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mercoledì 28 luglio 2010

Deja Vu (1970) pt.2


 11 Marzo 1970, West Coast, U.S.A. David Crosby ha da poco abbandonato i Byrds ed il loro prepotente leader R. MacGuinn, Stephen Stills ed i suoi Buffalo Springfield pochi anni prima avevano scalato Billboard con “For What It’s Worth”, Gram Nash e gli Hoollies avevano insidiato addirittura i Fab4 facendo anche una capatina al nostrano festival di Sanremo ed infine Neil Young che si trovava a pochi anni dal realizzare la propria Bibbia, Harvest (1972). Dall’unione di questi quattro talenti rock nasce Dejà Vu, che segue di un anno l’esordio omonimo e anticipa l’uscita del loro terzo album del 1971, il live 4 Way Street, altro disco impedibile come del resto la loro apparizione a Woodstock, immortalata nel doppio disco dell’evento. La copertina ritrae i quattro musicisti in stile quadretto primo 900’ con Neil Young più defilato, come a voler ribadire la sua momentanea partecipazione, tema che accompagnerà l’intera carriera del canadese sempre alla ricerca di continui cambiamenti, per sfuggire alla ruggine come dirà più tardi. Il disco si apre con la splendida cavalcata acustica di “Carry On” (Stills) dove i sublimi intrecci vocali dei quattro legittimano la fama nata dalla famigerata esibizione di Woodstock. La seconda traccia, dove la steel guitar è suonata niente meno che da Jerry Garcia, firmata da Nash è la bandiera del pacifismo imperante in quel tempo dove ogni hippy armato di chitarra intonava le note di “Teach Your Children”. “Almost Cut My Hair” mette in evidenza il genio sregolato di Crosby, dotato di una voce graffiante e avvolgente ottimamente accompagnata dalla blueseggiante chitarra di Young.
“Helpless” è il primo brano accreditato al loner canadese ed è una ballata bellissima cantata prodigiosamente dalla struggente voce di Young. Con la cover di Joni Mitchell, “Woodstock”, i nostri tornano con la mente a quella data che doveva cambiare il mondo e che ha cambiato sicuramente il rock, basta ricordare l’esibizione di Jimi Hendrix. Il pezzo che dà il nome al disco è una perla psichedelica del solito D. Crosby, la bellezza del brano ci fa rimpiangere ancor di più la sua carriera pesantemente compromessa dall’alcol e dalle droghe. “Our House” è la gemma pop dell’album, potrebbe tranquillamente essere confusa con un capolavoro a caso della coppia Lennon-McCartney, del resto G. Nash è l’unico inglese del gruppo. Il momento più intimo dell’intero episodio è affidato al cuore di S. Stills che con i due minuti appena di “4+20” porta l’ascolto ad un altro livello. “Country Girl”, ancora di Neil Young, è una suite di cinque minuti che ripercorre i fasti di episodi quali “Cowgirl In The Sand” e “Old Laughing Lady”. Chiude il disco “Everybody I Love You” un brano che avrebbe potuto far parte delle opere dei passati Buffalo Springfield, non a caso è firmato dagli ex-bufali Stills e Young.
Patrizio Schina


Con l’inserimento di Neil Young, Dejà Vu (Atlantic, 1970) protegge l’intimità acustica del primo album con un caleidoscopico campo di forza elettrico. A viaggiare a velocità doppia sono orizzonti sonici – ancora una volta – perfettamente amalgamati, in nome di una generazione di accordi rigogliosi e arrabbiati.
Da hippy in crisi esistenziale, David Crosby emerge come sciamano, veemente nella splendida progressione soul-blues di “Almost Cut My Hair”. Qui il coerente legame con Crosby, Stills & Nash, nel ritrovare i sani ingredienti di campagna, come nell’isolata gemma folk di “4+20”, firmata da Stephen Stills. A continuare, tuttavia, è soprattutto la magia alchemica delle menti singole: Déjà Vu, infatti, è la nuova, collettiva formula magica di quattro stregoni diversi tra loro, ma accomunati dalla stessa passione per la tradizione rivisitata.
Nash prosegue la sua preziosa ricerca melodica, appendendo il quadretto beatlesiano di “Our House” prima di incrociare la steel di Jerry Garcia nel luminoso angolo country di “Teach Your Children”.
Stills, maniaco della perfezione sonora, pare divertirsi come un bimbo nello smontare e rimontare canzoni diverse. Frutto del suo istinto da adolescente del blues, “Carry On”, orientaleggiante nenia elettro-acustica con intermezzo psichedelico. Mattoncini musicali fatti a mano, scolpiti con sapienza dalla chitarra di Young che ricama elettricità sulla serpentina barocca della title track, impreziosita dall’armonica folk di John Sebastian. Diavolerie bluesy che deflagrano nella “Woodstock” di Joni Mitchell, altra eco dell’esibizione d’agosto che lancia il quartetto in cima al mondo rock.
Young è sicuro del suo contributo nella band, portando l’erba country a crescere fino a mezzo metro da terra. Schiva, “Helpless” fa l’amore con il gospel, proprio mentre “Country Girl” si gode il suo valzer barocco.
In fondo, quattro uomini d’altri tempi – almeno a giudicare dalla copertina del disco – che lottano in musica per quello che ritengono giusto. E forse si tratta proprio di pace e amore, stando a quello che grida alla fine l’inno corale di “Everybody I Love You”. Forse, invece, è qualcosa di più profondo, una meditazione zen su quello che non saremo, probabilmente, mai più. Come una sensazione perenne di déjà vu.
Dejà Vu esce a marzo e la maggior parte della stampa si mette in fila per celebrare il gran lavoro della band. Basta un niente, tuttavia, e gli allori si trasformano in rovi spinosi: subito dopo la pubblicazione, Young molla i tre compagni per andare in tour con i neonati Crazy Horse. Crosby, Stills e Nash sono furenti, soprattutto per il fatto di ritrovarsi da soli con un disco importante senza la possibilità di eseguirlo al meglio dal vivo. I tre, allora, decidono di accantonare la band per dedicarsi ad attività artistiche personali. ondarock.it


