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martedì 27 luglio 2010

Songs For Survivors (2002)



Ho letto recentemente un articolo dei primi anni 2000 che diceva che “questi signori più invecchiano e più migliorano”. Questi signori sarebbero Crosby, Stills e Nash. Quando l’ho letto ho pensato al disco Crosby & Nash del 2004 e mi sono detto che era vero in qualche modo. Poi, qualche giorno fa, ho acquistato Songs For Survivors, album di Graham Nash uscito nel 2002 e mi è tornata in mente quella frase. Vera, assolutamente, e ho capito molto bene cosa intende, almeno dal mio punto di vista.
Questi signori sono tornati all’essenza espressiva e compositiva, superando le artificiosità del periodo di metà carriera. Superati cioè gli anni ’80 e il nuovo rock dei primi anni ’90, questi cosiddetti hippie hanno ritrovato il loro sound senza bisogno di aggiungere niente, se non arricchendolo con moderni ma dosati arrangiamenti persino più pregnanti di quelli d’un tempo. Ad esempio grazie alla collaborazione con nuovi talenti, diretti eredi della loro musica, in grado di dare nuovi input creativi (Pevar e Raymond, con cui Crosby ha fondato il progetto CPR).
E guardateli dal vivo. Le loro chitarre e la band fanno un lavoro straordinario, le loro voci sono più rauche, più incisive e più sagge, e i vecchi cavalli di battaglia ne traggono incredibile giovamento. Le nuove composizioni non sono dissimili a quelle che preferiamo e che prendiamo come irremovibile riferimento, e si lasciano alle spalle con gioia gli errori della mezza età, come una sorta di cerchio che si chiude.
Songs For Survivors è l’ultima opera discografica – per ora – del solo Nash, accompagnato da vari elementi e con varie collaborazioni all’interno (tra cui l’immancabile Crosby). Ed è una prova di questa teoria, così come Crosby & Nash del 2004, e certamente molto più di Looking Forward che nel 1999 segnava il ritorno del supergruppo Crosby Stills Nash & Young. Sembra infatti che questi signori siano micidiali sul palco tutti insieme, ma discograficamente parlando trovino la serenità e l’ispirazione necessaria una volta distaccati, o al massimo presi a coppie. E così Nash dà il meglio nel suo album personale (registrato nel 2000 anche se uscito due anni dopo).
Un album da ascoltare attentamente, testi sottomano, e da riascoltare numerose volte. Nash, si sa, è sempre stato il poeta dell’amore, della pace e della vita, e l’inquisitore di ogni ingiustizia morale ed ecologica. Non troviamo un tema portante nell'album, ma tanti piccoli frammenti che costituiscono un quadro generale della sua poetica.
“Dirty Little Secret” è una denuncia storica, “la violenza razziale al suo peggio” come dice Nash (nelle note alla canzone in Reflections, il suo box set antologico). Una partenza trascinante che scivola poi in “Blizzard of Lies”, piacevole ballad. “Lost Another One” è probabilmente uno dei pezzi più significativi, dove Nash (parlando per tutta la sua generazione) fa i conti con l’incedere del tempo e lo scomparire dei vecchi amici: “All along we thought we’d do another show / and write another song, but I guess we’ve lost another one”.
Riflessiva e malinconica, ma non facilmente triste, anzi melodicamente trascinante, in un binomio molto ben riuscito che porta il marchio del suo compositore.
“The Chelsea Hotel” è una delle gemme, oscura, introspettiva, ricca d'immagine. Qui Nash cita James Raymond: “is writing of poets and painters […] / a lover of his art, a lover in his heart”.
Gli episodi successivi, “I'll Be There For You” e “Nothing in the World” sono temi d'amore che passano abbastanza lisci e indifferenti; decisamente meglio “Where Love Lies Tonight” che rinnova la stessa tematica.
L'ultima parte dell'album regala autentici capolavori: “Pavanne” (cover di Linda Thompson) catapulta l'ascoltatore indietro di trent'anni con una melodia chitarristica da brividi e bellissime armonie vocali. “Liar's Nightmare” è un pezzo assolutamente fuori dallo stile di Nash, un lungo (oltre 8 minuti) incedere prosaico che si avvicina molto a Young e a Dylan (su Reflections è presente in versione live e acustica, ma l'originale è già perfetto). Nash afferma di averlo scritto sotto sedativi dopo un’operazione al ginocchio, riprendendo una vecchia melodia degli anni ’50 ripresa anche da Dylan.
