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giovedì 29 luglio 2010

Comes A Time - Rassegna Stampa

 
ALLA RICERCA DEL TEMPO PERDUTO

Viene il tempo di fare ritorno alle origini...” canta Neil Young nella sorprendente “Comes A Time”, una stupenda autocritica che sconfessa la sua rabbia riprendendo il discorso interrotto delle sue dolcissime e malinconiche ballate.
Neil anima inquieta, Neil poeta-contadino, Neil allucinato-nevrotico del passato e del futuro è tornato finalmente all'incisione con Comes A Time, un disco sorprendente perché legato sonoramente alla prima fase solista del canadese dell'Ontario. Infatti, ad osservare bene la carriera solista di Neil, si vede chiaramente come After The Gold Rush e Harvest siano (e restino) i suoi indiscutibili capolavori, proseguiti idealmente con la vena elettrica-acustica sino a Zuma che ha segnato la sua seconda rinascita artistica.
Ma questo nuovo, eccellente disco (perché non dirlo subito) si riallaccia alla spontaneità del suo esordio solistico, quel magico Neil Young del 1969 ancor oggi poco considerato e conosciuto dal grande pubblico.
Si era parlato, a più riprese, di nuovi e veri album creativi che Young aveva registrato prima della fantastica tournée europea nella primavera del 1976: si erano anche fatti i nomi, Home Grown prima, Human Highway poi. E invece niente. Solo una tripla antologia, ottima lente caleidoscopica quadrifonica Decade per dare uno sguardo panoramico alla carriera artistica di Neil, dai giorni con i Buffalo Springfield attraverso le eroiche gesta con CSN&Y sino ai giorni nostri. Ed ora che la sua parabola ascendente-discendente sembra tornare al punto bonario, semplice, reale di partenza, siamo ancora qui a parlare di lui, questo scontroso, chiuso, semi-pellerossa dei tempi moderni, questo redivivo e reincarnato “trapper” di Topanga Canyon... per celebrare e festeggiare il nuovo ultimo capolavoro.
Comes A Time nella dialettica younghiana significa “viene il tempo di tornare alle origini, alla musica come alla realtà esoterica...” e tutto il disco risente di un'atmosfera surreale che sa di tempi perduti, di sogni infranti ed ideologie ritrovate. Lo si potrebbe definire un album acustico dove ogni pagina deve essere letta isolatamente, più volte, con attenzione; ma la suite continua dei brani è perfetta, a tal punto, da far pensare ad un disco a contenuto filosofico unitario ed omogeneo. “Peace Of Mind” getta addirittura un ponte a mani tese verso gli ultimi giorni dei Buffalo di Last Time Around, mentre “Goin' Back”, “Look Out For MY Love” lasciano quasi perplessi, imbarazzati di fronte a una musica così easy, spontanea, fresca, aperta, specialmente se la si considera come l'espressione artistica del più emblematico e misterioso dei musicisti californiani.
Neil sembra veramente alla “ricerca della nuova musica popolare americana”, e Comes A Time potrebbe essere solo un primo passaggio verso forme sonore tradizionali come il bluegrass, il folk e l'honky tonky music texana. Una parola per i musicisti numerosissimi che lo hanno aiutato a cesellare questo stupendo mosaico folk-rock archetipo Byrds & Buffalo: sono con lui i Crazy Horse (Sampedro, Talbot, Molina e Mulligan) e numerosi ospiti come J.J. Cale, Spooner Oldham, Ben Keith, Tim Drummond ed una serie di chitarristi acustici, segno inconfondibile del nuovo corso younghiano.
L'unico episodio elettrico si chiama “Motorcycle Mama” nel quale la sua voce si sdoppia con quella caricatissima di Nicolette Larson, in netto contrasto con la conclusiva gemma acustica dell'album, la stupenda ballata di Ian Tyson “Four Strong Winds” che è anche il miglior commiato temporaneo da un musicista dal quale ci attendiamo ancora grandi cose. A modo suo, ma è rimasto uno dei pochi puristi californiani, cultori di certa musica a fianco di Roger McGuinn, Joni Mitchell e Jackson Browne, fratelli lontani di uno smisurato, tecnologico e caotico paese.
Sergio D'Alesio, Guerin Sportivo 1978


