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lunedì 2 agosto 2010

Harvest - Rassegna Stampa (pt.2)





La scelta dell’album perfetto di Neil Young implica una domanda di fondo: elettrico o acustico? Lunghe schitarrate e assoli o atmosfere malinconiche e melodiche? Insomma, Everybody Knows This Is Nowhere o Harvest? Il rocker canadese ha saputo trovare una via di mezzo tra le sue due opposte anime, quel After The Gold Rush uscito nel 1970, giusto a metà tra i due capolavori citati. Ma un punto a favore di questo Harvest, quarto disco solista uscito nel 1972, rimane indiscutibile: è con la chitarra acustica in mano che Young ha riscosso i maggiori successi di pubblico.
Quando pubblica questo disco, Young è ad una fase cruciale della sua carriera. È un affermato artista, non solo solista ma anche con CSN&Y, con i quali ha appena pubblicato il doppio live 4 Way Street, dopo il capolavoro Dejà Vu. E arriva in cima alle classifiche dei singoli con “Heart of gold”, singolo tratto da Harvest. Poco dopo, soffocato da tanto successo, imboccherà una svolta discutibile con il progetto Journey Through The Past, certamente più complesso di questo semplice e diretto disco di country-rock. In seguito tornerà ai suoi massimi livelli, inanellando una serie di capolavori per tutti gli anni ’70, per poi disperdersi nei primi anni ’80 con dischi sperimentali e un po’ inconcludenti.
Harvest, con le sue ballate, rappresenta il vertice di un tipo di scrittura a cui Young tornerà spesso. Canzoni imbevute nella tradizione folk e country (“Harvest” e “Heart of gold”), blues (“Are you ready for the country”), ma spesso rilavorate con arrangiamenti anche complessi, come dimostra l’orchestra di “A man needs a maid” e “There’s a world”, entrambe prodotte da Jack Nitzsche. Solo due episodi, “Alabama” e “Words” presentano chitarre elettriche.
Le canzoni, per lo più, parlano semplicemente d’amore, con alcune vistose eccezioni, come il capolavoro assoluto di questo lavoro: “The needle and the damage done”, straziante racconto di un amico che si sta perdendo nella droga: “Ho visto l’ago e il danno subito, ce n’è una parte in tutti noi, ma ogni drogato è come un sole al tramonto”.
Young tornerà spesso a queste atmosfere, si diceva: nel 1992, a 20 anni esatti dall’uscita di Harvest esce il suo ideale seguito. L’ultimo lavoro di studio del Nostro, Silver & Gold è un altro disco acustico. Certo è che, in questo settore della produzione del cantante, le vette di Harvest non verranno mai più raggiunte. 
Gianni Sibilla


Chi non ha mai visto questa bucolica copertina in un negozio di dischi? E chissà quanti ricordano Harvest solo come una copertina, quando invece entra di diritto nelle pietre miliari della musica…
Nel 1972 Neil Young è ormai un cantautore amato e affermato nel panorama musicale mondiale. Ha già regalato la sua prima perla "heavy country" (Everybody Knows This Is Nowhere) con i Crazy Horse, e un disco fondamentale per il country rock come After The Gold Rush. Inoltre, dal 1969 collabora con David Crosby, Graham Nash e Stephen Stills al progetto Crosby Stills Nash & Young, che già ha dato al rock capolavori come Dejà Vu (1970) e 4 Way Street (1971). Con Harvest il canadese solitario raggiunge il suo massimo successo di vendite e, nonostante Jack Nietzsche si ostini a inserire le pesanti orchestrazioni che caratterizzarono i primi album di Young, il disco è una gemma. Nel 1972 (anno fertilissimo musicalmente parlando) le atmosfere bucoliche (“harvest" vuol dire "raccolto") e tipicamente "on the road", la dolcezza delle ballate acustiche, l'energia dei 2 pezzi elettrici contribuirono a vincere la gara sull'hard rock e sul progressive. Harvest fu il disco più venduto del 1972, mettendo in riga lavori come Thick as a Brick dei Jethro Tull e Machine Head dei Deep Purple. Venne registrato a Nashville nel 1971, con gli Stray Gators (Ben Keith, Tim Drummond, Kenny Buttrey, Linda Ronstadt e James Taylor), ma uscì solo nel 1972 perché Young fu sottoposto nel frattempo a un intervento chirurgico alla schiena. Gli ingredienti per un album spiccatamente country-rock ci sono tutti…
Il raccolto si apre con una splendida ballata acustica, "Out on the weekend", che riprende il tema del "loner" (“see the lonely boy out on the weekend"), il solitario, ovvero l'autore stesso, oltre la malinconia amorosa. La title track "Harvest" è il secondo pezzo, la cui linea non varia rispetto a "Out on the weekend": dolce ballata country con argomento amore bucolico.
