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giovedì 5 agosto 2010

Living With War - Rassegna Stampa pt.3


Due giri di chitarra distorta, l'ingresso della batteria e subito la voce: "Non abbiamo bisogno di un uomo ombra che guidi il governo". Bastano pochi secondi per entrare nel vivo di Living With War, vivere con la guerra.
”After the Garden” la canzone che apre l'album rivela già tutto: l'immediatezza, l'energia, l'onestà, la musicalità del cantautore di Toronto sono intatte. Anzi, se possibile, migliorano col passare del tempo. Mentre molti altri sessantenni suoi coetanei scimmiottano se stessi e il proprio mito, Neil Young conserva intatta quella forza, quella rabbia che non minaccia ma contagia, come hanno provato sulla propria pelle i Pearl Jam ai tempi di “Rockin' in the free world”.
Basta scorrere i titoli dei brani ("Shock and awe", "Let's impeach the president", "America the beautiful") per non aver dubbi su oggetto e destinatario del messaggio. Non è stato Neil Young il primo artista a mettere in musica la sua critica verso la Casa Bianca per la politica post-11 settembre, ma nessuno lo ha fatto in modo così ispirato. Nemmeno i Radiohead di Hail to the Thief.
In tutti gli Lp dal messaggio politico esplicito, la musica passa in secondo piano, lasciando il posto a pregiudizi o affinità elettorali. E nel caso di Living With War è un peccato perché questo è un album trascinante, coinvolgente, commovente. Mai un calo di tensione: torrenziale nell'energia quanto asciutto e essenziale negli arrangiamenti, nell'esecuzione, nelle parole. Non c'è bisogno di fronzoli in presenza di idee e ispirazione, e a Neil Young in Living With War non mancano né le prime né la seconda.
La chitarra e voce sono così taglienti, sincere che non si vede quale altra ricca rockstar avrebbe potuto cantare in modo credibile la canzone che dà il titolo all'album: "Vivo con la guerra nel cuore e nella testa ogni giorno, e quando arriva la notte prego per la pace".
Il ritmo è così incalzante da non lasciar spazio a dubbi ma solo a riflessioni come quelle indotte dagli squilli che accompagnano la cavalcata western di “Shock and Awe”: quelli della tromba che saluta il ritorno a casa delle bare dei giovani soldati americani, mandati "a liberare tutti” nei giorni della “missione compiuta".
In questo album la guerra viene dipinta per quello che è: sofferenza per tante persone. I giovani soldati in attesa di tornare a casa in Families: "Oggi torno negli Usa, faccio il biglietto, non vedo l'ora di rivederti. Negli Usa"; le famiglie dei militari in “Flags of Freedom”: "Suonano le campane della chiesa, i familiari salutano, alcuni piangono ma i soldati sembrano così coraggiosi"; gli abitanti dei Paesi in via di sviluppo, presunti beneficiari delle premure dell'amministrazione Bush, in “Restless Consumer”: "La gente da tutto il mondo ha bisogno di qualcuno che ascolti: stiamo morendo di fame e di malattie, abbiamo bisogno delle vostre medicine, come fate a spendere i soldi per la guerra e lasciarci morire?".
In “Let's Impeach the President”, quasi un rap a metà tra il grunge e il garage, Young denuncia le bugie di George W. Bush, le fa ascoltare dalla sua viva voce e indica la strada: "Mettiamo in stato d'accusa il presidente per aver mentito e condotto su falsi pretesti il nostro Paese in guerra, abusando di tutto il potere che gli abbiamo concesso". Una richiesta più che legittima, quella dell'impeachment, ma negli Stati Uniti della "Guerra al terrore" inventarsi la «smoking gun», un centinaio di altre cose, per mandare a morte più di centomila persone non è evidentemente grave come mentire sulla Lewinsky. Che le menzogne su Osama bin Laden, Saddam e tutto quel che n'è seguito non siano più sopportabili per il chitarrista canadese è evidente da come si espone in “Lookin' for a Leader”, alla ricerca di un leader, arrivando a dire "Potrebbe essere qualcuno che cammina qui tra noi, e spero senta la chiamata, potrebbe essere una donna oppure finalmente un nero" e fa i nomi del senatore dell'Illinois Obama Barack ("Ma lui pensa di essere troppo giovane") e dell'ex segretario di Stato Colin Powell ("Per aggiustare quel che ha rotto").
