suon i in Silver & Gold, nuovo disco di Neil Young. Ci ha abituati a tutto e al suo contrario il canadese con la chitarra. Rumorismo, improvvisazioni, feedback a braccetto con pause e rallentamenti, ballate purissime, delizie armoniche. Ora mister Young, sempre giovane e sempre imprevedibile, dal suo ranch nel nord California, sembra guardare con affetto perfino al proprio passato. Lui, il dissacratore che rifiutò di esibirsi con i Crazy Horse alla Rock and Roll Fame of Art. Lui che rinunciò ad essere premiato come membro dei Buffalo Springfield ora dedica un pezzo ai suoi vecchi compagni d’avventura. «È nato di getto, non ci ho pensato su», dice Neil il camaleonte. Young, uomo dalle mille anime.
Controverso e lunatico, geniale e ingestibile. Lui, che ha riflettuto a lungo prima di riunirsi a Crosby, Stills & Nash per Looking Forward (ottobre ‘99), adesso scrive canzoni «sull’onda dell’emotività». E fa pace con se stesso, coi suoi ricordi. Con seguentemente Silver & Gold, semplicissimo e minimale dal punto di vista compositivo, è un lavoro che guarda in dietro pur senza essere retrò. Come se Neil riprendesse a scavare in quel filone aureo costellato da opere come After The Gold Rush, Harvest e, soprattutto, Comes a Time. A quest’ultimo disco Silver & Gold deve molto. L’ispirazione, i suoni, le movenze sono simili. Ancora canzoni acustiche che hanno in primo piano chitarra e armonica a bocca. Ancora piccoli quadretti di vita quotidiana, sensazioni sparse, visioni sparpagliate sullo spartito. Ancora Linda Ronstadt stavolta in compagnia di Emmylou Harris. Come a dire: il passato che ritorna ma con un retrogusto dolce, da déjà-vu rassicurante, quasi fosse un a festa tra ex compagni di scuola. A 54 anni Young fa un bilancio veloce. Ed è positivo nonostante il destino gli abbia preso molto. Una vita di eccessi, di disintossicazioni e ricadute. E poi due figli affetti da un morbo cerebrale tanto raro quanto devastante. Ce n ’è a sufficienza per sentirsi in colpa e Neil, la star, lo ha più volte dichiarato: «Dipende da me se i bambini stanno male. Da tutte le droghe che ho assunto, dalle troppe sciocchezze che ho fatto. Non voglio più dare cattivi esempi».
Ecco perché, dopo la morte di Kurt Cobain, il canadese ha cancellato dal suo repertorio “Hey Hey, My My” che tanto piaceva al leader dei Nirvana. Ed ecco perché con la moglie Pegy ha fondato un centro, a San Francisco, per aiutare i bimbi colpiti da malattie cerebrali. Sembra che Neil oggi voglia ricominciare dalle cose semplici: l’affetto della famiglia e degli amici, l’equilibrio interiore, le bellezze della natura. Silver & Gold risente di tutto questo. Scivola piano, gentile. Pochi accordi, poco rumore. Dieci canzoni e un mood folk. «Un disco che avrei potuto scrivere trent’anni fa», ha dichiarato di recente. È vero. Sembra di riascoltare il Neil Young dalle copertine seppiate, quello coi blue-jean  strettissimi e pieni di toppe. Quello che accarezzava una Martin bianca, sgocciolava accordi scolpiti nel codice genetico di un paio di generazioni e ci faceva cantare di amori che spezzano il cuore, di strade polverose e stazioni ferroviarie dimenticate.
Inciso in analogico, come si usava un tempo, e realizzato nel corso di tre anni, Silver & Gold è un lavoro tanto spartano quanto piacevole. A cominciare da “Good To See You”, morbido manifesto di intenti con la steel-guitar di Ben Keith che ricama il ritornello e Jim Keltner che spazzola appena i piatti della batteria. E poi la title-track e la splendida “Razor Love”, entrambe composte tra l’82 e l’87 ma mai inserite in un album ufficiale. Young riparte dal country, dalla West Coast dopo aver flirtato con ogni genere possibile. Il guru dei giovani gruppi grunge ritorna in strada col suo camicione a quadri, gli occhi spalancati e quella voce nasale che, nonostante la buon a volontà, nessuno è mai riuscito ad imitare.
«Suonavano in un a rock’n roll band e si sono divisi. Eravamo giovani, eravamo selvaggi e ci siamo divorati» canta in “Buffalo Springfield Again” mentre il piano che introduce la notturna “The Great Divide” sembra uscire dallo spartito di “Philadelphia”. Un gioco di rimandi. Young che cita se stesso e che trasforma “Red Sun” - stesso titolo di un pezzo dei Thin White Rope che tanto lo amavano - in un a specie di ninna-nanna dal sapore vagamente irlandese.
A chiudere questa carrellata di ricordi che guardano avanti, c’è proprio “Razor Love”, capolavoro di classe e d’atmosfera. Pezzo che da solo potrebbe valere l’intero disco, tanto è intenso. «Tutto quello che ho da darti è un amore al rasoio che taglia in maniera netta. Tu dai senso alle mie giornate con le piccole cose che racconti». Piccole cose che al buio brillano. Appunto, come argento e oro.
Daniela Amenta, L'Unità


