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martedì 27 luglio 2010

Stephen Stills In Italia

da Il Giornale Foto da Kataweb

C’è profumo di West Coast stasera al Teatro Smeraldo; ovvero di quegli anni a cavallo tra i ’60 e i ’70 in cui i giovani californiani parlavano di pace amore e musica con i suoni morbidi del folk e del country. Per i più anziani c’è anche il profumo delle antiche miscele folk-rock-psichedeliche dei Buffalo Springfield, perché Stephen Stills, texano di 63 anni, che stasera tiene concerto a Milano (appunto allo Smeraldo, ore 21), è stato colonna (insieme a Neil Young) degli Springfield, e lo è tutt’oggi di Crosby Stills Nash e Young. Poi, come gli altri tre, lavora da solo e sta preparando un nuovo cd; ma intanto è in uscita il film Deja vu (l’omonimo cd è nei negozi), cronaca del loro tour americano contro la guerra in Irak.Sempre sulle barricate; un tempo concerti contro la guerra in Vietnam, ora contro quella in Irak.«Le motivazioni delle guerre sono sempre sbagliate. Speriamo che le nostre canzoni servano almeno a far riflettere la gente».Un tempo in Chicago cantavate «vogliamo cambiare il mondo, possiamo cambiarlo», parole molto impegnative.«Era una stagione di utopia ma anche di grandi cambiamenti. Abbiamo cambiato il costume, la società e siamo andati oltre le nostre aspettative».Durante questo tour contro la guerra siete anche stati contestati, qualcuno vi considera solo dei vecchi hippie. «La nostra cultura è quella: siamo vecchi hippie che guardano al futuro". “Quando vengo qui la cosa, ha aggiunto, che mi costa più fatica fare è ripartire”. “Sul palco sarò con il quartetto che mi accompagna e con il quale abbiamo messo in piedi uno spettacolo blues elettrico in bilico sulle canzoni della mia carriera. Nel 2001, compilando il box set di Buffalo Springfield, ad esempio, ho riscoperto cose che avevo completamente dimenticato. Così ho caricato quei vecchi testi nel computer e li ho ristudiati come se non li avessi mai scritti. Spero che sul mercato arrivino presto anche le canzoni che registrai con Jimi Hendrix”, ha continuato Stills, “Esistono alcune session in cui Jimi e Johnny Winter suonano la chitarra ed io il basso. Ad un certo punto il manager di Hendrix cominciò a piantar grane e non riuscimmo a completare il lavoro, ma le registrazioni che circolano su bootleg offrono già un’idea di quanto fatto”.

Stills, la chitarra che influenzò anche Hendrix

di Duccio Pasqua

Parte stasera dall’Auditorium il tour europeo di Stephen Stills. Il leggendario musicista americano, pietra miliare della storia del rock insieme a David Crosby, Graham Nash e Neil Young, sbarca in Italia per una manciata di date in cui presenterà le grandi canzoni del suo repertorio e qualche novità d’annata. Stills, infatti, ha da poco pubblicato un album di registrazioni risalenti al 1968, intitolato Just roll tape. Il titolo si può tradurre con «fai partire il nastro», a testimoniare il fatto che sono vere e proprie improvvisazioni registrate in studio. «Era una sessione di registrazione a New York - racconta Stills nel suo sito -. Alla fine, chiesi all’ingegnere di studio di darmi un nastro con le mie nuove canzoni. Poco tempo dopo incidemmo il primo album a nome Crosby, Stills & Nash, e quella cassetta andò smarrita. Quarant’anni dopo qualcuno l’ha ritrovata e ora posso finalmente farvi ascoltare quelle canzoni».
E a proposito di inediti preziosi, Stills in una recente intervista ha annunciato di avere nel cassetto altre rare registrazioni del 1969, in cui si accomoda al basso per lasciare la chitarra ai due maestri Johnny Winter e Jimi Hendrix. I fan saranno certamente in trepida attesa ma nel frattempo possono accontentarsi del nuovo tour e dell’intensa attività con gli amici CN&Y. A giorni uscirà nelle sale cinematografiche Déja vu, documentario realizzato da Neil Young (con lo pseudonimo Bernard Shaker) durante il Freedom of speech tour, che nel 2006 ha visto la band riunita dopo anni per protestare contro la guerra in Iraq e la politica di George Bush.
Tornando al concerto romano, Stills ha annunciato che suonerà classici dei Buffalo Springfield, di CSNY e della sua carriera solista. Tra i grandi riconoscimenti artistici, va detto che Stills è stato il primo artista a essere menzionato due volte nella «Rock and Roll Hall of Fame», nel 1997, proprio per il suo lavoro con Crosby e Nash e con i Buffalo Springfield. Ha intrapreso la carriera musicale nei primi anni Sessanta, militando in varie band tra cui i Continentals, in cui suonava anche il futuro chitarrista degli Eagles, Don Felder. Collaborando con gli Au Go Go Singers ha incontrato Richie Furay, con cui ha poi inciso un album, conoscendo successivamente Neil Young. Anni dopo, Stills, Furay e Young hanno formato i Buffalo Springfield e inciso tre album (il primo, omonimo, poi Buffalo Springfield again e Last time around) e il singolo di successo, scritto da Stills, For what it’s worth. In quel periodo Stills ha arricchito notevolmente la sua tecnica chitarristica, in cui coesistono elementi rock, blues, country e folk, e il suo stile ha influenzato anche quello dell’amico Jimi Hendrix. Dopo lo scioglimento dei Buffalo Springfield, Stills ha formato i Crosby, Stills&Nash, cui poi si è aggiunto Young. Da allora, Stills ha sempre portato avanti la sua brillante carriera solistica.

