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venerdì 6 agosto 2010

Crosby & Nash in concerto: Cortemaggiore 2005



Appena venuto a conoscenza del tour europeo di Crosby & Nash, prenotai i biglietti: era più o meno metà gennaio. Avevo da poco tempo acquistato il nuovo album doppio, prodotto eccellente soprattutto per il coraggio che i due hanno avuto di riproporre, ad oltre 60 anni, brani prettamente acustici ed atmosfere indimenticate, ma ormai introvabili nei prodotti musicali odierni. Durante il viaggio da Firenze a Cortemaggiore con i miei compagni di serata (Ernesto de Pascale e Giulia Nuti) abbiamo ripercorso i tratti somatici di quella musica west coast che, come una camicia demodè anni ’70, oggi è quasi un pezzo da museo, ma si lascia sempre indossare, anche dopo 35 anni. C’è coda all’ingresso del locale che, per pura coincidenza, porta il nome Fillmore, storico teatro che ha ospitato tanti concerti (lo stesso 4 way street è in parte registrato al Fillmore East di New York). La coda è composta, anche se il pertugio attraverso il quale tutti debbono entrare potrebbe essere fonte di protesta. Faccio un salto indietro nel tempo e mi ricordo che nel 1982 ebbi paura. Stavo per entrare nello stadio dei Pini di Viareggio insieme ad altri 70.000 per vedere Neil Young e la demenza organizzativa aveva lasciato una apertura di non più di 3 metri per fare affluire il pubblico dentro al campo. Urla, spintoni e terrore di essere calpestati accompagnarono i venti metri di viale prima di poter respirare di nuovo aria salubre. Le cose da allora non sono molto cambiate a livello organizzativo, ma gli allora venticinquenni hanno oggi quasi cinquanta anni e non sbraitano, ma preferiscono risparmiare le energie per dedicarle agli applausi: si sa perfettamente che non si rimarrà delusi. Abbiamo guadagnato un posto accanto al mixer, dal quale si domina la sala con i circa 1.200 spettatori e si gode di un ottimo ascolto. “L’anno scorso ho portato mio figlio negli States e sono andato a Woodstock“ queste le parole di un mio vicino di concerto, parole che trasudano nostalgia ed anche un po’ di rassegnazione all’idea che quei tempi sono veramente passati. Sorrido alla tenerezza che quella affermazione mi trasmette. Poter dire ad un figlio “…quanto è successo qui nel 1969 non sarà mai tuo, ma appartiene alla storia di una musica fatta per parlare di noi agli altri, fatta per la passione di condividere noi con noi” è un po’ come dire “ho costruito questa casa; adesso se vuoi puoi abitarla e goderla, ma puoi solo immaginare gli sforzi che ho fatto”. Inizia il concerto: palco suggestivo con chitarre e pedal sulla sinistra, Nash e Crosby al centro e Raymond a destra. Dietro al centro la batteria ed il basso. Military madness abbassata di un tono per esigenze vocali, ma la voce di Nash è ancora tagliente quando esclama No more war! Nash appare emozionato e tirato, come se il banco di prova del pubblico italiano fosse estremamente probante: Graham, rilassati, il pubblico ti ama e non devi temere nulla. Crosby è il vero trascinatore, impassibile sulla scena, ma incisivo e trascinante nelle espressioni. E allora vai: Wooden ships, Southbound train, Delta, Guinnevere, The lee shore, Cathedral, Just a song before I go, e poi i pezzi del disco nuovo. E ancora Deja vu, Cut my hair, Critical mass, To the last whale. Basterebbe raddoppiare le corsie ed avremmo il capolavoro: chissà se mai riusciremo a rivederli insieme. Ma va più che bene anche così: C&N non sono CSN&Y, ma per certi versi sono anche di più. Quando il pubblico canta Teach your children senza sbagliare una nota si capisce bene che l’atmosfera è ricreata ugualmente. Due parole di Crosby sull’America di oggi sono sufficienti a ricordare quanto questo popolo abbia negli anni usato la musica per mandare messaggi anche irriverenti ai suoi timonieri; ricordate Nash che in 4 way street dedicava Chicago al sindaco Danley e Young con Ohio? Non saremmo mai più andati via, ma i concerti, come i dischi, finiscono ed in particolare quelli in vinile vissuti si portano dietro graffi e ticchettii che ci ricordano quanto tempo abbiamo passato a radiografarne ogni singolo passaggio e ogni singola nota: questo è vero amore. Già: se mai a 50 anni avrò un figlio, lo chiamerò Giacomo e vorrei portarlo al Madison Square Garden per parlargli di No Nukes. Cosa c’entra questo con Crosby e Nash? C’erano anche loro.
