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mercoledì 28 luglio 2010

Crosby Stills & Nash (1969)


A cura di Enzo Gentile da (da I 100 dischi per capire il Rock, Editori Riuniti)


Dici Crosby, Stills & Nash e pensi agli spazi aperti evocati dalle melodie, alla musica “on the road”, al suono della west coast di cui i tre furono tra più noti rappresentanti. Anzi, sono: con l’aggiunta del “quarto incomodo” Neil Young, il gruppo è nel bel mezzo di una delle loro periodiche reunion, concretizzatasi sotto forma di tour negli Stati Uniti. Come è stato scritto , i CSN sono stati uno dei primi supergruppi del rock. Prendi tre-quattro musicisti di diverse estrazioni e mettili assieme: David Crosby, reduce dal folk-rock psichedelico dei Byrds; Stephen Stills, che arriva dal country-rock dei Buffalo Springfield; Graham Nash, l’inglese, proveniente dal pop-rock degli Hollies. Aggiungi un quarto membro “volante”, uno del calibro di Neil Young, per definizione l’eclettico del rock. Mischia ben bene e il cocktail sarà simile a quello che si può immaginare: un gruppo che fonde insieme tutte queste tradizioni. Un gruppo che, però, avrà successo soprattutto per una questione, per così dire, “chimica”, che la somma del valore assoluto dei singoli fattori non può garantire: quelle tre-quattro voci producono un impasto unico, diventato un simbolo della musica popolare contemporanea. CSN(&Y) furono e sono una reazione che in alcuni momenti ha funzionato, in altri no: la storia del gruppo è fatta di unioni e rotture.  “Crosby, Stills & Nash”, il disco di esordio (1969) è uno degli esempi migliori di questa concatenazione di elementi. Basta l’apertura di “Suite: Judy blue eyes” per capire di che pasta sono: il pezzo, scritto da Stills, è un pop-rock acustico, con un stupendo impasto di voci che si fondono per oltre 7 minuti, chiudendo su atmosfere latineggianti. Il disco continua mostrando tutte quelle che diventeranno le caratteristiche del supergruppo: le armonie vocali, ovviamente; la maturità stilistica e le venature ora pop, ora rock, ora psichedeliche. Risaltano anche i diversi pesi nell’economia del gruppo: gli autori che hanno fornito le migliori cose sono sempre stati David Crosby (autore delle eteree “Guinnevere” e “Long time gone”) e Stephen Stills, mentre a Nash è sempre toccato il compito di proporre i pezzi più “radiofonici” (come “Marrakesh express”). Anche se il vero capolavoro dell’album è “Wooden ships”, cofirmata da Stills, Crosby e Paul Kantner dei Jefferson Airplane, stupenda e acida ballata anti-guerra. Un anno dopo questo album, uscì l’altrettanto bello “Deja vù” (1970) che segnò l’entrata di Young. Durò poco: nel 1971 uscì il live “4 way street”, pubblicato dopo il primo scioglimento del gruppo. Che si ritrovò per un tour nel 1974 (senza pubblicare materiale originale, ma solo la raccolta “So far”) e poi di nuovo nel 1977 (ma senza Young), dando alla luce "CSN". Tra pause e ripartenze, la saga del trio-quartetto continuerà fino ai giorni nostri, anche se le successive uscite discografiche non saranno mai più a questi livelli. Gli album seguenti, tra cui il recente “Looking forward” (1999, inciso con Young) non sono mai stati convincenti fino in fondo. Anzi, in più di un’occasione hanno spesso lasciato abbondantemente a desiderare.
Gianni Sibilla, Rockol


Dal divano alle astronavi: le ristampe di Crosby Stills Nash e Daylight Again.
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