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mercoledì 11 agosto 2010

Trans - Rassegna Stampa


Trans segna un orientamento completamente differente quanto alla forma musicale delle canzoni di Neil Young. Se egli è restato fedele alla sua nomea di “loner”, i quattro anni di silenzio gli hanno permesso di scoprire le meraviglie del sintetizzatore. Egli sembra avere un piacere immenso nello scoprire tutte le forme dell’utilizzazione di questo strumento e soprattutto le manipolazioni più strane della voce attraverso il vocoder. Si sapeva già, grazie al suo lavoro con i Devo, che Young aveva un certo debole per la musica elettronica. In Trans sembra che egli sia riuscito ad accostarsi a questa nuova materia senza perdere di vista il suo scopo finale. L’effetto potrà essere disastroso ad un primo ascolto, ma alla lunga ci si lascia sedurre dal suo charme. Young ha mantenuto intatto il suo spirito corrosivo in canzoni come “We’r in control” o nella riuscita “Computer cowboy” e non gli si può rimproverare di aver tradito le radici della sua ispirazione. All’ascolto di Trans comprendo meglio cosa intendeva dire quando parlava di voler dare un’anima, un soffio di vita alla musica elettronica.
Dunque dopo Re-ac-tor Neil Young ha preso la decisione di cambiare il suo Winchester per un laser targato Atari. A volte sembra di ascoltare i Devo ed è difficile credere che si stia ascoltando Neil Young. Forse il disco non è granché ma bisogna rendere atto a Young di avere almeno provato a far qualcosa di nuovo. Se tutti gli Yankees della sua generazione avessero questo coraggio, il rock americano potrebbe infine tirarsi fuori da questa sclerosi senile in cui si trova invischiato. 
Mucchio Selvaggio 1982