Paolo Giorgi, www.ilpopolodelblues.com


Locale gremito in ogni ordine di posti per questo atteso concerto di due autentiche leggende della musica americana. E, contrariamente a qualche timore personale, si è trattato di un grande show. Non credo serva alcuna presentazione per queste due icone del rock recentemente tornati a pubblicare un doppio cd di buon valore (Crosby & Nash ndr.) che ha riscosso buone critiche e un discreto riscontro commerciale. Un concerto molto classico musicalmente, con una tracks list che ha pescato tra vecchi classici (una Wooden Ships da sballo), Teach your children, Almost cut my hair, Our house, Just a song before I go (uno dei miei pezzi preferiti di sempre), Cathedral, e pezzi tratti dal recente album del duo come Lay me down (molto bella anche live), Jesus of Rio (leggermente tediosa), Puppeteer (very easy, o meglio dire very Nash), o la potente Dig it Here. Spettacolosa la band al seguito dei nostri composta da Dean Parks alle chitarre (il chitarrista di Aja degli Steely Dan come ricorda Crosby nella presentazione di un pezzo), Andrew Ford al basso, Steve Di Stanislao alla batteria, James Raymond al pianoforte. Ottima la resa complessiva dello spettacolo che si è protratto per quasi tre ore. Unico neo il bar del locale pieno di gente che non si capisce bene cosa vada a fare ai concerti se non per rompere le scatole a chi vuole godersi la musica. Una pessima usanza che andrebbe bandita una volta per tutte. Ma a parte questo aspetto è stato uno show che non ha assolutamente deluso il pubblico fatto in buona parte da fedelissimi, e per una parte minore da curiosi che non volevano perdersi questa esibizione. E, a conti fatti, hanno avuto ragione.
Marcello Matranga, Marabel (MBFC Edition)



Sostiene David Crosby che ad un musicista occorrano almeno quindici anni per poter dire di conoscere in tutto e per tutto il proprio mestiere. Se vi sembra troppo tempo, fate una cosa: prendete armi e bagagli, e a costo di macinare qualche chilometro in più di quanto imposto dalla pigrizia e di sacrificare qualche ora di sonno, andate ad un concerto di Crosby & Nash. Se non quest’anno, la prossima volta che torneranno in Italia, magari con un paio di date anche al sud, come al solito trascurato dagli artisti internazionali. Se farete ciò, avrete il privilegio di trovarvi faccia a faccia con una delle più perfette incarnazioni della Professionalità e del Mestiere, per plasmare la quale ci sono voluti suppergiù trentacinque anni. La seconda data italiana del tour europeo 2005 (dopo Trento e prima di Torino, Milano e Roma), ha offerto l’occasione per assaggiare dal vivo alcuni brani del nuovo, inaspettato lavoro del duo statunitense, pubblicato lo scorso anno in due cd con il semplice titolo di “Crosby Nash”: un album, il primo in studio dai tempi di “Whistle Down The Wire” del 1976, dalle trame sonore antiche ma dai contenuti aggiornati all’oggi. Un album nel quale, come di prammatica per i due ex (?) figli dei fiori, convivono ballate robuste come “Lay Me Down” e “Puppeteer” e dolciumi di classe come “Jesus Of Rio”, pacifismo e polemica politica, le mai sopite doti compositive di Crosby e la delicata vena hippie di Nash.