In “Roger and Out”, Young tira il fiato per la prima volta, dando spazio al delicato e struggente ricordo ("Quando eravamo andati ad arruolarci, ridendo in continuazione, lungo quella che avevamo chiamata 'Hippie Highway', la chiamo ancora così") dell'amico di un soldato che ha lasciato la vita per il Paese ("Mi chiedo come ti è davvero andata, cosa ti è successo, ma temo che non saprò mai la verità").
Un preludio toccante al quasi gospel da brividi di “America the Beautiful”. Un finale mozzafiato per un album dove non c'è un pezzo di troppo, una canzone al di sotto delle altre. Il suono è così omogeneo, equilibrato e costantemente ruvido da non poter separare un'esecuzione dalle altre.
Living With War è un album patriottico, che distingue gli Stati Uniti dall'amministrazione che li guida. Come e meglio del Born in the Usa di Bruce Springsteen o del Lives in the Balance di Jackson Browne. Un album d'amore. Amore per la bellissima America. Scomparsa, ma da ritrovare. 
Toad Badger, isinsardegna


Ci sono artisti che hanno bisogno di tempo, tempo per pensare, per scrivere, provare, riazzerare tutto, cambiare produttore, risistemare i suoni, modificare le liriche, in un infinito fare e disfare che fa perdere al lavoro la caratteristica dell'attualità e la genuinità del "buona la prima".
Neil Young non è un animale di questa specie, quando ha qualcosa in mente che deve dire, vuole farlo il più velocemente possibile, si affretta a radunare un pugno di amici fidati ed in dieci giorni mette su un disco intero, grezzo e verace, crudo e diretto, come solo lui può permettersi. Questa è la genesi di Living With War, un disco che giunge ad una manciata di mesi di distanza dal precedente a Prairie Wind, in totale controtendenza con la tempistica produttiva media delle grandi star internazionali.
Neil Young è davvero arrabbiato come non mai ed intende mostrarlo a tutto il mondo sia dal punto di vista musicale (questo è uno dei dischi più elettrici della sua lunghissima carriera) che testuale, visto che attacca senza mezzi termini il "caro vecchio" Bush Jr.
Appare come completamente superato il problema legato all'aneurisma che colpì Young all'inizio del 2005, ed oggi il canadese sembra volerci dimostrare quanto sia vivo e vegeto e pronto a scendere in trincea per affrontare i nemici dichiarati.
Il suono è grezzo, in alcuni momenti sembra un demo, non ci sono ritocchi e plastificazioni varie, solo la voglia di suonare e l'urgenza di spiattellare ai quattro venti il proprio pensiero, senza attendere che gli eventi possano mutare, cosa che renderebbe un disco del genere completamente inutile.
Un ruvido instant record suonato con chitarra, basso e batteria, con l'aggiunta della tromba e di un coro (in alcuni punti un po' troppo invadente) composto da circa cento elementi.
Neil, essendo nativo del Canada, riesce ad osservare ciò che accade negli States con un certo distacco, ed a volte le sue posizioni sono state addirittura favorevoli al governo a stelle e strisce, ma oggi no, e lo dimostra dalla prima frase dell'album (“Won't need no shadow man / Runnin' the Government”) in quella “After The Garden” che prende atto di quanto siamo distanti da un ipotetico Eden dove tutti potrebbero essere felici e spensierati.
Altro che Eden, oggi in questa nostra terra si vive dentro la guerra, sui nostri schermi ultrapiatti vediamo uomini che uccidono altri uomini ed a volte i carnefici siamo noi stessi, anche se a volte la sera, prima di addormentarci, quando cala il sipario sullo spettacolo quotidiano, dentro di noi, o nelle nostre chiese, nelle nostre moschee, nei nostri letti, lungo le strade affollate delle nostre città preghiamo per la pace e per un mondo sostenibile.
Un mondo che invece è fatto di consumatori irrequieti (“The Restless Consumer”), dove il consumismo a tutti i costi è il dogma, e la religione a volte è soltanto uno sporco alibi (“Don't want no damned Jihad / Hate don't negotiate with God”).
Basta con le bugie, troppi popoli vengono sfruttati, maltrattati e ridotti in lacrime, e fiumi di soldati sono costretti a lasciare a casa mogli e bimbi in lacrime per essere spediti al fronte a supportare l'ego dei governanti in questi giorni di shock e terrore (“Shock And Awe”).
