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martedì 27 luglio 2010

If I Could Only Remember My Name (1971)



Dopo una carriera costellata di successi con i Byrds prima e con Stills, Nash e Young poi, David Crosby per il suo primo disco solista si circondò di amici musicisti, quasi temesse di camminare da solo. Era il 1971, quando tutti gli artisti principali che avevano dipinto quegli affreschi musicali della "love generation", forse consapevoli che il tempo dei sogni ad occhi aperti stava finendo, come in una veglia funebre organizzata intorno a un falo' notturno, si riunirono all'amico David Crosby, per consegnare ai posteri l'ultimo colpo di coda di quella corrente lisergica a cui molti giovani si erano abbeverati come acqua fresca in periodo di siccita'. Graham Nash, i "Dead" Jerry Garcia, Bill Kreutzman, Mickey Hart, Phil Lesh, gli "Airplane" Jorma Kaukonen, Paul Kantner, Grace Slick, Jack Casady, un membro dei "Quicksilver" David Freiberg, e ultimi di questa prestigiosa lista, ma non certo per importanza, Neil Young e Joni Mitchell, tutti insieme unirono le voci insieme a quella di Crosby per formare un unico coro, e sempre insieme partorirono quell'ultimo, disilluso pensiero su quanto poteva essere e non era stato. In pratica un ensemble composto dai più grossi nomi della musica alternativa californiana della seconda metà degli anni ’60, raccolti in un 1971 in cui quell’ondata musicale, legata in vario modo ad una confusa idea di ribellione e di protesta sociale che li aveva visti protagonisti, andava perdendo la propria spinta propulsiva. L'era del flower power volgeva al termine, i sogni mostravano le loro prime crepe nel muro fatto di sogni rivoluzionari che andavano piano piano incrinandosi, mostrando quanto utopistico fosse un mondo fatto solo di "pace, amore, & musica". I tempi stavano di nuovo cambiando e questo disco ne è lo specchio. "If I could only remember my name" e' così il testamento musicale di un'epoca, spazzata via da un vento portatore di nuovi ideali che soppiantano quelli preesistenti, al punto da farli apparire gia' vetusti nonostante siano passati solo pochi anni dalla loro gioiosa ondata rivoluzionaria. Dal primo all'ultimo solco di questo disco si respira un'atmosfera complice, un'atmosfera che sa di club privato, ad uso e consumo di pochi intimi, quando la festa e' finita e a spegnere le luci per ultimi rimangano solo gli amici piu' fedeli, ignari che quel tramonto premonitore fotografato in copertina possa segnare la fine di un'epoca. Un sospiro corale di voci amiche soffia un brano ancora, e quel che riecheggia e' "If I could only remember my name"."Music is love", ad opera di Crosby/Nash, riprende una bozza già preparata, che partendo da un inizio dai toni quasi pastorali della chitarra acustica accompagnato da leggeri battiti di mani, cuore ritmico pulsante, che segnano il tempo di questa ballata, si sviluppa in una progressione musicale in cui il coro recita ripetutamente le parole “music is love” come in una litania corale fra Crosby e Nash. in perfetto equilibrio tra folk e psichedelia; il testo e' un chiaro esempio di cosa volesse essere hippie fin dentro le ossa. Cowboy Movie, registrata praticamente dal vivo in un’unica sessione, invece, e' tutta farina del sacco di Crosby e richiama fortemente soprattutto nell’intro gli umori ambigui di Wooden Ships e Almost Cut My Hair. Il cantato e' nostalgico e graffiante al tempo stesso, il ritmo e' contrassegnato da un andamento da blues nervoso costellato da tante piccole deviazioni elettriche che si sovrappongono e si intrecciano tra loro e stoppano la melodia con un certa regolarita', una peculiarita' questa che impedisce alla melodia stessa di liberarsi con la conseguenza di rendere piu' serena la struttura stessa del brano. Grazie proprio a questi singhiozzanti sbalzi ritmici la canzone si mantiene sotto un luce densa di inquietudine, a stento repressa, tanto che il finale e' un crescendo adrenalinico in cui la voce di Crosby cresce in tonalita' perdendo quella limpidezza di partenza e alternandosi alle unghiate chitarristiche profonde di Kaukonen, che donano al brano quel crescendo di elettricita', punto di forza di questa melodia. Si passa poi a "Tamalpais High", sempre di Crosby: un arpeggio psichedelico sottile e David che canticchia una melodia senza frasi ci accompagnano in un paesaggio sognante, camuffando