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David Crosby - Here If You Listen

Quarto album in appena cinque anni, il nuovo sofisticato lavoro del membro più anziano di CSN&Y, accompagnato da numerosi ospiti, è un'altra prova della sua ritrovata creatività.

Neil Young Archives

Il sito web ufficiale dove potete rivivere l'intera carriera di Neil Young: canzoni, album, film, inediti, foto, manoscritti, memorabilia, video, radio clips e tanto altro.

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Il nuovo live d'archivio è la testimonianza del celeberrimo tour del 1973 con i Santa Monica Flyers, una selezione dai concerti inaugurali del Roxy Club di Los Angeles.

Neil Young + Promise Of The Real - Paradox

L'ultimo esperimento è un "pastiche" cinematografico surreal-western a base ecologista, più relativo soundtrack che mischia brani live, jam, cover e strumentali.

lunedì 2 agosto 2010

On The Beach - Rassegna Stampa (pt.1)



Neil Young è ancora in un periodo di grossa confusione. In certi momenti si rende conto di essere in crisi e cerca, allora, disperatamente di uscirne. Ma per questa sua fretta di comunicare le emozioni spesso sbaglia e registra album sempre meno interessanti. Questo On The Beach vuole rappresentare una parentesi meno pessimista nella sua discografia, un album alla ricerca di immagini positive e serene come già mostra la copertina. Nonostante tutto On The Beach, pur mancando di linearità, di compattezza, è in certi momenti piacevole nelle sonorità, in alcune idee musicali che si fanno notare, a tratti, nel lavoro. In On The Beach collaborano sia gli Stray Gators che i Crazy Horse. 
Elia Perboni, Music 1982

Questo lavoro esce nel luglio '74 ed è il più triste, intimista e depresso di quel periodo. Young ha recepito la sua popolarità in senso inverso: non è felice del fatto di essere diventato una rock star. On The Beach è un lavoro che ho apprezzato in seguito, al momento mi aveva deluso. Contiene "Walk On", la splendida "See The Sky About To Rain" ed "Ambulance Blues" che è, in assoluto, una delle cose più tristi che Neil abbia mai scritto.
Paolo Carù, Buscadero 1989


On The Beach, risentito oggi, è un disco di grande bellezza, intenso, triste, profondo. Young lo ha inciso con pochi musicisti ed il suono è semplice e diretto. L'album contiene almeno quattro canzoni straordinarie. Il rock diretto e pulsante di “Walk On”, la splendida ballata notturna “Ambulance Blues”, la cui bellezza è ingigantita dall'uso del violino di Rusty Kershaw e della fisarmonica di Neil, la struggente ballata desertica “On The Beach”, segnata dalla batteria di Ralph Molina e dal piano di Graham Nash. Ed ancora “Revolution Blues”, con Rick Danko e Levon Helm, la dolce “Motion Pictures” e la selvaggia interiorità di “Vampire Blues”. Il termine blues appare molto in questo album, a conferma dello struggimento dell'artista, della sua visuale critica nei confronti della società, della sua solitudine nei confronti dei colleghi. Un disco che, a quasi trent'anni di distanza, mostra l'enorme talento del canadese. On The Beach è un capolavoro dimenticato che va riscoperto assolutamente.
Paolo Carù, Buscadero 2003
 