A volte le strofe di Living With War possono apparire come proclami populisti scritti per strappare facili consensi ed inutili applausi, ma un personaggio del calibro dl vecchio Neil non ha bisogno di cercare il colpo ad effetto per vendere qualche copia in più; lui è un artista fuori moda e proprio per questo può permettersi di attaccare senza mezzi termini, non teme censure ed attacchi trasversali, non ha niente da perdere, la fama ed il rispetto li ha ormai acquisiti.
Per le prime otto tracce (su dieci complessive) non ci sono ballate in Living With War, non ci sono attimi di calma, le chitarre non abbassano mai la guardia, dando l'impressione di trovarsi proprio al centro di una battaglia per la vita, o di volerla provocare ad arte.
C'è spazio anche per l'ironia nei confronti dell'orgoglio nazionale americano, in “Flags Of Freedom”, non troppo celato omaggio a Bob Dylan, c'è la parata d'onore dei giovani marines che tornano dal fronte in un tripudio di bandiere sventolate, fra gli sguardi compiaciuti dei genitori degli eroi ed i discorsi del presidente (scusate la p minuscola).
Quel presidente che andrebbe messo sotto impeachment per essersi adagiato sugli allori, per aver assoldato e foraggiato criminali e terroristi, per aver eseguito azioni di spionaggio, e via di seguito, eppure continuando a ritenersi completamente pulito; questo ed altro ispira il testo di “Let's Impeach The President”, cantato senza paura ed a muso duro.
Neil chiede a gran voce di cercare un nuovo leader (“Lookin' For A Leader”), un leader giovane e forte che possa riunire il paese, combattere la corruzione dilagante, rinforzare il senso di unità nazionale, un leader che possa davvero contribuire attivamente a migliorare il mondo.
Raramente è capitato di trovarsi di fronte ad un concept album dove si attacca direttamente una persona ed un intero sistema, elencando puntigliosamente fatti, colpevoli, accuse, suggerendo pene e proponendo soluzioni.
Nella discografia di Neil solo Mirror Ball (suonato nel 1994 con i figliocci Pearl Jam al posto dei fedeli Crazy Horse) può essere paragonato a Living With War per potenza di suono e feedback.
Siamo distanti anni luce dagli intarsi acustici di Harvest (o del più recente Harvest Moon) e dalle favole ambientaliste di Greendale, qui non si scherza, ogni canzone è una sferzata, non ci sono tregue, non ci sono speranze, siamo tutti disillusi.
Neil Young è stato sempre un artista molto prolifico e questo spesso a discapito della qualità che è stata eccelsa solo in certi periodi della propria carriera, in particolare nei primi anni '70 ed a metà dei '90; all'interno di questo andamento altalenante Living With War è di certo da annoverare fra i suoi dischi da conservare. C'è una rabbia d'altri tempi fra questi solchi, qualcosa che ci riporta alle proteste anti Vietnam, al movimento hippie, ai testi di Dylan e Joan Baez, e forse proprio per questo lo stesso Young ha creato il neologismo metal folk protest song per ben identificare lo spirito delle nuove composizioni, canzoni di protesta con la scorza rock e l'animo folk. 
Claudio Lancia, Castlerock


I grandi del rock devono aver capito che c’è di nuovo bisogno di far sentire la propria voce e di chiamare a raccolta la gente: prima Bruce Springsteen e ora Neil Young sono usciti con due dischi profondamente diversi l’uno dall’altro, ma entrambi carichi di forza corale.
Quello che per Springsteen è stato un ritorno alle radici della tradizione folk, per Neil Young è invece un ulteriore avanzamento sulla strada di un rock fortemente politico. Chitarre elettriche, tromba, vocals e addirittura un coro di cento elementi colmano le canzoni più di quanto avessero fatto fiati ed archi nel precedente Prairie Wind che già era stato il suo lavoro più pieno e vario.
Procedendo a testa bassa con il coraggio che da sempre lo contraddistingue, il vecchio Neil ha suonato e registrato in fretta, ma Living With War è un disco che covava da tempo e che non poteva essere trattenuto oltre. Questo cd riesce dove Are You Passionate? aveva fallito e dove Greendale aveva preferito narrare piuttosto che denunciare: Neil Young si scaglia apertamente contro il governo americano alzando un grido di protesta che mancava da tempo.