Il tesoro di Neil Young
Oggi esce nei negozi il nuovo disco di Neil Young, Silver & Gold (Reprise). Un lavoro che segna il ritorno dell'artista canadese alla semplicità di canzoni semiacustiche e roots, suonate però con un'inquietudine inattesa e con una piccola band dal vigore espressivo fuori dalla norma.
Perché non riprovarci? Perché non riferirsi di nuovo a quelle che sono le radici più genuine del songwriting americano, quando sembra che dappertutto il pop contaminato abbia la meglio? Nella grande frammentazione comunicativa, mascherata spesso con un pizzico di tecnologia, che pare caratterizzare questo trapasso sonoro da un millennio all'altro, uno degli esponenti più irrequieti (talvolta autodistruttivi, artisticamente parlando) della canzone d'autore in chiave rock pare voler tornare, ancora una volta, a casa. È la fattoria già preannunciata nei contorni dell'H.O.R.D.E. Tour di tre anni or sono e nelle vie dell'ultimo, ennesimo disco firmato CSN&Y, Looking Forward, che si è sviluppato in parallelo con quest'album e ne ha carpito alcuni dei brani in lavorazione (“Slowpoke”, “Queen of Them All”, “Out of Control”...). Del resto, dieci anni dopo le scariche elettriche di lavori come Ragged Glory o Weld, dopo l'incontro, non sempre indimenticabile, con i Pearl Jam e le vie un po' ripiegate (ma molto attrattive, in certi casi) dell'ultimo periodo, Neil Young pare proprio avere deciso di riprendere in mano strutture in cui la stilizzazione è l'elemento estetico principale. Bene, se la prima impressione potrebbe essere quella di trovarsi di fronte ad una ennesima variazione sul tema pastoral-americano che si era già offuscata con Harvest Moon, ritorno non proprio nitidissimo ai fasti di Harvest, alla fine il cantautore di Toronto riesce ad accordare i suoi strumenti in una mezzatinta dove l'implosione trasfigurata in poesia detta legge. Dietro agli arazzi trasognati di Silver & Gold, al suo incedere da workin' song in cui tradizione bianca e cadenze nere trovano un loro magico equilibrio, o alla cantilena finale di “Without Rings”, si nascondono energie trattenute, voglia di raccontare un percorso fatto di radici che si sono stratificate all'inverosimile in trentacinque anni o quasi di vagabondaggio sonoro dal profilo quasi sempre elevato. C'è questo nell'evocativa ed eloquente “Buffalo Springfield Again”, infiorettata dalla steel guitar e dal dobro di Ben Keith (coproduttore del disco). Pochi strumenti e pochi, fidi musici (Spooner Oldham al piano, Jim Keltner e Oscar Butterworth alla batteria e percussioni, Donald "Duck" Dunn al basso), un paio di intrecci vocali segnati da Linda Ronstadt ed Emmylou Harris e la netta impressione che l'artista abbia voluto cesellare con attenzione i dettagli dell'album fino a renderlo essenziale ed asciutto alla perfezione. Una sensazione che colloca Silver & Gold a metà strada tra l'inarrivabile After The Gold Rush e i momenti tragicamente riflessivi di On The Beach, che carica la forza espressiva di molte delle canzoni presentate, man mano che gli ascolti aumentano. Una quiete tempestosa, potremmo scrivere, che nasconde un lavoro inesausto sulle forme, durato tre anni, che ha affinato progressivamente alcuni pezzi che esistono da parecchio tempo: quello che dà il titolo al disco, per esempio, risale addirittura al 1984. Si percepisce con chiarezza l'attenzione rivolta alla voce delle strumentazioni, al loro respiro all'interno di un telaio fatto sostanzialmente di inquietudini striscianti ed appena accennate. Il tutto è alla fine anche un piccolo memento, una specie di blocco dei ricordi che rammenta quali sono le radici di tante cose capitate nelle ultime tre decadi di musica popolare americana. Trasfigurazioni di frontiera che prendono campo nel sapore corale di “Red Sun” e trovano il loro apice nella poeticissima “Razor Love”, un richiamo sui generis a “Friend Of The Devil” dei Grateful Dead, che ha dalla sua un tono vibrante e dolente, come se ne ascoltano davvero pochi, in questi tempi di sostenibilissima leggerezza espositiva. Un ritorno alle radici, quindi, ma viste dall'interno della propria storia personale di artista, con un pizzico di inevitabile autoreferenzialità ed il potere esclusivo di "semplificare le nostre tortuosità con un pezzo di soli quattro minuti" (come disse una volta di lui David Fricke di Rolling Stone). In Silver & Gold resta così intatto il fascino che ha fatto del Nostro l'unico "vecchio" proponibile alle generazioni rumoriste degli anni '80 e '90, in virtù proprio della sua perenne ed inquieta ricerca per ampliare strade che avrebbero potuto essere solo tradizionali. Un gran vecchio, sempre in grado di scuotere, anche quando sussurra. 
John Vignola