Concepito dopo Tonight's The Night, ma pubblicato prima (per ordini superiori). L'inversione delle date crea una discontinuità storica nel “periodo nero” di Neil Young. On The Beach, in effetti, non sta al fondo dell'abisso. Ne segna, invece, la lenta risalita. È ancora piuttosto sconsolato e trasandato, ma non tanto cupo, “helpless”, come quello che verrà dopo (che era venuto prima...). Le otto canzoni sono, è vero, sottoprodotte, eppure mai sciatte. Piuttosto, semplici, di una semplicità incontaminata, primitiva, per questo ancor più autentica. Il suono naturale, le armonie chiare e l'esecuzione disinvolta toccano vette eccelse nei tre Blues (“Revolution”, “Vampire” e “Ambulance”), nella briosa “Walk On”, nella stralunata, meravigliosa title-track. Né Crazy Horse né Stray Gators, ma un po' di tutti e due, e poi Levon Helm e Rick Danko della Band, e diversi altri musicisti occasionali, e ancora tre produttori (Mark Harman e Al Schmitt con il solito Briggs). On The Beach è la “via d'uscita” e uno dei migliori Neil Young di sempre.
[…] C'è tutto, in quella sequenza di Blues impietosi, nelle nuvole come di malinconia di “See The Sky About To Rain” e nelle desolate ammissioni di impotenza della title-track, l'incapacità di convivere con la fama e il proprio ruolo pubblico (“ho bisogno di una folla di persone, ma non posso fronteggiarla giorno dopo giorno”), la dissoluzione del matrimonio con Carrie, i postumi del dolore per gli amici scomparsi, la fine dei sogni della controcultura, l'America di Nixon con il Watergate e la crisi petrolifera, la decadente opulenza delle rockstar ai quali qualcuno dovrà prima o poi farla pagare (“sento dire che Laurel Canyon è pieno di famose star / ma io le odio più dei lebbrosi / e un giorno le ucciderò nelle loro auto”, e questo a soli cinque anni dai massacri di Charlie Manson), la premonizione di un mondo in cui chi è escluso dal banchetto e non ha nulla da perdere prima o poi si ribellerà, cristallizzata nella visione spaventosa di “fontane di sangue, e dieci milioni di Dune Buggies che discendono la montagna”. Qualcuno ha detto che On The Beach è il disco più dylaniano di Young, mancando del tutto il bersaglio. In nessun album più che in questo Neil Young assomiglia solo ed esclusivamente a se stesso. Un uomo che al limite dei trent'anni si ritrova “solo davanti a un microfono”, con “tutte le sue fotografie che cadono dal muro” e la convinzione che “è facile seppellirsi nel passato, quando cerchi di far sopravvivere una cosa bella”.
Mucchio Selvaggio Extra 2004


On The Beach - “...penso che andrò via dalla città...”
Per dire questo disco servirebbe un oceano. E una spiaggia distesa ad annegare maree. “Sento che qualcuno parla male di me”, ed è ancora difficile cambiare, dire in qualche modo come stai. “Prima o poi diventa tutto vero”. Promessa tesa, dal suono vibrante, protesa verso un treno che corre, e fischia, quel fischio è in realtà e la realtà questa canzone mirabile, assoluta. “See The Sky About To Rain”, per piano elettrico, basso e batteria, steel guitar e una voce che canta e sembra sogni, sulla linea invisibile che separa incubi e speranze. “Ero là a Dixieland e suonavo un violino d'argento / finché arrivò un uomo / e me lo spezzò a metà”. Tutto è pronto allora perché si aprano i cieli, sotto a un “Blues della Rivoluzione” psichedelico e incalzante, intonato in pura trance trasfigurata (“...vedo fontane di sangue, e dieci milioni di Dune Buggy venire giù dalla montagna”), che sfiora la violenza con sguardo immobile, e sottile. Dal sangue a un banjo, l'impenetrabile segreto di “For The Turnstiles”, celato tra esploratori nel granito, parate di lenziola bianche, sarti e ruffiani, mentre “tutti i marinai e le loro donne col mal di mare / sentono le sirene sulla costa / che cantano canzoni”. C'è qualcosa, in mezzo al deserto. Qualcosa che è come una lontana speranza, “arriveranno i bei tempi” – là, dentro a “Vampire Blues” – “ma di certo arriveranno lentamente”. E così, eccola, quella spiaggia. “Il mondo gira, cambia, e spero non scompaia. Tutte le mie foto stanno cadendo dalla parete dove le ho messe solo ieri”. È qui. Qui, il centro dell'arco di cielo che stiamo attraversando, in quell'intervista radiofonica dove “mi sono trovato da solo al microfono”, sul confine tra il bisogno disperato di una folla e paura di affrontarla “giorno dopo giorno”. “Film” è una vita “in sospeso”, pagina di diario raccontata a sussurri, con basso e congas che accompagnano una nuova speranza ai ricordi (“sono in fondo a me stesso, ma in qualche modo ne uscirò / e sarò davanti a te, a sorridere / ai tuoi occhi”). “Ambulance Blues” è quella speranza, lieve come un battello sul fiume, a “ondeggiare nella pioggia”. La vecchia via dei Navajo, mamma Oca “ormai in discesa” e quella scarpa triste che ha voglia di urlare: “ai vecchi tempi di una volta, quando si suonava c'era un'aria magica”, e l'ultima battuta è per l'uomo che dice bugie, e “ne ha una diversa per ogni paio di occhi”. Così termina, On The Beach, con un'ambulanza blues che, da quella spiaggia, a passo d'uomo, si allontana. 
Mucchio Selvaggio Extra