colori e smussando spigoli sonori; la parte finale, invece, e' contraddistinta da un solismo chitarristico, che si mantiene volutamente sottotraccia, quasi timoroso di rubare la scena al protagonista, o forse per non distorcere i tratti somatici di questa delicata ballata. La successiva "Laughing" e' un classica ballata psichedelica di Crosby che trasforma lontani echi country in un flusso incessante di note elettriche. Si apre, o meglio continua il discorso musicale dal brano precedente, sempre attraverso gli stessi tratti sereni e lisergici, con una chitarra leggera come un refolo di vento nel suo accompagnamento, contrassegnato da piccole perle luccicanti di chitarrismo dal sapore country, piccole toccatine e fuga, che riescono a donare alla canzone stessa piu' profondita', quasi una eco senza eco. E' ad opera di Crosby e Young, e di tutta la banda Dead, lo strumentale "What Are Their Names", che potrebbe benissimo trovar posto in "Aoxomoxoa" o in "Anthem of the Sun" del Morto Riconoscente: l'acidita' raggiunge qui le vette piu' allucinate di quel suono che si presta cosi' bene a esecuzioni fiume in concerti-trance; spicca l'inconfondibile marchio di Jerry Garcia, quello stile spezzettato teso a disegnare linee infinite verso la galassia psichica. "Traction In The Rain" e' tutta di Crosby e si sente, perche' ritorna a galla quel suo fare cosi dolcemente sognante; il cantanto, invece, e' una dimostrazione di alta classe, a tratti è soavemente sospirato, in altri frangenti la voce si erge solo di poco, quel tanto che basta per dare carattere e forma alla struttura del pezzo, ma e' l'intensita' con cui scandisce le parole che stupisce: praticamente un recitato emotivo che non solo colpisce ma trapassa il cuore nella sua grazia vocale. Il brano più suggestivo è Song With No Words (Tree With No Leaves) in cui, su una splendida trama in cui il basso di Casady pulsa a intermittenza, senza una regolarita' ben precisa, ma disegna intrecci musicali di fondo che ben si amalgano con le sferzate lontane di Kaukonen a cui si aggiunge il pianoforte e una batteria leggera. Le voci eteree di Nash e Crosby non pronunciano parole (come dice il titolo), ma si fanno esse stesse strumento musicale che conduce la melodia della canzone nel suo errare sognante, agitato solo dal contrappunto elettrico delle chitarre di Crosby, Garcia e Kaukonen. Come un'atipica opera concettuale, l'album prosegue in "Orleans", vecchia canzone tradizionale riarrangiata da Crosby in una versione a cappella che riesce a fondere insieme trame vagamente gospel con sulfuree note lisergiche arpeggiate in sottofondo. L'ultima canzone e' un altro strumentale, "I'd Swear There Was Somebody Here", un mantra evocativo fatto di solo voci che si innalzano e si combattono fra loro, mischiando il sacro e il profano anche in ambito rock. E' il suggello di un album epocale, che proprio in queste ultimissime melodie riecheggia i lirismi liturgici di un rito che si sta concludendo, ma che si rinnovera' per sempre, ricordandoci di un periodo in cui si credeva che il sole non tramontasse mai. If I Could Only Remember My Name è così un album molto contemplativo e “privato”, creazione di Crosby a dispetto della numerosità di nomi illustri che hanno contribuito alla sua realizzazione e che tuttavia hanno avuto una parte importante nel fare di questo disco uno degli ultimi capolavori della psichedelia di quel periodo. Liberando la canzone da ogni formalità e scavando liberamente nelle emozioni, Crosby cesella ogni nota dando spazio all’improvvisazione quanto alla composizione. Le canzoni di questo disco non cercano una loro compiutezza, ma esplodono con detonazioni elettriche o scivolano in maniera libera e leggera e più che concludersi si esauriscono accentuando questa sensazione di non finito. C’è ancora il sogno del rock, per intero, ma racchiuso in un album che già dal titolo da il senso dello smarrimento che attanagliava i musicisti di quella generazione. Crosby smonta e rimonta la forma canzone, spezza e ricostruisce i sogni generazionali, scrive e canta alcune delle più belle canzoni della stagione californiana sintetizzando il lavoro di molti. "If i could…" è un disco di sintesi, una sorta di opera collettiva, frutto di un lavoro di molti musicisti e di molti anni, che racchiude il sogno della musica californiana, quello che è stato e quello che avrebbe potuto essere.