Fosse rimasto sempre sul livello dei primi due brani (“Good to see you” e l’irresistibile title-track), quest’album sarebbe da salutare come un capolavoro, il più bel disco del Neil Young maturo. In effetti non taglia il traguardo ma comunque lo sfiora, con il cima dolce e classico che piace agli younghiani; teneri sogni di folk rock, chitarre acustiche e pedal steel, aghi di armonica che trafiggono il cuore. Young è in un momento di grande fervore creativo, quasi di febbre, e ha faticato a condurre in porto l’opera non per mancanza di idee, anzi, per troppi progetti e stimoli. Ha cominciato pensando ad un album “solo”, poi ha coinvolto Jim Keltner, Donald Dunn e altri amici, si è fermato per contribuire alla reunion di Crosby, Stills & Nash e nello stesso tempo si è lasciato distrarre da un’idea di recupero dei Buffalo Springfield. Così il disco è ricco e dispersivo, affascinante ma ineguale, con una patina di ruvidezza che è nello stesso tempo un dono e un limite. Fra le tribù del rock, gli appassionati di Young sono fra i più esigenti; così si godono questa benefica manna ma si mordono le mani, anche, pensando per esempio avrebbe potuto essere l’album con due canzoni come “Slowpoke” e “Looking Forward”, le più emozionanti dell’ultimo CSN&Y. La title track viene da lontane epoche musicali, metà ’80, così come il lezzo di lancio, “Razor love”. Il resto è nuovo e la differenza non si nota; con il bel sogno acustico di “Without rings”, i ricordi giovanili di “Buffalo Springfield again” e la curiosa fusione irish-californiana di “Red sun”, con il coro di Emmylou Harris e Linda Ronstadt. Nei negozi anche un video e DVD dallo stesso titolo con un’ora di concerto acustico alla Bass Concert Hall di Austin, Texas. 
Riccardo Bertoncelli, Musica


Se non l'avessero già pubblicato, questo album avrebbe potuto legittimamente chiamarsi Dejà Vu. Sembra quasi la quadratura del cerchio per il cantautore canadese, che guarda negli specchietti retrovisori e vede riflessi “Helpless” e After The Gold Rush. Se Neil Young non fosse uno capace di giocare con l'elettronica (Re-ac-tor) e con il grunge (Mirror Ball), verrebbe da bollarlo come il più nostalgico dei dinosauri. Ma per lui queste incursioni nel passato costituiscono solo l'occasione per riprendere discorsi lasciati a mezz'aria. Parto difficile, quello di Silver & Gold, interrotto a più riprese, con materiale composto ed inciso nel corso di parecchi anni. Chitarra, voce, qualche linea di piano, due voci amiche (Linda Ronstad ed Emmylou Harris) e poesia da premio Nobel. Dolente, come sempre, e di una bellezza struggente. 
Maurizio Iorio, Rockstar


Mai erano trascorsi quattro anni tra un disco e l'altro (al massimo due). Prima di entrare nel quinto decennio di attività, Young riflette e rimugina, avvia progetti e li rimanda, regala tre canzoni alla reunion di CSN&Y e alla fine monta una nuova sequenza di canzoni rispolverandone un paio dagli anni Ottanta, “Silver & Gold” e “Razor Love”, che alla conta dei fatti risulteranno le più ispirate all'interno di un album piuttosto pigro e laconico. Il registro è acustico e un poco calligrafico, il tono amabile, riflessivo, spesso abbandonato a un eccessivo languore. È il primo disco in cui si avvertono tracce di senilità, un crogiolarsi pensoso, un lampo nostalgico (“Buffalo Springfield Again”), la voce intonata, insolitamente bassa, perfino educata. Ogni nota è eseguita con leggerezza tecnica e buona partecipazione da musicisti sensuali quali Ben Keith (che coproduce), Spooner Oldham, Duck Dunn, Jim Keltner, e lo stesso Young sembra particolarmente attento alle sfumature della sua chitarra acustica. Però manca un guizzo, una scintilla. 
Mucchio Selvaggio Extra 2004