Ci sono dischi che rappresentano il rock in maniera esemplare. Non (sol)tanto per la musica, ma per la passione da cui nascono e che generano nel corso degli anni. On The Beach di Neil Young appartiene a questa categoria; forse ne è il capofila, addirittura. A quasi vent’anni dalla pubblicazione del 1974, On The Beach viene finalmente stampato oggi per la prima volta su CD, insieme ad altri tre dischi mai pubblicati: American Stars ‘n Bars (1977), Hawks & Doves (1980) e Re-ac-tor (1981). Anche American Stars ’n Bars e Hawks & Doves sono state considerate delle “gemme perdute”, ma del quartetto On The Beach è sicuramente la punta di diamante.
La storia di questo disco è infatti una perfetta metafora delle (belle) nevrosi degli artisti e del pubblico rock. Young lo concepisce in uno dei periodi più duri della sua carriera: dopo Tonight’st the night, che era la sua reazione alla morte del chitarrista dei Crazy Horse Danny Whitten, seguita dopo pochi mesi da quella del roadie Bruce Berry. Tonight's The Night, però, viene rifiutato dalla casa discografica (verrà pubblicato solo nel 1975) e Young torna in studio e incide questo On The Beach. Un disco duro e grezzo, che alterna momenti di cupa disperazione (non così cupa come quella di Tonight, però) ai primi lampi di speranza. Prendete la conclusiva – e bellissima – ballata “Ambulance blues”. “Ai tempi del folk l’aria era magica quando suonavamo”, canta Young ricordando il successo di Harvest; poi: “Credo di doverla chiamare nostalgia per ciò che andato/Ed è difficile dire il significato di questa canzone/ Un’ambulanza può andare solo così veloce/ ed è facile farsi seppellire dal passato/ quando cerchi di far durare qualcosa di bello”. Young inizia a vedere la via d’uscita dal tunnel da uno dei periodi più bui della sua carriera. Almeno psicologicamente, perché la musica di questo periodo è tra le sue migliori di sempre: in bilico tra il rock chitarristico e il folk, le canzoni di On The Beach (così come quelle di Tonight's The Night e del successivo Zuma) esplorano in profondità le diversi anime dell’artista come pochi altri album nella sua quarantennale carriera.
Young, però, rinnegherà questo album, forse per quello che rappresenta nella sua storia. Negli anni ’80 l’industria discografica darà il via alla “ristampa selvaggia” innescata dalla conversione dei cataloghi in CD. Ma Young deciderà di non ripubblicarlo, insieme agli altri tre dischi già citati. Verranno stampati nel nuovo formato dischi ben più scadenti del catalogo dell’artista canadese, ma questo no. Dove finisce la nevrosi dell’artista inizia quella del pubblico: chi ha una copia del disco se la tiene stretta, chi non ce l’ha, inizia la caccia. Iniziano a circolare copie pirata su CD, frutto di conversioni “artigianali”. Negli ultimi anni, grazie ai sistemi di file sharing alla Napster era facile trovarsi le canzoni in Mp3, e crearsi il proprio CD. Ma, tra i fan, l’attesa per la pubblicazione in CD di questo disco non è mai scemata.
Non è lecito sapere cosa abbia spinto Young a tenere fermo così a lungo questo CD – forse l’ avversione al suono digitale, a cui ha sempre apertamente dichiarato di preferire il calore del vinile. Così come non è lecito sapere cosa gli faccia tenere fermi i tanti attesi “archives” di materiali inediti, di cui da anni si favoleggia la pubblicazione in un box. Qualunque sia il motivo, Neil Young è un grande anche per queste sue manie da artista, e finché la sua nevrosi darà vita a dischi come On The Beach, il suo pubblico lo seguirà pazientemente, anche aspettando pazientemente 20 anni, quando sarà il caso.
Gianni Sibilla