Con "A man needs a maid" il discorso si fa più autobiografico. Young canta la sua infatuazione per Carrie Snodgrass, l'attrice di Diario di una casalinga inquieta (da qui il titolo). Il romantico pensiero del cantautore e la sua inimitabile vocina mantengono a galla un pezzo fortemente appesantito dal superfluo apporto dell'orchestra. La paura di ascoltare timpani e violoncelli anche negli altri pezzi svanisce subito con la meravigliosa "Heart of gold", in testa alle classifiche di mezzo mondo per tutto l'anno. Forse la più bella ballata dall'inizio della sua carriera, "Heart of gold" è una pietra preziosa della musica, il classico pezzo da ascoltare da soli o con una persona speciale, magari guardando fuori dal finestrino di un treno o guidando verso un tramonto estivo. La pedal steel di Ben Keith, l'armonica, la chitarra acustica, e la magica voce di Young si fondono in qualcosa di incredibilmente musicale e melodioso, una sensazione di pace interiore, qualcosa di profondamente catartico.
E dopo questa valanga di emozioni, il classico momento scherzoso che ha caratterizzato anche After The Gold Rush: "Are you ready for the country?", un breve pezzo di chiusura di facciata A (si parla sempre in termini di 33 giri).
La facciata B si apre con un altro brano memorabile (la cosa fantastica di Harvest è che su 10 canzoni 7 sono storia), "Old man", altra ballata acustica che coinvolge anche il banjo (strumento principe del country classico). Fino a "Old man" abbiamo ascoltato testi molto easy, canzoni d'amore, solo leggermente introspettive. Ma ciò che ha contribuito a questo grande successo culturale e commerciale è stata anche la tematica "impegnata", trattata dal canadese da sempre con grande umanità, evidenziandone i tratti della vita quotidiana. Young ce ne dà un assaggio con "There's a world", forse il pezzo meno riuscito dell'album, probabilmente a causa dei soliti arrangiamenti per orchestra di Jack Nietzsche. Il testo è di difficile interpretazione, ma sembra aprire uno spaccato più serio nel disco. Infatti il pezzo che segue è "Alabama", inno antirazzista che va a fare coppia con "Southern man" (da After The Gold Rush) sul tema delle colpe dei sudisti in materia di schiavitù. Per il canadese l'Alabama si macchiò di crimini indelebili ("Alabama, you've got a weight on the shoulder that's breaking your back, your cadillac has got a wheel in the ditch and a wheel on the track"). Il pezzo fu motivo di litigio con i Lynyrd Skynyrd, che successivamente difesero l'Alabama e i sudisti in "Sweet Home Alabama".
La sfilata di storia della musica ancora non è finita, anche perché il pezzo seguente è la famosissima "The needle and the damage done". Al tema del razzismo, sempre caro a Young, segue quello della droga, ancora più importante per l'autore. L'umanità e la disperazione con cui egli parla all'amico chitarrista Danny Whitten (che poi morirà) è a dir poco commovente. "I sing the song beacause I love the man, I know that some of you don't understand... A little part of it in everyone", è proprio questo il dramma della canzone: l'amore per l'amico in quanto uomo e la comprensione per la terribile situazione. Il tutto interpretato dalla sua vocina straziante, con la sola chitarra acustica ad accompagnarlo.
Dopo la riflessione, la consueta cavalcata elettrica. Il pezzo che saluta il pubblico è la lunga, splendida "Words (beetween the lines of age)" con un bel cambio di tempo all'inizio e l'energia inimitabile che caratterizza ancora oggi l'anima rock del canadese, nonostante le "rughe del tempo". 