Non bisogna pensare a Freedom o ad un nuovo Ragged Glory, perchè l’obiettivo è regolato in modo diverso: le canzoni avanzano più monotone che coi Crazy Horse puntando su una forza ripetitiva condivisa con cori e backing vocals. Bastano poche intuizioni a Neil Young per buttare fuori dei grandi pezzi: la title-track vive di uno slancio melodico che si porta dentro il sentimento controverso di un’umanità costretta a convivere con lo spettro della guerra. “Let’s impeach the President” è un invito diretto a scacciare Bush: ogni strofa è una denuncia precisa che reclama giustizia fino a culminare in una parte parlata. “Lookin’ for a leader” è invece collegata alla conclusiva “America the beautiful”: la prima si alza su chitarre dure, mentre la seconda su un esercito di voci, ma entrambe dichiarano affetto e rabbia per il proprio paese (“America is beautiful / but she has an ugly side”).
Importante la tromba di Tommy Bray che intona temi vagamente militari a cui le chitarre elettriche si oppongono costruendo canzoni di protesta vera: non a caso “Flags of freedom” è un richiamo esplicito al Dylan degli anni ‘60. I testi poi cantano di un Giardino (dell’Eden) abbandonato, di bandiere che sventolano a vuoto, di salme che tornano a casa nelle body bag, di un presidente che non è nella Casa Bianca. “Shock and awe” prende nome dall’operazione militare contro l’Iraq, ma il grido più forte è quando Neil Young canta di famiglie e di bambini “scarred for life”. E la conclusiva “America the beautiful” non ha nulla di patriottico: è un auspicio disperato come lo era “Blowin’ in the wind” suonata elettrica.
Ancora una volta Neil Young si dimostra uno dei più grandi artisti del nostro tempo: ha capito che c’era bisogno di una voce e non ha esitato a mettere in gioco la sua. Per chiamarne in causa tante altre, molte più di cento. 
Christian Verzeletti, Mescalina


Perché? Per sollevare la propria (autorevole) voce contro un presidente talmente ottuso da risultare un fumetto vivente, per ribadire che bisogna stare attenti alle patetiche panzane che costui rifila ai suoi compaesani e al mondo intero, per ricordare che c’è della gente che ne fa le spese pagando con la vita. Questo è chiaro.
Ma perché far uscire un nuovo disco a soli 7 mesi di distanza dall’ultimo (Prairie Wind), Neil? Lui risponderebbe che ne sentiva semplicemente il bisogno. Non sono in molti a potersi permettere di soddisfare le proprie urgenze creative registrando e pubblicando nuovo materiale in tempi strettissimi (Springsteen lo ha fatto da poco con le Seeger Sessions). Neil dal canto suo ha chiamato Chad Cromwell alla batteria, Rick Rosas al basso, ha radunato un coro di 100 voci, ha acceso l’amplificatore e ha fatto partire i nastri.
Living With War ci ricorda che raramente il canadese fallisce quando segue il proprio istinto senza rimuginare più di tanto, senza cambiare continuamente le carte in tavola e lasciando che sia quel che sia. È un album semplice, a tratti forse anche sempliciotto e populista nei testi, ma di un’immediatezza da non sottovalutare, una semplicità da grande disco folk (Neil stesso ha coniato la curiosa dicitura “metal-folk- protest songs”), una rabbia d’altri tempi.
Ci si può avvicinare a Living With War con scetticismo e con la dovuta precauzione, ma sta di fatto che tra invettive dirette o scherzosamente acidule (“The Restless Consumer” e “Let’s Impeach the President”), esplicite citazioni del primo Dylan (“Flags of Freedom”, e non solo nel titolo e nella melodia), accorati appelli pacifisti (“Living With War”, “Families”) e un arraggiamento quasi gospel del secondo inno americano (“America the Beatufil”), la domanda iniziale nella nostra testa si è trasformata da “perché?” a “perché no?”. 
Michele Sarda, kalporz


Beh, Neil Young ha oramai varcato la soglia dei sessant'anni, le rughe sulla sua fronte si fanno sempre più spesse e il suo sguardo solitario abbassa sempre di più le palpebre. L'orso canadese, una delle più grandiose figure del folk rock mondiale, famoso per aver lasciato un profondissimo ed indelebile segno nella storia della musica contemporanea, rappresenta (o almeno ha rappresentato) uno dei gota del cantautorato di sempre, fondendo la sua rabbia di compositore e ancor prima di cittadino in una musica dalla fortissima carica emotiva e politica, basti pensare all'ormai celebre “Keep On Rockin' In The Free World”, un'inno alla ribellione nei confronti dei marasmi di una società (quella americana) cieca nei confronti dei più deboli e sorda alle strazianti urla di coloro che in questo mondo non contano nulla. Neil Young è da sempre stato un cantautore schierato, un vero combattente, un ribelle che con la sua musica ha saputo trascinare intere generazioni di giovani e non, ma pare che adesso il vento che lo faceva svolazzare come un'imponente bandiera abbia cessato di soffiare, o almeno pare essersi decisamente calmato.