Che Neil Young sia un personaggio strano e al di sopra delle righe è cosa nota ma onestamente la sua scelta di non ripubblicare su cd On The Beach non l’ho mai capita. Questo è uno dei suoi massimi capolavori e averlo lasciato per così tanto tempo fuori dal mercato è quantomeno bizzarro. Si perché il disco, edito originariamente nel 1974, arriva solo ora a quasi 30 anni di distanza in versione cd. Neil è proprietario dei diritti, come egli stesso ha sempre dichiarato, per cui questa bizzarra decisione è tutta farina del suo sacco. Comunque ora finalmente giustizia è fatta e abbiamo la possibilità di ascoltare questo capolavoro in versione rimasterizzata. Dico subito che la tracklist è quella originale senza nessuna bonus track ma onestamente poco importa. Questi 8 piccoli grandi gioielli bastano e avanzano. On The Beach è il secondo episodio di quella che viene definita la “trilogia del dolore” di Neil Young (gli altri due sono Time Fades Away, live, e Tonight’s The Night) e forse il più disperato dei 3. Il tono cupo del lavoro si intuisce fin dalla copertina molto evocativa dello stato d’animo dell’autore e diventa realtà ascoltando i suoni scarni e plumbei, i testi crudi danno una immagine disillusa e triste della società. L’album si apre con “Walk On”, un rock veloce ma decadente, tirato ma dall’animo triste ben sottolineato dalla malinconica steel guitar suonata da Ben Keith e dal drumming di Molina. La steel è un elemento ricorrente del disco, il suono simile ad un pianto è perfetto per queste canzoni così la ritroviamo anche nella tristissima e sognante “(See The Sky) About The Rain” con Neil al wurlitzer. Alla fine della canzone compare un velo di armonica che i credits dell’album dicono esser suona da tal Joe Yankee, in realtà si tratta sempre dello stesso Young sotto pseudonimo, una delle sue tante bizzarrie. Alla batteria troviamo il grandissimo Levon Helm. In “Revolution Blues” al basso compare Rik Danko che da una tocco black e David Crosby alla ritmica. Ne esce una ballata indimenticabile, così struggente e visionaria con un assolo epocale di Neil, uno di quelli che solo lui può fare tanto è spigoloso e rabbioso, una stilettata al cuore e all’anima dell’ascoltatore attonito.” For the Turnstiles” è un country blues scarno e desolante, solo dobro (Keith) e banjo (Young), una song minimale quasi un urlo disperato; splendido apripista per la seguente “Vampire Blues” puntellata da un gelido hammond e dalla improvvise svisate elettriche di Neil il cui canto è sempre più simile ad un lamento strascicato. La title track è una ballata asciutta, arida direi, toni crepuscolari con il wurlitzer (suonato da Graham Nash) appena accennato. Il canto di Neil è come la sabbia portata via dal vento quasi ad esorcizzare i tormenti interiori del canadese che fa poi vibrare le corde della sua chitarra in un solo straziante e straziato, che fa percepire una violenza e una rabbia nascoste, quasi trattenute. “Motion Pictures (For Carrie)” è dedicata alla sua compagna Carrie Sondgress. Alla slide, che fa da splendido controcanto, troviamo Rusty Kershaw. Neil inforca l’armonica dando vita ad una melodia ombrosa e sperduta pervasa di classe cristallina. Il disco si chiude con la monumentale “Ambulance Blues” il pezzo più significativo del album; 9 minuti di una bellezza sconcertante, il violino di Kershaw vola alto sulla melodia notturna segnata dalla chitarra acustica di Neil: la corda bassa è tenuta volutamente molle (soluzione questa ripresa anche in un brano di Greendale) a dare un senso di ancora maggiore buio interiore; l’armonica e il violino si incrociano e subito si separano in un continuo gioco delle parti. Il testo è una dura invettiva contro la politica americana con chiari riferimenti al Watergate. Personalmente ritengo questa canzone una delle migliori di tutto il repertorio del leone canadese, un capolavoro di decadente interiorità. Qualcuno ha definito questo album come uno degli affreschi musicali più disperati di sempre, poche volte mi è capitato di rimanere così sconcertato dopo l’ascolto di un disco: in queste 8 canzoni c’è tutta l’inquietudine di un’anima allo sbando come era quella di Neil Young nei primi anni ’70. Il canadese ci ha riversato dentro tutto se stesso e il risultato è di una bellezza tremenda.
Marco Redaelli, rocklab.it