Rockinfreeworld


Se Blows Against The Empire esprime il sogno di lasciare la Terra per andare a fondare una nuova civiltà su un altro pianeta, mentre Sunfighter segna la riscoperta della Madre Terra e quindi un rassegnato idillio naturalista, If I Could Only Remember My Name (1971) di Crosby rappresenta il momento di massimo raccoglimento, di riflusso dal pubblico al privato, dalla comune all'individuo.
Vi partecipano Kaukonen, Slick, Casady, Kantner dei Jefferson Airplane; Garcia, Leish, Kreutzmann, Hart dei Grateful Dead; Neil Young, Joni Mitchell, Graham Nash e molti altri, L'influenza di tanti cervelli creativi è tangibile, soprattutto nel forgiare il sound "neutro" del disco, un sound che, come quello degli altri capolavori della baia, non è assimilabile a nessun genere. La personalità di Crosby fissa invece l'umore e in definitiva il senso stesso del disco.
Triste e sognante, pregno della nuova filosofia della rassegnazione, è un lungo bisbiglio esistenziale. Crosby si dondola in una trance mistico-psichedelica, farnetica sottovoce a vocali dilatate, colloquia con miraggi e fantasmi. Lo stile cristallino dei primi Byrds si infrange nel sound disorganico del periodo lisergico di Younger Than Yesterday, il favolismo magico si abbarbica allo spiritualismo indiano. La carezza luccicante e i lunghi echi sibilanti della chitarra-guida, sciolti sulla sabbia fine delle altre chitarre, miniano, acquerellano, colorano l'atmosfera di mistero e di religiosità. Le voci innalzano salmi eroici, come un coro greco che ribadisca il monologo assorto, allucinato, stordito, di Crosby, fatto di lunghe vocali trattenute sottovoce. L'album si apre con la lenta progressione di Music's Love, un mantra fatto di un unico verso ("tutti dicono che la musica e` amore") ripetuto all'infinito da un Crosby e il coro canticchiano in trance. Ancor piu` tenui sono Laughing, un'unica lunga nota sospesa fra terra e paradiso, un'eco che vibra e ritorna, e poco a poco svanisce nel silenzio dell'eternita`, Traction In The Rain, una revisione del tema di Triad bisbigliata sulle corde tintinnanti della chitarra e sulle cascate cristalline dell'arpa, e soprattutto Song With No Words, immersa in un'intensita` lirica straordinaria, una preghiera sommessa e struggente nella quale il canto si libra in voli sublimi, alla Slick, incapace di articolar parola. In chiusura l'allucinante I'd Swear There Was Somebody Here, lamento funebre, gioco di riflessi, trip allucinogeno, grido di gioia e di disperazione, da` la misura dell'ambiguo equilibrismo di stati onirici e stati mistici. Un'architettura timbrica e armonica quasi barocca, unatestarda retorica dell'estasi, un tenue l'estetismo vocale e un forte impressionismo pittorico fanno di questo disco un'opera unica. Quel finale di fantasmi che faceva sperare in chissa` quali rivoluzioni musicali segnava invece soltanto l'esaurirsi di una sorgente, la fine di un' epoca, e la morte di un mito.