Disco ricco e semplice allo stesso tempo, Comes A Time rivela per l'ennesima volta questo doppio volto di Young. Nell'insieme l'album è piacevole e, forse per la prima volta, tutti i brani sono condensati, sono prodotti-canzoni (non nel senso dispregiativo del termine) che riescono a racchiudere atmosfere diverse, forse più acustiche che elettriche. Tutto comunque è scorrevole, le dieci canzoni si lasciano ascoltare serenamente e anche la vena nostalgica del cantautore non appare eccessiva, pur restando un elemento costante nell'interpretazione. A Comes A Time ha collaborato un numero incredibile di musicisti e ingegneri del suono, ma nonostante questo grande impiego di forze non si notano elaborazioni troppo sofisticate, anzi, pare che tutto lo sforzo dell'equipe tecnica (e anche quella dei musicisti) sia diretta verso la meta di una semplicità armonica, con una melodia che ha contribuito al successo commerciale del disco. Tra i musicisti presenti in Comes A Time vi è, oltre ai Crazy Horse Frank Sampedro, Billy Talbot, Ralph Molina e Tim Mulligan, anche J.J. Cale e la voce di Nicolette Larson che da questo album ricava, per una sua versione, il brano “Lotta Love”.
Elia Perboni, Music 1982


Pubblicato nel luglio '78 è un ritorno, pacato e piacevole, alle atmosfere country di Harvest. E dopo quel lavoro del '72 è il disco di maggior successo della decade (assieme a quello che lo segue), ma non è uno dei suoi lavori più azzeccati. Morbido e suadente, è un album di transizione in cui Neil infila una serie di composizioni discrete tra cui si fanno notare "Lotta Love" e "Human Highway". C'è una cover di "Four Strong Winds" di Ian and Sylvia.
Paolo Carù, Buscadero 1989


Basta confrontare la copertina di Tonight's The Night con questa di Comes A Time per realizzare che il peggio è passato. Mai Young aveva sfoggiato e mai più sfoggerà un sorriso tanto franco e aperto come quello del folksinger con la chitarra al collo che qui intona ballate gentili e rasserenate. Più dei Crazy Horse, comunque presenti, contano le otto chitarre acustiche di altrettanti musicisti, l'elettrica di J.J. Cale, le harmonies di Nicolette Larson, il pianoforte di Spooner Oldham e l'orchestra “via col vento”. Gli archi spuntano con garbo dagli scampanellii di plettri e quando cedono il passo a steel e fiddle dipingono capricciose atmosfere campestri, come nella title-track e nella deliziosa “Field Of Opportunity”, che pare un omaggio a Gram Parsons. “Lotta Love” prova inoltre che Young ha tutto il talento per scrivere, quando vuole, una perfetta canzone pop. Comes A Time è il fratello minore di Harvest, a cui somiglia per il tenore acustico (l'unico numero elettrico, “Motorcycle Mama”, è fuori posto), la finezza melodica e l'ambiente confortevole. Mucchio Selvaggio Extra 2004


