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martedì 27 luglio 2010

Just Like Gravity (Crosby-Pevar-Raymond, 1998)


Non diventerà - non sono più quelli, i tempi - un'icona hippy, un distintivo da appuntare sull'American Dream e sul bavero della controcultura come CSNY, ma CPR è già un simbolo da ostentare con orgoglio per chi crede che l'utopia californiana, in qualche modo, non è mai finita: non se si tratta di inseguire ancora un'ecologia dei suoni, un'estetica che profuma di grandi spazi, natura incontaminata e apertura della mente senza gli artifici e le semplificazioni mistificatorie di tanta "ambient" e new age di questi giorni. Il bello è che il trio - David Crosby, chitarra e voce, il figlio ritrovato James Raymond, tastiere, e Jeff Pevar, chitarra solista - non indulge solo in nostalgie, annusa i tempi nuovi e porta vento fresco sulle sponde del Pacifico. Ci era riuscito un paio d'anni fa con il primo album di studio, si ripete e anzi si supera con questa seconda prova (dal vivo, poi, come spesso succede ai grandi talenti, si produce uno scatto ulteriore, impossibile da catturare in sala). Sarà che Crosby, voce esile e flessibile come un giunco ingabbiata in una corporatura goffamente ingombrante, sa ancora toccare le corde del cuore e della chitarra con quel suo stile inimitabile che, veleggiando leggero tra arpeggi folk, armonizzazioni jazz e flash psichedelici, restituisce come pochi altri l'incanto mistico e assorto di certe ambientazioni californiane, il blu increspato di schiuma dell'oceano e i tramonti sulle alture di Tamalpais. O che Pevar è uno dei migliori chitarristi rock oggi in circolazione, stringato quando la partitura non ammette sbavature, impeccabile nel contrappunto alle armonie vocali, pronto a liberare la chitarra (elettrica o acustica che sia) in soli brevi e brucianti ogni qual volta lo spazio della canzone lo concede. Si finirebbe per essere ingiusti nell'individuare in Raymond l'anello più debole della catena: perché il giovane musicista risulta anch'egli strumentalmente ineccepibile (soprattutto nel fluido fraseggio pianistico) e perfetto controcanto vocale al leader (sarà il legame di sangue, ma l'alchimia funziona eccome) oltre a rappresentare, non va dimenticato, anche il primo motore e causa scatenante dell'ennesima rinascita artistica del vetusto genitore. Ma è indubbio che a convincere meno, nel disco, sono certe sue sterzate in direzione fusion sul modello Steely Dan (che anche David, d'altra parte, adora: si ascolti l'iniziale e peraltro assai piacevole "Map to buried treasure", aperta da un inatteso riff in puro stile The Edge), che conferiscono una patina un po' troppo fredda e formale a una musica che insegue sempre e comunque canoni estetici di alto livello. E' il puro talento del patriarca Crosby, viceversa, a condurre le danze nei momenti migliori: l'acid folk elusivo, quasi impalpabile, del suo miglior repertorio rinasce negli stop and go e nelle scale jazzate di "Kings get broken" (coronata da un bel coro in odor di gospel), nella assorta, quasi spettrale semplicità acustica di "Just like gravity", nel magnetismo di "Climber" (sembra quasi di sfogliare le pagine ingiallite di "CSN" o "If I could only remember my name": "Guinnevere" e "Traction in the rain" non sono troppo distanti). "Angel dream" esplode come un tramonto infuocato di suoni e voci, "Coyote king" vede Raymond ripercorrere felicemente le orme di Bill Payne e dei Little Feat, e "Eyes too blue" è un altro squarcio irresistibile, una delicata e malinconica ballata californiana come Dio comanda incorniciata da un'armonica che più younghiana non si può. Non è tutto di questo livello, ma chi osava ancora chiedere tanta grazia e poesia all'uomo che più di una volta ha fatto il viaggio di ritorno dall'inferno? 
Alfredo Marziano, Rockol