[…] Il vero business per Young inizia nell’estate di quel 1969: accetta di entrare nel supergruppo più amano della storia. Crosby, Stills e Nash lo vogliono al loro fianco, sono reduci da un primo album apprezzatissimo ma cercano qualcosa per crescere ancora; il canadese può completare e perfezionare a meraviglia la confezione. Sanno del suo carattere schivo, difficile, spigoloso ma anche delle sue qualità di musicista […]. Dice: “Credo mi abbiano chiamato perché dal vivo ci vuole qualcuno che suoni davvero sul palco”. Un giudizio aspro, con una punta di rivalsa (adesso infatti si sente in grado di duellare alla pari con Stills, alla chitarra elettrica non si sentirà più un gregario). L’ingresso ufficiale nel gruppo è dell’estate ’69 e in settembre i magnifici quattro sono giù a Woodstock, un ovvio trampolino di lancio in termini di amore, di stima e considerazioni critiche e, perché no?, di fatturato. Nei mesi successivi a Woostock, Crosby, Stills, Nash & Young preparano Dejà Vu, che esce nel marzo del ’70 e schizza in testa alle classifiche, catapultato in quella posizione grazie a un’opera di cesello curata in tutti i dettagli. Nel disco ci sono i ritagli minori di ognuno dei quattro personaggi, spiccioli di una serenità, di una pulizia interiore che per anni serviranno a pacificare gli animi: quei pezzi saranno cantati in ogni angolo del mondo […]. A distanza di dodici anni, quei simboli sembrano sgualciti e un poco falsi, incomprensibili, segnali di una West Coast dove neppure allora si sorrideva e si cantava con tutta quella dose di spensieratezza: musica che solleva l’animo e rilassa, amata da tutti, entrata nella cultura contemporanea al pari di altri eroi, magari molto più meritevoli.
Crosby, Stills, Nash & Young davano la risposta migliore, quella più saggia e innocua di un comunitarismo moderato e sempre disponibile verso un intimismo di fondo, con i suoni leggiadri, accomodanti, pronti a far navigare l’ascoltatore fuori dalle acque tempestose dei malesseri sociali e generazionali. Per questo CSN&Y non si sono ridotti a fenomeno americano al pari di altri campioni del business; il loro messaggio nella semplicità quasi banale conteneva briciole di speranza e di gradevole quotidianità tale da renderli universali, idoli naturali del piacere e della calligrafia messi in musica.
[…] Dejà Vu aggiunge alla carriera di Young compositore tra canzoni: “Helpless”, di costruzione esile e semplicissima, specchio della sua dolcezza disperata e misteriosa (“Nella mia mente ho ancora il bisogno di un posto dove andare, tutti i travagli mi riconducono laggiù…”), “Country Girl”, un ritratto che calza come un guanto alla sua spiritualità lacerata (“Mentre le stelle siedono nei bar e decidono cosa bere, loro vengono qui per morire perché è più rapido che tramontare”) e “Everybody I Love You”, scritta a quattro mani con Stills, un compendio dei due linguaggi, esemplare per quell’album all’insegna dell’affresco interdisciplinare.
da Enzo Gentile, introduzione a “Neil Young” (Arcana 1982)