Rockinfreeworld
 


Con questo "If I Could only Remember my Name" del 1971, l' era del flower power volge al termine; i sogni di ''pace, amore, & musica'' entrano per l' ultima volta in un gran bel disco. David Crosby, eterno hippie, proveniva, o meglio si era fatto le ossa nel gruppo dei Byrds. Poi insieme a Stephen Stills, ex Buffalo Springfield, e Graham Nash, ex Hollies, aveva fondato quella premiata ditta sintetizzata con le loro iniziali : C S & N. L' esordio fu formidabile, con l' album omonimo. Ma i tre divennero ancora piu' grandi quando a loro si aggiunse un' altra leggenda del rock : il canadese Neil Young, anch' egli proveniente dalle file dei Buffalo Springfield. Il nome venne allargato in C S N & Y, e la leggenda impresse un' altra profonda orma nell' umida e soleggiata spiaggia californiana con il capolavoro "Deja' Vu". Allo scioglimento del supergruppo ecco Crosby affrontare la prova solista.... ma non era solo ... tutti gli artisti principali che avevano dipinto quegli affreschi musicali della ''love generation'', forse consapevoli che il tempo dei sogni ad occhi aperti stava finendo, si riunirono all' amico David Crosby, per consegnare ai posteri l' ultimo colpo di coda di quella corrente lisergica. "Music Is love", ad opera di Crosby/Nash/Young, ha un pastorale inizio soffuso di chitarra acustica; leggeri battiti di mani sono il cuore ritmico pulsante che sorregge e segna il tempo di questa ballata in perfetto equilibrio tra folk e psichedelia grazie anche gli interventi di basso, vibrafono e congas di Young; il testo e' un chiaro esempio di cosa significasse essere hippie fin dentro le ossa; il cantato e' semplicemente una ripetitiva coralita' fra Crosby e Nash. "Cowboy Movie", invece, e' tutta farina del sacco di Crosby : il cantato e' nostalgico e graffiante al tempo stesso, il ritmo e' contrassegnato da un andamento nervoso che stoppa la melodia con un certa regolarita', una peculiarita' questa che impedisce alla melodia stessa di liberarsi con la conseguenza di rendere piu' serena la struttura stessa del brano. Con questi singhiozzanti sbalzi ritmici la canzone si mantiene sotto una luce densa di inquietudine, a stento repressa, tanto che il finale e' un crescendo adrenalinico in cui la voce di Crosby cresce in tonalita' perdendo quella limpidezza di partenza ed alternandosi alle unghiate chitarristiche profonde di Kaukonen, che donano al brano quel crescendo di elettricita', punto di forza di questa melodia. "Tamalpais High", sempre di Crosby : un arpeggio psichedelico sottile e David che canticchia una melodia sognante senza frasi; la parte finale, invece, e' contraddistinta da un solismo chitarristico, che si mantiene volutamente sottotraccia per non distorcere i tratti somatici di questa delicata ballata. Bellissima. "Laughing" e' un classico di Crosby, una fra le sue piu' belle composizioni di sempre. Si apre attraverso tratti sereni e lisergici, con una chitarra leggera nel suo accompagnamento, contrassegnato da piccole perle luccicanti di chitarrismo dal sapore country, piccole toccatine e fuga, che riescono a donare alla canzone stessa piu' profondita'; La Mitchell entra solo alla fine del testo. E' ad opera di Crosby e Young, e di tutta la banda Dead, la parte strumentale di "What Are their Names", : l'acidita' raggiunge qui le vette piu' allucinate di quel suono che si presta cosi' bene ad esecuzioni fiume in concerti-trance; spicca l' inconfondibile marchio di Jerry Garcia, quello stile spezzettato teso a disegnare linee infinite verso la galassia psichica e la coralita' del cantato. "Traction in the Rain" e' tutta di