Ma ovviamente non è tutto. Snocciolati lungo una scaletta davvero impeccabile, si sono riascoltati brani ormai patrimonio indelebile della memoria collettiva del rock: una “Guinnevere” bella da mozzare il respiro, “Teach Your Children”, “Déjà Vu”, “Wooden Ships”, “Long Time Gone”, “Our House”, “Marrakesh Express”, “Cathedral” e altre chicche della West Coast. È immutata la perfezione vocale di questi due ultrasessantenni con il vizio dei cori, dei controcanti e degli intrecci raffinati, splendidamente supportati da una band diligente nel semplice accompagnamento, talentuosa negli assoli: Stevie Distanislao alla batteria e alle percussioni, Andrew Ford al basso, un impeccabile James Raymond (figlio di Crosby e membro dei CPR) alle tastiere (piano elettrico, sint e organetto a pompa), un mirabolante Dean Parks (ex Steely Dan, nell’album “Aja” del ‘77), all’apice della sensibilità musicale sia alla lead guitar che alla pedal steel. Quando Crosby attiva la sua classica voce soul-blues lo show non può più salire: un suono dalla perfezione imbarazzante, nel quale tutti gli strumenti sono perfettamente distinguibili nel rispettivo ruolo e correttamente amplificati, nessuna distorsione nemmeno a due metri dai diffusori: Professionalità, dicevamo, che si tocca quasi con mano. Basterebbe solo provare ad allungare un braccio verso quell’uomo con la pancia, i capelli e i baffi bianchi: uno che dopo tante traversie sanitarie e giudiziarie fa ancora spettacolo e grande musica standosene immobile, lì sul palco, con le mani in tasca.

Federico Olmi, Kalporz



Dici Fillmore e inevitabilmente pensi allo storico locale di Bill Graham, palcoscenico prediletto di una generazione di musicisti che, nel volgere di una breve stagione, hanno cambiato per sempre le sorti del rock americano. Dici Fillmore e pensi a San Francisco (ma anche al Fillmore east di New York), al flower power, ad un'epoca di speranze, utopie e forse illusioni. Non era certo una platea di hippie incanutiti quella che ha gremito il Fillmore di Cortemaggiore sabato 5 marzo, bensì un pubblico multigenerazionale di intenditori del rock. Chi si attendeva una fiacca reunion per nostalgici sarà rimasto piacevolmente sorpreso dalla performance dei due signori di cui andremo a parlare. Graham Nash, all'anagrafe 63 anni, e David Crosby, classe 1941, si sono prodigati in un'intensa performance di 2 ore e 30, equamente divisa tra i brani del recente disco omonimo ed i capolavori del periodo '69 - '77.
Definitivamente superati i problemi di salute che ne hanno compromesso la carriera, Crosby negli ultimi anni, sembra aver ritrovato l'ispirazione e la forma di un tempo anche grazie al trio formato insieme a Jeff Pevar ed al figlio James Raymond, eccelente tastierista e parte integrante della line-up della backing band dell'attuale tour europeo insieme a Dean Parks alla chitarra solista, Andrew Ford al basso e Steve Distanislao alla batteria. Non è da meno Graham Nash, che durante il concerto si è dimostrato il più loquace dei due con un Crosby più sobrio e defilato rispetto ai siparietti comici che caratterizzavano le sue performance nei '70. A 30 anni di distanza dal conflitto vietnamita il messaggio dei due artisti è sempre lo stesso come ben sintetizza l'incipit del concerto: military madness is killing my country. Inutile dire che nel corso della serata i due non risparmieranno critiche a Bush and company, paragonati dall'incorreggibile Crosby a degli scimpanzè...
