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giovedì 29 luglio 2010

Rust Never Sleeps (1979) - Rassegna Stampa


ROCK SENZA RUGGINE
È prevista in primavera l'uscita di Rust Never Sleeps, il primo dei tre film del cantante canadese che verrà distribuito nei nostri circuiti.
Dopo quindici anni di carriera, trascorsi tra le file dei Buffalo Springfield, CSN&Y e Crazy Horse, il canadese è giunto alle soglie degli anni Ottanta con un film musicale, tratto da un concerto rock live registrato la scorsa estate a Los Angeles. Questa è la terza volta che Neil Young si accosta al mondo cinematografico per cercare di tradurre in immagini la sua musica, arricchendola di elementi coreografici che non possono trovare spazio, naturalmente, nei dischi. Live Rust è appunto la colonna sonora di Rust Never Sleeps, documentario scenico del rock californiano più pungente ed attuale, che presto giungerà anche sui nostri schermi. È logicamente una grande occasione per vedere in azione Neil Young antidivo, antidivo personaggio, schivo e refrattario alle interviste radiofoniche, televisive e dei giornali specializzati. Da molte parti si dice che egli, nel suo splendido isolamento artistico, viva una seconda vita o, meglio, una eterna giovinezza: di fatto oggi in California è di moda ascoltare e suonare un rock per molti versi vicino a quello della new wave; ed è notizia dell'ultima ora che anche Linda Ronstadt, reginetta di certo country easy listening da FM, ha inciso un album punk con pezzi di Elvis Costello. La tendenza di Young, ammiratore da molti mesi dei Devo, il gruppo futurista dell'Ohio, è dunque oggi diventata dominante.
Il film. Rust Never Sleeps è la sagra delle trovate più strane; sul palco, al posto dei soliti roadie e tecnici, girano indaffaratissimi strani individui incappucciati che vagamente ricordano i protagonisti fantascientifici di 2020: i Sopravvissuti, vecchio film con Charlton Heston, in antitesi ad ominidi in tuta nera come quelli di Star Wars. Quando Neil Young arriva in scena esplode un boato: enormi amplificatori sono alle sue spalle, ridicolizzati da microfoni altrettanto sproporzionati che fanno sembrare il musicista un piccolo essere-nano. Al suono violento di “Hey Hey, My My, rock 'n roll is here to stay... rock 'n roll can never die” […] il nostro eroe si sveglia da un candido sogno, uscendo da un finto amplificatore con la sua chitarra acustica.
Tutte le sue migliori ballate intimiste vengono rispolverate e rimesse a nuovo per l'occasione. Dopo qualche accordo si cede subito alla nostalgia: “After The Gold Rush”, ricca di melodia come dieci anni fa; “I Am A Child”, fuggita dallo scrigno dei primi Springfield: ed ancora, “Sugar Mountain”, “The Needle And The Damage Done” e “When You Dance I Can Really Love” riaccendono entusiasmi indimenticabili di puro lirismo. Nel revival entrano anche le ultime composizioni dell'artista: “Comes A Time”, “Sedan Delivery”, “Lotta Love”, “My My, Hey Hey (Out Of The Blue)” attraverso una sequenza di raro effetto emotivo.
Dopo una pausa, popolata dai soliti bizzarri clowns del mondo pop, il canadese torna in scena con i Crazy Horse degli esordi, Billy Talbot al basso e Ralph Molina alla batteria. Sembra di tornare ai tempi di Everybody Knows This Is Nowhere, ma all'appello manca Danny Whitten (stroncato dall'eroina nel '73), sostituito alla chitarra dall'ottimo Frank Sampedro. Anche in questa seconda parte, decisamente più energica ed immediata, l'artista offre il meglio di se stesso. Alto, allampanato, con i capelli un po' più corti ed uno stemma di Jimi Hendrix infilato nella cinghia della chitarra, il musicista rivive la sua epopea in una sconvolgente leggendaria Rolling Zuma Revue: l'attacco di “The Loner” e “Cinnamon Girl” entusiasma i freak più anziani, ma è ancora il suono del suo strumento, così galatticamente ispirato, a portare in alto la bandiera californiana. “Cortez The Killer”, “Like A Hurricane”, “Tonight's The Night” e “Powderfinger” si susseguono, mentre migliaia di braccia si alzano in segno di pace, gioia ed approvazione... Il film e il doppio album Live Rust sono quindi documenti artistici imperdibili, la testimonianza di dieci anni di musica californiana. In fondo per Neil Young non si può parlare di evoluzione nel vero senso della parola, ma piuttosto di una completa maturazione dei tempi cari al canadese: non aveva torto Donovan quando, nel 1969, tornando dagli Stati Uniti, affermò che Young aveva superato il suono dei Beatles. 
Sergio D'Alessio, Guerin Sportivo 1980


Già una volta Neil Young fu tradotto in immagini cinematografiche. Era il 1973 e il cantautore viveva il suo momento più intenso di gloria. Mischiata ad immagini di scena era anche la storia di questo strano folk singer piovuto dal Canada in California.
Rust Never Sleeps è invece, senza sbavature, la cronaca fedele di un concerto: insieme ai Crazy Horse, “la mia rock 'n roll band”, come la definisce lui stesso, Young spazia dal folk più sommesso al rock più acceso e vibrante.
Il film, come il concerto, apre in una buia, magica atmosfera in cui il pubblico si avverte soltanto massa indistinta. Le prime canzoni sanno di tenerezza: “I Am A Child”, “Comes A Time”, solo Young in scena e la sua chitarra acustica. La voce, drammatica, morbida e personalissima, fa trattenere il respiro.
Poi, all'improvviso, dopo un'invasione in scena di strani omini incappucciati, il quadro s'illumina di rosso, l'atmosfera cambia. Si elettrizza.
Neil Young non è più solo, il rock e i suoni elettrificati sono entrati di prepotenza sul palco. I Crazy Horse (ovvero Billy Talbot bassista, Ralph Molina batterista e Frank Sampedro chitarrista) irrompono e trasformano il cantautore. L'intesa è perfetta, e in un crescendo di tono il rock elettrico spazza via il morbido country e fa da padrone. 
Corrier Boy 1979


Uno dei capitoli più importanti del rock americano è costituito dalla svolta ‘dal sapore di ruggine’ che Neil Young avviò nel 1978, nel pieno dell’esplosione dei nuovi fermenti punk con un album seminale come Rust Never Sleeps. Un disco che è stato immortalato anche in un film epocale dallo stesso titolo, diretto da lui stesso celato dietro il nome di Bernard Shakey, e registrato dal vivo al Cow Palace di San Francisco il 22 ottobre 1978. Un ‘must’ per tutti gli appassionati del sound californiano dei Settanta e del rock d’annata in generale visto che la rivista Rolling Stone lo ha acclamato come ‘una delle più grandi performance dal vivo!’. Il palcoscenico allestito con alcune gigantesche scenografie tra le quali si muovono personaggi mutuati da Star Wars e poi lui, il protagonista, con grande vitalità ad alternare sfuriate elettriche a stupendi brani acustici. Young ribadiva in quell’occasione (e conferme sarebbero venute negli anni a seguire fino ai giorni nostri) il ruolo di figura di riferimento rivestito nei destini del rock e nelle aspirazioni delle nuove leve di rocker.
Luigi Lozzi