Con Living With War, del 2006, Young giunge alla 37esima fatica discografica eppure nemmeno questo lavoro riesce a risollevare le sorti di un artista oramai al tramonto musicale. Dopo i mezzi passi falsi dati da Are You Passionate? del 2002 e Prairie Wind del 2005, il cantautore canadese prosegue su una scia non proprio soddisfacente ma naturalmente non tutta da buttare; naturalmente i tempi di grandi capolavori come Harvest, Zuma e Tonight's The Night sono acque d'un passato che Neil Young non guarda nemmeno più, ma la rabbia, la voglia di urlare e le sue classiche schitarrate naturalmente non mancano nemmeno in quest'opera. Lo straziante suono della sua elettrica fa da comandante d'una musica semplice e diretta, trascinante nella fluidità dei suoi riff ma allo stesso tempo poco affascinante per come la musica presentata subisca cali emotivi e strutturali decisamente negativi e che quindi vanno a confluire decisamente sull'andamento di quest'album di facile ascolto, diretto, ma veramente poco significativo.
Living With War presenta comunque note positive come i piacevoli cori vocali che si inseriscono nella composizione affiancando la rabbiosa voce del musicista canadese, e anche per alcuni refrain più incisivi ed elaborati a livello d'intensità emotiva e di originalità stilistica. Il folk sembra essere ormai scomparso dal registro compositivo di Neil Young, adesso caratterizzato da una matrice combat rock molto più forte e sottolineata come ci fanno capire canzoni come “The Restless Consumer” o “Families”, o ancora come “Flags Of Freedom” e (la migliore del disco) “Shock And Awe” che rimangono comunque canzoni dallo spessore artistico molto contenuto, incapaci di coinvolgere a pieno l'ascoltatore per alcune parti che sanno decisamente di stantio o almeno di già sentito. Al contrario sono molto incisive le lyrics, ma d'altra parte cosa aspettarsi da un cantautore che ha passato la vita nel combattere, attraverso la sua musica, una politica di guerra che in questo mondo si fa sempre più spazio anno dopo anno?
Neil Young è rimasto il solito simbolo di lotta e di passione per la musica, il cantore di un'America ingiusta e repressiva nei confronti di chi, come lui, ha lottato e sudato in molte battaglie. La forza interiore, quindi, pare non essere proprio scomparsa da quel vecchietto (ormai possiamo chiamarlo così), anche se lo spessore musicale delle canzoni che Young ci propone non è di certo di altissimo livello, e ripensare ai vecchi capolavori fa sempre un pò male, ma i dischi vanno considerati per quello che sono, e questo Living With War di certo non può far aumentare la nostra attenzione nei confronti di un grande personaggio come lui, anzi rischia di farlo perdere ai suoi più accaniti fan che nel tempo hanno seguito le sue note rabbiose e poetiche, e che ora si ritrovano davanti un disco spicciolo e abbastanza privo di significato anche se, nella sua interezza, l'album non è tutto da buttare se si considerano piccoli esempi che riescono ad entrarci dentro come i brani dei vecchi tempi. Fatto sta che Neil Young verrà per sempre ricordato anche se la sua musica attuale non ha quasi più nulla di profondo da dirci, perchè lasciar svanire nell'oblio un mito come lui vuol dire non considerare uno dei più grandi lottatori della musica, una vera e propria icona del combat rock.
Ora riposati Neil, saremo noi a cantarti qualcosa, lupo solitario. 
Paolo Bellipanni, rockline.it


Pochi mesi fa Neil Young ha pubblicato Prairie Wind, il disco dove "riportando tutto a casa", parlava dei ricordi, del natio Canada, della famiglia. Quel disco si concludeva con “When God Made Me”, canzone pacifista (la sua “Imagine”) con tanto di coro gospel; ora, dopo aver fatto i conti con se stesso, finalmente sereno, il canadese riparte proprio da dove l'album precedente finiva, con rinnovata forza e rabbia, e ci regala un disco corrosivo, sia nei testi sia nelle musiche, tutto elettrico, con il solo aiuto di Rick Rosas al basso, Chad Cromwell alla batteria, Tom Bray alla tromba, e un coro di ben cento persone a supportarlo nel canto e nel dare ancora più forza a ciò che il canadese sente l'urgenza di dire.