UN CANTAUTORE NEL FUTURO
C'è qualcuno che anni fa chiedeva in una canzone: "Are You Ready For The Country?" Siete pronti per il country? E, senza nemmeno aspettare una risposta, snocciolava dolci ballate campagnole accanto a lunghi momenti elettrici conditi da denunce e accuse alle difficili situazioni dei primi anni settanta. Per Neil Young, canadese, trentotto anni, tanta acqua è passata sotto i ponti da quel momento fino ad oggi, un passato glorioso costellato di classici, e scrollato dalle spalle con un improvviso cambio di casa discografica alla ricerca di nuove emozioni e di nuove sonorità.
Ecco dunque arrivare Trans, il nuovo album ad aprire un nuovo corso, anche se ad alcuni già quello vecchio andava bene così com'era. La copertina, molto bella e curata come mai lo era stata nei passati album di Young, colpisce immediatamente per i colori sgargianti e per il dualismo delle immagini: da una parte la classica strada americana con la Chevrolet che si ferma a raccogliere Neil l'autostoppista; dall'altra invece la corsia opposta, o meglio come sarà in un futuro non troppo lontano, costruzioni geometriche e una macchina da guerre stellari che si ferma a raccogliere una figurina disegnata col computer, forse lo Young del duemila sarà così?
E subito si immagina il cambiamento anche nella musica, dopo tanta presentazione, ma appena il disco gira sul piatto, le novità si rivelano non troppo azzeccate e adatte ad un personaggio come Neil. Non vogliamo cercare di fossilizzare un artista in un passato più o meno glorioso, ma siamo dell'idea che se un cambiamento ci deve essere, che sia giusto e senza traumi, coerente con tutto quello che Neil Young ha rappresentato e rappresenta; solo così è possibile aiutarlo ad uscire dalla situazione di stasi creativa nella quale staziona da qualche anno.
La regina di tutti i cambiamenti, Joni Mitchell, ha dimostrato in quindici anni di carriera che si può suonare di tutto, basta rimanere nella credibilità e nella buona fede, ecco perché, ha spiegato recentemente, il suo nuovo disco Wild Things Run Fast è stato una faticaccia, perché doveva contenere tutto quello che lei voleva e sentiva sulla musica di oggi.
Trans si apre con "Little Thing Called Love", una canzoncina d'amore troppo zuccherata e artefatta per essere credibile, piena dei soliti luoghi comuni sull'amore; meglio, sulla seconda facciata, "Hold On To Your Love", con un ritmo accattivante molto anni sessanta; oppure decisamente "Like An Inca", una lunga composizione abbastanza classica nel suo stile, ma almeno più sincera. Oltre queste tre canzoni cantate "normalmente", ci sono le restanti sei, che dovrebbero costituire la novità, cantate usando il vocoder.
Fra questi sei pezzi quello chiave è "Computer Age", che ha un'atmosfera lunare e ritmica, mentre gli altri sono spesso troppo ripetitivi, con testi stereotipati che parlano di computer e circuiti elettrici che controllano l'umanità; il tutto crea un risultato veramente scarso, che nei momenti migliori sembra scimmiottare i Kraftwerk e (sic!) i Rockets di qualche anno fa. Già, perché la scelta di usare il vocoder dall'inizio alla fine di quasi tutti i pezzi, non è proprio una novità, cose così si facevano almeno quattro anni fa, oggi si usa più giustamente (e con meno noia da parte dell'ascoltatore) solo per colorire alcuni passaggi o sottolineare frasi importanti, come Phil Collins insegna. Quindi se Neil ha pensato di fare qualcosa di nuovo mi sembra non abbia capito granché di quello che gli succede intorno. Certo la qualità sonora è ottima, grazie ai sofisticati studi californiani e hawaiani dove ha inciso il tutto, e all'aiuto dei soliti Billy Talbot, Frank Sampedro, Ralph Molina, Joe Lala, Ben Keith e Bruce Palmer ai quali si è aggiunto dopo tantissimi anni il vecchio amico Nils Lofgren.
E proprio questa perfezione tecnica fa apparire Young in forma vocale ottima (come mai lo era stato), in un pezzo come "Hold On To Your Love", l'unica gemma insieme a "Like An Inca" da salvare, e l'ironia (o la poca accortezza) vuole proprio che questo piccolo pregio sia soffocato troppo spesso dalla macchina-infernale-vocoder. Un altro pezzo, "Mr. Soul", è invece ripescato dagli anni sessanta e ridipinto con la vernice metallizzata di un nuovo arrangiamento; è anche questo un pezzo chiave, soprattutto nel testo che confessa: "Mi sono risollevato alla perghiera di un fan che mi ha detto che l'ho sconvolto, mi ha detto 'sei strano, ma non cambiare', ma il cammino della mia mente si sta muovendo troppo in fretta, dovrei cambiare? Non lo so". Parole che sembrano quasi state scritte in previsione della tempesta che un album del genere scatenerà fra la critica di mezzo mondo, ma che, seppure esplicite, non spiegano troppo bene il perché di questa strada, come già detto non troppo originale e adatta al suo personaggio.
Oltretutto, questa immagine nuova non è apparsa minimamente nei concerti del suo ultimo tour, che invece ricalcavano il suo stile classico di menestrello elettrico alla presa con il suo materiale di sempre. Ecco perché siamo andati alla ricerca dei nastri delle sue conferenze stampa italiane, per scoprire fra le righe qualche parola di troppo, o anche una semplice dannata virgola che ci facesse capire come mai un artista della portata di Neil Young possa uscire con un album incerto come Trans. 
Marco Cestoni, Ciao 2001, 1983


IL CANADESE SOLITARIO CAMBIA ANCORA PELLE
Inaspettato ingresso del trentottenne Neil Young nel mondo della musica elettronica. Un disco che farà discutere e che forse è il migliore apparso quest'anno.
Quello di Neil Young è uno strano destino: sempre in lotta per cercare un successo di cassetta e poi, appena l'ha ottenuto, pronto a fare qualche cosa per respingere la troppa popolarità. E questa volta, a 38 anni, il cantautore canadese si ripete, immerso fino al collo nel suo pessimismo, attaccato da ogni parte per la sua inaspettata uscita nel mondo della musica elettronica.
Trans, che sta per transizione, è infatti un disco che farà a lungo discutere e che, forse proprio per questo motivo, non riesce ad attrarre il normale ascoltatore. Quindi, niente comparsa nelle classifiche, americane o inglesi che siano, pochissimi gli estimatori, compresi quelli che fino a ieri stravedevano per lui. E Neil Young torna ad essere quel solitario individualista che conoscevamo prima della sua avventura con Crosby Stills e Nash, avvolto in una coltre enigmatica che ha raramente smesso in vent'anni di carriera. Trans, primo disco per la sua nuova casa discografica, la CBS, comunque lo si consideri, resta però una pietra miliare della sua carriera e forse il miglior album che sia apparso dall'inizio di quest'anno.
Mentre Rust Never Sleeps era un attacco frontale contro la moda punk condotto con la tecnica rock più classica di Neil, Trans tenta la strada di un nuovo lessico. Intendiamoci, c'è sempre in lui l'istintivo richiamo per la melodia, la tendenza a lasciarsi andare sui sentieri tracciati da chitarre “suonate a lupara”, ma questa volta c'è il tentativo, riuscitissimo, di usare per la prima volta gli strumenti elettronici come mezzi espressivi. Qualcuno potrà dire che c'è molto dei Kraftwerk in certi pezzi in cui usa, per cantare, il vocoder, ma sotto le apparenze ci sono fondamentali differenze che distinguono Neil da tutta l'attuale produzione avvenieristica. La canzone resta il suo fine, anche se i mezzi cambiano, e questo è essenziale.
Famiglia Cristiana 1982