Quando nel 1998 è uscito il primo album di CPR molti hanno pensato che per Crosby quello fosse il modo di ripagare il figlio James Raymond dato in adozione subito dopo la nascita e venuto a conoscenza di chi fosse il padre naturale solo pochi anni prima dello storico incontro poi evolutosi in formidabile liason artistica.
Successivamente l’ascolto di quell’album ha fatto capire che la nuova avventura musicale del vecchio Croz non era soltanto una maniera di mettere a posto la propria coscienza e contenere il senso di colpa. L’unione musicale con il figlio (peraltro discreto pianista e bravissimo compositore) e con l’eccellente chitarrista Jeff Pevar ricordava molto la magica formula dei primi CSN: armonie vocali ravvicinatissime, melodie ricercate, atmosfere californiane, mélange elettro-acustica raffinatissima.
Gli straordinari contenuti musicali del disco hanno contato assai più delle dichiarazioni dello stesso Crosby improntate, per altro, a grande ottimismo e fiducia in questa sua ennesima rinascita personale e artistica. Persino nel corso della presentazione dell’album reunion con gli amici Stills, Nash & Young (e del loro fortunatissimo tour americano dello scorso anno), Crosby ha ribadito una volta di più che quella con i vecchi compagni d’avventura sarebbe stata solo una (felice) parentesi e che i suoi sforzi principali si sarebbero indirizzati in direzione CPR.
Detto fatto. Dal prossimo 18 giugno, il nuovo lavoro discografico di Crosby, Pevar e Raymond sarà disponibile in tutti i negozi di dischi. Dico subito agli appassionati che si tratta di un disco bellissimo che rafforza una nostra convinzione: cioè che CPR abbia raccolto l’eredità artistica di CSN nel nuovo millennio.
Crosby (denominatore comune) è in forma smagliante, sia come interprete che come compositore sostenuto in modo perfetto dai suoi partner. E non è una novità per chi ha avuto modo di vedere il gruppo dal vivo. Come (e meglio) di quanto dimostrano le due registrazioni live disponibili su cd (Live At Wilthern e Live At Costa Mesa) un concerto di CPR è davvero una grande esperienza musicale ed emotiva: il repertorio oscilla tra presente e passato (CSNY), tra futuro e passato remoto (Byrds) in una varietà stilistica divertente che pure mantiene equilibri sonori invidiabili.
Tutte queste peculiarità si ritrovano nel nuovo lavoro di CPR che parte con una travolgente Map To Buried Treasure, in perfetto clima CSN ma con un groove (come nella eccitante Northern Border) che può ricordare a seconda dei gusti il miglior Bruce Hornsby o i primi Steely Dan: il testo, scritto a quattro mani da David e dalla moglie Jan, è uno straordinario giuramento di fedeltà/dichiarazione d’amore eterno. Dopo un’altrettanto positiva e intensa Breathless (scritta da Crosby e dal figlio James che si cimentano con successo anche nella più cupa Angel Dream) si vira verso i classicci territori chiaroscuri à la Crosby con Darkness, ballad obliqua che si apre con un chorus solare.
Le eccellenti qualità compositive di Raymond, davvero in un momento di grazia creativa, vengono evidenziate in due brani diversi tra loro ma in egual misura emblematici dell’album: la suggestiva (e molto ‘crosbyana’) Eyes Too Blue che presenta anche un magnifico duetto vocale padre/figlio e la trascinante Jerusalem Syndrome che, per l’accattivante melodia, per il testo a modo suo disincantato, per la costruzione armonica e per i suoni (armonica a bocca su tutti) ricorda la vecchia scuola folk-rock dei Byrds. Così come assai byrdsiano è l’attacco etnico/psichedelico di Gone Forever, mentre sempre grazie alla prolifica penna di James, assai gradevole risulta Coyote King, brano semi-acustico in classico stile californiano.
Gli amanti del Crosby d’annata, quello dei brani acustici alla Triad per intenderci, troveranno pane per i loro denti con l’enigmatica Climber e con la ancora più affascinante Just Like Gravity che chiude il disco con un tocco di eleganza superlativo. Un disco davvero bello, in grado di accontentare palati sopraffini, che ci ricorda che la California non è solo terra di surf punk, neo metal o crossover ma anche nel nuovo millennio rimane patria di grandi melodie positive e di eterne good vibrations.
Voto: 8+
Perché: conferma la freschezza classica di un trio che poggia su una leggenda del rock sempre in grado di emozionare con canzoni bellissime, arrangiate con gusto, cantate in modo elegantissimo.
Ezio Guaitamacchi, JAM online