Stephen Stills: «Vi sorprenderà il mio disco con Jimi Hendrix»

di Antonio Lodetti

Difficile rinunciare alla febbre della strada quando si è una leggenda e ci si chiama Stephen Stills, uno che, tanto per dire, ha inventato il folk rock con i Buffalo Springfield, ha fatto cantare generazioni di hippie (e non solo) con Crosby Stills Nash & Young e non ha alcuna intenzione di appendere la chitarra al chiodo. Con Crosby e soci ha girato il docufilm Déjà vu - diretto da Neil Young - in uscita nelle nostre sale a fine mese, e da solo suonerà il Primo ottobre all’Auditorium di Roma, il 2 a trento e il 3 allo Smeraldo di Milano, in attesa di pubblicare il nuovo cd e le mitiche session con Jimi Hendrix.
Quarant’anni fa un tour contro la guerra in Vietnam, ora uno contro la guerra in Irak che è diventato un film: sempre in prima linea.
«La guerra non ha mai giustificazione e noi siamo sempre lì a ricordarlo alla gente».
Il tour ha avuto un seguito enorme ma in alcuni concerti siete stati contestati.
«Ognuno ha la sua opinione. Con le canzoni stimoliamo un dibattito, qualcuno dice che siamo dei vecchi hippie, è un’opinione legittima».
Com’è cambiata la vita on the road?
«Non è cambiata, siamo meno ingenui di un tempo ma abbiamo la stessa passione, e leghiamo brani classici come Teach Your Children ai nuovi».
In Chicago cantavate “possiamo cambiare il mondo”, com’è il bilancio oggi?
«Be’ la musica, il costume, il modo di vivere e di pensare l’abbiamo un po’ cambiato. Da parte mia abbiamo fatto più di ciò che mi aspettavo».
Si sente un sopravvissuto?
«No, sono sempre sul palco con tanta gente che mi segue e mi ama, e così sono Crosby, Nash e Young. Siamo un quartetto ma anche quattro solisti. Piuttosto sono un sopravvissuto al cancro. L’ho avuto alla prostata e l’ho sconfitto: la mia più bella vittoria».
Ed ora è pronto per il pubblico italiano.
«Sono in forma nonostante sia molto ingrassato. Suonerò in quartetto proponendo classici del periodo Buffalo Springfield, di Csny e i miei brani da Change Partners a quelli dell’ultimo cd. Un riassunto della mia carriera».
E dischi nuovi?
«Scrivo solo quando sono ispirato, non ho mai creduto nei dischi per forza. Però ho già pronte parecchie canzoni. I miei album devono essere all’altezza della produzione precedente, per questo ci metto un po’ a incidere, ma presto tornerò in sala di incisione».
Dal film avete fatto anche un cd dal vivo: troppo nostalgico?
«No, ci sono tanti brani nuovi, anche dall’ultimo disco di Neil. Si parla di Bush, dell’11 settembre, della vita di oggi. Va bene non dimenticare il passato, ma la nostalgia non è per noi, o almeno per me».
Si dice che presto uscirà il suo leggendario album, mai pubblicato, con Jimi Hendrix.
«C’è in giro qualche copia pirata, ma io penso che uscirà qualcosa entro l’anno. Era il 1969 ed entrai in studio con Jimi e Johnny Winter, i re della chitarra, così mi misi al basso. So che c’è in giro parecchio materiale, anche un pezzo che avrebbe dovuto entrare nel mio primo album con un magnifico assolo di Jimi».

Il Concerto

Sarà la nostalgia di anni epici, o la dolce colloquialità di brani che rimangono dentro, ma quando Stephen Stills - allo Smeraldo di Milano - attacca Helplessly Hoping (classico acustico di Crosby Stills Nash & Young) in versione elettrica e bluesata, la platea è già ai suoi piedi. E non importa che lui sia visibilmente provato, come quei vecchi tenori che perdono potenza vocale ma non la padronanza della scena e delle emozioni altrui. Così è partito da solo, mettendo a nudo la sua vulnerabilità stilistica ma anche la sua immensa potenza evocativa. Ha la stoffa del vecchio bluesman che non bada alla qualità ma alle suggestioni creative quando intona Change Partners; ha lo spirito del vecchio balladeer quando si ripiega sulla sua intimista 4+20 o sull’antico country Blind Fiddler. Quando ripassa all’elettrica, il fascino ribelle di For What It’s Worth riporta ai fasti dei Buffalo Springfield e annulla le imperfezioni in un mare di feeling, ricordandoci però bruscamente che il rock è un vecchietto, seppur arzillo.