Crosby e si sente, perche' ritorna a galla quel suo fare cosi' dolcemente sognante; il pizzicato e' straordinario... il cantato e' una dimostrazione di alta classe, a tratti e' soavemente sospirato, in altri frangenti la voce si erge solo di poco, quel tanto che basta per dare carattere e forma alla struttura del pezzo; ma e' l'intensita' con cui scandisce le parole che stupisce : praticamente un recitato emotivo che non solo colpisce ma trapassa il cuore nella sua grazia vocale. L' arpeggio di "Song with no Word", sempre di Crosby, e' delicato ed il cantato - come dice il titolo - e' senza parole, ma bellissimo per quell' azzeccata melodia westcoastiana che ha in bocca il sapore forte della malinconia; il basso di Casady pulsa ad intermittenza, senza una regolarita' ben precisa, e disegna trame musicali di fondo che ben si amalgano con le sferzate lontane di Kaukonen e del piano di Rolie. "Orleans" e' una vecchia canzone tradizionale riarrangiata da Crosby in una versione a cappella che riesce a fondere insieme trame vagamente gospel con sulfuree note lisergiche arpeggiate in sottofondo. L' ultima canzone del disco e' un altro strumentale, "I'd Swear there Was Somebody here", un mantra evocativo fatto di sole voci che si innalzano e si mescolano fra loro. E' il suggello di un album d' annata, che proprio in queste ultimissime melodie riecheggia i lirismi liturgici di un rito che si sta concludendo. Graham Nash, una parte dei Grateful Dead, una dei Jefferson Airplane, un membro dei Quicksilver M. S., David Freiberg, ed una parte dei Santana ... e poi ... Neil Young e Joni Mitchell, ... e... e... e... Tutti insieme unirono le loro voci e gli strumenti abitudinali per formare un unico coro-strumentale; e sempre insieme aiutarono il parto di quell' ultimo, disilluso pensiero di David Crosby su quanto poteva essere e non era stato. "If I Could Only Remember my Name" e' il testamento musicale di un' epoca, non solo quella di David Crosby. Dal primo all' ultimo solco di questo disco si respira un' atmosfera complice, un' atmosfera che sa di club privato, ad uso e consumo di pochi intimi; quando la festa e' finita a spegnere le luci per ultimi rimangano solo gli amici piu' fedeli, ignari che quel tramonto premonitore fotografato in copertina possa segnare la fine di un' epoca. Un sospiro corale di voci amiche ha soffiato in questo disco e quel che riecheggia e' "If I Could only Remember my Name".
da Il Rock


Basterebbero i soli crediti a fare di questo disco una leggenda. Eppure nonostante sia suonato da buona parte dei Grateful Dead e dei Jefferson Airplane, da Neil Young, da Graham Nash e Joni Mitchell, If I Could Only Remember My Name è indiscutibilmente il capolavoro personale e privato di David Crosby. Che, al tempo, aveva già fatto meraviglie con Byrds e CSN&Y. Ma qua, qua tra le pieghe di un sogno visionario, sta la sua anima più interna e creativa. Musica liquida e stellare, appesa a una linea di confine tra folk e jazz come un mistero insondabile. Leggero come un gas evanescente, "il nome che Crosby non riesce a ricordare" è adagiato su un tappeto fluttuante in zone inaccessibili alla coscienza umana. Non può e non deve essere un'apologia della droga, ma è indubbio che le sostanze assunte in quegl'anni permisero al Nostro di spingersi molto più in alto delle già conquistate otto miglia. Da lassù cascano come frammenti di pianeti incandescenti le litanie volatili di Laughing e Song With No Words, canzoni di una dimensione parallela. Uno dei più grandi dischi psichedelici di sempre e forse il miglior album solista partorito nell'era della musica dell'amore.