Il suono ricorda la "gloria stracciona" di tanti anni fa e nelle intenzioni sfiora in violenza quello che aveva con i Crazy Horse durante il tour della prima guerra del golfo. E se lì era Bush padre nel mirino della sua Gibson (che, forse non "uccide i fascisti", ma comunque "spara canzoni che fanno male"), qui è George W. a subire gli attacchi di Young, che si unisce idealmente ai vari Steve Earle, James Mc Murtry, Greenday, Dixie Chicks, Pearl Jam.
Lasciati ancora a riposo i Crazy Horse, ritenuti forse poco adatti per l'incisività che Neil vuol dare ai nuovi pezzi, le canzoni suonano comunque in perfetto stile Young, ma con l'uso della tromba e dei cori a portare una ventata di novità. Metal-folk-protest songs: così Young ha definito queste canzoni.
”After The Garden” apre il disco: le persone sono alla ricerca del Paradiso, quando l'unico che abbiamo è qui sulla Terra e lo stiamo distruggendo, anche con la guerra che è costantemente al nostro fianco, ogni giorno, come in “Living With War”.
Al terzo pezzo arriva il botto e il disco cresce: nessuno al mondo sente il bisogno di avere al governo politici capaci solo di menzogne e “The Restless Consumer” arriva dritta al cuore della questione.
”Shock And Awe”, con la sua tromba che sembra riecheggiare sui campi di battaglia, è metal-Morricone-protest song.
”Families” ci racconta dei cadaveri dei soldati che tornano alle loro case avvolti nei sacchi, le tristemente note body-bags.
”Flags Of Freedom” potrebbe diventare uno dei cavalli di battaglia dell'ormai prossimo Freedom Of Speech Tour a nome Crosby, Stills, Nash, Young. Molto dylaniana, ricorda “Chimes Of Freedom”. Cromwell e Rosas non sbagliano un colpo e ci ricordano che erano la base ritmica di un album dove la parola Libertà aveva una grande importanza, Freedom appunto, che includeva “Rockin' In The Free World”, vero inno rock degli anni '90.
La tromba all'inizio di “Let's Impeach The President” è Bush che vuole stendere il silenzio sulle bugie raccontate agli americani, ma è il coro a zittire lui e a ricordargli che ha abusato dei suoi poteri. È l'atto di accusa nei confronti del presidente americano, e subito dopo, con “Lookin' For a Leader” ci si augura che si possa cambiare, forse con una donna, oppure con un uomo di colore (ma perché non si parla mai di native american?), comunque con una persona onesta, che non può certo essere quella che c'è adesso.
”Roger And Out” è la più crazyhorseiana nell'andamento lento, come tante ballate elettriche younghiane del passato.
”America The Beautiful”, il classico di Katharine Lee Bates scritto a cavallo tra '800 e '900, cantata a cappella dai cento coristi, chiude il disco. Un disco che gran parte delle radio americane boicotteranno, ma che sta facendo e continuerà a far discutere; un disco che non manca però di appeal commerciale e che almeno in Europa potrebbe incontrare i favori di chi vuole muovere a tempo il piede e farsi una qualche corsa in macchina.
Ma, quando si vive in stato di guerra, non può essere solo rock'n'roll. 
Luca Vitali


La politica non è mai stata il suo forte, anche se l’astio verso Richard Nixon lo aveva spinto a realizzare una delle sue canzoni più vibranti (“Ohio”). Living With War (2006) è il suo album più politico, o almeno molto "arrabbiato". Neil Young non è capace di emulare Bruce Springsteen nel dipingere affreschi statunitensi: la sua musica è un’esplosione di emozioni prettamente personali, non nazionali. Raramente Young si identifica con gli altri. È, fondamentalmente, un intellettuale snob che disprezza le masse e si atteggia a predicatore per istruire le loro menti ottuse. I testi sono infatti la parte più debole dell’album. Ci sono molti senatori e commentatori tv capaci di dibattere sulla guerra meglio di Young (e dopo tutto una canzone dal titolo “Let's Impeach the President” non è meno commerciale di Britney Spears che canta "oops i've done it again", essendo entrambe molto facili da recepire e riciclare da quella massa che l’intellettuale Young disprezza). Ma i tremendi riff garage-rock che Young tesse uno via l’altro sono una forza della natura. 
Piero Scaruffi