Angelo Pierantoni


Mettersi a scrivere di un album come Harvest è quanto di più difficile un recensore si possa accingere a fare perché, a parte la notorietà del disco in questione – dubito che vi sia davvero qualcuno che non abbia mai visto questa copertina, e se così fosse inizierei seriamente a preoccuparmi – e i milioni di copie vendute, il quarto lavoro solista di Neil Young è a tutti gli effetti un album imprescindibile quanto a bellezza e contenuti, e mettersi a parlare di esso è quasi inutile. Però siamo qui a fare il nostro sporco mestiere, e se leggendo questa recensione qualche amante della Musica che ancora non ne possiede una copia deciderà finalmente di provvedere, o se anche solo qualcuno decidesse di riascoltare questa meraviglia, allora non potremo che essere soddisfatti. Harvest uscì nel 1972 e sebbene Neil Young ancora oggi ricordi quanto fu facile («Harvest was just easy») buttar giù la decina di pezzi che avrebbe composto il disco, la sua pubblicazione dovette subire un ritardo di un anno circa: infatti, nel 1971 Neil dovette operarsi alla schiena per una duplice ernia, ma nonostante ciò egli stava vivendo un momento particolarmente felice nella propria vita, felicemente innamorato della sua fidanzata di quegli anni, Carrie Snodgress («I was an in-love and on-top-of-the-world-type guy»). Quello che pervade l’intero album è dunque un mood felice e positivo, fatta eccezione per un paio di momenti drammatici di cui diremo in seguito, che riflette anche l’ottima situazione in cui l’album fu registrato, fra Nashville e Londra. Alla realizzazione di Harvest prese difatti parte uno staff totalmente nuovo che riuscì ad assecondare perfettamente i desideri del rocker canadese. Nelle vesti di produttore, Elliott Mazer – molto noto nella scena folk e in quella country di Nashville – sostituì David Briggs, collaboratore storico di Neil; gli Stray Gators furono invece la band che accompagnò il nostro, una specie di supergruppo i cui membri vantavano già un’ottima esperienza: il bassista Tim Drummond aveva suonato nientemeno che in un'altra pietra miliare come Blonde on Blonde di Bob Dylan e in seguito avrebbe suonato e scritto pezzi anche con J.J. Cale; Ben Keith fu l’abile chitarrista che permise finalmente a Neil Young di inserire una chitarra pedal steel in un suo album; infine, il batterista Kenny Buttrey fu anch’egli con Dylan in Blonde on Blonde. Se a questa valida band aggiungiamo poi la presenza di artisti come Jack Nitzsche, James Taylor e Linda Ronstadt, più due brani accompagnati dalla London Philarmonic Orchestra, possiamo ben capire come gli ingredienti per dar vita a un capolavoro ci fossero tutti. In quei mesi a Nashville (febbraio - settembre 1971), dove si era recato per partecipare allo show di Johnny Cash, Young diede vita a quello che sarebbe stato il suo album più venduto di sempre: nel 1994 Harvest conseguì difatti il quarto disco di platino, mentre il singolo “Heart of Gold” fu l’unica hit #1 nella carriera di Neil, avendo raggiunto quella posizione nelle chart americane il 18 marzo 1972. 
Quello che fu il lato A del vinile di Harvest contiene alcune fra le ballate più belle mai realizzate nella storia del country-rock e non solo. Il disco si apre con la delicata “Out on the weekend”, una classica ballad da viaggio in cui Neil sembra volerci coinvolgere nella gita musicale che sta per intraprendere, in cerca della sua Carrie, alla quale è appunto dedicato il brano che dà il titolo all’album. Accompagnato dalle soavi note del piano di John Harris, Neil Young in “Harvest” dà vita a una delle sue interpretazioni più toccanti, calandosi perfettamente nel ruolo del trovatore solitario che canta della promessa fatta alla donna che ama. Non esistono davvero parole che possano rendere giustizia alla bellezza di questa canzone, qui semplicemente la storia del rock tocca una delle vette più alte e non possiamo che invitare al suo ascolto chi ancora non lo avesse fatto. “A man needs a maid” assieme a “There’s a world” è forse l’episodio che ha fatto sì che Harvest venisse considerato