da "100 Album Fondamentali" di Mucchio Selvaggio



Ma cosa succedeva dalle parti della west coast attorno al 1970? Tutti a fare grande musica, dischi che se li lanciavi disegnavano traiettorie spaziali ad altitudine otto miglia nel cielo, non un assolo che non sapesse di viaggio, non un suono che non sembrasse quel suono. David Crosby è oggi un quasi sessantenne signore panciuto, ma più di trent’anni fa con i Byrds seppe regalare al rock le ali che tutti aspettavano. Quindi, chiusa quell’avventura, collaborò con la crema della visionarietà californiana, impegno culminato - assieme a Stills, Nash e “cavallo pazzo” Young – con gli epocali Deja Vu (1970) e 4 way street (1971), quest’ultimo uno dei più entusiasmanti live di ogni tempo. Nel bel mezzo dell’avventura CSNY, Crosby trova il tempo e il modo di esordire come solista, ma si fa per dire: in If I could only remember my name, come al solito, è tutt’altro che solo… Difficile resistere all’ingenuità incontenibile delle utopie, propalata fin dall’iniziale Music is love, affidata alla penna e alle pennate di Young e Nash: euforia aleggiante, la voce di Crosby come un velluto consunto e un’onda increspata, il coro che intreccia straordinarie eco di nobilissima scuola. Segue la lunga cavalcata di Cowboy Movie, torrido blues-rock che incrocia e stempera i fasti ombrosi di Almost cut my hair e Cowgirl in the sand, una di quelle canzoni che puoi mettere in repeat nell’autoradio e guidare invincibile attraverso l’inferno e il paradiso, grazie anche all’ugola del tricheco che dimostra di quanto soul sappia ammantarsi. Se poi andiamo a snocciolare il parterre dei musicisti tocca mettere uno dietro l’altro Jerry Garcia, Phil Lesh, Mickey Hart e Bill Kreutzmann, ovvero i Grateful Dead nientemeno… La terza traccia è uno strumentale, nel senso che la voce di Crosby si cala nella parte di pseudo tromba jazz e scolpisce delicati e capricciosi intarsi melodici sull’ineffabile struttura di Tamalpais High, e – accidenti - lo fa maledettamente bene. Ma Tamalpais nella mia immaginazione non è che un ponte verso quel capolavoro (dell’album, ma non solo) che è Laughing: nella versione nudarella presente in 4 Way Street è una piccola magia dalla sconvolgente leggerezza, malinconia dolce che palpeggia il cuore fino al limite della sostenibilità. Qui invece l’arrangiamento satura gli spazi, i colleghi-amici-fratelli musicisti si mettono a fare gli straordinari (c’è anche Joni Mithchell ai cori) rischiando l’ingorgo strumentale e azzeccando invece un prodigioso equilibrio, dove tutto suona compiuto, semplice e naturale. Con What are their names si passa (idealmente) al secondo lato, ed è un’apoteosi di “grandi firme”: agli ormai consueti Young-Garcia-Lesh-Kreutzmann si aggiungono i sedicenti PERRO Chorus, ovvero Crosby, la Mitchell, Paul Kantner, Grace Slick, Garcia, Lesh, David Freiberg e Nash, tutti insieme appassionatamente per una jam rock-blues appena troppo breve, un paio di minuti in più e Garcia ci avrebbe portati davvero nell’estasi del frutteto psichedelico da cui sicuramente coglieva i suoi assoli. (Se non rischiassi di sembrare appena appena smodato, direi che per assistere ad una session così potrei dare via un orecchio o un rene). Traction è una ballata sospesa su languori folk che rimandano ad un intimismo molto presente a se stesso, mentre Songs with no words ripropone le evoluzioni vocali di Crosby al limite del piacionismo, stupendamente sospese sulle acque appena mosse tra un grande piano jazzy (è Greg Rolie, già con Santana e It’s A Beautiful Day) e chitarre (Garcia e Jorma Kaukonen) in vena di sdilinquimenti elettroacidi. I due brevi commiati su cui il disco va a spegnersi vedono Crosby inopinatamente solo: il traditional Orleans - con i brividi di una performance vocale a più strati che sembra provenire dai segreti di una cappella gotica - e l’onirica I’d swear there was somebody here, un addio alle traiettorie vertiginose ad otto miglia nel cielo, uno sfumare quieto nella pace di un sogno che, da allora in poi, sarà sempre più soltanto un sogno. Un disco eminentemente inattuale e – in fondo – anche dispensabile, che però quando capita consiglio sempre volentieri, quale impagabile messaggero di desueta utopia, di commovente e ingenua devozione all’idea di musica che si porta dentro, un’idea che per molti, oggi, sarebbe il caso di ripassare: o almeno così direi, se non rischiassi di apparire elegiaco, nostalgico, smodato e polemico. Inutilmente polemico.