Dopo il biennio oscuro 1973-1975 dovuto a morti dolorose, il primo figlio con problemi mentali, e abusi di ogni genere, ma anche di grandi album cupi e spigolosi e dopo due dischi di medio valore come Long May You Run (con l’amico-rivale Stills) e American Stars’ N Bars, Neil Young torna alle serene atmosfere di Harvest e nel 1978 pubblica questo Comes A Time.
Diciamo subito che l’album, pur non raggiungendo le vette di Harvest, si fa apprezzare dal pubblico e dai critici che, dopo una serie di dischi incostanti, sembrano tirare il fiato dalle bizzarrie del loro idolo. Comes A Time è un disco pacato, registrato (in ben sei studi differenti!) con gli amici di sempre come Ben Keith, Nicolette Larson, Tim Mulligan, David Briggs. In un paio di brani figurano anche i Crazy Horse, in verità però un po’ fuori contesto, e J.J. Cale.
S’inizia con “Goin’ Back”, un brano solare, gradevole, ma non memorabile. Meglio la title track, una ballata country nostalgica con un bel violino in evidenza e la voce della Larson che segue quella del leader.
Al terzo pezzo, il primo con i Crazy Horse, si fa già sul serio. “Look Out For My Love” è uno di quei brani che ancora oggi non faticano a entrare nelle scalette dei concerti di Young. I Crazy Horse in versione acustica sono spiazzanti, anche se la chitarra elettrica distorta in sottofondo ci avvicina già alle sonorità ruvide del successivo Rust Never Sleeps. La seconda canzone coi i Cavalli Pazzi è la successiva “Lotta Love”, un brano però che sembra più uscito dal un LP del Jackson Browne di quel periodo.
Piece Of Mind” è di nuovo un gran brano adagiato su un leggero tessuto di violini, mentre “Human Highway”, che ricordiamo provenire dal progetto abbandonato nel 1975 Homegrown, è fantastica e merita ancora oggi posto nei concerti. Un country in cui la seconda voce della Larson danza senza incertezze. Più sfumata, e melensa, è “Already One” che si può dire minore, così come “Field Of Opportunità”, troppo country old-fashioned per emozionare davvero.
Siamo in chiusura ed ecco giungere uno dei brani migliori dell’album “Motorcycle Mama”. Canzone ruvida che musicalmente si stacca dal resto, crea la base per un bel duetto con la Larson che sembra salvare la versione qui pubblicata, sempre vicina a spegnersi come se fosse una demo, ma la voce di Nicolette la riprende più volte. A fronte del bell’impatto sonoro, il testo un po’ scurrile ne fa un brano liricamente discutibile.
Chiude la buona cover di “Four Strong Wind” di Ian Tyson. Un vecchio pallino di Young di cui si ricorda una hit di Bobby Bare nel 1965.
Tutto sommato un disco piacevole che grazie all’immagine sorridente della copertina riconcilia (temporaneamente) Neil Young con il mondo.
Fabrizio Demarie


Il rischio dei grandissimi della musica di tutti i tempi è che spesso le loro opere siano valutate in relazione ai loro stessi capolavori. D'altra parte, se è con After The Gold Rush che dai il buongiorno agli anni '70 - e non pago, immediatamente a seguire, proponi nientemeno che Harvest - un po' c'è da dire che te le cerchi, caro Neil; e non puoi certo andare a pretendere che quello che farai in seguito sia poi valutato con le misure adottate per i comuni mortali. Rischiano anzi di passare in sordina successivi lavori che potrebbero essere opere di punta per artisti meno fortunati e bravi di te.
È questo il caso di Comes A Time, 1978. Piacevolissimo album tra folk e country, che ci permette di assaporare, nella beata pace dei sensi, uno dei più spontanei momenti di serenità musicale di un artista particolarmente lunatico e controverso, se si considerano gli stati d'animo che sembrano animare le sue svariate produzioni.
In questo senso, purtroppo non ho avuto il piacere di conoscere Neil Young nel 1978; ma dovendo basarmi sull'ascolto di questo disco, scommetterei con certezza che stesse passando davvero un bel periodo, sereno e felice.
Le immagini evocate da musica e testi riguardano amori, ricordi, speranze e tanta, tanta natura: il pezzo di apertura, “Goin' back”, esprime una buona sintesi dell'opera che introduce. Da ascoltare a occhi chiusi, lasciandoci trascinare a riguardare ciò che di buono ci siamo lasciati dietro, di modo da prepararci ad accogliere con la giusta dose di buonumore la titletrack, “Comes a time” appunto, ballata rigorosamente in maggiore introdotta da un vivace e spensierato violino, in cui Young sembra semplicemente prendere in mano la situazione della sua vita, in due strofe e due ritornelli, valutando il giusto modo di guardare il mondo e invitandoci con serenità a fare altrettanto. Poi, “Look out for my love”, in cui una voce, una chitarra e un arrangiamento essenziale inseguono la speranza di ritrovare un amore perduto, in un mondo tuttavia indifferente, già in frenetica evoluzione, in cui è certamente difficile affrontare le cose con la calma alla quale sembra invitarci l'artista. “Lotta love”, a seguire, è un piccolo gioiello che in quanto tale sarà ripreso più avanti da Nicolette Larson, in una magistrale interpretazione che la porterà con merito a scalare le classifiche dell'anno successivo.
E così, passando tra un'allegrotta ballata a due voci di stampo country (“Human Highway”) e un pezzo che richiama al Bob Dylan più acustico delle origini (“Field of opportunità” è cantata proprio alla sua maniera!) si giunge con “Motorcycle mama” a una buona boccata di sano blues, impreziosito proprio dalla voce di Nicolette, e dominato da una chitarra elettrica che si carica infine sulle spalle il lato beat e spensierato della questione: l'atmosfera di definitiva libertà che sprigiona con energia il pezzo è una degna e riuscita conclusione per quest'album così genuino, in cui nulla sembra essere fuori posto. Un lavoro senza le pretese né l'ingombrante spessore dei giganti precedenti e successivi – l'anno seguente sarà la volta di Rust Never Sleeps - degno tuttavia di un'attenzione che sarà certamente ripagata nel migliore dei modi.
La chiusura definitiva è lasciata a “Four strong winds”, che ritorna nelle righe e chiude il cerchio con il suo finale aperto, facendoci tornare alle atmosfere iniziali dell'album.
Una chiusura che ci invoglia inevitabilmente a prenderci per noi i successivi cinque minuti, e usarli per sbarazzarci di qualsiasi pensiero.
Saremo pronti, allora, ad affrontare la quotidianità successiva a questo ascolto con positività e voglia, disposti sicuramente molto meglio di prima.
Emanuele Bellerio, storiadellamusica.it