Nella prima parte del concerto prevalgono le sonorità acustiche e raffinate della countreggiante Southbound train con Nash all'armonica e di In my dreams, lampante esempio della genialità musicale di David Crosby. Tra i brani nuovi emerge una Lay me down che rasenta la perfezione mentre la "leccata" Jesus of Rio non lascia il segno. Accolta dall'entusiasmo del pubblico, Long time gone incrementa il tasso di elettricità sul palco ed esalta tutta la potenza vocale di Crosby . Ad impressionare nel corso del concerto è la perfezione delle armonie del duo , coadiuvato nelle parti vocali anche dall'ottimo James Raymond. All'esperto Dean Parks, alla chitarra ed alla steel guitar, spetta l'ingrato compito di supplire alla mancanza delle due chitarre soliste del celebre quartetto e, pur non avvicinando minimamente la personalità e la genialità di Stills e Young, accompagna i brani acustici con discrezione e dimostra un'eccellente tecnica in quelli elettrici. I capolavori proseguono con una Cathedral da brividi con Nash al piano e l'imprevedibile sinfonia psichedelica di Deja vu introdotta dalla dodici corde acustica di Crosby. Tralasciando una prescindibile They want it all, la sfuriata elettrica quasi "pettyana" Don't dig here si dimostra come uno dei brani dalla miglior resa live del recente disco. Tra i brani nuovi resta da dire di una struggente Milky way tonight con Raymond all'accordion, uno dei momenti più roots del concerto. Il capolavoro Wind on the water, dall'omonimo disco del '75, dimostra, se ce ne fosse bisogno, la perfezione cristallina delle armonie del duo.
D'accordo siamo nella bassa padana, la bay area è lontana, siamo reduci da una nevicata e la temperatura è costantemente sotto lo zero ma quando Crosby e Nash, stavolta soli sul palco, attaccano Guinnevere è impossibile non vagare altrove con la mente... magia della miglior musica psichedelica. Il viaggio prosegue a bordo di una Wooden ships che salpa per lidi inarrivabili. Il brano esalta tutta la potenza della band, forse trattenuta per tutto il concerto, con l'eccellente Crosby alla ritmica e con Dean Parks e James Raymond che sciorinano assoli rispettivamente di elettrica e di Hammond (anche se di organi Hammond sul palco non vi fosse neanche l'ombra...). Sempre più coinvolto il pubblico si "esibisce", su invito di Nash, in una Our house altro gioiello pop da quel capolavoro che fu Deja Vu. Mai sazio, il pubblico chiede a gran voce The Lee shore ma il momento più emozionante del concerto arriva con il brano che Neil Young considera come il punto più alto raggiunto da CSN&Y in studio, Almost cut my hair. Crosby si esibisce in una performace vocale che ha dell'incredibile se consideriamo il vissuto personale di questo artista.
Eppure, sul palco, l'uomo che una volta faticava a ricordare il proprio nome ci regala questa specie di blues drogato urlando nel microfono il definitivo inno hippie. Uno straordinario (non è il caso di lesinare complimenti) Dean Parks imita alla perfezione lo stile nervoso di Young , essenziale nel brano originale, ed i virtuosismi di Stills in un'esecuzione che si conferma come il brano migliore della serata. <> , scherzano Crosby e Nash richiamati a gran voce sul palco per concludere un concerto memorabile con la classica Teach your children (mentre Crosby accorda l'acustica suonando le prime note di Mr Tambourine man prontamente riconosciute da gran parte del pubblico) cantata a gran voce da tutto il pubblico.
Volendo esprimere un giudizio conclusivo non è possibile nascondere la perplessità per alcune esecuzioni di maniera, forse poco adatte ad una dimensione live. Tuttavia l'intensità delle voci del duo, rimaste sorprendentemente intatte dopo 40 anni di carriera, e soprattutto l'elevata qualità dei brani nuovi dimostrano che David Crosby e Graham Nash stanno vivendo una seconda giovinezza. Le recenti vicissitudini di Crosby con la giustizia pregiudicano forse l'autenticità del messaggio che i due artisti hanno voluto trasmettere dal palco. Esprimere considerazioni su una personalità da sempre complessa come quella di Crosby sarebbe comunque un azzardo. Chi sono dunque oggi Crosby and Nash ? Due navigati mestieranti perfettamente integrati nel music business ? Oppure due eterni sognatori dell'utopia del peace and love ? Forse la verità sta nel mezzo. Personalmente mi piace pensarli come due cowboy of dreams che non hanno mai smesso di sognare. Citando (e storpiando) un titolo di Neil Young: a dream that still last.