Stefano Solventi


Anche se sono passati più di 30 anni ricordo bene l’eccitazione che era nell’aria quando, nell’anno di grazia 1971, nel ristretto gruppo hippie che era tutta la mia famiglia si sparse la voce che era imminente l’uscita del primo album solista di David Crosby. Allora funzionava ancora il passaparola non essendoci quella folta stampa rock specializzata che oggi provvede sin troppo zelantemente ad illuminare ogni buco oscuro del business musicale internazionale. The Byrds erano uno dei gruppi che più avevamo amato nella seconda metà dei ’60: ero ancora fresco ed inebriato delle loro Rickenbakers, delle vibrazioni mistiche, dei cori metafisici di albums come Mr.Tambourine Man (’65), Turn Turn Turn ! (’65), ma soprattutto Fifth Dimension (’66) e Younger The Yesterday ( ’67), due dischi stracolmi di fosforescenti illuminazioni folk-rock che mi avevano letteralmente spalancato le porte della percezione sensoriale insieme alle primissime opere dei Doors, Jefferson Airplane, Grateful Dead. La psichedelia eterea, il raga-rock dei Byrds avevano prodotto tra il ’66 ed il ’67 dei brani dall’aroma stordente ed intenso; ma quelli più enigmatici e dilatati non erano firmati da Roger McGuinn o Chris Hillman bensì da David Crosby: What’s Happening?, Everybody’s Been Burned, Mind Gardens, Triad, Dolphin’s Smile profumavano di strazianti rimpianti esistenziali, introspezioni psichedeliche, sperimentavano con nastri alla rovescia, simulacri preziosi di musica nuova ! Tra il ’69 ed il ’70 i due storici albums di Crosby, Stills & Nash (il secondo, Dejà Vu con Neil Young ) confermavano l’enorme talento compositivo di Crosby : Songs come Long Time Gone e Almost Cut My Hair fecero vibrare con il loro ribellismo romantico in tutto il mondo un’intera generazione freak-alternativa, quando tutti questi termini avevano ancora un senso. In realtà si trattava solo di un lungo preludio a quell’incredibile If I Could Only Remember My Name uscito nel 1971 che è rimasto per Crosby un picco d’ispirazione poetico-musicale mai più eguagliato. Allora si parlò di manifesto etico-musicale della filosofia hippie della West Coast, visto anche l’enorme numero di artisti/amici che si strinsero intorno a colui che ne rappresentava il vero e proprio guru. Qualche nome: Jorma Kaukonen, Grace Slick, David Freiberg, Jerry Garcia, Phil Lesh, Jack Casady, Joni Mitchell . La filosofia/messaggio del disco è già contenuta per intero nel brano d’apertura: Music Is Love suona come una nenia minimale: "tutti dicono che la musica è amore/che la musica è gratis / spogliati dei tuoi vestiti, distenditi al sole / tutti dicono che la musica è divertimento". Parole apparentemente ingenue e superate, ma a ben guardare straordinariamente attuali se per un attimo provate a considerarle un potenziale antidoto alle sconcertanti vicende contemporanee, ad un mondo straziato come sempre da bellicismi e dalle ipocrisie dei potenti (anzi…del potente ). Poi è musica come diretta emanazione della natura, dei tramonti californiani, del mare, densa di mille delicati cromatismi e sfumature chitarristiche, con la voce di David Crosby appesa ad un filo tenue emozionale, che si doppia (Orleans, Song with no words), che si ripete all’infinito (I’d Swear There Was Somebody Here), intenta ad esplorare le pieghe più riposte della sua anima generosa ed inquieta di uomo ed artista. Traction in the rain, Tamalpais High, Laughing (con un solo interstellare da brividi di Jerry Garcia) sono il cuore pulsante del disco, songs attraversate da un’unica linea d’orizzonte, quella dell’utopia freak totalizzante, reduce da una stagione irripetibile ma che sta volgendo al termine. In If I Could Only Remember My Name essa sembra toccare la sua estrema sublimazione/splendore prima di disperdersi nei perfidi anni ’70 che conosceranno altre seduzioni musicali ed estetiche: "pensavo di aver visto qualcuno che sembrava finalmente conoscere la verità. / mi ero sbagliato, era solo un bambino che rideva nel sole, nel sole" (Laughing) . Due perle d’immancabile ribellismo romantico crosbyano rimangono What Are Their Names e la lunga saga immarcescibile di Cowboy Movie. Quanti casini David ti sono successi dopo questo disco ed abbiamo più volte temuto il peggio, ma mai le meravigliose perle di questo disco hanno abbandonato il nostro immaginario ed il nostro cuore
Pasquale Boffoli