Dopo tanta violenza Comes A Time (1978) giunge come un bagno purificatore nel folk acustico. È un bagno catartico come lo era stato Harvest, ma le canzoni (fra cui “Comes A Time” e “Look Out For My Love”) sono molto inferiori.
Ballate come “Lotta Love” o la lunga “Old Homestead” su Hawks And Doves (1980), che raccoglie in gran parte "avanzi" dei dischi precedenti, sembrano riportare alle atmosfere bucoliche di Harvest, ma si tratta soltanto di una parentesi: la metamorfosi da cantore della Frontiera a poeta elettrico dell'alienazione metropolitana e il contemporaneo declino fisico (dovuto agli stupefacenti) lo portano invece a un suono più crudo e affilato, ben lontano dalla sofisticata melodica degli inizi.
Piero Scaruffi


In Young grande è il disprezzo per l’industria discografica, evidente il grado di estraneità che vuole mantenere e spiccato il senso di disinteresse, di sopportazione e di degnanza dimostrate verso le strutture del business, media compresi. Altrettanto evidente è, d’altro canto, quanto sia abile e felice l’intuizione marcatamente commerciale del canadese quando si tratti di desiderare il successo o qualche specifica gratificazione. Alcuni dei suoi passi artistici sono chiaramente stati dettati dall’utilità: tempestivo e puntuale è per esempio Comes A Time (settembre ’78), un album che risente di una meticolosa ricostruzione a tavolino, in cui Young rispolvera certe armonie zuccherose e compiacenti della cultura country, con largo uso di session men, una bellezza estetica rilasciata senza troppa partecipazione e senza quel calore animalesco esibito magari in modo arruffato e “sporco” nei capitoli precedenti.
Se nell’antologia Decade uno degli inediti era dato dall’avvincente, ruvida “Campaigner” […], in Comes A Time Young bada più a carezzare la sensibilità dei suoi ammiratori, li blandisce, li culla con una musichina ariosa e rassicurante, ideale per riscuotere i favori. Premiato dalle classifiche, Comes A Time non riceve un’accoglienza altrettanto comprensiva dalla critica, che in alcuni casi addita l’album come falso e appiccicoso; in effetti l’atmosfera che vi aleggia sembra ammantata di una serenità morale scevra da intemperanze proprio inconsueta per il nostro. “Easy listening” della più bell’acqua, senza screzi né rimorsi, quando finalmente i fantasmi della droga, degli amici morti, dei disastri psico-fisici sono stati sconfitti: Young ha imparato la lezione del prodotto giusto al momento giusto e tra i pezzi inserisce “Human Highway”, riciclato da qualche anno prima, e “Lotta Love”, prestato anche da Nicolette Larson, improntato sulla miglior filosofia del disimpegno perbenista (“Ci vorrà molto amore per cambiare il modo in cui stanno le cose, ci vorrà molto amore o altrimenti non andremo molto lontano”).
da Enzo Gentile, introduzione a “Neil Young” (Arcana 1982)