recensione e foto di Andrea Aiolfi 


Le atmosfere di una West Coast idealizzata e romanticizzata hanno avvolto l'altra sera un Fillmore di Cortemaggiore prevedibilmente esaurito da giorni. Colpo d'occhio d'altri tempi: la band sul palco marcia per 2 ore e 40 minuti (!); la platea devota segue tutto con affascinata attenzione. Illusione collettiva o trionfo reale? Entrambe le cose. Perché Graham Nash e David Crosby, due delle figure che più hanno scolpito le forme del "West Coast mood", hanno suonato pezzi storici, ma fino ad un certo punto. La coppia non ha mai consegnato alla Storia il suo "Deja Vu" o il suo "Sweetheart The Rodeo", accontentandosi spesso di proporre una musica lieve, ben costruita e pacatamente contestatrice. Senza Neil Young e Stephen Stills, abbiamo frequentemente ascoltato dischi "parziali", privi di quel guizzo che li potesse far volare oltre il recinto "traditional" entro il quale erano nati. Crosby e Nash, a trentatrè anni dal loro disco d'esordio (1972), hanno esibito al Fillmore le foto di gioventù più edulcorate e concilianti. David Crosby, uno che negli ultimi 40 anni ha contribuito a ridefinire più volte la parola "perdizione", somigliava ad un nonno pacioso che strimpellava sulla soglia del "front porch". Graham Nash, volto più maturo e meno percorso dagli eccessi, era lì a sorreggere il compagno di tante battaglie. Armato di chitarra, armonica e piano. Il concerto-fiume cresce pian piano, ma entra presto nel vivo con il trittico "Immigration man"-"In my dreams"-"Southbound train" e raggiunge il primo indiscutibile picco con la splendida "Cathedral", che di fatto chiude sontuosamente la prima parte della serata. Il breve intervallo non sopisce, purtroppo, gli ardori di un manipolo di "disturbatori molesti" che hanno costantemente sabotato la serata con una serie di urla assolutamente fuori luogo (solo l'enorme pazienza delle ultime quattro file ha evitato le proverbiali risse da pub che "Trainspotting" descrisse così bene). La seconda parte inizia con le gloriose "Deja Vu" e "Guinnevere" (è qui l'essenza ipnotica del canto a due voci) per poi adagiarsi notevolmente quando in cattedra salgono i brani dell'ultimo album. "Milky way tonight", "Puppeteer" (dedicato a quello "scimpanzè" che abita alla Casa Bianca) e "Don't dig here" soffrono enormemente il paragone con le gemme del passato che hanno costituito l'ossatura dello show. Se Crosby e Nash "edizione Woodstock" rappresentavano al meglio una polemica epocale che si serviva di ottime canzoni, i brani più recenti sono un manifesto vuoto: la polemica è rimasta (Nash su "Don't dig here": "Questo pezzo è sulla grande stupidità degli americani"), ma le melodie azzeccate sono svanite, coperte da un pub-rock anonimo degno di chi il mito lo scimmiotta. Ma Crosby e Nash sono troppo furbi e navigati per permettere che le immagini di questo concerto siano fotografate dalla mediocrità del materiale più recente. "Delta" (impreziosita da un grande assolo di Dean Parks, il chitarrista che suonò su "Aja" degli Steely Dan) e "Wind on the water" rimettono tutto a posto, con le loro armonie, i controcanti, le voci cristalline che cercano di arrivare anche dove l'età teoricamente non lo consentirebbe. Restano solo gli apprezzatissimi bis: prima la festosa "Our house", poi la ringhiosa "Almost cut my hair" e infine "Teach your children", preghiera laica per un futuro migliore. Tutto (o quasi) secondo menù, con un pubblico già contento di riconoscere in Crosby e Nash i ragazzi di un tempo. Coadiuvati da un'ottima band, due dei "Signori di Woodstock" hanno ripercorso la loro stramba carriera fatta di lunghe pause e ribellione. Consci di aver raggiunto l'eccellenza con altri compagni di viaggio, hanno dato in pasto qualche piccolo classico e qualche bozzetto interlocutorio ad un pubblico che era lì, soprattutto, per tastare il loro polso. E per vedere se era ancora possibile, almeno per una sera, chiudere gli occhi e sognare la California.
Emiliano Raffo, Libertà