Infine la dolce chiusura di “Come With Me”, classica e concisa.
Songs For Survivors ha decisamente più di quanto faccia intendere il titolo, e lo consiglio davvero agli estimatori di questi signori.
In Reflections c’è una out-take dell’album, “We Breathe The Same Air”, non scritta da Nash ma al quale fu spedita, che ricorda lo stile degli Hollies (la band d’esordio di Nash).
Matteo Barbieri, Rockinfreeworld (pubblicato originariamente su BeatBlog2)
 

Stanno montando un piccolo caso su questo nuovo album di Graham Nash, a trentun anni dal leggendario Songs For Beginners e a sedici dal penultimo disco, Innocent Eyes. Trovo che sia esagerato, ma sapete com'è Nash: un gentiluomo sempre così affabile e gentile, che finisce per trascinarti nel suo piccolo mondo e metterti comodo, così che proprio viene spontaneo non essere severi con lui. Songs For Survivors è un tipico album dell'artista, mettiamola così. Nel bene e nel male. È «il solito Nash»; e chi lo ama troverà spunti per volergli ancora bene mentre chi lo disdegna (o più facilmente lo ignora) seguiterà a rimanere indifferente. Nulla è cambiato dal passato, a cominciare dalla voce che, come nel caso del compagno Crosby, è rimasta clamorosamente intatta rispetto a «quei giorni». Così pure il piglio educato dei brani, anche nei momenti più polemici; e il gusto per ritmi moderati, appena appena mossi, che dà un po' fastidio e fa troppo yuppie quando Nash yuppie proprio non è. Dimenticatevi il primo album, che aveva dalla sua canzoni speciali, perfettamente in linea di vento; e anche il penultimo, clamorosamente sbagliato, orribilmente «anni Ottanta». Qui siamo al livello di Wild Tales, il secondo album del 1973, e di Earth Sky, 1980: un West Coast gentile e di maniera, gradevole ma incapace di graffiare. Nash è sempre stato una presenza discreta nella scena e dalla metà degli anni Settanta ha inciso davvero poco: tre dischi «solo», un paio di album con Crosby, qualcosa ancora con Stills e Young, a inseguire sogni perduti. Anziché diventare workaholic e farsi mangiare dalla musica, ha preferito dedicare tempo alla moglie Susan e alla figlia (oggi ventenne), oltre che ai suoi hobby, primo fra tutti la fotografia. Ha una società di stampe digitali di alta qualità, Nash Editions, e sta per pubblicare un libro anche di suoi scatti in bianco e nero (From Eye To Eye, Gardner Press, in uscita per l'autunno). Colleziona anche manoscritti musicali, ha un progetto chiamato Manuscript Originals che ha coinvolto finora l'amico Crosby e Grace Slick, James Brown, Carole King, John Lee Hooker. Vive in una piccola isola delle Hawaii, lontano dallo stress, si gode i sessant'anni con lo spirito giusto. L'album è prodotto con l'amico Russ Kunkel e suo figlio Nathaniel, e suonato bene da una serie di fini musicisti tra cui il bassista Viktor Krauss, il chitarrista steel Dan Dougmore e i chitarristi Steve Farris e Dean Parks. Non è mai troppo denso e neanche «modernista» ma ogni tanto sarebbe bello che si smagrisse ancora un po', che si affidasse magari alla semplicità chitarristica di Pavanne. Tra i brani comunque spiccano l'iniziale Dirty Little Secret, il ricordo nuovayorkese di The Chelsea Hotel e la ballata d'amore di Where Love Lies Tonight. Discorso a parte merita Liar's Nightmare, l'unica melodia non composta da Nash. Impossibile non riconoscervi i tratti di Masters Of War, il celebre inno contro i guerrafondai di Freewheelin'. Un clamoroso plagio dylaniano, dunque? Piano con le parole. Nash ha infatti usato una melodia prestatagli da Jean Ritchie, uno storico folksinger anni Cinquanta-Sessanta, erede di una famiglia di musicisti che affonda le sue radici nelle Kentucky Mountains addirittura dalla fine del Settecento. Siamo nel campo della canzone popolare, insomma, la grande nutrice della generazione di Nash e per l'appunto di Dylan. Tutt'e due si sono abbeverati alla stessa fonte, ecco quanto, a distanza di quarant'anni; solo che Nash cita la derivazione mentre il Dylan giovane, in questo e in altri casi, era smanioso e spiccio, e per nulla attratto dalla filologia.