Via dalla Reprise, perché la Geffen gli promette più soldi e libertà d'azione, Young si getta nel calvario artistico del suo decennio più confuso e irrisolto. Alla Geffen si fregano le mani, ma non immaginano neanche che cosa li aspetta. Il canadese gode a rendersi musicalmente irriconoscibile, liricamente inintelligibile e iconograficamente alieno, e fa un disco che per due terzi sembra l'opera di un altro (e anche il terzo “normale”, registrato alle Hawaii, non è di certo memorabile). Le sei canzoni elettriche di Trans sono un esperimento di vita, il che è commovente, ma l'album è impietoso, i beat sono meno che elementari, le melodie sfiorano il ridicolo, la voce è fastidiosamente alterata dal famigerato vocoder. Oltre a “Computer Age” e “Transformer Man”, subisce il trattamento anche “Mr. Soul” recuperata dal repertorio dei Buffalo Springfield e seppellita sotto una coltre di sintetizzatori. Nell'era dei computer Young costringe i Crazy Horse, Keith e Lofgren a dargli corda per un disco brutto e irritante. A suo modo, perciò, significativo.
Mucchio Selvaggio Extra 2004

Se si parla di anni 80 e di Neil Young pare di mescolare vino ed acqua santa. Sappiamo bene come la decade del pop sintetizzato (in campo musicale), del consumismo, e del trionfo delle mode (in ambito sociale ed economico) è sinonimo di grande vuoto creativo del nostro loner canadese, specie se raffrontata agli anni settanta e ad alcuni lavori strepitosi alle soglie del 2000. Reduce da due album "di maniera" come Hawks & Doves e Re-ac-tor, che davano ancora, seppur in maniera più fioca, testimonianza di un autore e rocker ispirato ("The Old Homestead" dal primo e "Surfer Joe & Moe The Sleaze" dal secondo rimangono tuttora delle gran belle composizioni), Neil si trova a firmare un contratto con la Geffen Records, abbandonando (almeno per qualche anno) la storica Reprise. Con la casa discografica di David Geffen (mentore in passato di gente come Eagles e Jackson Browne) assisteremo alla piena frustrazione creativa ed umana del songwriter che partorirà almeno una manciata di album che suonano come esercizi di stile, mal riusciti e non ancora ben identificati. Proprio da Trans, album del 1982, si assisterà ad un'involuzione del nostro, che lo accompagnerà, anche se mai in maniera così marcata, per i successivi 4 album da studio. Trans appunto. Il trionfo dei sintetizzatori e del temuto vocoder. Dopo aver assemblato una band che mischia elementi che hanno collaborato con lui in diversi anni (oltre ai Crazy Horse, Nils Lofgren e Bruce Palmer), Neil si accinge a registrare i brani più sui generis della sua quasi quarantennale carriera. Tutto parte da una spensierata (forse troppo) “Little Thing Called Love”, quanto di più banale può venir partorito da un autore del suo calibro (la somiglianza a molti standard rockabilly e blues del passato indica già la strada che verrà percorsa nel successivo album Everybody's Rockin'). Ma questa canzoncina è solo l'antipasto di un album che possiede tutt'altro tenore: uno Young incapace di muoversi con destrezza in certi territori, sfodera una serie di canzoni di stampo elettronico e pop, trasformando la sua voce in un rantolo robotico pressoché incomprensibile. Le melodie possono essere anche accattivanti se prese in sé, ma l'impostazione dell'intero lavoro le distrugge sommergendole in una coltre di sintetizzatori e batterie elettroniche. “Computer Age” parte con un riff piacevole per poi trasformarsi in una strana composizione cyber-country, per certi versi rivoluzionaria, ma poco funzionale. Quello che notiamo fin da subito è forse la mancata volontà di Young di farci arrivare il messaggio delle sue canzoni. È un album personale, che Young suona per sé e con nel cuore il dramma dell'incomunicabilità con il figlio disabile. La successiva “We R In Control” potrebbe sembrare un pezzo dei Daft Punk, forse l'iceberg dell'elettronica younghiana, perché in altro modo non la si può chiamare, tanto è caratterizzata dal personaggio. Un insolito suono di tasti telefonici è usato come stacchetto musicale. "We control the FBI" ci dice Young, facendo presupporre la descrizione di una società che pare voler avere un controllo su ogni cosa. La canzone seguente “Transformer Man” (di cui sarà resa una bella versione nell'Unplugged del 1993) ci presente una pigolante e robotica voce infantile, che ci porta alla mente il figlio nel dramma del suo handicap. Non ci vuole troppo a capire che quel Transformer Man è proprio lui, a cui Neil dedica la canzone probabilmente più densa di carica emotiva. Sembra che il rock possa tornare nella successiva “Computer Cowboy (Aka Syscrusher)” che si apre con dei bei passaggi all'elettrica, che soccombono in pochi secondi alla veemenza sintetizzata della voce e delle batterie elettroniche. C'è anche un abbozzo di assolo strumentale che però soffoca e rimane comunque molto schematico e organizzato (forse proprio quello che Neil dovrebbe evitare). In “Hold On To Your Love” sembra di uscire dalla galleria per rivedere la luce: la voce torna chiara e scandita, la melodia è piacevole, le chitarre si mescolano con un suono di pedal-steel sintetizzata. Il brano è forse uno dei più consoni a Young ed alla band, oltre a prestarsi a buone riletture live, anche se il livello della canzone, forse per la banalità del testo, non raggiunge livelli di eccellenza. Uno scarto dal successivo Landing On Water sembra invece “Sample and Hold”, per chi scrive la più brutta canzone di Neil di sempre, priva di melodia e di suoni non computerizzati, confezionata in una cupezza che pare quasi assurda e fine a sé stessa. Non siamo neppure vicini a certe composizioni del disperato Tonight's The Night, l'"album buio" per eccellenza. Qui il ritmo funereo compenetra in accordi di chitarra bassissima ed in piccole aperture di synth, tutto questo per una durata eccessiva che rasenta gli otto minuti, mettendo alla prova anche il fan più accanito. La rilettura robotica di Mr.Soul è forse la cosa più carina, frutto anche della bellezza originale della canzone, che subisce si un trattamento indecoroso ma ci testimonia anche come Young in questo Trans voglia sperimentare (senza, fortunatamente, perseverare) un nuovo modo di comunicare attraverso la propria musica. Anche l'assolo chitarristico è di buona fattura e ci riconsegna perlomeno un'artista che non ha perso la confidenza con il proprio strumento. La finale “Like an Inca”, che qualcuno ha voluto ricondurre, per via di espliciti richiami testuali, ad ideale seguito di canzoni come “Cortez The Killer” (di cui non possiede nemmeno un centesimo della passione), ha il pregio di riconsegnarci un artista che sembra uscito dal tunnel di un incubo personale che ha voluto rendere collettivo. La composizione finale si staglia forse su un tappeto strumentale troppo ripetitivo ed ossessionante (in linea in questo senso con il resto del lavoro) anche se genuino e discretamente suonato; a dare un giudizio tutto sommato positivo al pezzo, un buon riff di chitarra e delle belle armonie vocali nel ritornello che ci riconciliano, seppur in maniera non definitiva (e con gli album immediatamente seguenti ne avremo la prova) con uno Young che ha voluto dimostrarsi per una volta incompreso, senza alcuno sforzo personale nel tentativo di farsi capire. 
Marco Pavan


La riconversione tecnologica degli '80, quella di Trans (Geffen, 1982), per quanto capace di infondere nuova tensione espressiva alla paranoica e introversa personalità artistica di Young, porta a un sound duro e sintetizzato, all'insegna di un'informatica viscerale, cupa e primitiva.
Il concept futuristico Trans racchiude l'eroica celebrazione loner di “Like An Inca”, nonostante il resto dell'opera indulga in una melanconia kitsch accentuata da melodie computerizzate dal facile piglio. Nelle parti in cui riesce, si avvicina a coniare un nuovo genere definibile in "synth-folk". Gli arrangiamenti elettronici aggiungono nervosi elementi di tensione alla già introversa e paranoica figura di Young, grazie ad una forma viscerale, oscura e primitiva dell'uso dell'elettronica.
Le sperimentazioni continuano in Landing On Water (1986), fondamentalmente un album synth-pop composto da drum-machines e sintetizzatori (ed un video comprendente non solo una canzone ma l'intero album).
La musica di Young era oramai diventata così "bizzarra" che la sua etichetta discografica lo accusò di registrare album "non-rappresentativi". 
Piero Scaruffi