comunque un album minore rispetto a capolavori come After the Gold Rush, On the Beach o Tonight’s the night: Neil Young e Jack Nitsche registrarono questi pezzi dal vivo nel marzo 1971 con la London Symphony Orchestra, una produzione certamente notevole ma che ancora oggi ci sembra stonare con la musica di Neil, fatta essenzialmente di un approccio più rustico e semplice, che giammai ha necessitato di pomposità simili. Ad ogni modo, si tratta di due buoni brani in cui la drammaticità è fatta sicuramente risaltare dall’uso dell’orchestra, anche se certamente non sono annoverabili fra i capolavori di Neil. Bob Dylan negli anni ’80 ammise candidamente di aver odiato “Heart of Gold”, non riuscendo a capacitarsi di come non avesse potuto scriverla lui, visto che la sentiva terribilmente sua, e questo giudizio schietto del grande Bob credo sia il miglior tributo che Neil Young abbia mai ricevuto per questa canzone, che riprende in parte il tema di “After the Gold Rush”, con l’icona dell’eroico minatore che attraversa vaste lande in cerca dell’oro e soprattutto di sé stesso. La “Are you ready for the country”, ai cui cori ci sono le inconfondibili voci degli amici David Crosby e Graham Nash, è a modo suo un tributo a uno dei più grandi bluesmaster di sempre: Neil raccontò di essere stato ispirato da un giro di blues di Howlin’ Wolf che l’amico Nitsche stava suonando, e che fu puntualmente ripreso in questa Nashville-ballad. Di “Alabama”, anch’essa con Crosby & Nash, si disse molto per via di una presunta querelle coi Lynyrd Skynyrd: il tema dell’americano “southern” razzista e cattivo aveva già caratterizzato l’amara “Southern Man”, e corse voce che la band di Ronnie Van Zant avesse composto “Sweet Home Alabama” in tutta risposta al “nemico”; in realtà, non vi fu nessuna acredine fra le due parti, fra Young e gli eroi del southern vi era una grandissima stima, tanto che Ronnie vestiva spesso t-shirt raffiguranti l’artista canadese durante i concerti, proprio come nella foto dell’artwork di Street Survivors. In “Old Man”, altro esempio di perfetta ballata country, possiamo apprezzare il fantastico coro di voci ad opera di Linda Ronstadt e del grande James Taylor (che si occupò dei cori anche in “Heart of Gold”), alle prese anche col banjo, ma il miglior brano del lato B di Harvest è sicuramente “The Needle and the Damage done”: registrata dal vivo presso la UCLA University, in questa lenta e disperata ballata acustica Neil canta il dolore per la prematura scomparsa di Danny Whitten, membro dei Crazy Horse morto per overdose. Le atmosfere country hanno ormai ceduto il posto al folk d’autore, e la drammatica ”Words” chiude con grande intensità l’album. Altro non resta da dire, Harvest rientra certamente fra quegli album storici che almeno una volta bisogna sentire e del quali molti si sono innamorati. Neil Young forse non ha raggiunto in esso la perfezione che ha caratterizzato altri suoi lavori, ma questo disco rientra a tutti gli effetti fra le migliori cose da egli prodotte, e la bellezza delle composizioni presenti in esso ci permettono sicuramente di annoverarlo fra gli album immortali della storia della musica. Da scoprire, se ancora non ne avete avuto modo. 
Fabio Rezzola


Neil Young ha realizzato dozzine di album nella sua infinita carriera, ma nessuno di questi riuscirà mai a scalzare Harvest dal gradino più alto del podio. Non tanto per l’intrinseca qualità (notevole, ma non superiore a quella di altri lavori del canadese, da After The Gold Rush a Rust Never sleeps passando per il capolavoro On The Beach), quanto per i consensi di pubblico raccolti, per le peculiari fragranze che hanno saldato il country-rock al filone westocastiano attraverso il personalissimo prisma del suo autore e per l’influenza esercitata su una moltitudine di musicisti.
Come tutte le pietre miliari, Harvest è stato sezionato, analizzato e sviscerato, al fine di carpire il segreto di un incantesimo che non smette di ammaliare a 35 anni dalla sua creazione, forte di melodie e soluzioni sonore di impareggiabile semplicità e bellezza.