Riccardo Bertoncelli, Del Rock


Vituperato, preso per i fondelli, considerato sempre l’ultima ruota del carro: chissà come se la ridacchia sotto i suoi baffetti brizzolati Graham Nash, adesso che ha prodotto il disco migliore tra tutti gli sforzi, da soli o in quartetto, dei suoi amici Stills, Crosby & Young, negli ultimi anni. Già: meglio del pretenzioso Are You Passionate? di Neil Young, più sincero degli sforzi intellettualoidi di Crosby, da solo o con i CPR, meglio di qualunque cosa (anche sua) prodotta sotto la sigla CSN&Y dai tempi di Deja Vu. E Stills… bè, non fa un disco degno del suo nome dal 1974. Gli era già riuscito una volta, il giochetto, nel lontano 1977, quando il disco di CSN di quell’anno lo aveva visto formidabile e inatteso protagonista con canzoni del calibro di Cathedral, Carried Away, Just A Song Before I Go e Cold Rain, canzoni che avevano cacciato in un angolo le superstar, Stills e Crosby, brutta fotocopia di se stessi.Ad ogni buon conto è il suo più bel disco solista dai tempi del suo primo sforzo, quel gioiellino che si chiamava Songs For Beginners, a cui risponde oggi ironicamente (ma anche saggiamente, visto che non sono molti i sopravvissuti di quella stagione) con questo Songs For Survivors. Un disco delizioso, una manciata di canzoni di classe, in alcuni momenti di classe purissima, essenzialmente acustico, semplice, rilassato, ma con parechie cose da dire. Merito dei preziosi accompagnatori, certamente, ma merito di un Nash, mai come oggi un simple man di sessant’anni appena compiuti, ma anche ‘grande saggio’, capace di riflettere su di sé e su di una generazione. Se l’iniziale Dirty Little Secret, unico episodio attraversato da vibrazioni elettriche, classica rock ballad di stampo californiano, è forse il motivo meno brillante (ma è splendido il lavoro al basso di Viktor Krauss, in passato con Lyle Lovett), già la successiva country ballad (sostenuta da pedal steel e dalla sua armonica) Blizzard Of Lies ci dice Nash è gran forma. Lost Another One, sebbene il titolo non sia dei più indovinati ("Ne abbiamo perso un altro", un po’ cinico…), dedicata all’amico Jerry Garcia, era stata composta già tempo fa, è una delle sue classiche ballate anni Settanta, dall’uncino melodico perfetto e dall’interpretazione coinvolgente, come solo il Nash di trent’anni fa sapeva fare: la voce dolce del simple man che ci affascinava tanti anni fa è ricca di sentimento come non mai. Poi arriva una autentica gemma, Chelsea Hotel, come non ne sentivamo più dai tempi di Lady Of The Island: una ballata notturna, dall’incedere elegantemente folk. Spiazzante. Come una piccola gemma è la pianistica I’ll Be There For You, che si allarga in aperture vocali tipicamente alla Nash. Nothing In The World è discorsiva, sostenuta da una bella chitarra acustica, e mostra un Nash semplicemente folksinger ma autorevole come non ti saresti mai aspettato. Pavanne (di Linda Thompson, ex moglie di Richard Thompson) spiazza di nuovo: tornano i fantasmi della California migliore, quella della fine dei Sixties, con quella chitarra acustica in accordatura aperta che giureresti la stia suonando David Crosby, lì sul palco del Fillmore, a fianco del suo amico ‘Willie’. Fascinosa, toccante, semplicemente perfetta. Quindi la sorpresa del disco: Liars Nightmare non è altri che Masters Of War di Bob Dylan, ma Masters Of War era Nottamun Town, antica ballata popolare inglese. Nash è fan di Dylan e buon conoscitore delle sue radici, ecco perché Liars Nightmare (molto lunga, vero e proprio brano di impianto folkie con deliziosi interventi di dobro e con un crescendo strumentale avvolgente) ha perfettamente senso. Per poi riportare tutto a casa con il piano elettrico e l’armonica di Come With Me. Nessuna nostalgia, nessun rimpianto: la vita è stata bella con Graham Nash, e la sua musica, nei momenti migliori, ci ha sempre avvicinato a quella bellezza. Non possiamo che essergliene riconoscenti.
Voto: 8
Perché: la domanda sorge spontanea. Perché le canzoni migliori Crosby, Stills, Young, e adesso Nash, se le tengono per i loro dischi solisti? Poco importa, basta che continuino a farne.
Paolo Vites, JAM