La macchina del tempo di Neil Young riporta a galla suoni e malie dei primi anni Settanta. Silver & Gold segue l'istinto di una passione mai sopita, quella per la musica acustica, per un country rock rivisto e aggiornato dalla propria sensibilità. Dieci i solchi per altrettanti tuffi nel passato. Colpisce al primo ascolto l'uso sapiente di suoni che hanno segnato un'epoca, presi dall'armadio dei ricordi senza un filo di nostalgia. Il disco racconta il Neil Young più intimo e pacato anche se non è tra i suoi lavori più ispirati.
Difficile però salvarsi dall'effluvio di steel guitar, dalle ritmiche così sixties oriented, da armoniche e impasti vocali che sono il suo originalissimo marchio di fabbrica. Silver & Gold appare come un'opera bifronte: da una parte deja vu, dall'altra contiene episodi brillanti come “Silver & Gold”, “The Great Divide” o “Distant Camera”. L'istinto di Neil per le ballate è inesorabile, i fan più legati alle antiche gesta trasaliranno ascoltando “Buffalo Springfield again”. Non sembra un caso che l'album appaia quasi in concomitanza con il tour intrapreso con Crosby, Stills e Nash e preceda di poco la pubblicazione di un box sui Buffalo Springfield. Il più classico Neil Young da dieci anni a oggi apre il millennio nel segno di ieri. E non v'è ombra che tenga al saluto gioioso di “Good to see you”: la ruggine non abita qui. 
Alfredo d'Agnese


Silver & Gold (Reprise, 2000) è un'ulteriore versione del suo catartico e quintessenziale Harvest. La vita di Young procede per onde e cicli, che, dopo un'esplosione di violenza, ha bisogno di purificazione, ritornando ad ancorarsi alle radici di Young. “Silver & Gold”, “Razor Love”, “Good To See You”, “Horseshoe Man” sono le nuove gemme. Si ha la sensazione che, di tanto in tanto, Young voglia provare (al mondo intero) che "potrebbe" essere stato il più grande musicista country di tutti i tempi... se solo l'avesse voluto. Giusto in caso se lo fossero dimenticato. 
Piero Scaruffi

Prima la riunione con Crosby, Stills & Nash, poi il lavoro al box set dei Buffalo Springfield, adesso un album fondamentalmente acustico in cui, oltre a iniziare con un verso come “è bello rivederti/ è bello rivedere di nuovo la tua faccia”, Young dedica una canzone ai fasti del passato firmando “Buffalo Springfield again”: (“sarebbe bello rivederci oggi e capire cosa abbiamo imparato”, canta) che il loner più selvatico del rock stia diventando nostalgico? “The good times gone” hanno cominciato ad affiorare qualche tempo fa in un disco che non a caso era intitolato Harvest Moon e parafrasava il titolo di un suo vecchio capolavoro, Harvest. Gli album successivi si sono tenuti in bilico tra istanze rock con chitarre sature e momenti più intimisti e acustici, ma sempre più Young è sembrato voglioso di voltarsi a guardare indietro, dopo una carriera spesa come una lunga corsa nella quale ha incrociato ogni possibile genere. Silver & Gold è l’album del ritorno a casa, o meglio è un album domestico, scritto e registrato con calma e rilassatezza lungo un arco di tempo che abbraccia tre anni. Punto d’incontro in cui convergono il country di Old Ways e due capisaldi del suo folk-rock come Harvest e After The Gold Rush – uno dei pochi brani in cui Young usa il pianoforte, e si che di canzoni ne ha scritte –, Silver & Gold è un album d’atmosfera e al tempo stesso di canzoni molto omogenee, scelte anche tra cose del passato. La title-track, ad esempio, è un brano che risale al 1982, mentre “Razor love”, altra gran canzone, è un pezzo del 1987. Testi inneggianti all’amore (“Horseshoe man”), ai ricordi (“Daddy went walkin’”), a riflessioni sospese nel tempo (“Distant camera”) impreziosiscono un album che conferma il dono musicale di Young, e la sua longevità nel mondo della musica. Quello che si può ragionevolmente chiedere a un disco di Neil Young nel 2000 ha la sua risposta in questi titoli, e d’altra parte dopo oltre trent’anni di canzoni e di note non si può non guardare a quest’uomo con il rispetto che si deve a uno in qualche modo fuori dalle parti. Neil Young non fa parte del business pur vivendoci in mezzo, ha accettato le regole soltanto di quelli che hanno saputo accettare le sue, per il resto è nella sua musica, in quella voce incredibile che diventa sempre più giovane con il passare degli anni, in quei giri di chitarra che ci portiamo dietro dai tempi della west coast music. Silver & Gold è un album di belle canzoni, scritte da Young nel suo tipico stile ma ben lontane dall’essere dei doppioni. E quindi non vi deluderà. 
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