Qualcuno azzarda a mettere in evidenza i pochi difetti (le orchestrazioni un po’ ridondanti di Jack Nietzsche in un paio di episodi in primis), mentre è quasi del tutto decaduto il celebre appunto mosso dal critico di Rolling Stone Dave Marsh a suo tempo: ossia che il sound di “Harvest” avrebbe banalizzato e deturpato, rendendolo accessibile alle masse, il marchio West Coast. Certamente Young passò al raccolto di un credito maturato nei cinque anni precedenti. La scelta di registrare parte dell’album a Nashville fu un tributo a quel country-rock che stava conquistando sempre più consensi, dopo il rivoluzionario Sweetheart of the Rodeo dei Byrds (persino Bob Dylan fu contagiato dal virus di Gram Parsons, pubblicando l’emblematico Nashville Skyline). Ma fin dai tempi dei Buffalo Springfield, il Canadese aveva saputo maneggiare una impareggiabile vena folk, resa unica dalla sua voce fragile, dal fingerpicking e dal lirismo sprigionato. Intarsiare tali prerogative con calibratissimi arrangiamenti di steel, slide e banjo fu dunque un logico passo successivo. La morbidezza, il nitore di buona parte di Harvest non scadono mai nel flaccido: è il Neil Young più sereno e ispirato, l’architetto della solitudine, della ricerca di sé stessi e dei propri sogni nei grandi spazi aperti della tradizione americana.
Se il minimalismo percussivo ( il batterista quasi rifugge indietro senza perdere l’ondeggiamento necessario), il senso di sospensione estatica e la frugalità melodica ispireranno diversi sotto generi ( dal mellow country all’indie-folk), l’apparente serenità younghiana in Harvest riflette le speranze della generazione baby-boomers nel riflusso di Woodstock, ancora ubriaca di innocenza, un attimo prima che il vento degli anni Settanta spazzi via tutto. Apparente perché in alcuni brani non mancano di allungarsi le nevrosi personali dell’autore e foschi accenni alla crescente disillusione dei tempi mutanti, culminate in particolare nei due pezzi che concludono l’opera. Va detto che lo stesso Canadese, come sempre inquieto artisticamente, rifuggì i bagliori del canovaccio harvestiano, temendo di rimanere intrappolato in un cliché. I passi successivi saranno quelli scorati e sfocati della “trilogia maledetta”, tanto devastante umanamente quanto superba artisticamente, per poi sfociare nel solare Zuma, l’album della svolta e del ritorno coi Crazy Horse.
Harvest si apre con il soffuso incedere di “Out of the weekend”, autentico manifesto dell’opera: riflessiva e contagiosa, permeata da una tenue malinconia da fine estate enfatizzata dal magnifico lavoro di pedal steel di Ben Keith e dagli inconfondibili soffi di armonica di Neil. Il tema del pezzo è un classico di Young: la fuga dalla alienazione metropolitana verso gli spazi aperti, autentico luogo della mente. Assieme a Lou Reed, il buon Neil è stato tra i più lucidi interpreti rock dell’angoscia contemporanea. Ma se Reed ha sempre affrontato i suoi demoni rimanendo fedele alla dimensione cittadina (la campagna l’avrà forse vista solo in cartolina), Young è appunto il cantore della fuga, delle visioni apocalittiche (in celeberrimi pezzi come “Broken Arrow” o “Last trip to Tulsa ) che in Harvest si sublimano in un restauro interiore pacato e sognante, da realizzare negli infiniti orizzonti dell’America più vera.
La title-track approfondisce magistralmente tale solco: una delle più toccanti canzoni d’amore di Young, un soave numero country-rock in cui l’impalcatura è retta dal pianoforte. Come sempre folgoranti sono la sincerità e la vulnerabilità di un Neil stavolta messosi nei panni del trovatore solitario impegnato a mantenere la promessa alla donna amata, il tutto con liriche incisive quali “Will I see you give more than I can take? Will I only harvest some? As the days fly past /will we lose our grasp /Or fuse it in the sun?” .
Segue “A man needs a maid”, spesso considerata la pietra dello scandalo: per il pesante inserto orchestrale della London Symphony Orchestra e per un testo accusato di misoginia, come già accaduto alla celeberrima “Cowgirl in the sand”. Sul primo argomento, è indubbio non tanto che il fraseggio pianistico venga appesantito, quanto che ben più geniali erano stati gli arrangiamenti lisergici di Nietzsche ai tempi di “Expecting to fly” dei Buffalo Springfield. L’accusa di misoginia invece è francamente ridicola. Dopo aver tratteggiato lo spaesamento della sua generazione all’inizio della decade, Neil ipotizza un riflusso nel privato, sciorinando appositamente il peggiore stereotipo del rude maschio bisognoso soltanto di una cameriera: per poi sciogliersi nell’ammissione delle proprie paure e fragilità con parole dolcissime quali “To give a love, you gotta live a love. /To live a love, you gotta be "part of" /When will I see you again?”.
“Heart of gold” è invece un brano che ha sempre messo d’accordo tutti: quei quattro accordi di chitarra, gli inserti di pedal steel, il suadente controcanto di Linda Ronstadt e James Taylor forgiano un brano perfetto. Neil ci mette un’interpretazione asciutta nel descrivere la figura dell’eroico minatore in cerca dell’oro e dell’amore, muovendosi ai margini di quella “fine line” descritta nel testo come quella linea immaginaria in cui si schiudono le nostre utopie, trovandola in questi tre minuti perfetti tangibile e vicina. “Heart of gold” è uno di quei brani in grado di restituire la più pura accezione al rock, unificante linguaggio comunitario dei giovani, ma Young nutrì per esso un rapporto di amore-odio, temendo di essere considerato alla stregua di un John Denver per l’eccessiva orecchiabilità. Anni dopo infatti dirà: “Heart of gold mi mise al centro della strada. Viaggiare lì divenne rapidamente noioso, così mi spostai nel fossato. Una cavalcata più difficile, ma in cui incontrai gente più interessante”. La prima facciata del vinile si chiude col divertissement di “Are you ready for the country?”, brioso sunto impreziosito dalle voci di Crosby e Nash.
Le danze riprendono subito con un'altra epitome dell’album, “Old man”. Grandi vedute e folgoranti liriche che fungono da specchi in cui riflettersi fanno da sfondo ad una delle melodie più limpide e struggenti mai create da Neil, con un fulgido banjo che si impossessa dei suoi dubbi, Una perfetta ballata country, che lascia senza fiato nel magistrale refrain. Con “There’s a world” tornano invece gli azzardi di certe partiture d’archi, con tanto di rintocchi di campane che inficiano leggermente una tema cristallino ( la versione solo voce e piano è uscita nel recente Live at Massey Hall, ed è certamente migliore).
Il tono dell’album cambia improvvisamente mentre ci si spinge verso l’epilogo: “Alabama” riprende la vena anti-razzista della celeberrima “Southern Man” con impeto persino maggiore. Indimenticabile il roccioso attacco di chitarra: la sei corde elettrica torna inaspettatamente a ruggire, increspandosi tra le pieghe del pianoforte e delle armonie westcoastiane targate Crosby-Stills e regalando un solenne incedere. Neil dipinge con un mirabile gioco di rimandi e immagini l’universo sudista (“Your Cadillac has got a wheel in the ditch / And a wheel on the track”) e innescando la celebre polemica con gli amici-rivali Lynyrd Skynyrd, che gli dedicheranno la celeberrima “Sweet home Alabama” in risposta.
A quel punto arrivano i due minuti registrati dal vivo di “The Needle and the damage done”:in quell’arpeggio morboso – evidente omaggio al Bert Jansch di “Needle of death”- e nello straziante cantato di Neil si materializza l’altra faccia del sogno hippie, la droga che si porta via le menti migliori di una generazione. La discesa negli inferi della dipendenza del chitarrista dei Crazy Horse Danny Whitten, poco prima che l’ago se lo portasse via, fa percorrere un brivido lungo la schiena, anche ascoltandola per la millesima volta, dalle dolci e ingannevoli spire del “Cellar door” all’amara profezia finale del “every junkie is like a setting sun”. Assolutamente straniante è lo stacco dagli applausi, che chiudono il mitico brano, al violento attacco di “Words (Betweene the lines of age)”, l’episodio che chiude Harvest con una feroce e sfibrata cavalcata chitarristica, costituendo il contraltare elettrico del pezzo precedente.
Quasi un sibilo malefico e distorto col quale cala il sipario di un album epocale, fotografia irripetibile del momento in cui la somma illusione rock del 69 – ossia che una società alternativa, basata sulla musica, fosse possibile – stava definitivamente tramontando. Niente sarebbe stato più come prima. Neil Young attraversò il buco nero di quella decade sfoderando la sua arte migliore, per poi tornare sei anni dopo, nel 1978, al celestiale sound country-rock su Comes A Time, una volta lenite le sue ferite e uscito dal tunnel. Se guardate la bucolica copertina di quell’album potrete scovare l’unico sorriso di Neil mai apparso in cover: lo stesso che abbiamo noi, ogni qualvolta ascoltiamo le prime note di Harvest.
Junio C. Murgia, storiadellamusica.it